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Le Vittime che commemoriamo, mese: SETTEMBRE PDF Stampa E-mail

 

1 Settembre 1977 Piana di Gioia Tauro (RC).Francesco Antonio Conte, 9 anni, Mario Alessio Conte e Maria Rosa Belloco: sterminata una famiglia per un contorto senso dell'onore.
Francesco Antonio Conte, 9 anni, fu ucciso insieme al papà Mario Alessio e alla mamma Maria Rosa Belloco: una famiglia sterminata per un contorto senso dell'onore. Piana di Gioia Tauro (RC) 1 settembre 1977.
«La "regola" della 'ndrangheta prevede che a custodire l'onore della famiglia debbano essere gli uomini, costi quel che costi. anche se il prezzo da pagare è la morte della propria compagna, della propria madre o sorella. E' un prezzo che, soprattutto sulla Piana di Gioia Tauro, è stato pagato più e più volte. Sono morti così Mario Alessio Conte, Maria Rosa Belloco e il loro figlioletto Francesco Antonio Conte, di appena nove anni. Secondo la ricostruzione dei magistrati, toccava al marito lavare col sangue l'infedeltà della moglie, lui si era rifiutato di farlo, e l'intera famiglia è stata sterminata, il 1° settembre 1977». (Tratto dal Libro Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 


1 Settembre 1990 Reggio Calabria. Ucciso Domenico Catalano, 16 anni, perché scambiato per un altro.

Domenico Catalano fu ucciso il 1 settembre 1990 a Reggio Calabria, aveva appena sedici anni, residente a Roma, era a Reggio per le vacanze presso la casa di origine dei genitori. Nessuna "vicinanza pericolosa", nessun legame "ambiguo", morì per un tragico errore. Gli incaricati di segnalare il suo passaggio credettero di individuare in lui la vittima designata perchè la sorte decise che quella sera entrambi dovessero indossare una maglia a righe e dovessero circolare su un ciclomotore.


2 Settembre 1943 Quarto Mulino di S. Giuseppe Jato (PA). Antonio Mancino, carabiniere di 24 anni, la prima vittima di Salvatore Giuliano.

" ... PER DUE SACCHI DI GRANO. Il 2 settembre 1943 un giovanotto proveniente da San Giuseppe Jato e diretto a sud della natia Montelepre stava trasportando un paio di sacchi di grano. Non era un semplice contadino, ma uno dei tanti corrieri del mercato nero del grano che prosperava sotto l'occhio vigile della mafia e grazie alla compiacenza di troppe autorità. Giunto alla località Quattro Molini fu bloccato da due carabinieri e due guardie campestri. Gli andò male: venne fermato e il carico gli fu confiscato. Ma a quel punto sopraggiunse un altro contrabbandiere e tre dei tutori dell'ordine si mossero per bloccarlo. Uno soltanto era rimasto a sorvegliare il giovanotto che, con una ginocchiata si sbarazzò dello scomodo custode, tentando di nascondersi in un boschetto inseguito dagli altri tutori dell'ordine. Rispose al fuoco uccidendo l'inseguitore più vicino. Il carabiniere Antonio Mancino fu la prima vittima del bandito Salvatore Giuliano.
L'Arma si mobilitò per catturare Giuliano: il 25 dicembre 1943 fu organizzata una gigantesca retata nei dintorni di Montelepre. Un centinaio di compaesani di Giuliano (inclusi il padre, lo zio e un cugino), sospettati di complicità, vennero arrestati. Giuliano venne alla fine scovato, ma riuscì a sfuggire alla cattura uccidendo un milite e ferendone un altro. Ebbe così inizio una latitanza tristemente leggendaria che si protrasse fino al 1950 e che presto si intrecciò con la causa del separatismo siciliano." (Nota Storica tratta da: carabinieri.it)


2 Settembre 1988 Lamezia Terme. Ucciso Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata, venne colpito mortalmente alle spalle presso il cantiere dove svolgeva le proprie mansioni.
Antonio Raffaele Talarico nasce a Sambiase (CZ) il 4 ottobre 1938. Era una Guardia Particolare Giurata, padre di quattro figli, persona dedita alla famiglia e al lavoro che svolgeva da oltre venti anni  presso  un cantiere edile di solai, sito in località Bagni di Lamezia Terme (CZ). La sera del 2 settembre 1988 mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere venne colpito mortalmente alle spalle da colpi di arma da fuoco da malviventi  appartenenti ad una organizzazione criminale dedita al racket delle estorsioni e guardianie che operava nel territorio di Lamezia Terme.   L' attività  investigativa svolta dalle Forze dell'ordine e dalla Magistratura portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti di una cosca criminale del luogo. Il conseguente procedimento penale si concluse con l'archiviazione a causa dei pochi elementi probatori raccolti nella fase delle indagini. A distanza di oltre 12 anni a seguito di rivelazioni fatte da un collaboratore di giustizia appartenente al medesimo clan malavitoso, venne riaperto il procedimento penale e conclusosi con la condanna alla pena di anni 30 di reclusione inflittagli dalla prima sezionale penale della Corte di Assise di Catanzaro, in data 11 maggio 2011, all'imputato, tra l'altro reo confesso,  per essersi reso responsabile dell'omicidio in concorso con altri. (Liberanet.org)

 

2 Settembre 2001 Casoria (NA) Ucciso Stefano Ciaramella, 16 anni, per aver cercato di difendere la sua ragazza e il suo vecchio motorino.
Stefano Ciaramella viene ucciso nel tentativo di reazione alla violenza di quattro balordi. Poco dopo la mezzanotte del 2 settembre 2001, alcuni malviventi in scooter circondano una giovane coppia e tentano di portare via con la forza la borsetta di lei. Stefano reagisce, vuole proteggere la fidanzatina e insegue i rapinatori allontanatisi con la refurtiva. In realtà si tratta di appena pochi spiccioli e dei documenti della ragazza custoditi nella borsa. Sarà un fendente dritto al cuore a stroncare la vita del diciassettenne. Presto i carabinieri individuano il gruppo criminale i cui membri sono tutti originari di Afragola. Soltanto due degli arrestati erano maggiorenni all'epoca dei fatti: Pietro Amadori, militare di leva, e Giuseppe D'Arscilio.
La storia di Stefano Ciaramella è raccontata nel libro di Antonella Mascali "Lotta civile" edito da Chiarelettere nel 2009. (Fondazione Pol.i.s.)

 

3 Settembre 1948 Partinico (PA). Uccisi Celestino Zapponi. commissario PS, Antonio Di Salvo, capitano CC, e Nicola Messina, maresciallo CC, in un agguato della banda Giuliano.
Celestino Zapponi, Commissario di Pubblica Sicurezza nella Questura di Palermo, Venne assassinato il 3 Settembre 1948 in un agguato compiuto in Via Finazzo a Partinico (PA) da parte di elementi della Banda Giuliano che scagliarono alcune granate contro il funzionario di Polizia e il capitano dei Carabinieri Antonio Di Salvo e il maresciallo dell’Arma Nicolò Messina che si trovavano con lui in quel momento. I tre membri delle Forze dell’Ordine, rimasti gravemente feriti, vennero finiti a colpi d’arma da fuoco dai banditi usciti allo scoperto.
Centinaia di agenti di Polizia e carabinieri vennero inviati alla ricerca dei malviventi. Nel corso del rastrellamento il carabiniere Salvatore Marino rimase ucciso da una raffica di mitra esplosa accidentalmente da un collega.
La banda di Salvatore Giuliano, tra il 1943 ed il 1950 si rese responsabile della morte di centinaia di persone, tra i quali decine di membri delle Forze dell’Ordine. (cadutipolizia.it )

 

3 Settembre 1982 Frattaminore (NA), assassinato in un agguato Andrea Mormile, Maresciallo della Polizia di Stato. "Era definito come uno dei poliziotti più impegnati contro la criminalità".
Andrea Mormile, maresciallo di Polizia, fu ucciso il 3 settembre 1982 mentre, libero dal servizio, si trova con alcuni amici davanti a un bar di Frattaminore. Con i suoi arresti Andrea aveva già in diverse occasioni intralciato i traffici del clan di Giuseppe Puca, boss in ascesa nella zona di Sant'Antimo e legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Andrea era molto rispettato in paese e rappresentava agli occhi della Camorra locale uno scomodo presidio di legalità da eliminare.
Già ferito dai colpi di mitra esplosi da un uomo in auto, Andrea viene poi avvicinato da un secondo killer che finisce il poliziotto con quattro colpi di pistola. Nell'agguato furono feriti alle gambe anche l'amico che in quel momento era più vicino ad Andrea e una passante di 66 anni. Andrea, sposato, era padre di tre figli piccoli. (fondazionepolis.regione.campania.it)

 

3 Settembre 1982 Palermo. Strage di Via Carini, in cui restarono uccisi il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Manuela Setti Carraro, e fu ferito in modo grave l'agente Domenico Russo che morì dopo 13 giorni di agonia all'ospedale di Palermo.
Palermo, Venerdì 3 settembre 1982, ore 21, il nuovo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sta andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, di scorta li segue un'Alfetta guidata dall’agente Domenico Russo.
Dalla ricostruzione della dinamica dell'attentato, resa possibile anche grazie alle rivelazioni degli ex boss, è emerso che l' A 112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparò dando le spalle al parabrezza. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l' eventuale reazione dell' agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco "Scarpuzzedda" che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A 112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l'auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. L' attrito tra le due macchine sarebbe provato da un profondo solco sulla fiancata dell' automobile di dalla Chiesa. La ricostruzione conferma che Greco giunse sul luogo del delitto quando i suoi complici avevano già fatto fuoco sul prefetto. Il particolare era stato raccontato agli investigatori dai pentiti Ganci e Anzelmo, secondo i quali Pino Greco avrebbe protestato per non essere riuscito a sparare per primo. "Me li avete fatti trovare morti", avrebbe detto il killer.
Sul luogo dell'eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: "Qui è morta la speranza dei siciliani onesti".
Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: "Dum Romae consulitur... Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata - tuona dal pulpito - E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra". E al termine della messa, volano insulti e monetine all'indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze.
'Un delitto maturato in un clima di 'solitudine', come disse il Pm Nico Gozzo nella sua requisitoria del 2002 : ''Carlo Alberto Dalla Chiesa ? ha detto - fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l' espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso''. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo 'abbandono': ''Cosa Nostra - ha osservato il Pm - ritenne di poterlo colpire impunemente perchè impersonava soltanto sé stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l' autorità dello Stato''.
(La storia siamo noi : http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/generale-carlo-alberto-dalla-chiesa/652/default.aspx)

 

3 Settembre 1995 Niscemi (CL). Scompare Pierantonio Sandri, 19enne odontotecnico, vittima di lupara bianca
Pierantonio Sandri, 19enne odontotecnico, il 3 Settembre 1995 scompare da Niscemi (CL). Vittima di lupara bianca.
"La storia di Pierantonio Sandri è strettamente legata a quella di una madre coraggio, Ninetta Burgio. E' stata lei, insieme al sostegno dell'avvocato Enza Rando e di molti altri, a portare in giro per l'Italia la storia di questo ragazzo ucciso perché colpevole di essere onesto, potenzialmente in grado di raccontare quello che aveva visto. Siamo a Niscemi negli anni di maggiore scalata criminale di tanti giovani nelle fila delle famiglie criminali della zona. Sandri sta dall'altra parte. E' un ragazzo per bene, è onesto. Crede in valori che per la maggior parte dei giovani della sua età sono lontani o sconosciuti. Questa “differenza” profonda lo condannerà a morte per aver visto - così dicono i collaboratori di giustizia - alcuni giovani bruciare delle auto. «Pierantonio Sandri – commenta l'avvocato Enza Rando che segue da anni il caso – è per noi un testimone di giustizia, potenzialmente se non l'avessero ucciso avrebbe detto quello che aveva visto»" (liberainformazione.org)

 

3 Settembre 1998 Scisciano (NA). Resta uccisa Giuseppina Guerriero, 42 anni, da proiettili diretti a un camorrista.
Il 3 settembre 1998 Giuseppina Guerriero torna a casa dal lavoro a Scisciano, nel Napoletano, quando viene ferita mortalmente da un killer, che attende l'arrivo di un boss per ucciderlo. Giuseppina è colpita per caso.
Madre di quattro figli, tra i quattordici e ventidue anni, ha da poco abbandonato la sua attività di bracciante agricola per iniziare quella di cuoca.
Sono poco dopo le undici di sera e Giuseppina sta tornando dal colloquio di lavoro in un ristorante nei pressi di via Garibaldi.
Il killer impugna la pistola, ma non si accorge che mentre preme il grilletto, all'auto sulla quale viaggia il suo obiettivo, si affianca quella della Guerriero.
Dei quattro proiettili sparati uno infrange il vetro dell'"Alfa 33" guidata da Giuseppina che colpisce la testa della donna. L'auto sbanda per qualche decina di metri e poi sbatte contro un muro.
La vittima viene subito soccorsa e accompagnata all'ospedale di Nola, ma è troppo grave. Viene quindi immediatamente trasferita a Napoli nel reparto di rianimazione del Loreto Mare. I medici comprendono subito che le condizioni della donna sono disperate. Giuseppina muore. Si decide di staccare il respiratore e di procedere all'espianto degli organi. (Fondazione Pol.i.s.)


