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Foto di Rino Porrovecchio

Abbiamo scelto questa foto come simbolo del gruppo  e del blog. Rappresenta un po' sia il passato, le terribili stragi, tutti quei morti, che il futuro di riscatto, con la rivolta popolare che ha mosso i suoi primi passi forse proprio con quella scritta su quel muro.

Chi siamo

Una casa della memoria per le vittime della mafia.(Gruppo Facebook))

Casamemoria Vittimemafia (Pagina Facebook)

 

"Questo Blog è stato creato dagli amministratori di Una casa della memoria per le vittime della mafia,

gruppo nato su Facebook nel Settembre 2009.

La decisione di aprire un Blog è nata dalla necessità di archiviare in un unico luogo tutti i dati raccolti:

Ci siamo accorti, col passar del tempo, che le informazioni che andavamo cercando, e sembrava non

ci fossero, le trovavamo ma erano nascoste in mezzo a tantissime altre e riuscivamo a scovarle solo

se in possesso di chiavi di ricerca ben precise. Inoltre molti link trovati ora non sono più disponibili e

pertanto il contenuto, non archiviato, è andato perduto per sempre.

Tutto quello abbiamo fatto, e faremo,  é animato dalla necessità di "sapere"; non abbiamo altri fini

se non quello della "conoscenza e del ricordo".

 

Per visualizzare la lista completa delle schede raccolte cliccare su VITTIME (qui o sulla banda superiore)

Leggi tutto...
 
Le Vittime che commemoriamo, mese: GIUGNO PDF Stampa E-mail

 

1 Giugno 1982 Lucito (CB). Colpito a morte Giovanni Pepe, appuntato dei Carabinieri di 40 anni.
Durante un posto di blocco nella notte del 1 Giugno 1982, i carabinieri della locale stazione di Lucito (CB), intercettarono un'autovettura rubata con quattro passeggeri a bordo.
All'atto del fermo, tre dei quattro occupanti si diedero alla fuga, mentre i carabinieri riuscirono ad acciuffare il quarto uomo e lo accompagnarono alla vicina caserma, dove prestava servizio Giovanni Pepe che incitò i suoi due colleghi a continuare la ricerca degli altri tre malviventi che si erano dati alla fuga.
"Andate che forse riusciamo a bloccarli tutti!A questo ci penso io..." L'arrestato, a questo punto, tentò disperatamente la fuga dalla caserma e prima ancora che Giovanni lo perquisisse nuovamente, estrasse una pistola non rilevata all'atto del fermo e fece fuoco più volte contro Giovanni.
Cinque proiettili raggiunsero mortalmente il Giovanni ed altri due vennero trovati sul pavimento.
Alla scoperta della tragedia, si aprì un'enorme caccia all'uomo che vide coinvolte tutte le Forze dell'Ordine del Molise, Abruzzo, Campania e Puglia.
Tre dei quattro malviventi originari di Andria, furono catturati il giorno successivo, l'assassino invece cinque giorni dopo.
L'assassino, Sgarra Vincenzo, originario di Andria, fu condannato alla pena dell'ergastolo.
Giovanni Pepe originario di Calvi Risorta in provincia di Caserta, lasciò la moglie Nicolina di 33 anni e due figli, Raffaele e Nicolina rispettivamente di 13 e 8 anni.

 

1 Giugno 1989 San Luca D'Aspromonte (RC). Ucciso Don Giuseppe Giovinazzo, parroco di Moschetta di Locri. Forse si era prestato come mediatore del rapimento di Carlo Celadon.
l primo giugno del 1989 mentre sta facendo rientro a casa dopo aver trascorso il pomeriggio nel santuario di Polsi, don Giuseppe Giovinazzo (parroco di Moschetta, a Locri) viene trucidato a colpi di lupara. L'omicidio resterà impunito.

 

4 Giugno 1976 Melicuccà (RC). Muoiono L'avvocato e possidente Alberto Capua (ex sindaco) e il suo autista Vincenzo Ranieri, in un tentativo di sequestro
Reagiscono al tentativo di rapimento e la banda li uccide. Muoiono cosi a Melicuccà il 4 giugno del 1976 l'avvocato Alberto Capua e il suo autista Vincenzo Ranieri. Un episodio che sarà chiarito solo dopo diversi anni, grazie alle dichiarazioni del superpentito Pino Scriva. Accuse che porteranno alla sbarra il gotha della ndrangheta calabrese, in quello che passerà alla storia come il processo alla "Mafia delle tre province". Si fa luce anche su diversi sequestri di persona (Vincenzo Cannatà, Salvatore Fazzari, Francesco Napoli, Vincenzo Macrì che non è più tornato), e sull'omicidio di Giuseppe Valarioti. (Stop'ndrangheta.it)

 

4 Giugno 1979 Montevago (AG). Ucciso da dei rapinatori il Brigadiere Baldassare Nastasi.
Il 4 giugno del 1979 a Montevago (AG) viene assassinato Baldassare Nastasi, brigadiere dei Carabinieri mentre si accingeva alla identificazione di due individui, presunti autori di una rapina.
Medaglia d'argento al valor Militare con la seguente motivazione:
"Addetto a Nucleo operativo e radio­mobile di compagnia, in occasione di rapina perpetrata in Istituto di Credito della zona, si poneva con militare dipendente alla ricerca di autori e mentre si accingeva ad identificare due individui, successivamente risultati responsabili del crimine, veniva fatto segno a numerosi colpi di pistola esplosi da brevis­sima distanza, benché mortalmente ferito, trovava la forza di reagire con la pistola in do­tazione fino a quando si accasciava al suolo esanime. Luminoso esempio di attaccamento al dovere spinto fino all'estremo sacrificio".


5 Giugno 1981 Napoli. Ucciso Agostino Battagli, appuntato del Corpo degli Agenti di Custodia
Agostino Battagli - Appuntato del Corpo degli Agenti di Custodia – nato a Portici (NA) il 18 ottobre 1945 in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
Il 5 giugno 1981 intento nell’acquisto di merce all’interno di un esercizio commerciale della città, veniva attinto mortalmente da alcuni colpi di arma da fuoco, sparati da tre giovani che irrompevano con violenza nel negozio.
Agostino Battagli è stato riconosciuto “Vittima del Dovere” ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell’Interno.

 

5 Giugno 1997 Ribera (AG). Sonia Nakladolova, 20 anni, assassinata per errore con due colpi di lupara.
Sonia Nakladolova, 20 anni, di origine ceca, assassinata a Ribera (AG) ol 5 giugno 1997, con due colpi di lupara. Il delitto è avvenuto nel piazzale di un residence, il Parco degli Aranci, lungo il litorale agrigentino, a pochi chilometri da Ribera, dove la ragazza viveva da un anno e mezzo. Sonia Nakladolova è stata raggiunta dai pallettoni mentre stava aprendo la portiera dell’auto del fidanzato. Probabilmente un tragico errore dei killer. Il vero obiettivo sarebbe stato proprio l’uomo, 50 anni, sposato, titolare di una catena di discount in varie zone della Sicilia, e prossimo all’apertura di altri due supermercati. Sarebbe entrato nel mirino della criminalità organizzata per la sua notevole espansione commerciale. Secondo i primi accertamenti la ragazza sarebbe uscita nel cuore della notte avviandosi verso l’auto dell’amico, una Mercedes, quando nell’oscurità sono partite le scariche di lupara che l’hanno ferita a morte. (da L'Unità del 6 giugno 1997)

 

6 Giugno 1982 Palermo Ucciso Antonino Peri, perché scambiato per un poliziotto.
Antonino Peri, ex carabiniere in pensione, fu ucciso a Palermo il 6 giugno del 1982.
Come hanno raccontato alcuni collaboratori di giustizia, aveva inseguito una macchina che aveva tamponato la sua autovettura; a bordo erano due mafiosi che facevano da scorta a un'altra autovettura nel cui bagagliaio c'era il corpo di un uomo appena ucciso. I mafiosi l'hanno scambiato per un poliziotto. (C.tro sic. di doc.zione G. Impastato)

 

6 Giugno 2005 Casapesenna (CE). Ferito a morte Nicola Sammarco, guardia giurata di 62 anni.
Nicola Sammarco, 62 anni, viene ucciso da un proiettile calibro 9, colpito alle spalle da sicari nel territorio di Casapesenna dove lavorava come vigilantes della cooperativa "Lavoro e Giustizia", presso le antenne della Omnitel, oggi Vodafone.
La stessa sorte toccherà nel settembre del 2006 ad un suo collega, Michele Landa, il cui corpo verrà ritrovato nella sua auto carbonizzata nel Mondragonese.
Le indagini si concentrano sui continui furti delle costose attrezzature degli impianti dell'azienda di telecomunicazioni, per le quali spesso venivano poi richiesti "riscatti" con i cosiddetti cavalli di ritorno.
Forse le vittime potrebbero essersi opposte alla pretese estorsive. Gli inquirenti scavano soprattutto nell'ambito dei clan locali. (Fond. Pol.i.s.)

 

6 Giugno 2008 Pagani (SA). Ucciso Marco Pittoni, sottotenente dei Carabinieri, in uno scontro con dei rapinatori in un Ufficio Postale.
Intorno alle 9:30 del 6 giugno 2008, l'ufficiale dei carabinieri Marco Pittoni resta gravemente ferito nel corso di un conflitto a fuoco con tre malviventi. Soccorso in ospedale, il militare morirà poco dopo. Per questioni di servizio, Marco si trovava quel giorno in un ufficio postale di Pagani intento a parlare con il direttore. Improvvisamente tre rapinatori fanno irruzione nel locale ed esplodono diversi colpi di pistola. Il sottotenente che era con Pittoni risponde al fuoco, ne nasce un conflitto armato nel corso del quale l'ufficiale dell'Arma non utlizzerà la sua pistola di ordinanza per non mettere in pericolo l'incolumità dei presenti. In pochi giorni le indagini hanno condotto all'arresto dei responsabili: si tratta di Giovanni Fontana, Fabio Prete, Gennaro Carotenuto e di un minore, Carmine M., figlio di un affiliato al clan Gionta e autore materiale del delitto. Nel 2011 la Corte di Cassazione ha confermato le condanne di primo grado a 30 anni per Fontana e Prete, a 20 per Carotenuto e a 17 anni per Carmine M.

 

7 Giugno 1945 Trabia (PA) ucciso il sindacalista Nunzio Passafiume.
A Trabia (Palermo)il 7 giugno del 1945 viene ucciso il sindacalista Nunzio Passafiume. La mafia della zona Trabia-Casteldaccia non tollera la crescita del movimento contadino e popolare ed è tra le prime a percorrere la strada della violenza omicida. (C.tro sic. di doc.zione G. Impastato)

7 Giugno 2000 Bari. Uccisa da un proiettile vagante Maria Colangiuli, casalinga.
Maria Colangiuli, 70 anni, di Bari, è la vittima innocente di un regolamento di conti. E' morta il 7 giugno del 2000,dopo essere stata ferita da uno dei colpi di pistola sparati da appartenenti a clan rivali del quartiere San Paolo, alla periferia cittadina, mentre si trovava sul balcone della propria abitazione al terzo piano, intenta a preparare la cena all'interno di un cucinino.


8 Giugno 1982 Isola Delle Femmine (PA). Ucciso l'imprenditore Vincenzo Enea. Non aveva voluto "un socio occulto" nella sua impresa edile.
"Il movente dell’omicidio, secondo la testimonianza di Pietro, è legato all’attività imprenditoriale del padre, il quale era stato avvicinato da Francesco Bruno per proporgli di diventare socio occulto della sua impresa edile, in quanto aveva soldi da investire, ma Vincenzo Enea si era rifiutato. Un’altra ragione di attrito fra i due era dovuta alla lite per il frazionamento di un terreno con la società BBP (dei Bruno e del loro socio Pomiero), proprietaria della “Costa Corsara”, terreno limitrofo alle palazzine costruite dalla ditta di Enea. A causa di questa lite Vincenzo Enea subì l’incendio di un bungalow, il pestaggio del cane da guardia, il danneggiamento del materiale edile e l’incendio di un magazzino. Benedetto D’Agostino, legato a Vincenzo, tentò una mediazione fra i litiganti, andando così incontro alla morte. Dopo pochi giorni la stessa sorte toccò anche a Vincenzo. Pietro raccontò anche delle intimidazioni che ricevette perché rimanesse in silenzio e le telefonate minatorie alla madre (“…ci dica a suo figlio Pietro che la finisca di scavare altrimenti gli facciamo fare la stessa fine di suo padre…”), che lo indussero ad allontanarsi da Isola delle Femmine e a trasferirsi negli Stati Uniti."

9 Giugno 1989 Vittoria (RG). Ucciso Salvatore Incardona, dirigente della cooperativa Agriduemila, perché si era rifiutato di pagare il pizzo.
Salvatore Incardona è un grossista al mercato ortofrutticolo di Vittoria (RG).
Senza dare nell’occhio cerca di convincere i colleghi a non pagare più il pizzo, a firmare tutti insieme una denuncia collettiva contro la banda degli estorsori.
Incardona non si sente un eroe, vuole soltanto difendere il proprio lavoro, non accetta più di sottostare a una soperchieria che lo priva di una parte del suo onesto guadagno.
Il 9 giugno del 1989 lo aspettano con i fucili a pompa all’uscita da casa: venne crivellato di colpi mentre era al volante della sua auto.

 

9 giugno 2000 Napoli (Rione Don Guanella). Muore, dopo diversi giorni di agonia, Maurizio Cernacchiaro, vittima innocente di una sanguinosissima guerra di camorra.
Il 9 giugno 2000, dopo diversi giorni di agonia, muore Maurizio Cernacchiaro, vittima innocente di una sanguinosissima guerra di camorra consumatasi nel cuore di Napoli. Il tentativo dell'Alleanza di Secondigliano di espandere la sua egemonia su tutto il territorio metropolitano rompe i delicati equilibri tra clan, provocando una ferocissima faida che vede dieci morti in dodici giorni. Il 28 maggio 2000, nell'agguato contro Ciro Velardi, affiliato dei Sarno, viene colpito per errore un passante del rione don Guanella, Maurizio Cernacchiaro, 38 anni, incensurato. Ricoverato nell'ospedale San Giovanni Bosco, morirà qualche giorno dopo. (Fond. Pol.i.s.)