3 Settembre 2002 Palermo. Pone fine alla sua giovane vita Giuseppe Francese, 35 anni, figlio del giornalista Mario, ucciso dalla mafia il 26 Gennaio 1979.
3 Settembre 2002 Palermo. Pone fine alla sua giovane vita Giuseppe Francese, 35 anni, figlio di una vittima di mafia, del giornalista Mario ucciso il 26 Gennaio 1979.
"Era ancora un bambino Giuseppe quella sera, aveva dodici anni. Era un bambino che cominciò presto a conoscere quella Sicilia feroce che aveva sconvolto lui e che avrebbe sconvolto poi tanti ragazzi come lui. Suo padre Mario, giornalista coraggioso che scriveva su un giornale troppo attento a non infastidire i potenti e anche i boss, Giuseppe lo conobbe davvero dopo. Dopo l'agguato. Cominciò a raccogliere tutti i suoi appunti e poi tutti i suoi articoli, cominciò a leggere e a rileggere tutte le sue inchieste, cominciò a «capire» chi e perché aveva voluto suo padre morto. Tutta la vita a ricostruire la morte di papà, tutta la vita a inseguire un incubo.....
Giuseppe, impiegato regionale agli Enti Locali, tre fratelli più grandi, una depressione che non l'ha mai abbandonato. Nemmeno quando si cominciarono a intuire le prime verità sull'omicidio di Mario, nemmeno quando investigatori e magistrati ricostruirono il «contesto» nel quale maturò il delitto, nemmeno quando il pentito Francesco Di Carlo indicò i nomi dei mandanti dell'assassinio di un giornalista. C'era Totò Riina come al solito, c'erano Francesco Madonia e Pippo Calò, c'erano anche un paio di altri boss che avevano paura degli scoop e delle inchieste di Mario. Non erano «minimi» i moventi di quell'omicidio come sussurravano certi personaggi della paludosa Palermo di quegli anni, non era un «regolamento di conti» come certi infami avevano messo in giro. Era alta mafia quella che aveva voluto morto Mario. Che era solo. Che era circondato da silenzi e da imbarazzi anche nel suo giornale dove le incrostazioni con certi ambienti di mafia erano forti. Ma lui aveva l'istinto del cronista da strada e l'orgoglio dei siciliani per bene. Non si piegò. E i sicari puntualmente arrivarono sotto la sua casa.
Quando il processo ai suoi assassini finalmente si celebrò - ma quanto tempo, ma quanta fatica, quanti depistaggi, quante lentezze nelle investigazioni - Giuseppe ogni mattina era là in aula. Seduto sul banchetto alle spalle del Pubblico ministero, chino sul suo taccuino a prendere appunti. Sembrava anche lui un giornalista, uno di quelli che non si poteva perdersi un solo momento dell'udienza. Così fino alla chiusura del dibattimento. Sette ergastoli per la Cupola, due assoluzioni. Ma ormai Giuseppe era spezzato. Inseguiva ancora le ombre. Le sue ombre e quelle di una Palermo che aveva inghiottito la sua vita." (Attilio Bolzoni)

 

4 Settembre 1982 Cittanova (RC). Ucciso Giacomo Catalano, operaio di 47 anni.
Giacomo Catalano, operaio idraulico, fu ucciso dalla 'ndrangheta il 4 settembre del 1989, mentre si trovava nell'uliveto di sua madre, appena fuori dall'abitato di Cittanova. Giacomo aveva 47 anni e quattro figli, di cui l'ultima di appena tre anni. Nonostante le indagini scattate immediatamente dopo il ritrovamento del suo corpo senza vita, i responsabili dell'omicidio non furono mai individuati.
Varie le ipotesi sulla sua esecuzione che di certo è legata alla faida che negli anni '80 insanguinò le strade di Cittanova. Ma essendo Catalano un onesto lavoratore che mai aveva avuto collegamenti con la criminalità della zona, gli investigatori non riuscirono a dare una spiegazione alla sua morte violenta.
Nel 2001 Giacomo Catalano è stato riconosciuto vittima innocente di mafia. (foto ed articolo da quotidianodelsud.it)

 

 

4 Settembre 1990 Calanna (RC). Ucciso Angelo Versaci, vigile urbano di 43 anni.
E' la sera del 4 settembre 1990 e Angelo Versaci, quarantatre anni, vigile urbano di Calanna, un piccolo comune aspromontano, a due passi dalla città di Reggio Calabria, dopo avere passato il pomeriggio con la moglie Annamaria Catalano, dipendente dell'ufficio postale, torna in paese. Ha voglia di spensieratezza, va al bar dove ci sono gli amici. Gioca al biliardo, poi ne approfitta per una partita a carte come spesso si fa nei paesi. All'ora di cena torna verso casa. suona il citofono, Annamaria gli risponde, va ad aprire. Proprio in quel momento un killer si avvicina e gli spara contro tre colpi di fucile: uno fa a segno sulla spalla, gli altri due lo centrano alla testa. (fonte: "Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta" di D. Chirico e A. Magro)

 

4 Settembre 2006 Napoli. Ucciso Salvatore Buglione, dipendente comunale, perché si era ribellato ad una rapina nell''edicola della moglie.
Salvatore Buglione, 51 anni, soprannominato Sasà, è la vittima dell´ennesima ferocia dei predatori di Napoli. Lo hanno ucciso per sfregio, per punire la sua ribellione. Buglione lavorava come dipendente comunale, ma sua moglie, Antonella Ferrigno, era ed è titolare di un´edicola che da generazioni apre su quell´angolo della zona collinare. Sasà ogni sera arrivava, dopo il proprio orario di ufficio, nella rivendita dell´Arenella per aiutare la moglie a chiudere bottega e per difenderla da eventuali aggressori prima di raggiungere la loro casa sul litorale domizio.
n quattro lo aggrediscono e l´accoltellano tra i giornali Aveva addosso mille euro. Perciò non voleva darla vinta ai suoi rapinatori. Ha gridato «Andatevene», ha cercato di difendersi. Ma loro erano in quattro, forse cocainomani. E lo hanno ucciso con una sola coltellata. Un colpo secco. Al petto.
Così si è accasciato nel suo sangue un uomo inerme, alle 20.30 del 4 settembre 2006, in via Pietro Castellino, buio pesto ma passaggio frequente di auto e passanti. (Fondazione Pol.i.s.)



5 Settembre 2010 Pollica (SA). Ucciso Angelo Vassallo, il "Sindaco pescatore". "Un sindaco che ha lottato per una politica migliore, l'esempio che un Sud migliore può esistere".
Un agguato in pieno stile camorristico, una raffica di colpi di pistola mentre rientrava a casa. È stato ucciso così Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di Pollica, comune del Cilento. È avvenuto nella tarda serata del 5 settembre 2010.
Secondo le indagini condotte dal pm Alfredo Greco, l'auto di Vassallo è stata bloccata da un'altra vettura che procedeva in direzione inversa e in senso vietato. Forse in due si sono avvicinati al finestrino e hanno sparato con una pistola calibro 9, colpendo il cuore, la testa e la gola del sindaco, seduto al posto di guida. A scoprire il corpo è stato il fratello del sindaco che, avvertito dalla cognata, preoccupata per il mancato ritorno a casa del marito, è andato a cercarlo.
Vassallo era soprannominato "il sindaco pescatore" per la sua attività imprenditoriale nel settore ittico che gestita insieme al fratello. Le battaglie per la legalità e il rispetto dell'ambiente, su cui aveva investito come amministratore pubblico, avevano fruttato alla località costiera cilentana riconoscimenti come le "bandiere blu" e un rilancio turistico.

Le indagini sull'omicidio di Vassallo continuano senza escludere nessuna pista: dagli intrecci tra mafie ed attività affaristiche che interesserebbero il territorio cilentano, all'ambiente dello spaccio di droga che ha visto Vassallo combattere in prima linea per evitare che il suo territorio diventasse terra di spaccio, alla denuncia fatta dal sindaco circa "strade fantasma" , appalti pagati e lavori mai eseguiti .
Dalla morte di Vassallo numerose iniziative in sua memoria si sono succedute in tutta Italia. Il fratello del sindaco, Dario, ha raccolto l'eredità politica e culturale lasciata da Angelo attraverso la fondazione "Angelo Vassallo sindaco pescatore". Nel 2012 viene dedicata alla memoria del sindaco una piazza nella cittadina di Pistoia e viene siglato un gemellaggio tra le città di Pollica e Bologna. Il 25 aprile 2012 per ricordare il suo sindaco la cittadina di Pollica rimane al buio per una notte per chiedere a gran voce che venga fatta luce sull'assassinio di Angelo Vassallo. Nell'agosto 2013 la strada che congiunge Pollica con San Mauro del Cilento è stata intitolata ad Angelo Vassallo. Intanto dal sito della fondazione, Dario Vassallo ha annunciato che prossimamente Solaris Media e Rai Fiction realizzeranno un film su Angelo Vassallo.



6 Settembre 2006 Mondragone (CE). Ucciso Michele Landa, metronotte, e il suo corpo dato alle fiamme, mentre era in servizio presso un ripetitore di Pescopagano.
Mancavano solo un paio di mesi e Michele sarebbe andato in pensione, dopo una vita di lavoro.

Invece trova la morte all'età di 62 anni, davanti a un ripetitore della Vodafone. I clan hanno scoperto che le apparecchiature del ripetitore possono essere una merce per cui si è disposti a pagare decine di migliaia di euro, in contanti, da parte degli stessi proprietari. Il cavallo di ritorno: "Vuoi l'attrezzatura indietro?Paga". Probabilmente Michele Landa non ha ceduto ai giovani del clan, in cerca di denaro facile, i quali non avranno accettato che un paesano di Mondragone li ostacolasse, e così, dopo una vita di lavoro, Michele viene ucciso barbaramente.
Scompare il 6 settembre e il suo corpo carbonizzato viene ritorvato dopo una settimana nella sua Fiat 600.
Nel giugno 2005, un anno prima, anche un suo collega, Nicola Sammarco, viene ucciso da sicari senza scrupoli che gli sparano alle spalle un solo colpo nel territorio di Casapesenna, dove lavorava presso l'impianto allora Omnitel.
Michele Landa e Nicola Sammarco lavoravano per la stessa cooperativa "Lavoro e Giustizia", entrambi facevano servizio di guardia presso l'antenna prima Omnitel e poi diventata Vodafone. (Fondazione Pol.i.s.)

 

6 Settembre 2008 Pozzuoli (NA). Ucciso Giuseppe Minopoli, 38 anni guardia giurata, da dei rapinatori.
Una guardia giurata di 37 anni, Giuseppe Minopoli, che si trovava all'interno di una pizzeria a Pozzuoli, nel Napoletano, è stata uccisa nel corso di un tentativo di rapina. I due rapinatori, uno dei quali armato, con il volto coperto da un casco, sono entrati nella pizzeria 'Il Regno dei Sapori' in via Allodi, 70, nella frazione Monteruscello

di Pozzuoli. Nel locale si trovavano il proprietario, un uomo di 41 anni incensurato, e una guardia giurata, Giuseppe Minopoli, del luogo, che - secondo la ricostruzione dei carabinieri - stava mangiando una pizza seduto ad un tavolo vicino all'ingresso. Accortosi del tentativo di rapina, ha estratto la sua pistola, ma è stato affrontato da uno dei rapinatori che gli ha esploso contro due colpi che hanno raggiunto l'uomo al torace uccidendolo.

 

7 Settembre 1945 Montelepre (PA). Resta uccisa Angela Talluto, bambina di 1 anno, in un raid del bandito Salvatore Giuliano.
La sera del 7 settembre 1945, sempre a Montelepre, attentò alla vita del militante socialista Giovanni Spiga, semplicemente per «antagonismo politico, perché, mentre egli era separatista, lo Spiga era un fervente socialista ed esplicava attività politica nel suo partito».
La barbara aggressione contro il militante socialista fu eseguita davanti all’uscio della sua abitazione, mentre si intratteneva con alcuni parenti e vicini di casa. La presenza di persone estranee, tra le quali alcuni bambini, non fece cambiare idea al bandito che, incurante, a distanza di tre o quattro passi aprì il fuoco sui pacifici paesani. Giovanni Spiga venne ferito a una gamba, ma il bilancio dell’aggressione fu alquanto tragico. Rimase uccisa una bambina di un anno, Angela Talluto, mentre rimasero feriti, anche in modo grave, il fratellino di Angela,Francesco Talluto, di anni 4, Vincenzo Musso, di anni 11 e sua cognata Giovanna Candela, di anni 46.- (Tratto da "La strage della Portella della Ginestra")

 

7 Settembre 1990 Palermiti (CZ). Uccise Maria Marcella e Elisabetta Gagliardi, 9 anni, madre e figlia. Non avevano trovato chi cercavano.
Maria Marcella aveva 47 anni, venne uccisa insieme alla figlia Elisabetta Gagliardi di appena 9 ann a P

alermiti (CZ) il 7 Settembre del 1990. 
Maria Marcella e Elisa erano rispettivamente moglie e figlia di Mario Gagliardi, un pluripregiudicato per rapina che da qualche tempo aveva lasciato la piazza milanese ed era tornato in Calabria dove si occupava di movimento-terra. (Liberanet.org)

 

8 Settembre 1959 Ciminna (PA). Ucciso in un agguato Clemente Bovi, Carabiniere scelto.
Il giovane carabiniere Clemente Bovi, spostato e padre di una bambina di pochi mesi, stava rientrando, in auto con un amico, alla caserma di appartenenza, la Stazione di Caltabellotta
"Improvvisamente il conducente frena bruscamente l’auto: al centro della carreggiata, sono apparsi alcuni massi che ostruiscono il passaggio, mentre, sul ciglio della strada, nota altre autovetture ferme. Un incidente, pensa, e rallenta. Ma appena il veicolo si ferma dal buio sbucano alcuni uomini armati che intimano ad entrambi di uscire dall’abitacolo e mettersi “faccia a terra”. Il militare finge dapprima di ubbidire, poi, impugnata la pistola, si lascia scivolare nella piccola scarpata che costeggia la strada. E da lì risponde al fuoco dei banditi presi alla sprovvista da quella inattesa manovra: sei colpi in direzione di quelle figure armate che si stagliano nello sfondo oscuro della notte. Si sente un grido, poi un altro: due rapinatori sono stati colpiti. Il carabiniere allora cerca con coraggiosa determinazione di riconquistare la strada per affrontare un terzo bandito. Ma da dietro si materializzano due uomini che aprono il fuoco colpendolo al fianco e alla schiena. L’uomo indietreggia poi cade riverso ai piedi della piccola scarpata, la faccia a contatto con la nuda terra, mentre dalle ferite il sangue sgorga copioso. “Sangue di eroe”, scriveranno tre anni dopo i giudici di Palermo. L’uomo che

agonizza sul terreno di contrada “Case Moscato” alle porte di Corleone si chiama Clemente Bovi. È l’8 settembre dell’anno 1959." (dal libro "Un eroe semplice, in memoria del carabiniere Clemente Bovi")

 


8 Settembre 1999 Cerignola (FG). Ucciso Hyso Telharaj, giovane albanese di 22 anni, per non aver ceduto al ricatto dei caporali.