 

10 Giugno 1922 Erice (TP). Ucciso Sebastiano Bonfiglio Sindaco di Monte San Giuliano
Sebastiano Bonfiglio, sindacalista socialista, Sindaco di Erice dal 3 ottobre 1920, venne ucciso in un agguato dalla mafia il 10 giugno 1922.
Suo padre, nel 1893, fu membro dei fasci dei lavoratori siciliani locali e portò con sé anche il figlio giovanissimo. Per questo Sebastiano dovette interrompere presto gli studi per seguire il padre, finché non trovò lavoro in una falegnameria. Fu qui che aderì al movimento socialista. In seguito riprese gli studi come autodidatta riuscendo a conseguire prima il diploma di insegnante elementare e poi quello di perito agrario.
Al momento della morte faceva parte della Direzione del Partito Socialista Italiano, nella quale era stato eletto al Congresso di Livorno del gennaio 1921(Tratto da Wikipedia)

 

10 Giugno 1984 Marano (NA) Salvatore Squillace, imbianchino di 28 anni, viene colpito da un proiettile alla testa, mentre era con amici davanti ad un bar, durante una sparatoria tra clan rivali.
Salvatore Squillace, 28 anni, nato a Marano in provincia di Napoli, viene ucciso da proiettili vaganti, dopo l'uccisione del boss di Marano, Ciro Nuvoletta.
Gli assassini di Nuvoletta, per inquinare le possibili piste, hanno sparato all'impazzata e poi sono fuggiti.
Intercettati da una macchina con all'interno persone sconosciute, spinti nel centro di Marano di Napoli, sono coinvolti in un conflitto a fuoco nel quale il povero  Squillace resta vittima.
Squillace, incensurato, sta parlando con un amico al bar.
Viene soccorso e trasportato all'Ospedale Cardarelli di Napoli.
Le sue condizioni sono gravissime perché una pallottola gli ha spappolato il cervello. Dopo un'importante intervento chirurgico, muore. (Fond. Pol.i.s.)

 

10 Giugno 1997 Taranto. Raffaella Lupoli, 11 anni, resta uccisa al posto del padre.
Era il 10 giugno del 1997 quando entrarono in azione i sicari. I killer volevano colpire il padre di Raffaella Lupoli, un metalmeccanico disoccupato che aveva più problemi con la droga che con la giustizia. Passeggiava con lui nel quartiere Tamburi di Taranto. Tre colpi di pistola la colpirono a morte all’età di 11 anni. (Liberanet.org)

 

10 Giugno 2000 Acerra (NA). Ucciso Hamdi Lala per un posto di lavoro precario da tre connazionali albanesi.
Hamdi Lala, bracciante albanese in Italia con un regolare permesso di soggiorno, perde la vita ucciso a coltellate da alcuni suoi connazionali. I fatti si sono svolti ad Acerra, città nel cui circondario si concentra un alto numero di immigrati clandestini alla ricerca di lavoro. Roberto e Kastriot Hoxa avevano imposto a Lala di lasciare al fratello più piccolo, Fidajet Hoxa, il suo lavoro nei campi di tabacco. A questa prepotenza Hamdi risponde però con un secco rifiuto, gesto di coraggio che purtroppo gli costerà la vita. La discussione degenera infatti in violenza e il giovane bracciante viene colpito con forza al petto. Un amico che era con lui riesce fortunatamente a cavarsela con una lieve ferita. Dopo il delitto, i tre assassini trovano rifugio nell'appartamento di alcune amiche romene e proprio qui gli inquirenti li sorprendono e catturano. Il gruppo di fratelli aveva cercato di nascondere sotto i letti le magliette intrise del sangue di Lala. (Fond. Pol.i.s.)

 

11 Giugno 1948 Partinico (PA) Marcantonio Giacalone ed il figlio Antonio, uccisi dai banditi della Banda Giuliano
A Partinico (PA), l'11 giugno del 1948, i banditi della banda Giuliano uccidono il possidente Marcantonio Giacalone e il figlio Antonio: si erano rifiutati di sborsare una somma di denaro.

 

11 Giugno 1980 Rosarno (RC). Assassinato Giuseppe Valarioti, dirigente del PCI, il "più importante martire dell`antimafia calabrese, ben più che un politico onesto".
Giuseppe Valarioti viveva a Rosarno, in Calabria. Era un insegnante precario. Pensava che la politica e la cultura fossero strumenti per sconfiggere la 'ndrangheta e offrire un'opportunità ai giovani del suo paese. E' stato ucciso a trent'anni, la notte tra il 10 e l'11 giugno 1980, mentre usciva dalla cena con cui il Pci festeggiava la vittoria alle elezioni. E' il primo omicidio politico in Calabria, quello che affossa il movimento anti 'ndrangheta. È il battesimo di sangue della Santa, la nuova 'ndrangheta, che cambia il destino della Calabria. Per sempre. Una vicenda giudiziaria lunga undici anni: testimonianze coraggiose e ritrattazioni repentine, un superpentito che parla e non viene creduto, interi faldoni smarriti e un omicidio senza giustizia. (Il caso Valarioti di Danilo Chirico e Alessio Magro)


11 Giugno 1990 Grotteria (RC). Ammazzati in un agguato gli imprenditori edili Nicodemo Panetta, di 37 anni, e Nicodemo Raschellà, di 41 anni.
11 Giugno 1990 Grotteria (RC). Ammazzati in un agguato gli imprenditori edili Nicodemo Panetta, di 37 anni, e Nicodemo Raschellà, di 41 anni.
"Aveva osato accusare e lo chiamavano cadavere ambulante: sfidare le cosche, o più semplicemente difendersi dalla 'ndrangheta facendo nome e cognome di chi ti tartassa, da queste parti significa sottoscrivere la propria condanna a morte. Nicodemo Panetta, 37 anni, piccolo imprenditore edile di Grotteria, un paesino della locride, lo sapeva e viveva nell'incubo, viaggiando su un'auto blindata (la sua bara da vivo, diceva) e facendosi vedere poco in luoghi esposti. Dei soprusi non ne poteva più. Anni fa gli avevano fatto saltare i mezzi della propria impresa, lo avevano sfiancato con richieste di denaro, gli avevano sparato mentre in auto viaggiava con la moglie e la figlioletta Daniela, allora di pochi anni. E si era stufato. Era andato dai carabinieri, aveva raccontato per filo e per segno quel che gli stava accadendo, aveva spedito in galera una cinquantina di mafiosi cancellando così, di colpo, la 'ndrangheta della vallata del Torbido guidata dalla famiglia Ursini. Ma in quello stesso momento venne pronunciata la sentenza mafiosa nei suoi confronti, eseguita a distanza di anni. Trenta colpi di mitra, forse sparati con un mab di quelli in dotazione alla polizia di Stato, hanno falciato l'imprenditore e un suo inseparabile amico, Nicodemo Raschillà, 41 anni, di Mammola, altro centro caldo della locride. I carabinieri sul luogo del delitto hanno ritrovato i bossoli di un intero caricatore... " (P. Sergi)

 

11 Giugno 1997 Napoli. Silvia Ruotolo, 39 anni, viene colpita alla tempia da un proiettile destinato ad un camorrista, mentre rientrava nella propria abitazione.
E' l'11 febbraio del 1997, Silvia Ruotolo è di ritorno nella sua casa di Salita Arenella a Napoli. Con lei, il figlio Francesco che Silvia aveva prelevato da scuola. Alessandra, la figlia maggiore, li guarda dal balcone. In un momento l'inferno: qualcuno spara all'impazzata.
L'obiettivo era Salvatore Raimondi, affiliato al clan Cimmino, avversario del clan Alfano.
Quaranta proiettili volarono dappertutto ferendo un ragazzo e uccidendo sul colpo Silvia.
L'11 febbraio 2001 la quattordicesima sezione della Corte di Assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i responsabili dell'omicidio: i boss Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace e Mario Cerbone.
Negli anni Alessandra, Francesco e Lorenzo, il marito di Silvia, hanno percorso giorno dopo giorno la strada della memoria. Nel 2007 nasce il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti di criminalità e Lorenzo Clemente ne assume la presidenza.  Il 29 giugno 2011 viene istituita la Fondazione Silvia Ruotolo onlus– Tutto ciò che libera e tutto ciò unisce. La famiglia ha inteso in questo modo destinare parte del fondo di solidarietà per le vittime di reato di tipo mafioso (l. 512/1999) ad un impegno concreto contro la cultura criminale.
La Fondazione, alla cui presidenza c'è Alessandra, si pone l'obiettivo di contrastare ogni forma di sub-cultura deviante e ciò attraverso progetti di integrazione sociale rivolti a giovani, e prima ancora a bambini, che vivono in contesti disagiati. (Fond. Pol.i.s.)

 

11 Giugno 2004 San Paolo Belsito (NA). Ucciso Francesco Graziano, 32 anni, insieme allo Zio Antonio, per vendetta nei confronti di parenti coinvolti in una faida. Uccisi per il loro cognome.
Francesco Graziano viene ucciso a San Paolo Belsito, vicino Napoli, insieme allo zio Antonio, con il quale gestiva alcuni supermercati nella  provincia di Avellino, l'11 giugno del 2004.
I due Graziano non avevano precedenti penali, ma erano imparentati con l'omonima famiglia camorristica di Quindici.
Secondo gli inquirenti, Francesco e suo zio sono stati uccisi perché considerati "bersagli" facili, molto più avvicinabili rispetto ai vertici della famiglia.
La storia di Francesco è ricordata nel " Dizionario enciclopedico delle mafie in Italia" edito da Castelvecchi nel 2013. (Fond. Pol.i.s.)

 

11 Giugno 2006 Briatico (VV). Fedele Scarcella, imprenditore agricolo, ucciso ed il corpo dato alle fiamme. Aveva denunciato i suoi estortori.
Fedele Scarcella di 71 anni, possidente terriero di Briatico (Vibo Valentia), originario di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria, ucciso e dato alle fiamme l'11 giugno 2006.
Pagò con la vita le sue denunce contro la ‘Ndrangheta. Il suo corpo fu ritrovato dentro la sua macchina, una Punto blu, parcheggiata davanti alla spiaggia di Punta Safò, a Briatico.  Faceva parte dell’associazione antiracket "SOS Impresa" di Reggio Calabria e da anni aveva preso posizione contro il racket e l’estorsione in Calabria. Era proprietario di diversi terreni, anche nella Piana di Gioia Tauro. Vittima di furti, danneggiamenti ed estorsioni, denunciò ai Carabinieri e fece arrestare due pluripregiudicati appartenenti alla cosca mafiosa dei Piromalli-Molé.

 

13 Giugno 1983 Palermo. Agguato Via Scobar. Uccisi il capitano Mario D'aleo e i carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici.
13 giugno 1983, a Palermo, in via Scobar ci fu una strage. Bersagli furono tre giovani carabinieri: il capitano Mario D’aleo, 29 anni, comandante della compagnia carabinieri di Monreale, massacrato dai criminali di “Cosa Nostra” sotto la sua abitazione, l’appuntato Giuseppe Bommarito ed il carabiniere Pietro Morici, uccisi in macchina, a poca distanza dal portone.
Il capitano D’aleo aveva preso il ruolo di comandante della compagnia dopo la morte del capitano Emanuele Basile, ucciso tre anni prima, il 4 maggio 1980, sotto gli occhi della moglie e della figlia, e ne aveva ereditato le indagini sui traffici illeciti gestiti dai clan di San Giuseppe Jato, Altofonte e Monreale.
Nel 2001 i giudici della prima sezione della Corte d'Assise del Tribunale di Palermo hanno stabilito che ad ordinare l'uccisione del capitano Mario D'Aleo furono i capimafia che formavano allora la Cupola di Cosa nostra e per questo delitto sono stati condannati all'ergastolo Salvatore Riina, Michele Greco, Pippo Calò, Nené Geraci, Bernardo Provenzano e Giuseppe Farinella.

 

13 Giugno 1991 Catania. Uccisione di Vincenzo Leonardi, rappresentante sindacale del consorzio agro - alimentare.
13 giugno 1991 a Catania omicidio di Vincenzo Leonardi. Lavorava al mercato ortofrutticolo,  "nel consorzio, la vittima era un rappresentante sindacale", ed era titolare di un'impresa di trasporti.

 

14 Giugno 1985 Avola (SR) Ucciso l'imprenditore Giuseppe Spada

 

15 Giugno 1876 Bagheria (PA). Ucciso Giuseppe Aguglia, caporale guardie campestri, che si opponeva apertamente alla mafia della zona.

 

15 Giugno 1987 Vibo Valentia. Antonio Civinini, carabiniere di 28 anni, viene ucciso nella piazza principale della città.
Antonio Civinini, carabiniere di 28 anni, originario della provincia di Palermo e in servizio presso la compagnia speciale che ha sede all'ex aeroporto di Vibo Valentia, venne ucciso la sera del 15 giugno del 1987, davanti a decine e decine di persone che nonostante l'ora tarda (erano circa le 22) affollavano Piazza Municipio. L'omicida, a cui aveva chiesto i documenti, gli scaricò quasi un intero caricatore uccidendolo sul colpo, riservando l'ultima pallottola al commilitone, Vincenzo Cataldo, ventunenne di bari, che fu ferito all'inguine ma si salvò.


16 Giugno 1982 Palermo. "Strage della Circonvallazione" in cui perirono i carabinieri Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e Giuseppe di Lavore, autista del furgone.

È definito strage della circonvallazione l'attentato mafioso che venne messo in atto il 16 giugno 1982 sulla circonvallazione di Palermo.
L'attentato era diretto contro il il boss catanese Alfio Ferlito, che veniva trasferito da Enna al carcere di Trapani e che morì nell'agguato insieme ai tre carabinieri della scorta, Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e al ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Di Lavore ebbe la medaglia d'oro al valor civile.
Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio etneo. (Wikipedia)

 

 

17 Giugno 1983 Roma. Viene arrestato Enzo Tortora con l'accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Accuse che si basavano su rivelazioni di un pentito. Enzo Tortora morirà di cancro il 18 maggio 1988.
Venerdì 17 giugno 1983: il volto di “Portobello”, Enzo Tortora, viene svegliato alle 4 del mattino dai Carabinieri di Roma che lo arrestano per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Con queste parole del Tg2, quel giorno, l’Italia segue le immagini che mostrano il celebre presentatore in manette: “Enzo Tortora è stato arrestato in uno dei più lussuosi alberghi romani, il Plaza; ordine di cattura nel quale si parla di sospetta appartenenza all’associazione camorristica Nuova Camorra Organizzata (N.C.O), il clan cioè diretto e capeggiato da Raffaele Cutolo: un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga e dei reati contro il patrimonio e la persona”. [...]L'accusa si basa su un’agendina, trovata nell’abitazione di un camorrista, con sopra un nome scritto a penna ed un numero telefonico: in seguito le indagini calligrafiche proveranno che il nome non era Tortora bensì Tortona e che il recapito telefonico non era quello del presentatore.[...]
La sentenza di assoluzione arriverà il 17 giugno del 1987, esattamente 4 anni dopo l’arresto. [...]
Enzo Tortora morirà di cancro un anno dopo, il 18 maggio 1988. (Da La Storia siamo noi)


18 Giugno 1975 Roccamena (PA). Ucciso Calogero Morreale, 35 anni, sindacalista ed attivista socialista.
Calogero (Lillo) Morreale era un dirigente socialista dell'Alleanza contadina. Colpevole di aver sospettato imbrogli che giravano intorno ai lavori per l'invaso Garcia. "Una grande abbuffata" che ha favorito potenti "famiglie" siciliane. Diga per la quale morirono anche il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo e il suo amico-confidente Filippo Costa (20/08/77) e il giornalista (cronista giudiziario del Giornale di Sicilia) Mario Francese (26/01/79) che aveva scritto sull' "affare" della diga.