Hyso Telharaj era un giovane migrante albanese, aveva 22 anni. Fu ucciso l'8 settembre del 1999 a Cerignola (FG). Si ribellò al caporalato dei campi pugliesi, e per questo fu ucciso. “ Hyso parte dall’Albania con il sogno di studiare e diventare un geometra. Inizia a lavorare alla raccolta dei pomodori tra Cerignola e Borgo Incoronata per mettere da parte i soldi. Ma Hyso, sempre gentile con tutti, sempre allegro, non sa che la vita dei braccianti agricoli pugliesi è scandita da regole ferree, che non si può sfuggire a un sistema di controllo quale il caporalato che impedisce di scegliere per sé. E così si rifiuta di cedere ai ricatti dei caporali e di consegnare parte dei suoi guadagni. Non si rende conto del pericolo, quasi sicuramente non sa che il suo gesto è un atto di rottura e che non può passare il messaggio che qualcuno si ribella a chi comanda. La sera del 5 settembre 1999, è in Italia da pochissimi mesi, viene avvisato che le persone a cui si è opposto stanno venendo a cercarlo nel casolare in cui vive, nelle campagne vicino a Borgo Incoronata. Qualcuno gli suggerisce di fuggire, ma lui non lo fa. Morirà pochi giorni dopo, l’8 settembre, dopo tre giorni di agonia perchè ferito a morte dai caporali.” (vivi.libera.it)

 

8 Settembre 2005 Canolo (RC). Ucciso Fortunato La Rosa, medico in pensione, che si occupava della coltivazione dei terreni di famiglia. Non permetteva il pascolo abusivo sulle sue proprietà.
8 Settembre 2005 Canolo (RC). Ucciso Fortunato La Rosa, medico in pensione, che si occupava della coltivazione dei terreni di famiglia. Non permetteva il pascolo abusivo sulle sue proprietà. Fortunato La Rosa è un medico oculista in pensione, che dopo aver diretto il reparto oculistica dell'ospedale di Locri si è deciso ad occuparsi in prima persona dei terreni di proprietà che rimangono nel territorio del comune di Canolo. Per raggiungere i suoi terreni il dottore La Rosa si sposta con un fuoristrada, passando da Gerace, superando il “quadrivio” dove l'ex statale 111 scende a Cittanova. Quei terreni, incolti per anni, hanno accolto loro malgrado le mandrie delle vacche sacre e di quelle profane che passavano a brucare quello che trovavano. Ma quando il terreno da incolto è diventato coltivato e gestito dall'oculista le vacche, che non comprendono cosa significa proprietà privata sono tornate a pascolare danneggiando le colture. Il medico ha segnalato il fatto ai carabinieri, che sono risaliti al proprietario delle mucche attraverso l'orecchino identificativo. L'otto settembre 2005 Fortunato La Rosa viene attinto da almeno tre colpi di arma da fuoco e muore. Chi ha ucciso l'oculista? Sono passati nove anni da quel giorno d'estate e quello dell'ex primario è rimasto, almeno per il momento, un delitto senza un colpevole. Nell'immediatezza gli investigatori hanno puntato l'indice contro possibili interessi sui terreni del medico, che potevano far gola a qualcuno. Non si è parlato, all'epoca, di delitto di 'ndrangheta. Ma dietro ad ogni delitto “eccellente” o meno che sia la 'ndrangheta è sempre coinvolta, direttamente o indirettamente, quanto meno per via del controllo del territorio che si dice eserciti in tutti i locali in cui è presente. E la montagna tra Gerace, Canolo e Cittanova è un territorio dove gli interessi delle consorterie criminose di più locali convergono cercando di accaparrarsi quantomeno il taglio boschivo e quant'altro, per come riportato un una recente indagine collegata con il processo “Saggezza”. Il delitto di Fortunato La Rosa, seppur indirettamente, forse avrebbe meritato un immediato coinvolgimento della procura antimafia, alla quale il fascicolo giungerà dopo alcuni anni e che ad oggi lo tiene aperto in attesa di sviluppi investigativi. Ad oggi si potrebbe scrivere un inizio di romanzo noir, con in testa un oculista ucciso, un turco che non le manda a dire ma che agisce attraverso un avvocato, il quale a sua volta approfitta di un giovane ricciolino che per affrancarsi dalla povertà sarebbe pronto a che ad eseguire un delitto e poi tornare a casa senza battere ciglio. In questa storia, per finire, ci starebbe bene un collaboratore di giustizia, che potrebbe anche solo confermare quale possibile movente il mancato rispetto della vittima verso una vacca, magari di origine turca, sacra o profana che sia. (larivieraonline.com)

 

 

9 settembre 1975 Villa Literno (CE). Luigi Michele Ciaburro, Maresciallo dei Carabinieri, morì nel tentativo di sventare una rapina ad un treno

Luigi Michele Ciaburro nacque a Sant’Angelo d’Alife il 24 maggio 1923. La sua missione si compì definitivamente a Villa Literno, nella notte del 9 settembre 1975, quando una telefonata anonima lo inviò su quella ferrovia dove qualcuno avrebbe dovuto bloccare e sequestrare la merce di un treno di passaggio tra Casapesenna e Villa Literno. “Una prassi consolidata da quelle parti”

 

 

9 Settembre 1988 Gioia Tauro (RC). Ucciso Abed Manyami, marocchino di 30 anni, per "errore".
Abed Manyami era un cittadino marocchino, venditore ambulante a Gioia Tauro (RC). Viene ucciso per errore il 9 settembre 1988. Si trovava per caso nel luogo della sparatoria, un'officina per la demolizione di automobili, dove era andato per acquistare un motore per la sua auto, con cui voleva tornare nel proprio paese per far visita ai parenti.

 

9 Settembre 1990 Bovalino Sup. (RC). Muore dopo 13 ore di agonia Antonino Marino, 33 anni, brigadiere dei Carabinieri; ferita la moglie incinta ed il figlio di due anni.
Antonino Marino (San Lorenzo, 5 ottobre 1957 – Bovalino, 9 settembre 1990) è stato un carabiniere italiano, vittima della 'Ndrangheta.
Brigadiere dei Carabinieri, entrò nell'arma nel 1975, impegnandosi principalmente nel contrasto alla 'Ndrangheta. Prima del suo assassinio, aveva operato per anni come comandante della stazione dei carabinieri di Platì dove si impegnò tra l'altro per la soluzione del sequestro di Marco Fiora e contribuì a sventare il sequestro di Claudio Marzocco. Si ritiene infatti che fu grazie anche all'azione di contrasto del brigadiere che i sequestratori in quest'ultimo caso furono costretti a lasciare l'ostaggio incustodito, consentendogli di liberarsi e fuggire dalla prigionia nel febbraio del 1988.
Profondo conoscitore della Criminalità organizzata della Locride ai tempi dei sequestri di persona aveva svolto varie indagini sui traffici illeciti e sui sequestri di persona che in quegli anni rappresentavano una delle principali attività criminali della 'Ndrangheta contribuendo ad assicurare alla giustizia diversi boss 'ndranghetisti. Collaborò anche per la liberazione di Cesare Casella.
el 1988 Marino era stato trasferito a San Ferdinando di Rosarno in quanto aveva sposato una donna della Locride e il regolamento dell'Arma imponeva il cambio del luogo di servizio. In un periodo di ferie, in visita ai parenti della moglie a Bovalino superiore in occasione dei festeggiamenti in onore dell'Immacolata, la notte del 9 settembre 1990 si trovava seduto all'esterno del bar gestito dai suoceri intento a guardare lo spettacolo di fuochi d'artificio, quando gli si avvicinò un uomo armato di pistola che fece fuoco colpendolo al torace con sei colpi di pistola e ferendo al polpaccio in modo non grave la moglie incinta e al ginocchio il piccolo figlio Francesco.
Ripresa brevemente conoscenza, il militare morì in ospedale il pomeriggio dopo, malgrado gli sforzi dei sanitari.
L'episodio creò una ondata di sdegno e i funerali si svolsero in una atmosfera di tensione. I familiari rifiutarono la corona di fiori dell'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Le indagini si indirizzarono subito alla sua attività di investigatore contro la 'Ndrangheta in particolare ai suoi anni trascorsi a Platì come sosteneva il sostituto procuratore Ezio Arcadi, ma per molti anni il delitto rimase irrisolto.
Anni prima dell'assassinio, il Brigadiere aveva già subito un attentato a Platì durante l'attività di servizio da parte di uomini rimasti non identificati che avevano esploso colpi d'arma da fuoco al suo indirizzo, fortunatamente allora ne uscì illeso; In un'altra occasione sempre a Platì vennero scritte sui muri frasi ingiuriose nei suoi confronti.
Il delitto rimase avvolto nel mistero per oltre 15 anni fino alle rivelazioni del pentito di mafia Antonino Cuzzola. Secondo le dichiarazioni circa i mandanti e il movente dell'omicidio, ad ordinare il delitto furono esponenti della famiglia dei Barbaro e Antonio Papalia, all'epoca di 56 anni. Insieme con Papalia vennero messi sotto accusa Giuseppe Barbaro, all'epoca di 63 anni, Francesco Barbaro di 84 anni e Giuseppe Barbaro di 55 anni, tutti di Platì; Invece per quanto riguarda il movente, secondo Cuzzola la decisione di uccidere l'appuntato era maturata per motivi di risentimento dovuti alla condotta rigorosa che questi adottava nello svolgimento della sua attività operativa nella cittadina aspromontana. Il pentito confermò le accuse in sede processuale, ma il GUP intervenuto in quanto il processo si svolse con il rito abbreviato, nel Febbraio 2011 pronunciò sentenza di assoluzione con formula piena per tutti gli imputati. In realtà già per Giuseppe Barbaro 55 anni, il pubblico ministero nella sua requisitoria aveva chiesto l'assoluzione. L'11 maggio 2012 la Corte d'assise d'appello confermò la sentenza di assoluzione in primo grado, lasciando ancora insoluto il delitto del brigadiere.
Ma il 16 giugno 2014 i giudici della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria hanno condannato a 30 anni di reclusione Francesco Barbaro di 58 anni ritenuto l'esecutore materiale e Antonio Papalia, ormai di 75 anni, ritenuto il mandante dell’omicidio del brigadiere. Il processo venne riaperto dalla Corte di Cassazione in seguito a intercettazioni su di un pregiudicato, Agostino Catanzariti, indagato per reati relativi ad appalti in Lombardia. Catanzariti, ignaro di essere ascoltato, in una conversazione rivelò una serie di particolari del delitto, portando alla riapertura del dibattimento conclusosi con la condanna. (Wikipedia)

 

10 Settembre 1981 Palermo. Ucciso Vito Jevolella, Maresciallo dei Carabinieri.
Vito Ievolella, sottufficiale dei carabinieri, fu ucciso a Palermo in Piazza Principe di Camporeale il 10 settembre 1981 da sicari mafiosi. Si trovava nella sua auto, una Fiat 128, in cui aspettava insieme alla moglie la figlia Lucia, impegnata in una lezione di scuola-guida. Gli assassini lo affiancarono con un'altra vettura esplodendo numerosi colpi di fucile e pistola.
Era di stanza dal 1965 presso la Caserma Carini, in Piazza Giuseppe Verdi, dove lavorò a fianco del colonnello Giuseppe Russo, ucciso dalla mafia il 20 agosto del 1977.  I risultati ottenuti grazie alle sue tecniche investigative furono ricompensati da 7 encomi solenni e da 27 apprezzamenti del Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri. La causa del suo omicidio è probabilmente legata ad una sua indagine del 1980 che si concluse con una relazione dal titolo "Savoca più quarantaquattro", che implicava fortemente la famiglia mafiosa Spataro, e che riguardava il contrabbando delle sigarette, già intrecciato al traffico degli stupefacenti. Nel processo per l'omicidio del maresciallo Ievolella, la I sezione presidiata da Corrado Carnevale ha annullato per ben tre volte la condanna dello stesso imputato

 

11 Settembre 1945 Ficarazzi (PA). Ucciso Agostino D'Alessandro, Segretario Camera del Lavoro. Si stava impegnando nella lotta contro la mafia dell' acqua.
L'11 settebre 1945 a Ficarazzi (PA)  viene ucciso Agostino D'Alessandro, guardiano di pozzi e segretario della camera del lavoro: aveva cominciato una lotta contro il controllo mafioso dell'acqua per l'irrigazione dei giardini. Era stato invitato a desistere ma aveva continuato la sua battaglia.

 

11 Settembre 1974 Seminara (RC). Ucciso Giuseppe Bruno, bambino di 18 mesi, mentre era sulle spalle del padre. Vittima innocente di una faida
L'11 Settembre 1974 a Seminara (RC) è stato ucciso Giuseppe Bruno, un bambino di 18 mesi, mentre era sulle spalle del padre. E' la vittima innocente di una faida iniziata il 17 settembre 1971 e che in tre anni fece 16 morti, tra cui anche il papà del bambino, che in quell'occasione fu solo ferito. Una faida nata per una frase di troppo e uno schiaffo di risposta.


12 Settembre 1988 Gela (CL). Resta uccisa Grazia Scimé, casalinga di 56 anni, mentre era a fare la spesa
Piazza Salandra, Gela (CL), sede del mercato rionale, il 12 Settembre 1988 è piena di gente. Due sicari in Vespa hanno un unico obiettivo, uccidere uno stiddaro. Sparano tra la folla e feriscono 4 casalinghe e il vero obiettivo.
Tra le vittime della sparatoria c'è Grazia Scimè, ha 56 anni, non è più tornata a casa.

 

12 Settembre 1997 Alcamo (TP) Gaspare Stellino, morto suicida perché solo contro il racket delle estorsioni.
Gaspare Stellino, 53 anni, titolare di una torrefazione nel centro di Alcamo (TP) si è suicidato il 12 settembre del 1997, per paura di dover confermare agli investigatori le accuse contro i boss che da anni lo taglieggiavano, che continuano a imporre il pizzo a decine e decine di commercianti, imprenditori, artigiani e chiunque svolga un'attività, compresi gli ambulanti, sperando così di "salvare" la sua famiglia dalle loro ritorsioni.

12 Settembre 2008 San Marcellino (CE). Uccisi Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi mentre stavano lavorando nel deposito di automezzi di proprietà del primo.
Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi furono uccisi il 12 settembre 2008 tra il territorio di San Marcellino e Trentola Ducenta con 20 colpi di pistola. Antonio Ciardullo, di 51 anni, ed Ernesto Fabozzi, di 43 anni, entrambi di San Marcellino, stavano riparando un furgone-frigo nel deposito di automezzi situato vicino al cimitero di San Marcellino, quando si sono avvicinati i sicari che hanno esploso venti colpi di pistola calibro 9×21 uccidendo Antonio ed Ernesto all'istante. Il 23 settembre 2010 la squadra mobile di Caserta  ha eseguito tre ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti della fazione dei casalesi. Le ordinanze sono state emesse dal Tribunale di Napoli su richiesa della DDA.
Ciardullo, imprenditore nel settore dei trasporti, fu assassinato – secondo le indagini della squadra mobile – per vendetta, per avere denunciato e fatto condannare con l'accusa di estorsione, 10 anni prima, un altro esponente del clan Giuseppe Guerra.
Fabozzi, dipendente di Ciardullo, fu ucciso, invece, perchè nel momento in cui i sicari entrarono in azione si trovava con il proprio datore di lavoro. Il duplice omicidio - hanno spiegato gli investigatori - è da inquadrare nell'ambito del tentativo di Giuseppe Setola e del suo gruppo di fuoco di imporre con omicidi ed attentati, tra la primavera del 2008 -  dopo l'evasione da una clinica del nord Italia -  e gli inizi del 2009, un clima di terrore nei territori controllati dall'organizzazione capeggiata da Francesco Bidognetti. (Fondazione Pol.i.s.)

13 Settembre 1920 Monreale. Assassinato Gaetano Millunzi, parroco della cattedrale. Molti attribuiscono la sua uccisione alla mafia e alla gestione delle acque legate alla mensa arcivescovile.
Parroco e canonico della Cattedrale di Monreale dal 1890, viene ucciso il 13 settembre del 1920, a colpi di lupara, nella sua casa di villeggiatura a Realcesi (Monreale). Intorno alla sua uccisione non si è fatto ancora chiarezza, sebbene molti l'attribuiscono alla mafia e alla gestione delle acque legate alla mensa arcivescovile.

 

13 settembre 1945 Corleone (PA). Ucciso Liborio Ansalone, comandante dei vigili urbani, padre di 6 figli. Il 20 dicembre 1926 Ansalone aveva guidato i militari del prefetto Cesare Mori per le vie del paese, indicando una per una le abitazioni dei mafiosi
Liborio Ansalone, 51 anni, padre di 6 figli, comandante dei vigili urbani di Corleone, fu ucciso la sera del 13 settembre 1945, mentre era diretto verso casa, colpito all’addome da tre proiettili.
Era una persona perbene, uno che si era sempre sforzato di fare il proprio dovere, e in molti, comprese le istituzioni, si chiesero chi l'avesse ucciso, ad appena 5 mesi e mezzo dall’assassinio di Calogero Comaianni. Liborio Ansalone non aveva avuto contrasti con alcuno, il delitto fu archiviato come "a carico di ignoti".
"Dalle «voci» che circolarono in paese, Ansalone aveva pagato un conto molto lontano nel tempo. Un conto antico, datato 20 dicembre 1926, il giorno della famosa «retata» del prefetto Mori a Corleone. Fu alle prime luci dell’alba di quel giorno che l’allora giovane comandante dei vigili urbani aveva guidato i militari di Cesare Mori per le vie del paese, indicando una per una le abitazioni dei mafiosi d’arrestare. «Era arduo spiegare che il comandante difficilmente avrebbe potuto sottrarsi all’ordine del superprefetto senza finire per primo in gattabuia o al confino»,ma sembra che «qualcuno era convinto che ci avesse goduto». Sarà stato questo «qualcuno», in quei convulsi mesi del secondo dopoguerra, a rivolgersi a don Michele Navarra, fresco capomafia del paese, per avere l’autorizzazione a saldare quel vecchio conto. Don Michele, evidentemente, non si fece pregare e diede il «via libera» per togliere di mezzo «uno sbirro», che si era permesso di «aiutare» Cesare Mori, mettendosi contro i «fratuzzi» di Corleone." (Fonte: cittanuove-corleone.it)

 

13 Settembre 1977 Bruzzano Zeffirio (RC). Ucciso Giulio Cotroneo, commerciante di 45 anni. Si era "impicciato" in un caso di rapimento.
Giulio Cotroneo, 45 anni, commerciante di Bruzzano Zeffirio (RC), fu ucciso a colpi di lupara il 13 Settembre del 1977.
Era amico della famiglia di Mariangela Passiatore, moglie di un imprenditore di Cinisello Balsamo, che era stata rapita mentre trascorreva le vacanze con il marito a Brancaleone.  Giulio Cotroneo voleva dare una mano nelle ricerche e nella mediazione coi rapitori. Forse aveva riconosciuto gli uomini della banda, forse aveva fatto troppe domande in giro. Così alle minacce fece seguito l'attentato.

 

13 Settembre 1978 Ottaviano (NA) Ucciso Pasquale Cappuccio, avvocato e consigliere comunale.
Il 13 settembre 1978, Pasquale Cappuccio, Consigliere socialista a Ottaviano viene ucciso.
Il Consigliere denuncia più volte la collusione della malavita con la politica in riferimento ad appalti e speculazioni edilizie volute da Cutolo e appoggiate dall'ex sindaco di Ottaviano, ex assessore provinciale, ex socialdemocratico tra i più votati in Italia, prima di essere stato espulso dallo stesso, Salvatore La Marca.
Il 13 settembre, il feroce agguato: Cappuccio è crivellato di colpi da un commando di killer mentre tornava a casa.
Muore sul colpo, mentre la moglie, che è in macchina con lui, se la cava con qualche graffio.In quell'occasione Francesco De Martino rimise la toga per assicurargli giustizia e sostenere gli interessi della famiglia al fine di difendere la sua memoria.
La Marca è accusato di esserne il mandante, ma inquisito durante il maxi-blitz anticamorra dell' 83, si rende latitante.
I giudici lo assolsero poi con formula piena. (Fondazione Pol.i.s.)

 

14 Settembre 1945 Favara (Ag). Uccisi Calogero Cicero e Fedele De Francisca, Carabinieri, da dei banditi che volevano rapinare una fattoria.
Calogero Cicero e Fedele De Francisca, Carabinieri, furono uccisi a Favara (AG) il 14 settembre del 1945, in uno scontro a fuoco con dei banditi che volevano rapinare una fattoria.
"Bande di ladri e assassini, armati di lupare e pistole, seminavano il terrore nelle campagne e nei paesi dell'Agrigentino. La notte del 14 settembre 1945 un gruppo di banditi di Palma di Montechiaro prese di mira la fattoria dei fratelli Buggera di Favara, per rubargli i proventi della vendita dell'uva. I banditi si appartarono in una zona soprastante la fattoria, senza sapere che da qualche tempo era sorvegliata da un nucleo di carabinieri.
Un bandito fu messo di guardia sulla sommità della collina, l'appuntato Cicero e il carabiniere De Francisca lo sorpresero appostato dietro a una grossa pietra: si aprì un conflitto a fuoco. Arrivò il resto della banda che cominciò a sparare all'impazzata: Cicero fu colpito al fianco e alla coscia sinistra; De Francisca, seppur ferito, affrontò i banditi, ma venne ucciso da due colpi di fucile. Le indagini si rivelarono inutili, tutti i fermati furono rilasciati perché gli inquirenti non trovarono prove a loro carico." (comunicalo.it)

 

14 Settembre 1982 Napoli. Ucciso Antimo Graziano, Brigadiere in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale
Antimo Graziano, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia era in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
Il 14 settembre 1982 rientrando dal servizio appena prestato, all'interno della propria autovettura, nei pressi dell'abitazione, cadde vittima di numerosi colpi d'arma da fuoco. Nel corso delle successive indagini è emerso il chiaro stampo camorristico dell’omicidio.
"Antimo Graziano era nato a Bellona, in provincia di Caserta, il 4 giugno del 1937. Era sposato con Maria Rosaria Marano, di trentanove anni e aveva due figlie, Concetta, di sei anni e Rosanna di due. Si era arruolato venticinque anni prima nel corpo delle guardie di custodia. Da sei era in servizio all'ufficio matricola di Poggioreale. Ma era troppo pericoloso. Aveva deciso di dedicarsi alla famiglia e uscirsene da quell'inferno di Poggioreale. Non gliene hanno dato il tempo." (Al di là della notte. Storie di vittime innocenti della criminalità, di Raffaele Sardo)

 

 

14 Settembre 1988 Trapani. Ucciso Alberto Giacomelli, magistrato in pensione. Aveva fatto sequestrare la casa del fratello di Totò Riina.
Alberto Giacomelli magistrato in pensione, fu ucciso il 14 Settembre 1988 a Locogrande (TP). Il suo cadavere fu ritrovato dietro la sua autovettura. Presentava un colpo di arma da fuoco alla testa ed un altro all’addome. Le indagini evidenziavano che il delitto era stato organizzato e compiuto da componenti della criminalità organizzata locale.
La sua firma apposta sul decreto di sequestro dei beni di Gaetano Riina, fratello di Totò, fu il pretesto che serviva al boss di Corleone per giustificarne la morte, con la quale “U curtu” avrebbe raggiunto il duplice scopo della vendetta personale e della minaccia esplicita a tutti coloro che si stavano mettendo contro la mafia.
"Il delitto è di quelli che fanno parte di una strategia. «Strategia di morte», firmata dalla mafia. È il primo di due assassini che nel giro di 12 giorni, nel settembre del 1988, scuoteranno Trapani, ma senza causare (si potrà capire da ciò che è accaduto negli anni che seguirono, fino ai nostri giorni) tanti sconvolgimenti, al solito l’emozione ha sempre presto ha lasciato spazio alla quotidianità e alla disattenzione rispetto all’evolversi della cosa mafiosa che in quegli anni proprio cambiava pelle e diventava impresa, entrando anche nelle stanze della politica, delle istituzioni e degli uffici pubblici." (Rino Giacalone)

 

14 Settembre 1990 Foggia. Ucciso Nicola Ciuffreda, imprenditore edile di 53 anni. Vittima del racket.
Nicola Ciuffreda, imprenditore edile di 53 anni fu ucciso a Foggia il 14 settembre del 1990. Una punizione esemplare per essersi rifiutato di pagare il racket delle estorsioni. Il primo ucciso dopo quattro imprenditori che negli ultimi mesi erano stati "avvertiti" con gambizzazioni ed ordigni nei negozi, programmati per esplodere durante l'orario di chiusura.
"Dietro l'escalation di violenza (questo è il quarto omicidio in meno di un mese) c'è senz'altro la saldatura fra malavita locale e criminalità di zone limitrofe, quel miscuglio esplosivo che ha fatto definire la Puglia una «regione ragionevolmente a rischio» dall'alto commissario Sica." (La Stampa del 15 Settembre 1990).

 

14 Settembre 1990 Napoli. Ucciso Paolo Longobardi, bambino di 8 anni.
Paolo Longobardi aveva solo otto anni e l'unica sua colpa era di essere figlio di un uomo affiliato ad un clan camorristico contrapposto ad un altro. Una lotta cruenta di cui il piccolo Paolo è la cinquasettesima vittima in meno di due anni .
E' accaduto a Napoli il 14 settembre del 1990.

 

14 Settembre 2000 NAPOLI. Muore Raffaele Iorio, autista di 63 anni, nel vano tentativo di difendere l'auto del suo datore di lavoro.
Raffaele Iorio, autista in pensione, nella serata del 13 settembre 2000, subisce il furto della Jaguar che un amico imprenditore gli aveva affidato. Raffaele aveva infatti scelto di continuare a lavorare facendo saltuariamente piccoli trasporti. I fatti avvengono nella periferia orientale di Napoli, in via Gianturco. Quella sera Raffaele venne attratto con l'inganno fuori dall'auto attraverso un tamponamento appositamente organizzato. Al posto di guida della Jaguar si è inserito a quel punto uno dei malviventi e Raffaele, nel tentativo di difendere qualcosa che neanche gli apparteneva, si è aggrappato con forza alla portiera. L'uomo è stato trascinato per almeno 700 metri sull'asfalto e alla fine scaraventato contro un palo della luce. Raffaele è morto dopo ore di agonia il giorno successivo in ospedale. Immacolata Iorio racconta così suo padre: "Era un uomo che amava la vita e la sua famiglia. Mio padre non sopportava i disonesti, gli era già capitato di subire aggressioni e in tutte le occasioni aveva reagito. Noi gli dicevano sempre di stare attento, ma non poteva sopportare i soprusi". Salvatore Romano e Massimo Incarnato, due dei tre componenti del gruppo di rapinatori, vennero arrestati pochi giorni dopo l 'omicidio di Raffaele. (Fondazione Pol.i.s.)



15 Settembre 1990 Bresso (MI). Restano uccisi Piero Carpita, portinaio di 45 anni seduto ad un bar, e Luigi Recalcati, 70 anni pensionato che stava passando in bicicletta. Vittime innocenti in un regolamento di conti.
Il 15 settembre del 1990 a Bresso, periferia nord di Milano, Piero Carpita, 46 anni, sposato e due bambine piccole, al bar con amici era andato a comprarsi delle sigarette, e Luigi Recalcati, un pensionato di 70 anni che in bicicletta stava andando a trovare dei parenti, restarono uccisi in una guerra di mafia tra due clan contrapposti della 'ndrangheta lombarda. Una guerra che in tre mesi fece 25 morti.



15 Settembre 1993 Palermo. Assassinato Padre Pino Puglisi a causa del suo costante impegno evangelico e sociale.
Don Giuseppe Puglisi, meglio conosciuto come padre Pino Puglisi (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993), è stato un presbitero italiano, ucciso da Cosa nostra il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale.
La sua lotta alla mafia inizia il 29 settembre 1990 quando venne nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella.
Egli non tentò di portare sulla giusta via coloro che erano già entrati nel vortice della mafia, ma cercò di non farvi entrare i bambini che vivevano per strada e che consideravano i mafiosi degli idoli, persone che si facevano rispettare. Egli infatti, attraverso attività e giochi, fece capire loro che si può ottenere rispetto dagli altri anche senza essere criminali, semplicemente per le proprie idee e i propri valori. Si rivolse spesso ai mafiosi durante le sue omelie, a volte anche sul sagrato della chiesa.
Don Puglisi tolse dalla strada ragazzi e bambini che, senza il suo aiuto, sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa, e impiegati per piccole rapine e spaccio. Il fatto che lui togliesse giovani alla mafia fu la principale causa dell'ostilità dei boss, che lo consideravano un ostacolo. Decisero così di ucciderlo, dopo una lunga serie di minacce di morte di cui don Pino non parlò mai con nessuno.
Il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, è stato proclamato beato. La celebrazione è stata presieduta dall'arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, mentre a leggere la lettera apostolica, con cui si compie il rito della beatificazione, è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco. (Wikipedia)
È il primo ecclesiastico riconosciuto martire della Chiesa ucciso dalla mafia.