 

Niscemi (CL). 18 Giugno 1983 - scompare Patrizia Scifo, 19 anni. 18 Luglio 1983 viene assassinato Vittorio, padre di Patrizia, che stava cercando la figlia.
A Niscemi (CL) Patrizia Scifo, figlia diciassettenne di Vittorio, all'epoca famoso come Mago di Tobruk, si era innamorata di Giuseppe Spatola, sposato, affiliato ad una delle due cosche mafiose locali, impegnate in una faida per il controllo di appalti pubblici. Spatola scappò con la ragazza per poi tornare a chiedere il consenso dei genitori di lei, una volta che avesse ottenuto la separazione dalla moglie. Vittorio Scifo e la moglie glielo negarono, ma la figlia Patrizia continuò a vivere con Spatola, anche quando, ben presto, i rapporti si guastarono e cominciarono i pesanti maltrattamenti che portarono a una denuncia di lei, poi ritirata dopo che dalla relazione era nata una bambina. La sera del 18 giugno 1983 Patrizia Scifo portò la figlia a casa di sua madre dicendo che sarebbe tornata a prenderla il giorno dopo. Ma non tornò mai più. Durante le indagini Spatola, l'ultimo a vederla, fu fermato ma esibì solidi alibi e fu rilasciato. Vittorio Scifo tornò subito a Niscemi e cominciò a cercarla insieme alla moglie, seguendo ogni voce, anche nei bassifondi. Ma il 18 luglio, mentre era seduto davanti al suo bar intorno alle 21,30, fu affrontato da uno sconosciuto che, chiamandolo per nome, lo aggredì sparando fino a colpirlo al volto uccidendolo. (Chilavisto.rai.it)

 

19 Giugno 1991 Corleone (PA).Stefano Siragusa, 32 anni, e Gaspare Palmeri, 61 anni, operai della Forestale, furono assassinati insieme a Domenico Parisi, cognato di Lorenzo Greco, nella guerra tra i "corleonesi di Totò Riina e il clan alcamese dei Greco.
Gaspare Palmeri aveva 61 anni ed era di Castellammare del Golfo. Venne ucciso in un agguato la sera del 19 giugno 1991 a Corleone. L’uccisione è collegata al tentativo dei corleonesi di allargare il proprio controllo sulla cittadina trapanese di Alcamo. Nello stesso agguato morirono Stefano Siracusa di 32 e Domenico Parisi di 41, entrambi di Alcamo.

19 Giugno 1991 Capaci (PA). I fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa, piccoli impreditori Edili, uccisi e sciolti nell'acido
I fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa, imprenditori di Cerda (PA), vennero uccisi e poi sciolti nell' acido il 19 giugno del 1991 perché si erano ribellati al pagamento del pizzo che gli veniva imposto dalla cosca mafiosa di Nino Giuffrè .

19 Giugno 1997 Palermo. Ucciso il costruttore Angelo Bruno.
Ucciso  il 19 giugno del 1997, a Palermo, il costruttore Angelo Bruno. Si pensa che avesse avuto richieste estorsive a cui non aveva potuto far fronte. I familiari dicono che è morto come Libero Grassi, ma l'imprenditore non aveva mai parlato di estorsioni neppure con loro; negli ultimi tempi aveva mostrato qualche preoccupazione, anche per la crisi del settore edilizio. Si fa l'ipotesi che ad uccidere il costruttore sia stato Salvatore Grigoli, arrestato qualche ora dopo, ma Grigoli negherà di avere compiuto il delitto.(C.tro Sic. di Docum. G. Impastato)

 

20 Giugno 1945 San Cipirello (PA). Ucciso Filippo Scimone, maresciallo dei carabinieri.
A San Giuseppe Jato (PA), il 20 Giugno del 1945, la banda Giuliano uccide il maresciallo dei carabinieri Filippo Scimone.

 

21 Giugno 1980 Cetraro (CS). Ucciso Giovanni (Giannino) Losardo, Ex Sindaco di Cetraro- Militante comunista- Segr. Capo Procura Rep. Tribunale di Paola.
Giannino Losardo era un comunista, segretario giudiziario della procura di Paola e assessore comunale a Cetraro, paese della costa tirrenica cosentina. E' stato ucciso il 21 giugno del 1980 mentre a bordo della sua auto stava rientrando a casa dopo una seduta del consiglio comunale. Come mandante viene arrestato Franco Muto, di Cetraro, il "Re del pesce". Il presunto boss viene assolto con sentenza passata in giudicato. L'omicidio di Giannino non ha colpevoli.

 

22 Giugno 1947 Partinico (PA). Restano colpiti a morte Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono, durante un attacco alla locale sezione del Partito Comunista
A distanza di pochi mesi dalla terribile strage di Portella della Ginestra a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi si verificarono delle azioni terroristiche armate contro i militanti e le sedi della Cgil e del Pci, che provocarono morti, feriti e terrore. Gli autori furono esponenti della banda Giuliano, mafiosi e neofascisti, che continuarono così l’offensiva contro il movimento contadino e le forze della sinistra, che lottavano per il diritto al lavoro e per la riforma agraria.
Il raid più grave si svolse a Partinico, dove furono uccisi Giuseppe Casarrubea, ebanista di 47 anni, e Vincenzo Lo Jacono, 38 anni, e furono ferite altre 4 persone, anche in modo grave.

23 Giugno 1967 Strage al mercato di Locri (RC). Carmelo Siciliano resta ucciso in una sparatoria tra clan rivali.
23 Giugno 1967 Strage al mercato di Locri. Strage ad opera della 'ndrangheta nella piazza del mercato di Locri, durante una guerra tra i clan Cordì e Cataldo.
Muoiono 3 persone e due restano gravemente ferite. "Carmelo Siciliano, 39 anni, deve la sua morte ad una pura coincidenza. Il poveretto infatti si trovava al mercato per acquistare frutta ed ortaggi per conto di alcuni albergatori del centro termale di Antonimina e stava caricando alcuni cesti su un camion, quando è stato raggiunto al petto e alla testa da quattro proiettili di mitra." (dal La Stampa del 23.06.1967)

 

25 Giugno 1990 Siculiana (AG). Restano uccisi Giuseppe Bunone e Marco Bonsignore, due ragazzi seduti a mangiare una pizza, in una incursione contro uno stiddaro, scampato all'agguato.
Il 25 giugno del 1990 un commando fece irruzione in una pizzeria di Siculiana. Dentro c'era Gaspare Mallia, uno della Stidda. Era lui l'obiettivo dei killer, ma non riuscirono a scalfirlo. I proiettili, invece, raggiungono due ragazzi seduti a mangiare una pizza. Uno si chiamava Marco Bonsignore di Siculiana: un ragazzo buono e semplice che per trovare un lavoro aveva lasciato la casa dei genitori per stabilirsi all'estero. Era appena tornato per le vacanze estive. L'altra vittima era di Porto Empedocle: Giuseppe Bunone, un operaio. (dal libro Senza Storia di Alfonso Bugea e Elio Di Bella)

 

25 Giugno 1994 Licata (AG). Ucciso Salvatore Bennici, imprenditore edile vittima del racket.
Salvatore Bennici, 60 anni, imprenditore edile di Licata ucciso il 25 giugno 1994. Due killer incappucciati l’hanno ucciso alle 7.30 del mattino mentre si dirigeva al lavoro in compagnia del figlio Vincenzo, 26 anni. Un’ esecuzione spietata: uno dei sicari ha immobilizzato il giovane puntandogli la pistola alla tempia, mentre il compare sparava senza affanno all’ imprenditore. Il figlio ha gridato come un forsennato, tentando di divincolarsi. Tutto inutile: il giovane è stato costretto ad assistere impotente all’agghiacciante spettacolo di morte. A missione compiuta i killer sono fuggiti a bordo di un’ Alfa 75 che dopo qualche ora e’ stata ritrovata bruciata. Salvatore Bennici era titolare di una piccola impresa edile. Si occupava di subappalti e movimento terra: per chi conosce un po’ le cose siciliane sa benisismo che questi sono pascoli tradizionali della mafia. Di recente aveva anche ottenuto un incarico per il completamento di una strada nel comune di Palma di Montechiaro. E proprio questo subappalto potrebbe aver fatto scattare gli appetiti del racket. (Liberanet.org)