 

16 Settembre 1970 Palermo. Scompare Mauro De Mauro, giornalista de "L'Ora"
Mauro De Mauro è stato un giornalista italiano, venne rapito la sera del 16 settembre del 1970, mentre rientrava nella sua abitazione di Palermo. Fu visto l'ultima volta dalla figlia Franca mentre posteggiava la macchina davanti la sua abitazione di via delle Magnolie. La figlia, nell'attesa che il padre raccogliesse le sue vettovaglie dal sedile della macchina, entrò nell'androne per chiamare l'ascensore, vedendo però che il padre non la raggiungeva uscì nuovamente dal portone e vide suo padre, circondato da due o tre persone, risalire in macchina e ripartire senza voltarsi per salutarla. Ella riuscì a cogliere soltanto la parola «amunì» detta da qualcuno a suo padre poco prima di mettere in moto e ripartire senza lasciare traccia.
La sera successiva l'auto venne ritrovata a qualche chilometro di distanza in via Pietro D'Asaro, con a bordo piccole vettovaglie che il giornalista aveva acquistato rincasando. L'auto fu ispezionata con cura, il cofano fu aperto dagli artificieri, ma non furono reperiti elementi utili al rintraccio. Furono allestiti posti di blocco e si disposero minuziose ricerche, ma dello scomparso non si seppe più nulla.
Il suo corpo non è mai stato ritrovato.

 

16 Settembre 1994 Filadelfia (VV). Scompare Francesco Aloi, 22enne. Vittima di lupara bianca. Di lui ritrovano un piede in una scarpa da tennis, arenato su una spiaggia.
Francesco Aloi è scomparso il 16 settembre 1994. Ha ventidue anni, è originario di Pizzo ma vive a Filadelfia. Quel pomeriggio dice di dover incontrare degli amici di un paese vicino, esce di casa e non ritorna più. La sua Audi viene ritrovata qualche giorno dopo vicino alla stazione di Lamezia, ma nessuno crede a un suo allontanamento volontario.
Non si hanno notizie del ragazzo fino al febbraio del '95, quando sulla spiaggia di Calamaio, a Pizzo, un pescatore fa una macabra scoperta: sulla riva c'è un piede in decomposizione, avvolto da una scarpa da tennis. Il giorno della scomparsa, Francesco indossava scarpe simili, stessa marca e stesso modello. Le analisi del DNA confermano le supposizioni: il ragazzo è stato ucciso e gettato nel Tirreno e, a distanza di mesi. la corrente ha restituito il suo arto, staccatosi dal corpo per l'azione dell'acqua del mare, che ha corroso carne, ossa e tendini.
Una verità che la famiglia non ha mai accettato, rifiutandosi di seppellire quei resti. Vogliono sapere cosa è accaduto, vogliono riavere Francesco "vivo o morto" e tengono alta la tensione. [...]
La vicenda si chiude con un nulla di fatto. L'unica cosa che resta è una tomba sulla quale nessuno lascia dei fiori. La verità e la giustizia sono state inghiottite, forse per sempre, dal tringolo della lupara bianca. (Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D.Chirico e A.Magro)

 

17 Settembre 1987 Placanica (RC). Assassinato Ilario Cosimo Marziano, carabiniere presso la stazione di Cutro (KR), mentre era in licenza.
Un colpo di pistola alla testa. Viene ammazzato così a Placanica, suo paese d'origine, il carabiniere Ilario Cosimo Marziano, trentaseienne, in servizio alla stazione di Cutro, in provincia di Crotone.
E' giovedì 17 settembre 1987. E' in licenza da tre giorni e ha deciso di tornare in paese per salutare i parenti e vedere gli amici. Con lui ci sono la moglie e i figli di sei e dodici anni. Il suo corpo viene trovato dentro al casolare che la sua famiglia usa per la vendemmia. E infatti Marziano è andato per sistemare le ultime cose prima di avviare la raccolta dell'uva. E' stato ucciso con un solo colpo di arma da fuoco. In macchina, la sua Ritrmo, gli investigatori hanno trovato la pistola di ordinanza chiusa in un involucro e il fucile da caccia. (Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico e A. Magro)

 

18 Settembre 1994 Taranto. Ucciso Carmelo Magli, Agente del Corpo di Polizia Penitenziaria.
"Carmelo Magli è un ragazzo di appena 24 anni quando, la tragica notte del 18 novembre 1994, viene trucidato da un commando di killer che, a distanza ravvicinata, gli esplodono numerosi colpi di mitraglietta, ponendo così fine alla sua giovane vita. Il caso di Carmelo è quello di una vita che, d’improvviso, giunge ad un bivio, cambia strada, dirigendosi verso una morte inaspettata.
Inaspettata perché in quel posto, a quell’ora, avrebbe potuto esserci anche un’altra persona. Gli assassini infatti non avevano scelto nome e cognome della loro vittima, aspettavano semplicemente il primo agente di Polizia Penitenziaria che sarebbe uscito dall’istituto al termine del servizio, alle ore 24.00.
La brutalità di questa esecuzione lasciò tutti con una immensa percezione di insicurezza e paura, quando si muore con modalità e moventi come quelli scelti dai killer di Carmelo, non si può dare alcuna logica motivazione ad una simile tragedia.
La sensazione di una vita normale, interrotta per un “capriccio” di una banda criminale ci lascia attoniti, tristi, smarriti. Capiamo allora quanto a volte sia sottile la parete che divide la vita dalla morte, da un lato la famiglia, gli affetti e l’amore, i figli, il lavoro, gli amici, i problemi di tutti i giorni, i progetti futuri, la speranza e la voglia di migliorarsi. Dall’altra il buio, infinito, il silenzio, la fine. Tutto questo avvenuto non per tua scelta, ma per una spietata imposizione altrui.
Imprevedibile, perché Carmelo nel suo lavoro si era sempre comportato con estrema correttezza e professionalità, tale che nulla potesse far presagire quel macabro epilogo.
Anche gli inquirenti, in base alle testimonianze raccolte durante l’istruttoria, non avevano ravvisato indizi per cui la vita di Carmelo potesse essere stata mai ritenuta in pericolo. Tanto è vero che non svolgeva servizi particolari all’interno dell’istituto tali da esporsi a rischi. Non erano stati mai registrati episodi critici che lo avessero coinvolto nel rapporto con i detenuti, nè aveva mai ricevuto strani segnali o era stato fatto oggetto di minacce capaci di far presagire simili eventi.
La morte di Carmelo si identifica quindi nell’atto di forza di un gruppo malavitoso, che sceglie la “morte” come monito, che si pone il fine di “ammorbidire”gli atteggiamenti degli Agenti nei confronti di alcuni detenuti dell’istituto di Taranto.
L’istituto di Taranto infatti, ospita molti detenuti appartenenti ad “importanti“ cosche mafiose pugliesi e calabresi" (Le due città)



18 Settembre 1999 Barra (NA). Ucciso Salvatore D'Ambrosio, finanziere di 23 anni. Un ragazzo gli sottrae l'arma di ordinanza e gli spara contro tutti i proiettili
Salvatore D’Ambrosio, finanziere a La Spezia, viene ucciso a Barra il 18 settembre 1999, mentre aspettava la fidanzata sotto casa. Un ragazzo del quartiere gli chiede una sigaretta e quando questi si accorge che Salvatore ha una pistola nella cintola prontamente gliela sottrae sparando un colpo alla gamba e quando D’Ambrosio si dichiara appartenete alle forze dell’ordine, il ragazzo preso dall’ira gli esplode contro tutti i colpi della pistola, uccidendolo con efferatezza. Orfano di padre, lascia la sua giovane madre e quattro fratelli.

 

18 Settembre 2008 Castel Volturno (CE). Strage di San Gennaro. Morirono 6 giovani ghanesi: Ibrahim Muslim "Alhaji", Karim Yakubu "Awanga", Julius Francis Kuame Antwi, Sonny Abu Justice , Eric Affun Yeboa, Wiafe Kwadwo Owusu.
Strage di San Gennaro (Castel Volturno)"A Castelvolturno (CE), il 18 settembre 2008, 7 killer della camorra uccisero con 120 proiettili sei persone di colore: Cristopher Adams, Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboah, Alex Geemes, El Hadji Ababa, Samuel Kwaku. Viene ferito Joseph Ayimbora.
La strage degli immigrati pare sia stata causata nell'ambito del mercato della droga. A quanto risultato dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti è emerso che gente della comunità volesse costituire un clan a sé stante per la gestione dello spaccio, come dimostrato da tentati omicidi e missioni punitive avvenute tempo addietro contro gli immigrati a conferma di questa tesi.
I tre principali responsabili della strage sono stati inchiodati da foto segnaletiche dei carabinieri mostrate al ghanese Joseph Ayimbora durante il ricovero in ospedale. Grazie alla testimonianza dell'unico sopravvissuto, è emerso che i sicari indossavano divise della polizia.
Il 25 marzo 2011 la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere ha emesso quattro ergastoli per Giuseppe Setola, Davide Granato, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e una condanna a 30 anni per Antonio Alluce, riconoscendo come aggravanti quelle dell'odio razziale e della finalità terroristica" (Fondazione Pol.i.s.)


19 Settembre 1959 Palermo. Uccisa Giuseppina Savoca, 12 anni, mentre giocava per strada.
Giuseppina Savoca aveva 12 anni. Morì colpita da un proiettile vagante nel corso di una sparatoria, avvenuta la sera del 19 settembre ’59 in via Messina Marine a Palermo, nella quale rimase ucciso un pregiudicato.
Giuseppina non morì immediatamente, fu trasportata in ospedale e si spense per complicazioni polmonari tre giorni dopo il ricovero.



Bivona (AG) 30 Maggio 1994 Ucciso Ignazio Panepinto, titolare di un impianto di calcestruzzo. 19 Settembre 1994 Uccisi Calogero Panepinto, fratello di Ignazio, e Francesco Maniscalco, operaio di 42 anni, presente all'agguato.
Calogero Panepinto, 54 anni, titolare di un impianto di calcestruzzo, fu ucciso a Bivona (AG) il 19 settembre 1994 insieme al dipendente Francesco Maniscalco, 42 anni. Il 30 Maggio 1994 Uccisero Ignazio, il fratello di Calogero.
"Le indagini sostennero l'ipotesi che Calogero Panepinto era stato ucciso perché aveva fatto lo "sgarro" di riaprire la cava, di essersi rimesso a fare affari e questo disturbava gli affari degli appalti pubblici, monopolio delle cosche. Quali affari? Forse quelli della canalizzazione della diga Castello o qualche altro grosso appalto che si stava realizzando in quella zona montana. Francesco Maniscalco, invece, morì perché aveva visto troppo e la mafia non lascia mai testimoni" (Senza Storia, di Alfonso Bugea e Elio di Bella).


19 Settembre 1994 Carovigno (BR). Ucciso Leonardo Santoro, era il fratello di un collaboratore di giustizia
Leonardo Santoro, era il fratello di un collaboratore di giustizia. Fu ucciso il 19 Settembre 1994 a Carovigno (BR).


20 Settembre 1988 Baia Domizia (CE). Ucciso Giuseppe Mascolo, farmacista di 61 anni. Si era rifiutato di scendere a patti con la camorra.
Giuseppe Mascolo, titolare di una nota farmacia a Cellole, un piccolo comune vicino a Sessa Aurunca, dove aveva ricoperto vari incarichi politici comunali, viene ammazzato nel 1988 a Baia Domizia, nei pressi della sua abitazione.
Sul delitto si susseguono parecchie ipotesi mai confermate. Il caso inizialmente viene archiviato.
Il pentito Mancaniello, esponente del clan "Muzzoni", ascoltato dal procuratore che allora seguiva la diatriba tra casalesi e i clan antagonisti della zona, il dott. Raffale Cantone, riceve una rivelazione da un esponente del clan dei casalesi di Baia Domizia. Questi gli aveva confidato che l'omicidio Mascolo era stato un errore. Beneduce, che all'epoca era ancora alleato dei "Muzzoni", pretendeva qualcosa dal farmacista ma lui si era rifiutato, cosicché il boss aveva mandato alcuni suoi uomini per intimorire la vittima, ma forse a causa di una reazione del farmacista era partito un colpo di pistola che l'aveva ammazzato.
Il pentito fece anche il nome di alcuni esecutori materiali, come Toraldo detto "il Guercio" e un tale Lucio.
Queste dichiarazioni, sebbene stringate, furono sufficienti per far riaprire il caso. Fondamentale fu altresì la collaborazione della moglie di Toraldo che confermò tutte le sue dichiarazioni precedenti, comprese quelle che facevano riferimento al delitto Mascolo, ucciso nel 1988 dallo stesso Toraldo, uomo di fiducia di Beneduce.
Silvana racconta che i rapporti tra il suo compagno e Beneduce andavano peggiorando al punto tale che il clan riteneva Toraldo inaffidabile e per questo motivo, secondo la moglie Silvana, lo fecero sparire.
Durante il processo fondamentale fu la testimonianza del figlio del farmacista, Luigi Mascolo, per la ricostruzione della dinamica del fatto.
"Come ogni sera avevo chiuso la farmacia, per poi rincasare. Ciascuno di noi rientrava con la propria macchina. Io ero tornato a casa pochi minuti dopo mio padre quando mi sono imbattuto in un'auto che si allontanava a tutta velocità. Credendo fossero ladri, li ho inseguiti, per prendere il numero di targa, ma tornato a casa, ho trovato mio padre riverso sui sedili anteriori della macchina privo di vita. Mia madre che si trovava in casa aveva sentito prima un urto e poi uno sparo".
Il processo si è concluso con la condanna a 21 anni per uno dei due esecutori, nessuna condanna per Toraldo e Beneduce, perché già morti.
La sentenza di primo grado, che ha visto la famiglia di Mascolo costituirsi parte civile, è stata poi confermata in Appello e in Cassazione. (fondazionepolis.regione.campania.it)

 

20 Settembre 2009 Crotone. Domenico Gabriele, Dodò, bambino di 11 anni, muore in ospedale a Catanzaro dopo tre mesi di agonia.
Domenico Gabriele, aveva undici anni, fu vittima inconsapevole di una mano vigliacca e assassina che il 25 giugno del 2009 sparò su un campo di calcio nella località Gabella (Crotone). Il 20 settembre è il giorno in cui il cuore di Dodò smise di battere per sempre. Il sicario sparò all'impazzata sul campetto di calcio, mirava a Gabriele Marrazzo, un emergente della mala locale, che inseguiva la stessa palla. Oltre al morto, dieci feriti, compreso Domenico.
"Di quella terribile giornata il padre racconta alla giornalista Conchita Sannino di Repubblica: "Io mi alternavo in campo con Domenico, era a dieta e con questa scusa voleva giocare ancora di più, perdere peso. Così, ogni dieci minuti io me ne andavo a bordo campo e facevo segno a lui di entrare. È stato in uno di quei minuti che l'ho visto cadere. All'inizio non ho fatto caso a quei colpi, sembravano dei mortaretti. Invece, dopo un secondo, Domenico si è accasciato. L'ho preso in braccio, ho gridato con tutto il fiato che avevo, lui mi guardava ma già cominciava a non essere più presente". Poi comincia il calvario: ricoverato a Crotone, poi a Catanzaro, operato al fegato e al cervello. Dice sua madre: "Ogni giorno sono stata in ospedale a stringergli la mano. Dicono che non poteva parlare e muoversi, ma lui reagiva. Mi dava la mano e vedevo scorrere le lacrime. Gliele potevo asciugare"." (Da il programma "chi l'ha visto")

 

20 Settembre 2010 Napoli. Assassinata Teresa Buonocore, aveva fatto arrestare l'uomo che aveva abusato di sua figlia.
Teresa Buonocore fu assassinata, con quattro colpi di pistola, la mattina del 20 settembre 2010, in via Ponte dei Francesi a Napoli.
La donna si era costituita parte civile nel processo contro Enrico Perillo, 53 anni di Portici (Na), condannato a 15 anni di reclusione (attualmente è detenuto a Modena) nel giudizio di primo grado, per violenza sessuale ai danni di tre minorenni. Fra le vittime, anche una delle figlie della donna.
Ad armare la mano dei sicari la sete di vendetta contro la donna, la mamma, che aveva scelto di chiedere giustizia.
L'ordine di uccidere Teresa arrivo' dal carcere, dove Perillo si trovava per la vicenda degli abusi. Al geometra vengono contestati anche altri tre reati: l'incendio appiccato allo studio dell'avvocato Maurizio Capozzo, quello all'abitazione di un vicino e quello all'abitazione della stessa Teresa Buonocore; Perillo ne e' considerato il mandante, mentre autore degli incendi fu, per sua stessa ammissione, Alberto Amendola. Dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo e dal sostituto Danilo De Simone, e' inoltre emerso che Perillo stava cercando di ottenere la ritrattazione in appello delle dichiarazioni accusatorie rese dalle bimbe vittime delle violenze o comunque di minarne l'attendibilita'; non e' escluso che nel prosieguo delle indagini emergano elementi a carico di altre persone.
Il 21 luglio 2011 al Tribunale di Napoli si è tenuta l'udienza preliminare del processo relativo all'omicidio di Teresa. Per l'omicidio è stato rinviato a giudizio Enrico Perillo, per l'accusa mandante del delitto. Alberto Amendola e Giovanni Avolio, ritenuti gli esecutori, hanno chiesto e ottenuto di essere giudicati con il rito abbreviato. Sono state ammesse come parti civili il Comune di Portici (dove la donna risiedeva), il Comune di Napoli (dove si è verificata la tragedia), il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Napoli (col quale la Fondazione Pol.i.s. svolge un'attività di orientamento legale a beneficio dei familiari delle vittime) e il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità. Gli esecutori materiali dell'omicidio di Teresa sono stati condannati a 18 anni (Avolio) e a 21 anni (Amendola) di reclusione.
Nel mese di Luglio 2012 è stata confermata in Appello la condanna a 15 anni di reclusione per Enrico Perillo per il reato di pedofilia. Ancora in corso il processo nei confronti dello stesso, per l'omicidio di Teresa Buonocore.

 

21 Settembre 1982 Paola (CS9 Mario Lattuca, operaio di 40 anni, fu ucciso per errore la sera del 21 settembre 1982, aveva accettato un passaggio.
Mario Lattuca, operaio di Paola, venne ucciso il 21 settembre del 1982, mentre tornava a casa dal lavoro.
Aveva 40 anni. Un suo collega alla fine del turno gli offrì un passaggio in auto. Ma dopo aver percorso un breve tragitto, un killer che era in attesa in una zona buia e isolata, iniziò a sparare all'impazzata cercando di colpire il proprietario della "Giulia super".
In macchina con loro c'era anche un altro operaio che era seduto a fiancodel guidatore. Mario Lattuca si era sistemato sul sedile posteriore ed ebbe la peggio perché i suoi compagni di lavoro riuscirono a schivare i colpi abbassandosi immediatamente e riuscendo persino ad aprire lo sportello e darsi alla fuga. Lui rimase l'unico ad essere raggiunto dai proiettili che gli venivano sparati contro.
L'operaio morì immediatamente.
Dinanzi alla Corte D'Assise di Cosenza vennero processate due persone. Ma furono entrambe assolte per insufficienza di prove dall'accusa di essere gli esecutori materiali del delitto anche se fu ritenuto "altamente probabile il concorso morale" nell'evento, ipotizzando che che quell'agguato potesse essere una risposta a un altro attentato che si era verificato due settimane prima. Questi elementi, tuttavia, sono stati ritenuti insufficienti per una condanna.
L'omicidio di Mario Lattuca, ucciso per errore,ancora oggi è sensa colpevoli. (foto ed articolo dal quotidianodelsud.it)

 

21 Settembre 1986 La Prima strage di Porto Empedocle. Restarono uccisi, vittime innocenti, il giovane Filippo Gebbia e Antonio Morreale
È la sera del 21 settembre del 1986. La gente passeggia lungo il corso principale di Porto Empedocle. Due passi, due chiacchiere, un gelato a chiudere una delle ultime sere d’estate. Le raffiche rabbiose dei kalashnikov, nell’oscurità di un blackout provocato, chiudono vite.
La luce torna in paese, ma gli occhi di quanti giacciono a terra rimarranno per sempre spenti. Sei morti ammazzati, tra i quali due vittime innocenti: Antonio Morreale e Filippo Gebbia.
Si consuma così, in pochi attimi, quella che nella storia criminale e mafiosa passa come la Prima strage di Porto Empedocle. E’ l’inizio della guerra tra Cosa Nostra e Stidda che lascerà sul campo centinaia di morti ammazzati. Una strage con sangue innocente. Filippo Gebbia, aveva 30 anni ed era un tipo allegro e socievole. Era a passeggio con la fidanzata che avrebbe voluto sposare presto. Antonio Morreale era un tranquillo pensionato che attendeva il genero per rientrare a casa. Aveva deciso di stare seduto al bar per gustarsi un gelato insieme alla moglie Bianca Frassi, una piemontese. Il suo tavolo era troppo attiguo a quello dei Grassonelli e quando arrivò la furia omicida, fu travolto da una scarica di piombo.

 

21 settembre 1990, sulla statale tra Canicattì e Agrigento viene ucciso il giudice Rosario Livatino.
Erano passate da poco le 8,30 quella mattina del 21 settembre 1990. Il giudice Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, da Canicattì, dove abitava, con la propria auto si stava recando al tribunale di Agrigento, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo affiancano costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari sparano numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino tenta una disperata fuga, ma viene bloccato. Sceso dal mezzo, cerca scampo nella scarpata sottostante, ma viene finito con una scarica di colpi.
Sul posto arrivano i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l'allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala Paolo Borsellino. Per la morte di Rosario Livatino sono stati individuati i componenti del commando omicida e i mandanti, tutti condannati all'ergastolo. Secondo la sentenza, è stato ucciso perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la 'Tangentopoli siciliana' e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni.

 

21 Settembre 1999 Foggia. Ucciso Matteo Di Candia, stava festeggiando il suo onomastico in un bar.
Era il 21 Settembre del 1999, stava festeggiando il suo onomastico brindando insieme con alcuni amici nel bar Elia, a Foggia, in via Giuseppe Fania, quando due killer hanno sparato all'impazzata una quarantina di colpi per colpire un pregiudicato seduto ad un tavolino all' esterno del locale.
Così Matteo Di Candia, 62 anni, di Foggia, è rimasto ucciso per caso. Il pensionato, il quale non era sposato e viveva con la madre, non si sarebbe accorto di nulla e, colpito, si è accasciato sul pavimento.

 

22 Settembre 1919 Prizzi (PA) Ucciso il sindacalista Giuseppe Rumore.
22 Settembre 1919 Prizzi (PA) Ucciso il sindacalista Giuseppe Rumore. "Fu grande sindacalista socialista. All'inizio del secolo XX il movimento dei contadini fu largamente influenzato e diretto dai socialisti, specie nella provincia di Palermo per le lotte dei contadini e il riscatto delle loro condizioni di vita. Giuseppe Rumore ricoprì la carica di segretario della sezione socialista e dei reduci di guerra. Mentre il partito era impegnato a livello nazionale nella polemica tra riformismo e massimalismo, i socialisti siciliani lavorano per la costituzione di una federazione agricola siciliana che nacque per l'appunto dal Convegno Enna del febbraio 1919. L'8 giugno 1919, la Federazione decise di aderire alla Confederazione generale del lavoro. Scopo essenziale di tutta quest'attività era per Rumore la costituzione di un unico fronte tra i lavoratori delle leghe e gli operai di Palermo contro i grandi gabelloti e i proprietari, per porre fine alle loro prepotenze ed iniziare una nuova era di giustizia sociale. Il 31 agosto 1919 si tenne a Prizzi un grande comizio, cui seguirono quelli di Palazzo Adriano e dei comuni vicini. I proprietari, preoccupati di perdere i loro antichi privilegi, non esitarono ad organizzarsi e spezzarono con una lunga serie di omicidi il movimento dei contadini. Giuseppe Rumore fu ucciso davanti alla sua abitazione, sotto gli occhi della moglie e della figlia di quattro anni."

 

22 Settembre 1946 Alia (PA). I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione restarono uccisi a seguito di un attentato alla Camera del Lavoro.
22 Settembre 1946 Alia (PA). I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione restarono uccisi a seguito di un attentato alla Camera del Lavoro.
"Nel 1946, esattamente il 22 settembre, mentre era in corso una riunione di contadini, nella casa del segretario della Camera del Lavoro ad Alia (Pa), per discutere delle possibilità di assegnare i feudi “Raciura” e “Vacco” alle cooperative di contadini, in seguito ai decreti Gullo, ignoti lanciarono bombe a mano all’interno della casa e poi spararono colpi di lupara. I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione morirono sul colpo, mentre altri 13 rimasero feriti.
I contadini stavano preparando l'occupazione dei feudi gestiti da gabellotti mafiosi. " (Liberanet.org)

 

23 settembre 1983 Palermo. Rosalia Pipitone, madre di un bimbo di quattro anni, venne fatta uccidere dal padre. Colpevole di voler dividersi dal marito, fu uccisa nel corso di quella che apparve come una rapina compiuta da balordi.
Il 23 settembre 1983 Lia Pipitone, una ragazza di Palermo di 25 anni, madre di una bambino di 4 anni, entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia.
La rapina è solo una messinscena, racconteranno nel 2003 i pentiti Francesco Marino Mannoia e Francesco Onorato. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, Antonino Pipitone, boss dell'Arenella, quartiere dove vivono, protetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Lia aveva comunicato al padre la sua volontà di lasciare il marito ed andare a vivere per conto suo, contravvenendo alle leggi della mafia.
Il giorno dopo l’omicidio di Lia viene trovato morto anche Simone Di Trapani, un lontano cugino con cui Lia aveva un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale.
Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».
Antonino Pipitone verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.
La storia di Lia è raccontata nel libro "Se muoio sopravvivimi" scritto dal giornalista Salvo Palazzolo insieme al figlio di Lia, Alessio.

 

23 Settembre 1985 Vomero (NA). Ucciso Giancarlo Siani, cronista del "Mattino", che aveva raccontato, con estrema cura e abilità, le guerre tra i clan camorristici.
Giancarlo Siani, 26 anni, giornalista del Mattino, fu assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985 perché, attento e rigoroso nel suo lavoro, era deciso a conoscere fino in fondo il mondo della camorra e a portare alla luce ciò che di ignoto si nascondeva al suo interno e con i suoi articoli dava molto fastidio alle famiglie mafiose. Erano almeno in due gli assassini che gli spararono mentre era seduto nell'auto sotto casa, in Piazza Leonardo-Villa Majo nel quartiere Vomero di Napoli. Fu colpito 10 volte in testa da armi da fuoco 7.65mm.
Per chiarire i motivi che ne determinarono la morte e identificare mandanti ed esecutori materiali furono necessari 12 anni e le rivelazioni di tre pentiti.
Il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della corte d'assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i mandanti dell'omicidio (i fratelli Lorenzo, poi morto, e Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante detto Maurizio) e i suoi esecutori materiali (Ciro Cappuccio e Armando Del Core). In quella stessa condanna appare, come mandante, anche il boss Valentino Gionta. La sentenza è stata confermata dalla Corte di Cassazione, che però dispose per Valentino Gionta il rinvio ad altra Corte di Assise di Appello: si è svolto un secondo processo di appello che il 29 settembre del 2003 l'ha di nuovo condannato all'ergastolo, mentre il giudizio definitivo della Cassazione lo ha definitivamente scagionato per non aver commesso il fatto. (Tratto da wikipedia)

 