25 Giugno 1995 Reggio Calabria. Ucciso Peter Iwule Onyedeke, nigeriano di 33 anni, studente di architettura
Anche l'africano Peter Iwule Onyedeke è una vittima della 'ndrangheta. Nigeriano di 33 anni, studente di Architettura, è stato assassinato inspiegabilmente il 25 giugno 1995 a Reggio Calabria. Per arrotondare le misere entrate (dava una mano in un mobilificio della periferia), faceva il parcheggiatore abusivo. Quella notte stava nello spiazzo di fronte ad una discoteca del quartiere Gallico Marina. Chiedere dei soldi ad uno 'ndranghetista è inopportuno, se poi a farlo è un africano si tratta di un'offesa. Piovono sei colpi di pistola calibro 45, tutti al torace, poi la fuga a bordo di un'auto rubata dei soliti ignoti che nessuno ha visto.
Peter era sposato e aveva due figli in Nigeria, che manteneva. A Reggio viveva col fratello, anche lui studente. La criminalità, Peter, l'ha conosciuta in Calabria. Lui viveva in tranquillità, frequentando la comunità nigeriana (in quegli anni erano molti gli universitari) e la gente di una città che sa essere anche accogliente. E solidale: in tanti reagirono, scesero in piazza contro la violenza mafiosa. Una protesta che per una volta ebbe il sostegno delle istituzioni, con un piccolo gesto: le spoglie di Peter tornarono alla sua famiglia grazie all'intervento del Comune. (Stop'ndrangheta.it)

 

26 Giugno 1959 Palermo. Uccisa Anna Prestigiacomo, 15 anni, forse per vendetta nei confronti del padre ritenuto confidente dei carabinieri.
Anna Prestigiacomo, aveva 15 anni, quando venne uccisa una sera d’estate nel giardino di casa sua nel rione San Lorenzo, a Palermo. Era il 26 giugno 1959.
Una sorellina di Anna, Rosetta, di 11 anni, vide in volto il killer e lo riconobbe: agli investigatori indicò il nome del vicino di casa, il pregiudicato Michele Cusimano. Ma questi negò tutto, venne arrestato con il padre e rinviato a giudizio. Il padre, invece, fu prosciolto in istruttoria. Il processo si concluse con la clamorosa assoluzione dell’imputato. Il verdetto venne ribaltato in Corte d’Assise e di Appello e Cusimano venne condannato con la concessione, però, di alcune attenuanti. (Liberanet.org)

 

26 Giugno 1975 Eupilio (CO). Rapita Cristina Mazzotti , 18 anni, il suo corpo fu ritrovato in una discarica.
Si può morire a 18 anni, solo per danaro.
Si può morire senza colpa, crudelmente.
Si può morire e finire gettata in una discarica, tra carrozzine rotte e sacchi della spazzatura, come ulteriore oltraggio.


E’ quello che accadde a Cristina Mazzotti, rapita la sera del 26 giugno 1975 davanti al cancello della villa dei genitori a Eupilio, in provincia di Como, e ritrovata morta il primo settembre dello stesso anno, dopo un atroce e insensata prigionia fatta di stenti e soprusi, di overdose di eccitanti mescolati a tranquillanti. (Art. Paolo Benetollo)

 

26 Giugno 1983 Torino. Ucciso il Magistrato Bruno Caccia. Indagava sul "Clan dei calabresi" e sui mafiosi catanesi operanti nel Nord Italia.
Bruno Caccia, procuratore capo a Torino indagava sul "Clan dei calabresi" e sui mafiosi catanesi operanti nel Nord Italia e diede un contributo di fondamentale importanza per contrastare la ferocia del terrorismo. Grazie alla sua opera, la Procura instituì i primi processi ai capi storici di Br e Prima linea. Il lavoro di Bruno Caccia in Procura fece vacillare le basi del dominio malavitoso imperante tra Torino e Provincia. Era un vero uomo delle istituzioni che non si poteva corrompere. La malavita lo sapeva e decise di eliminarlo. Bruno Caccia venne freddato con diversi colpi di pistola sotto casa il 26 giugno del 1983.
Domenico Belfiore è stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.


26 Giugno 1985 Casapesenna (CE). Ucciso dalla camorra Mario Diana, imprenditore di 49 anni. Volevano impadronirsi della sua azienda.
Il 26 giugno 1985, a Casapenna, viene ucciso Mario Diana.
L'imprenditore è stato assassinato per aver difeso dalla camorra la sua impresa di trasporti.
La verità è stata ricostruita grazie a Domenico De Simone e Giuseppe Quadrano, autoaccusatisi del delitto e condannati a 14 anni di reclusione.
La terza sezione della Corte d' Assise di Santa Maria Capua Vetere, presieduta da Elisabetta Garzo, ha accolto le richieste del pm Antonio Ardituro condannando all'ergastolo anche Antonio Iovino detto "' O ninno".
Antonio e Nicola Diana hanno dichiarato di aver ottenuto finalmente giustizia:
"La magistratura ha dato una risposta di giustizia al nostro immenso dolore", dichiarano Antonio e Nicola Diana, che insieme alle due sorelle si sono costituiti parte civile. «Viene così premiata la nostra ricerca della verità». (a.t.)
I figli ricordano anche Willy, il loro pastore tedesco, che, spezzata invano la catena per soccorrere il padrone, pianse per due giorni e due notti sulle macchie di sangue.
La storia di Mario è raccontata nel libro "Come nuvole nere" di Raffaele Sardo edito da Melampo nel 2013. Mario è anche ricordato nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013. (Fondazione Pol.i.s.)



26 Giugno 2005 Bovalino (RC). Ucciso Pepe Laykovac Tunevic, 36 anni, slavo, in mezzo a innumerevoli persone in un mercato. Nessuno ha visto e sentito.
Il 26 Giugno 2005 a Bovalino (RC) viene ucciso Pepe Laykovac Tunevic, 36 anni, slavo. L’uomo da anni viveva nel campo nomadi di Gioia Tauro. Al momento dell’agguato Tunevic era in compagnia della moglie e dei figli e stava cercando di vendere ai commercianti del mercato alcune miniature in legno. La vittima è stata avvicinata da due persone che, secondo quanto si è appreso, hanno sparato diversi colpi di pistola e sono poi fuggite a bordo di uno scooter. Nessuno ha visto e sentito.

 

26 Giugno 2012 Casoria (NA). Ucciso Andrea Nollino, colpito da un proiettile vagante mentre stava spazzando davanti al bar di cui è uno dei titolari. I killer, a bordo di uno scooter, stavano inseguendo un'auto.
Poco dopo le 8:00 del 26 giugno 2012 Andrea Nollino, 42enne di Casoria,  si trova all'esterno del bar di sua proprietà. Pochi attimi e Andrea cade colpito a morte da colpi di arma da fuoco. L'uomo è vittima della camorra, ucciso a causa di un terribile scambio di persona. Andrea, sposato con Antonietta e padre di tre figli, era infatti persona onesta, estranea a qualsiasi contesto criminale. (Fondazione Pol.i.s.)