23 Settembre 1999 Ercolano (NA). Ucciso Marco De Franchis. Era andato a lamentarsi da un boss perché il figlio era stato pestato.
Marco De Franchis, un impiegato comunale di 45 anni è stato ammazzato ad Ercolano (NA), il 23 Settembre 1999, con quattro colpi di pistola allo stomaco. Quella sera carabinieri e poliziotti si guardarono in faccia ed ebbero l'impressione di essere di fronte a una storia difficile da decifrare. Tutto faceva pensare a un omicidio di camorra: la dinamica, la rapidità dell'azione, il tipo di arma usata. Tutto tranne la vittima: un tipo tranquillo, uno che campava con il suo stipendio, viveva in un'anonima palazzina di via Panoramica - una strada che a dispetto del nome non ha niente di panoramico. Ma un agguato alle undici di sera, con i killer che scappano su uno scooter dopo aver esploso più di mezzo caricatore e aver mandato a segno tutti i colpi, non è che faccia pensare a una questione passionale o roba del genere. Infatti, dopo che i carabinieri arrestarono i tre presunti assassini (21, 23 e 25 anni), tutti appartenenti alla cosca degli Ascione, quella che in paese era considerata la vincente, si è capito che anche stavolta c'entrava la camorra. Ma non per un regolamento di conti: De Franchis è stato ucciso perché, dopo che suo figlio era stato pestato in strada da un paio di "guaglioni" di un clan, lui era andato a protestare con il boss. E la sera si è trovato i killer sotto casa. C'entra la camorra e però c'entra anche la mentalità della vittima, che quando ha visto il suo ragazzo coperto di lividi, non ha pensato di rivolgersi alla polizia o ai carabinieri. Come se anche lui, che pure era una persona per bene, desse per scontato che la legge da quelle parti è appaltata ad altri. Esattamente come quelli che per liberarsi di un ladruncolo non ci hanno pensato su: si sono rivolti agli Ascione. (Tratto dal Corriere della Sera)

 

24 Settembre 1983 Palermo. Viene trovato morto Simone Di Trapani, un lontano cugino di Lia Pipitone, uccisa su ordine del padre il giorno prima in una finta rapina, con cui aveva un rapporto speciale. Un omicidio camuffato da suicidio.
Simone Di Trapani, lontano cugino di Lia Pipitone, era solo un amico del cuore, con cui Lia si confidava. Ma nel quartiere dove vivevano, l'’Arenella, ciò corrispondeva ad uno scandalo, e da lì a poco si diffuse la voce che i due fossero amanti. Per questo fu ucciso il 24 settembre 1983, il giorno dopo l'assassinio di Lia. Un pentito, Angelo Fontana, ha raccontato di due finti operai del gas che scaraventarono giù dal quarto piano Simone, ma soltanto dopo avergli imposto di scrivere una lettera in cui diceva di essersi suicidato per amore.

24 settembre 2004 Locri (RC). Muore in ospedale Massimiliano Carbone a seguito delle ferite riportate nell'agguato mafioso del 17 settembre. La famiglia ancora in attesa del riconoscimento della verità e di giustizia.
[...] Massimiliano Carbone, trentenne di Locri. Una storia limite, nel bene e nel male. Una storia rimossa dalla coscienza collettiva perché scomoda. Ma non dimenticata, grazie al coraggio e alla tenacia di una madre da anni in cerca di giustizia e verità, spesso sola e controcorrente.Tutti sapevano nel quartiere della storia di Massimiliano con quella donna più grande di lui. Le voci cir colano in fretta a Locri. Le visite frequenti in quella casa, solo e sempre quando il marito non c'era, erano più che una confessione. Ma in pochi avevano capito che il piccolo era proprio figlio di quel giovane uomo.
Non è più una questione di passioni, ma di scelte di vita. A venticinque anni, Massimiliano è pronto a fare la sua parte, ma la donna che ha dato al mondo il suo primo figlio (primo per Massimiliano ma non per la donna) tentenna. Il bambino glielo fa vedere in fugaci momenti rubati al menage familiare, nell'androne del palazzo dove abita. Anche la nonna Liliana Esposito ha il permesso di conoscere quel suo nipote segreto. Cercano di convincere la madre a dare al bambino il suo vero cognome, a lasciare tutto e a ripartire da zero. Ma come nelle peggiori fiction televisive, quella donna decide di continuare la propria vita e fare finta di nulla: forse è il prezzo che deve pagare per il suo adulterio, forse ha paura della reazione del marito. Resta quel bambino a testimonianza di un amore impossibile.
Il tempo passa, Massimiliano continua la sua vita, diventa presidente della cooperativa sociale Arcobaleno (che si occupa di affissione e lavaggio dei muri) e s'impegna nel mondo del volontariato. Vede suo figlio crescere, lo osserva da lonta [Massimiliano Carbone] no, lo incontra anche. Ha già cinque anni e gli assomiglia molto, troppo. La situazione diventa esplosiva quando Massimiliano decide di uscire allo scoperto: è pronto a rivendicare la paternità del piccolo [...] per via legale. Ma sarebbe uno smacco indelebile, e qualcuno decide di risolvere la pratica coi vecchi metodi. E' il 17 settembre del 2004 e come ogni venerdì sera Massimiliano veste scarpette e pantaloncini e con gli amici s'impegna in una sfida a calcetto. E' un appuntamento fisso, l'occasione migliore per colpirlo. Lo aspettano sotto casa. Uno fa la guardia alla via d'accesso e quida il killer, appostato dietro a un muretto che cinge il cortile interno del condominio. Gli basta salire su un masso per avere una visuale perfetta degli ultimi metri che conducono all'androne.
Massimiliano e il fratello arrivano in auto, superano il cancello, parcheggiano. Il bersaglio è a pochi metri, basta un solo colpo per ferirlo a morte. I pallettoni, esplosi da un fucile calibro 12 a canne mozze, si fanno largo sul fianco di quel ragazzone di trent'anni.
Attorno alle venti e venti l'arrivo in ospedale a Locri. Massimiliano ha perso molto sangue, lo operano d'urgenza per rimettere apposto l'arteria femorale. E' grave, ma può ancora farcela. Segue un secondo intervento, poi la situazione precipita e inizia una lenta agonia.
Muore la mattina del 24 settembre. Il suo ultimo pensiero è per quel figlio segreto, le sue ultime parole sono per strappare una promessa alla madre Liliana: "Ma', varditi u figghiolu". (Tratto da Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro Ed. Castelvecchi)

 

25 Settembre 1979 Palermo. Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Cesare Terranova e Lenin Mancuso, Maresciallo P.S., suo collaboratore e guardia del corpo.
Il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, una Fiat 131 arriva sotto casa del giudice Cesare Terranova a Palermo per condurlo in ufficio. Il magistrato si pone alla guida della vettura; accanto a lui siede il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, al quale è stata affidata la sua protezione. L'auto imbocca una strada secondaria che trova inaspettatamente chiusa per "lavori in corso". A quel punto, alcuni killer affiancano l'auto e aprono il fuoco con una carabina Winchester e con delle pistole. Il magistrato ingrana la retromarcia nel tentativo di sottrarsi ai proiettili; il maresciallo Mancuso impugna la Beretta di ordinanza. Viene esplosa una trentina i colpi. Il giudice muore sul colpo, Mancuso poche ore dopo in ospedale.
Durante la sua attività di Giudice Istruttore a Palermo, Terranova seppe cogliere le metamorfosi che la mafia stava subendo nel suo divenire da agricola a imprenditrice, conquistando privilegi, commesse e licenze edilizie. Nei suoi scritti, il magistrato pone spesso l'accento sulla necessità di "leggi adeguate, polizia efficiente, giudici sereni" quali strumenti indispensabili nella lotta contro le mafie. Per Terranova non dovevano esistere "santuari inviolabili": "La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d'animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie e non c'è una mafia buona o cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. E, tuttavia, è cosa diversa dalla comune delinquenza: è, per dirla come Leonardo Sciascia, un'associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria fra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di arricchimento per i propri associati".
Solamente il 15 maggio del 2000 Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Pippo Calò, Nenè Geraci, Michele Greco (tutti i membri della Commissione mafiosa al momento del delitto) sono stati condannati all'ergastolo come mandanti dell'omicidio Di Terranova (Liggio era morto). Leoluca Bagarella, Vincenzo Puccio, Pippo Gambino, Ciccio Madonia, esecutori materiali. Dopo 25 anni, nel mese di ottobre 2004, la Corte di Cassazione ha confermato gli ergastoli per Totò Riina, Michele Greco, Nenè Geraci e Francesco Madonia. (Tratto da associazionemagistrati.it)


25 Settembre 1988 Canicattì (PA). Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Antonino Saetta e il figlio Stefano
Antonino Saetta, Presidente della I Sezione della Corte d'appello di Palermo, fu ucciso, insieme al figlio Stefano, il 25 settembre 1988, sulla strada Agrigento-Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicattì, al battesimo di un nipotino.
Nel 1985-86, fu Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta ed è qui che si occupò, per la prima volta nella sua carriera, di un importante processo di mafia, quello relativo alla strage in cui morì il giudice Rocco Chinnici, e i cui imputati erano, tra gli altri, i "Greco" di Ciaculli, vertici indiscussi della mafia di allora, e pur tuttavia incensurati. Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di I' grado. Antonino Saetta fu poi nuovamente a Palermo, quale Presidente della I sez. della Corte d'Assise d'Appello. Qui si occupò di altri importanti processi di mafia, in particolare presiedette il processo relativo alla uccisione del capitano Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti Vincenzo Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia.
Nel 1996 sono stati condannati all'ergastolo, dalla Corte d'Assise di Caltanissetta, per il duplice efferato omicidio, i capimafia Salvatore Riina, Francesco Madonia, e il killer Pietro Ribisi. La condanna, confermata nei successivi gradi di giudizio, è passata in giudicato.
Il movente dell'assassinio è stato ritenuto triplice: "punire" un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti pressioni mafiose esercitate; “ammansire” con un'uccisione eclatante, gli altri magistrati giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia; "Prevenire" la probabile nomina di un magistrato ostico, quale Antonino Saetta, a Presidente del cosiddetto Maxiprocesso d'appello alla mafia. (fonte Wikipedia)


25 Settembre 1998 Gioia Tauro (RC). Ucciso Luigi Ioculano, presidente di un'associazione e fondatore di un periodico locale, aveva preso posizione contro il nuovo piano regolatore e gli interessi della 'ndrangheta.
Luigi Ioculano nasce a Seminara (RC) il 27 Aprile del 1941 e trascorre la maggior parte della sua vita a Gioia Tauro, dove esercita la sua professione di Medico  e dimostra tutto il suo attaccamento alla gente gioiese cominciando ad interessarsi della vita pubblica. Fonda insieme a degli amici l’associazione “Agorà” e dal periodico di questa associazione inizia, il suo tentativo di valorizzare la cultura della legalità che si concretizza con la continua proposta di iniziative sociali e culturali convinto che attraverso questa sarebbe stato possibile fare riemergere i valori di giustizia e legalità tra la gente della sua città.
Contemporaneamente non perde occasione per denunciare pubblicamente le irregolarità che riscontra nella vita pubblica. Non si esprime  sottovoce ma scrive ed esprime il suo pensiero senza alcuna paura. Le sue denunce si scontrano, nella maggior parte dei casi, con gli interessi delle organizzazioni malavitose che controllano il territorio di Gioia Tauro.
Si interessa  delle questioni inerenti l’ospedale, alcuni appalti pubblici, il piano regolatore comunale e si oppone con forza alla costruzione del termovalorizzatore.
Fu ucciso la mattina del 25 Settembre 1998, mentre esce  per andare a lavorare nel suo studio, a pochi passi dalla sua casa di Gioia Tauro, quattro colpi di pistola, due al petto e due alla testa.
Il 20 Aprile del 2007, nel processo di primo grado, vengono  condannati all’ergastolo Peppe Piromalli, il boss della Piana e Rocco Pasqualone ritenuti rispettivamente mandante ed esecutore dell’omicidio.
La sentenza viene però ribaltata dalla Corte d’Assise d’Appello che il 19 giugno 2009 li assolve entrambi, e definitivamente affossata dopo che la Corte di Cassazione respinge il ricorso della Procura della Repubblica di Palmi dichiarando con una sentenza contraddittoria che erano giuste la causale e la richiesta per la imputabilita’ del Piromalli ma valutando troppo fragili gli ulteriori elementi che avrebbero dovuto dimostrare la partecipazione concreta del boss all’omicidio. (Fonte Libera Presidio Cuorghè "Luigi Ioculano")

 

26 Settembre 1978 Bolognetta (PA). Ucciso Salvatore Castelbuono. Vigile Urbano. Collaborava con i carabinieri di Bolognetta e il Reparto Operativo dell'Arma di Palermo nelle operazioni di ricerca dei latitanti corleonesi.
Salvatore Castelbuono, meglio conosciuto come Totò, vigile urbano di Bolognetta (PA), padre di 4 figli, il 26 settembre 1978 venne colpito a morte con 5 colpi di pistola p38 all’interno della sua autovettura in territorio del Comune di Villafrati, al confine con quello di Bolognetta, a una quindicina di chilometri da Palermo. Indossava la propria divisa.
"Era uomo che credeva nella legalità nel rispetto delle istituzioni e delle leggi, infatti, per l’attaccamento al genere di servizio che egli espletava, era strettamente legato ai carabinieri di Bolognetta e anche ai militari dell’ Arma di Palermo del reparto di polizia giudiziaria. Proprio a questi ultimi non aveva esitato a fornire preziose informazioni inerenti noti latitanti mafiosi. In quanto conoscitore del territorio e degli ambienti, egli riusciva a raccogliere, con meticolosità, notizie importanti che mai gli organi inquirenti ufficiali avrebbero potuto acquisire senza il suo contributo.
“Sempre ligio al proprio dovere – dice il figlio Antonio Castelbuono -, non ha fatto altro che obbedire ai suoi superiori e alla voce della sua coscienza con abnegazione e zelo in ogni circostanza, incurante di rischi e pericoli di qualunque genere. La conseguenza del suo leale modo di agire, purtroppo, ha decretato la sua condanna a morte”.
Non vi è dubbio che l’ipotesi più conducente al delitto sia da attribuirsi al proposito di vendetta di noti latitanti corleonesi del periodo, che orbitavano, anche, nel territorio di Bolognetta. Il delitto venne rivendicato al reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo della Caserma Carini con una telefonata anonima."