 

27 Giugno 1991 Agrigento. Ucciso Vincenzo Salvatori, metronotte, durante un tentativo di rapina al furgone portavalori di cui era alla guida.
Era il 27 giugno del 1991. Per Vincenzo Salvatori, Ignazio Salemi e Carmelo Cinquemani era una giornata di lavoro come tante altre. Alle 9:00 erano partiti dalla Banca d'Italia di Agrigento con il furgone della ditta di trasporto valori per cui lavoravano. Avevano preso in consegna i plichi con i soldi e avevano imboccato la strada per Favara per fare le consegne. Giunti nei pressi di contrada Petrusa, da una traversa sbucò fuori un autocarro, che si mise davanti il furgone blindato. Salvatori, che era alla guida del portavalori, tentò invano la fuga. La strada gli venne sbarrata da una Citroen Bx bianca. Dal camion scesero quattro malviventi col volto coperto, si avvicinarono al furgone e spararono in direzione di Salvatori che aveva il vetro del finestrino abbassato: il metronotte morì all'istante. Fu colpito anche Salemi che sedeva accanto a lui, ma miracolosamente fece da scudo al suo cuore il portafogli che aveva messo nella tasca della giacca dove il proiettile si conficcò; un altro proiettile lo raggiunse ad un braccio lasciandolo ferito. Il terzo metronotte, che sedeva dietro, Carmelo Cinquemani, riuscì con la radio ricetrasmittente ad avvisare la centrale. I malviventi capirono di avere poco tempo a disposizione, tentarono il colpo, ma quando capirono che era diventato rischioso si diedero alla fuga senza riuscire a rubare una sola lira. Quando arrivano carabinieri e polizia per Salvatori non ci fu nulla da fare. Aveva 38 anni, lasciò due bambini e la moglie Concetta Mantisi, di 32 anni. La tentata rapina era stata decisa in un summit della Stidda.(comunicalo.it)

 

28 Giugno 1946 Riesi (CL). Ucciso Pino Camilleri, sindaco socialista di Naro (AG)
Pino Camilleri (Naro, 20 giugno 1918 – Naro, 28 giugno 1946) è stato un politico italiano, sindaco socialista di Naro (AG) ucciso dalla mafia.
Il 28 giugno 1946, a soli 27 anni, già riconosciuto come capo contadino in una vasta zona a cavallo tra le province di Caltanissetta e Agrigento, fu colpito dalla lupara mentre cavalcava da Riesi (CL) verso il feudo Deliella, aspramente conteso tra gabelloti e contadini. (Wikipedia)

 

29 Giugno 1982 Termini Imerese (PA). Ucciso Antonio Burrafato, Brigadiere Polizia Penitenziaria . Ucciso per aver fatto il proprio dovere.
Antonino Burrafato (Nicosia, 13 giugno 1933 – Termini Imerese, 29 giugno 1982) è stato un poliziotto italiano, vice-brigadiere in servizio presso la Casa Circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese. Fu assassinato da mano mafiosa il 29 giugno 1982.
Lavorava presso l'ufficio matricola del penitenziario dove nel 1982 il boss Leoluca Bagarella, in transito presso i Cavallacci, stava tornando a Palermo a causa della morte del padre, nel frattempo gli doveva essere notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere e quindi non sarebbe potuto andare a trovare il padre. L'arduo compito toccò al brigadiere Burrafato, uomo che osservava alla lettera il regolamento e che quindi impedì al Bagarella di recarsi al funerale del padre. Dopo un acceso alterco il boss giurò di vendicarsi, cosa che poi avvenne qualche tempo dopo. (Wiipedia)

 

30 Giugno 1963 Villabate (PA). Il panettiere Giuseppe Tesauro e Pietro Cannizzaro, custode di un garage, restano uccisi nell'esplosione di un'auto bomba.
La notte del 29 giugno 1963 il panettiere Giuseppe Tesauro, 41 anni, padre di quattro figli, si trovava a Villabate (PA) nel panificio in cui lavorava e, come ogni notte estiva, mentre aspettava che il forno raggiungesse la giusta temperatura, ne approfittava per prendere un po’ di aria fresca. Mentre aspettava, insieme ad un altro panettiere, Giuseppe Castello, a circa 50 metri (nei pressi di corso Vittorio Emanuele) vide del fumo che fuoriusciva da un’automobile che era parcheggiata davanti ad un garage chiamato “Gatto verde”. Al che Tesauro andò a chiamare Pietro Cannizzaro, custode del garage, avvisandolo della situazione. A questo punto i due si avvicinarono all’automobile per cercare di spegnare il fuoco ma quando Cannizzaro provò ad aprire l’auto questa esplose perché imbottita di tritolo.
Pietro Cannizzaro e Giuseppe Tesauro morirono sul colpo, mentre Giuseppe Castello rimase ferito.
La bomba era indirizzata a Giovanni Di Peri, a cui era destinata anche l'auto, abbandonata sulla strada che da Ciaculli porta a Villabate, e che nell'esplosione provocò la morte di due artificieri dell'esercito, di quattro carabinieri e di un maresciallo di Pubblica Sicurezza.

 

30 Giugno 1963 Palermo. Strage di Ciaculli. Dilaniati da un'auto bomba Mario Malausa, Silvio Corrao, Calogero Vaccaro, Eugenio Altomare, Marino Fardelli, Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci.
La Strage di Ciaculli-Villa Sirena, località sita sulla stradale Gibilrossa-Villabate (Palermo], avvenne il 30 giugno del 1963 e fu il culmine di una serie di omicidi di boss di primo piano e a Villabate, poche ore prima, di due vittime innocenti, Giuseppe Cannizzato e Giuseppe Tesauro, con l'esplosione di un'altra auto che avrebbe dovuto uccidere un'altro boss.
"A metà mattinata, arrivò una telefonata alla questura di Palermo, durante la quale l’interlocutore diceva che c’era un’automobile abbandonata in aperta campagna. La polizia si precipitò subito sul luogo, a Ciaculli dove trovò un’Alfa Romeo Giulietta, con gli sportelli aperti e una ruota a terra. Si capì subito che si trattava di un’auto bomba, anche perché nelle prime ore della stessa mattinata era scoppiata un’altra Giulietta a Villabate uccidendo un fornaio e un meccanico. Due ore dopo arrivarono gli artificieri che controllarono la macchina e dopo aver tagliato la miccia, leggermente bruciata di una bombola di gas situata al suo interno, dissero che ci si poteva avvicinare perché non c’era più pericolo.
Ma quando, il tenente Mario Malausa, aprì il bagagliaio per ispezionarlo, si provocò l’innesco della grande quantità di tritolo che c’era al suo interno. Si ebbe una grande deflagrazione che provocò una strage: morirono, dilaniati dalla defraglazione il tenente dei carabinieri Mario MALAUSA, i marescialli Silvio CORRAO e Calogero VACCARO, gli appuntati Eugenio ALTOMARE e Mario FARBELLI, il maresciallo dell'esercito Pasquale NUCCIO, il soldato Giorgio CIACCI.
Con questo atto criminoso si ebbe la conclusione della “prima guerra di mafia” nella Sicilia martoriata dal secolare terrorismo mafioso.
Le indagini, all’epoca, si concentrarono su un attentato fallito nei confronti del boss di Ciaculli Salvatore Greco, da parte dei rivali della cosca La Barbera, ma nessuno venne mai formalmente rinviato a giudizio per la strage.
Successive indagini investigative e giornalistiche avevano ipotizzato che obiettivo dell’attentato fossero gli stessi Carabinieri della Tenenza di Roccella e soprattutto il loro comandante, tenente Mario Malausa, autore di un rapporto alla magistratura sugli intrecci tra mafia e politici locali. In ogni modo, ancora oggi autori e mandanti della strage di Ciaculli sono ignoti e il caso,quindi, viene, ad oggi, considerato insoluto.
La strage, però, provocò una forte reazione dell'opinione pubblica e in particolare delle forze dell'ordine: le vittime erano tutti servitori dello Stato. Il governo procedette a centinaia di denunce e arresti, in Parlamento vennero varate alcune misure urgenti. Ma soprattutto si mise al lavoro la Commissione Antimafia. Costituita a febbraio dello stesso anno la commissione era rimasta inoperante. Ma sull'onda delle reazioni popolari e politiche alla strage di Ciaculli, il 6 luglio del '63 era già insediata. Le audizioni della commissione si tennero dal 15 al 18 gennaio del '64 al Palazzo dei Normanni di Palermo, sede dell'Assemblea regionale. Davanti ai membri della commissione furono convocati i maggiori esponenti della magistratura, della polizia, dei carabinieri, rappresentanti della stampa e delle istituzioni siciliane.
E’ diventato un cold case. Un silenzio grave che ancora oggi reclama verità".(mazaracult.blogspot.it)

 

30 Giugno 1983 Figline Vegliaturo (CS). Ucciso il ristoratore Attilio Aceti. Non aveva sottostato a ricatti e aveva fatto arrestare gli estorsori.
Il 30 giugno del 1983 scompare da Figline Vegliaturo (CS), il ristoratore Attilio Aceti, 62 anni. Il suo corpo fu ritrovato due giorni dopo in un terreno di sua proprietà.
La pista subito imboccata è quella del sequestro per vendetta. Aceti, infatti, aveva subito alcuni mesi prima delle pressanti richieste estorsive, condite con l'incendio di due auto. Volevano venti milioni dal ristoratore, per "proteggerlo" dai pericoli. D'accordo coi carabinieri, Aceti aveva messo in scena un'imboscata. Fingendo di accettare l'estorsione, aveva fissato la consegna di un prima rata di cinque milioni, un pacchetto lasciato nei pressi di una fontana in una strada di provincia. al ritiro assistono i militari, che arrestano subito la banda di estorsori.
E' uno smacco al quale, forse, la banda ha reagito con una punizione esemplare.
Le indagini finiranno in un nulla di fatto. (fonte: "Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta" di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

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I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie PDF Stampa E-mail

 

Foto dalla Petizione on-line del 2011

Questa scheda è stata creata prendendo spunto dal libro di Angelo Greco TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato", da cui sono tratti molti dei nomi e l'introduzione che segue:

 

Introduzione al libro TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO "la denuncia di chi ha denunciato" di Angelo Greco

C'è una storia che comincia dove le altre spengono i riflettori; dove i giornali girano le spalle per qualcosa di nuovo da titolare; dove, in definitiva, la gente non sa più.
Questa storia inizia sulle ceneri di Troia, quando Ulisse prende la strada di casa. I vati narravano di allori e città spalancate ai guerrieri vittoriosi, servitori della Patria. Invece, per lui, sul sentiero del ritorno solo asperità e mostri.
Un'avventura che oggi drammaticamente si ripete: ma senza alcun Omero a narrarla. Al contrario, solo le spesse tende della vergogna e dell'ignoranza, di cui spesso si arreda il comune sentire.
Questo non è il tempo degli eroi. Gli immortali sono morti. Le leggende non si tramandano più. Al loro posto, nuovi vocaboli albergano nei miti del popolo. La democrazia, la giustizia. Quella stessa giustizia che, mantide pagana senza più religiosità, uccide proprio coloro che la sposano.
Chi chiede giustizia scopre che ormai esiste solo la legge.
Proprio da una legge inizia questo viaggio. La legge che doveva essere solida imbarcazione per il re di Itaca e che invece lo abbandona alla deriva, tra Scilla e Cariddi.
La normativa in questione ha visto l'alba il 13 febbraio 2001 ed è stata battezzata con un nome che è un numero, proprio come quello sui camici dei detenuti, dai quali invece voleva distinguersi. La numero 45.
E' la legge che istituisce lo stato di testimone di giustizia, lo dosciplina e lo distingue da quello già esistente del collaboratore o, spesso detto, 'pentito'.
Per quanto inverosimile possa apparire, prima di tale intervento con vi era alcuna differenza, sia sul piano terminologico che su quello della tutela, tra il passivo spettatore di un crimine e chi invece vi aveva partecipato. In buona sostanza, la legge accomunava in un'unica categoria i cittadini modello ai delinquenti. E per entrambi disponeva lo stesso trattamento.
Ma il diritto è un mondo virtuale, che difficilmente cambia la realtà senza l'ausilio e la ragionevolezza dei suoi interpreti. Cosicché, pur modificata la disciplina, i problemi sono rimasti gli stessi ...

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QUANDO LA MAFIA UCCIDE GLI INNOCENTI di Lorenzo Bodrero PDF Stampa E-mail


Il 9 novembre è l’anniversario della morte di Paolo, Edoardo, Calogero, Serafino. Nomi di persone che non abbiamo conosciuto, ma che sono morti per mano delle mafie. Abbiamo contato oltre mille vittime innocenti negli ultimi 150 anni. Un conto per difetto, che coinvolge 125 donne e 105 minorenni. Molti avevano l’unica colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Fonte:  lastampa.it

Sono le 18:30 di una sera di fine estate a Palermo. Il 23 settembre Rosalia Pipitone, per tutti Lia, si trova all’interno di un negozio di sanitari in Via Papa Sergio. E’ lì a fare acquisti per il piccolo Alessio, il suo primo e unico figlio avuto quattro anni prima ma che non avrebbe mai più rivisto.  

Lia è una delle 1.120 vittime innocenti di mafia che lacerano come un profondo taglio oltre cento anni di storia del nostro Paese. Donne, ragazzi, bambini, pensionati che per sbaglio o per precisa volontà delle cosche finiscono trucidati per questioni ben più grandi di loro. E chissà di quanti altri non se ne ha memoria, finiti nell’oblio di un archivio polveroso in un remoto paese di provincia o covato e tenuto nascosto dai famigliari come un dolore troppo grande da rendere pubblico.

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'NDRANGHETA, DELITTI IMPUNITI: POMPEO PANARO (LE INCHIESTE REPUBBLICA) PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 2 maggio 2013 da  inchieste.repubblica.it

"La verità sulla scomparsa di mio padre sepolto nel cimitero della 'ndrangheta"

di GIOVANNI TIZIAN

Grazie alla tenacia di Paolo Panaro, la magistratura di Catanzaro ha deciso di riaprire l'inchiesta sulla fine del padre, commerciante ed esponente politico della Dc locale, sparito nel 1982. Un'odissea durata 30 anni tra omissioni, depistaggi, prove contraffatte. Fino alla scoperta di un terreno gestito dalle cosche che potrebbe nascondere i resti di tanti altri delitti eccellenti


PAOLA (Cosenza) - Il velo sottile dell'omertà avvolge da trent'anni la scomparsa di Pompeo Panaro. La copre dal lontano 28 luglio 1982. È l'estate dei Mondiali, sono mesi di festa e di esaltazione collettiva. In quel clima di euforia generale, un padre, un marito, un lavoratore e politico locale non farà ritorno a casa. Pompeo non rivedrà più suo figlio, sua moglie, la sua abitazione a Paola, in provincia di Cosenza. L'ennesima vittima della "lupara bianca", si pensò subito. E l'ipotesi non era errata. Perché non si seppe più nulla per molto tempo. Scomparso nel nulla. Dopo due inchieste fallite, con tanti buchi neri, la settimana scorsa la Procura antimafia di Catanzaro ha deciso di riaprire il caso. E questo grazie alla determinazione del figlio Paolo da due anni alla ricerca della verità. La settimana scorsa la nuova inchiesta ha mosso i primi passi: è stato interrogato il fratello di Pompeo. I magistrati si aspettano da lui un aiuto per rintracciare le ossa perdute. E da quanto risulta a Repubblica.it Inchieste avrebbe confermato che si trovano nella cappella di famiglia. Un mistero nel mistero. La polizia di Cosenza, comunque, si è già mossa per verificare se nella cappella di famiglia è nascosto l'unico osso della vittima rimasto tra i reperti recuperati, così come sostiene il figlio Paolo.

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