26 Settembre 1988 Valderice (TP). Assassinato Mauro Rostagno, operava presso la comunità per tossicodipendenti Saman. Denunciava da una televisione locale le attività mafiose e le complicità di partiti e istituzioni.
Mauro Rostagno, sociologo e giornalista, muore il 26 Settembre del 1988, a 46 anni, a Lenzi di Valderice (TP), all'interno della sua auto, una Fiat Duna DS bianca, vittima di un agguato mafioso commesso da alcuni uomini nascosti ai margini della strada che gli spararono con un fucile a pompa calibro 12, che scoppiò in mano ad uno degli assassini, e una pistola calibro 38.
Mauro Rostagno fu uno dei fondatori del movimento politico Lotta Continua e della comunità socioterapeutica Saman e dalla metà degli anni ottanta lavora come giornalista e conduttore anche per l'emittente televisiva locale Radio Tele Cine (RTC). Attraverso la TV denuncia le collusioni tra mafia e politica locale: infatti, tra i tanti servizi giornalistici di denuncia del fenomeno, la trasmissione di Rostagno seguiva tutte le udienze del processo per l'omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss mafiosi Nitto Santapaola e Mariano Agate, che durante la pausa di un'udienza mandò a dire a Rostagno che «doveva dire meno minchiate» sul suo conto.
Il delitto mafioso fu la pista percorsa immediatamente dagli inquirenti: il capo della squadra mobile Calogero Germanà affermò che si trattava di un delitto tipicamente mafioso mentre il maggiore Nazareno Montanti, capo del Reparto operativo dei Carabinieri di Trapani, lo riteneva un omicidio commesso da dilettanti.
Negli anni successivi, l'indagine passò nelle mani di diversi magistrati che indagarono su piste alternative a quella mafiosa: infatti poco tempo prima di essere ucciso, Rostagno ricevette una comunicazione giudiziaria riguardo alle indagini sull'uccisione del commissario Luigi Calabresi ed avrebbe potuto accusare gli ex compagni di Lotta Continua di coinvolgimento nel delitto; anche in questo caso non si raccolsero prove certe.
La procura di Trapani, nel 1996, ipotizzò ancora che il delitto potesse essere maturato all'interno di Saman per spaccio di stupefacenti tra i membri della comunità, suscitando forti polemiche. Inviò mandati di cattura ad alcuni ospiti della comunità, individuati come esecutori materiali del delitto, a Cardella come mandante (che si rifugiò in Nicaragua) e alla Roveri, compagna di Rostagno, accusata di favoreggiamento; anche questa pista fu poi abbandonata.
Nel 1997 l'inchiesta passò alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, che acquisì le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia: secondo il collaboratore Vincenzo Sinacori (ex esponente di spicco della cosca di Mazara del Vallo), l'omicidio Rostagno era stato determinato dai suoi interventi giornalistici di denuncia che davano fastidio agli esponenti di Cosa Nostra della provincia di Trapani, i quali discussero la sua eliminazione in occasione di alcuni incontri tenutisi a Castelvetrano, a cui partecipò Sinacori stesso insieme ai boss mafiosi Francesco Messina Denaro (all'epoca rappresentante mafioso della provincia di Trapani), Francesco Messina (detto Mastro Ciccio, mafioso di Mazara del Vallo) ed altri; in seguito Sinacori apprese che Messina Denaro aveva dato incarico a Vincenzo Virga (capo della cosca di Trapani e del relativo mandamento) perché provvedesse all'uccisione di Rostagno.
Oltre alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, vennero acquisiti i risultati di una perizia balistica che accertò che Rostagno venne ucciso con lo stesso fucile impiegato per eliminare il poliziotto Giuseppe Montalto nel 1995 e per compiere altri omicidi di mafia nella provincia di Trapani; come esecutore materiale del delitto Montalto era già stato condannato in via definitiva Vito Mazzara, capo della cosca di Valderice e strettamente legato al boss Vincenzo Virga: per queste ragioni, nel 2009 venne inviato un mandato di custodia cautelare in carcere per Virga e Mazzara.
A Trapani, dal febbraio 2011, dopo 23 anni dall'uccisione del giornalista, è stato riaperto il processo per la morte di Rostagno.
Dopo 67 udienze, durante le quali sono stati ascoltati 144 testi ed effettuate quattro perizie, la Corte d'Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, il 16 maggio 2014, ha condannato all'ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara, accusati di essere rispettivamente il mandante e uno degli esecutori materiali del delitto Rostagno. (Fonte Wikipedia)


26 Settembre 1997 Bari. Scompare Luigi Fanelli, 19 anni, militare di leva, dopo aver affrontato pubblicamente degli affiliati del clan egemone di Carbonara
La notte di venerdì 26 settembre, Luigi Fanelli non ha fatto ritorno a casa. Ha 19 anni ed è  una recluta della Caserma Briscese di Bari. Quel giorno era in permesso. Alle 21 era uscito di casa avvertendo i suoi genitori che sarebbe tornato tardi, ma comunque in tempo per aiutare il padre, che di solito rientra all'alba dopo la pesca. Ha raggiunto alcuni amici in piazza e dopo un po' si è fatto accompagnare dal suo amico Luca al 'Ridemus', un'enoteca di Bari in Via Fanelli. Lì ha incontrato la sua ex fidanzata Fausta. Dopo un acceso litigio, l’ex fidanzata ha lasciato il locale. Luigi Fanelli è rimasto al Ridemus in compagnia di alcuni ragazzi fra cui Francesco, ex fidanzato di Fausta. Francesco e i suoi amici dicono di averlo visto allontanarsi a bordo di uno scooter Zip nero in compagnia di un individuo a loro sconosciuto. Da allora di Luigi Fanelli nessuno ha saputo più nulla. (Fonte: RAI "Chi l'ha visto").
Il colpevole, reoconfesso (collaboratore di giustizia), non potrà essere processato perché già assolto in via definitiva per l'omicidio.


26 Settembre 2008 Caserta. Restano uccisi Francesco Alighieri e Gabriele Rossi, Agenti P.S, durante l'inseguimento di una autovettura che non si era fermata all'Alt.
Il 26 settembre 2008, il vice sovrintendente della Polizia di Stato Gabriele Rossi e l'assistente capo Francesco Alighieri sono dislocati a guardia di un posto di blocco sulla strada statale tra Nola e Villa Literno. Quando un'autovettura non si ferma all'alt degli agenti, Gabriele e il collega Francesco non esitano ad inseguire il veicolo sospetto. Sono i giorni successivi alla strage di Castelvolturno, la tensione è alta, molti tra carabinieri e poliziotti sono stati richiamati da altre parti d'Italia per convergere sul territorio campano. L'imperativo era infatti quello di catturare i responsabili dell'eccidio. L'inseguimento è condotto a elevata velocità, un attimo, un errore nel controllo del veicolo e questo sbanda finendo, all'altezza della stazione ferroviaria di Albanova, contro un albero. Gabriele e Francesco moriranno dopo alcune ore dal ricovero.
A bordo dell'auto inseguita si trovava un 26enne di Qualiano, Sebastiano Maglione, il quale ha poi confessato di non essersi fermato perché alla guida di un mezzo sprovvisto di assicurazione e in quanto sotto effetto di stupefacenti.
L'11 maggio 2009 , in occasione della festa della Polizia sono state consegnate le Medaglie d'argento al valor civile alla memoria del Vice Sovrintendente Rossi e dell'agente scelto Alighieri. (Fondazion Pol.i.s.)

 

27 Settembre 1960 Lucca Sicula (AG). Ucciso Paolo Bongiorno, bracciante agricolo, segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, padre di cinque figli con uno in arrivo.
Paolo Bongiorno fu assassinato il 27 settembre del 1960 a Lucca Sicula (AG) dove risiedeva dal 1949.
Aveva 38 anni e lasciò cinque piccoli orfani, il più grande aveva 14 anni e il più piccolo 2. La moglie era in attesa di un altro bambino.
Bracciante agricolo, era Segretario della locale Camera del Lavoro (CGIL) ed era stato appena candidato nelle liste del PCI, al quale era iscritto dal 1946, per le elezioni, per il Consiglio Comunale, che si sarebbero tenute il successivo 6 novembre.
"Era benvoluto da tutti ma ad alcune “cricche” cominciava a dare fastidio. Reclamava più diritti sociali, un salario più alto, condizioni e orari di lavoro più dignitosi. In un paese e in un periodo in cui, di diritti, chi doveva, ne concedeva ben pochi. Dunque arrivò anche per Bongiorno il tempo della lupara. Due colpi alla schiena, i colpi di grazia della mafia. Perché chi doveva capire capisse".


28 settembre 1990 Gela. Giuseppe Tallarita, pensionato di 66 anni, fu ucciso per vendetta per essersi rifiutato di far pascolare sul suo terreno le pecore appartenenti ad un pastore poi divenuto killer della malavita
La tragedia di Giuseppe Tallarita e della sua famiglia ha un inizio lontano di oltre un decennio: in un giorno di primavera, quando, dopo aver terminato di lavorare all’Enichem di Gela, si recò nel proprio terreno, che all’epoca era seminato a grano. Giunto sul posto, vide un gregge che vi pascolava abusivamente e rimproverò il pastore, il quale, anziché scusarsi ed allontanare le pecore, reiterò il pascolo abusivo negli anni seguenti, anche quando nel terreno fu impiantato l’attuale uliveto. Col pastore vi fu un solo altro contatto, quando Giuseppe andò a trovarlo pregandolo di evitare di danneggiare le giovani piante d’ulivo. Né Giuseppe sporse mai denuncia nei confronti del pastore, pregato in tal senso da uno zio, che rimproverò aspramente il giovane. Dieci anni dopo, purtroppo, il giovane pastore diventa uno dei killer più spietati della malavita organizzata e capo degli stiddari del comprensorio di Gela e si dà alla latitanza. Un giorno, il 28 settembre 1990, ricostruito dalla sentenza definitiva di condanna dei colpevoli, durante lo spostamento da un covo all’altro, il pastore-killer si trova a passare dalla strada che costeggia la tenuta di Giuseppe, lo vede intento al lavoro al limite della strada e – ricordandosi dei rimproveri ricevuti  dà ordine a due sicari, che lo scortano, di ucciderlo. (Liberanet.org)




28 Settembre 1991 Reggio Calabria. Uccisi Demetrio Quattrone e Nicola Soverino. Il secondo ucciso solo per non lasciare testimoni.
La sera del 28 settembre 1991, tra gli aranceti di Villa San Giuseppe, a Reggio Calabria, vengono assassinati l'ingegnere Demetrio Quattrone e il medico Nicola Soverino.
"L'ingegnere Demetrio Quattrone ha 42 anni, una fama di professionista inflessibile, un importante incarico di funzionario all'Ispettorato provinciale del Lavoro dove coordina la delicata attività di controllo nei cantieri edilizi. Non meno impegnativo il suo compito di consulente tecnico presso i Tribunali di Reggio, Palmi e Locri. Ama le cose fatte bene. E' rigoroso, puntiglioso. Vive con la moglie Domenica Palamara e i tre figli - Rosa, Antonino e Maria Giovanna - nel mulino di proprietà del suocero ristrutturato tra gli agrumeti di Villa San Giuseppe, nella zona nord di Reggio Calabria. Ha da poco comprato un'auto nuova, una Bmw 520. Ma la sera del 28 settembre 1991, per le strade del quartiere, non la sta guidando lui perché ha mal di denti.
Al volante c'è Nicola Soverino, un medico di 30 anni che a Roma si è specializzato in omeopatia e a Reggio, dov'è nato e tornato, vive con i genitori nel rione Sbarre e presta servizio presso la guardia medica di Gallico. Sono amici da tempo, il medico e l'ingegnere. E, con la barba nera entrambi, si somigliano pure. Quando imboccano via Mulino, una stradina stretta e buia che in mezzo agli aranceti conduce a casa Quattrone, sbagliarsi è facile. I primi colpi di fucile caricato a pallettoni sono indirizzati tutti contro l'autista. Soverino resta fulminato al volante. Di aver sbagliato bersaglio i due killer lo capiscono quando l'ingegnere, tentando una disperata fuga, aprirà lo sportello del passeggero gettandosi a terra tra l'automobile e un muretto basso. I primi ad arrivare, dopo una telefonata allarmata della moglie di Quattrone che ha avvertito il rumore degli spari, lo troveranno disteso in quella posizione, ucciso a colpi di pistola 7,65.
In uno scritto rinvenuto tra le carte del professionista e dedicato al ruolo dell'industria delle costruzioni nell'assetto urbanistico, Quattrone analizza con spietata lucidità i guasti di un sistema - quello del boom edilizio a Reggio Calabria - fondato sullo sfruttamento dei "cottimisti", sull'abuso, sull'assoluto disprezzo di ogni regola. Al centro del sistema "il partito dei palazzinari", capaci, denunciava Quattrone, di manovrare l'attività dell'ufficio urbanistico del Comune". (Fonte Stopndrangheta.it)

 

28 Settembre 1992 Castellammare del Golfo (TP). Ucciso Paolo Ficalora, proprietario di un villaggio turistico. Si era opposto alle prevaricazioni mafiose.
Paolo Ficalora, capitano di lungo corso, venne ucciso dalla mafia il 28 settembre del 1992 e per lungo tempo la sua morte, rimasta senza colpevoli e movente, lasciò spazio a supposizioni e illazioni.
A raccontare i veri motivi del suo assassinio è stato, nel corso del processo, l’ex boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia. Ficalora fu vittima innocente di un agguato mafioso, concepito per punirlo per avere ospitato nel residence che gestiva, il superpentito di Cosa Nostra Totuccio Contorno, e per aver ‘osato’ tenere testa alla mafia, non piegandosi  dinanzi l’arroganza di chi, sentendosi Dio in terra, si fa padrone della vita e della morte di Uomini i cui valori e coraggio, possono essere annullati solo annegandoli nel sangue. Paolo Ficalora, del suo ospite ignorava l’identità che scoprì solo successivamente.
Morì, assassinato vigliaccamente dal mafioso Gioacchino Calabrò.
Nel 2002, la vedova Ficalora, che per anni si era battuta per ottenere giustizia per la morte del marito subisce anche un’intimidazione: su un tavolo della sua abitazione trova un mazzo di fiori e alcuni proiettili.
La Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha confermato la sentenza di condanna all’ergastolo per Calabrò, emessa in primo grado e condannato a dodici anni di reclusione con il rito abbreviato Giovanni Brusca. La sentenza ha trovato conferma definitiva in Cassazione nel 2004.
Al capitano Paolo Ficalora sono state intitolate quattro borse di studio. Il comune di Castellammare del Golfo, nel 2004, gli ha intitolato una strada. (Fonte: Lavalledeitempli.net)

 

29 Settembre 1981 Agrigento. Strage di San Giovanni Gemini. Restano uccisi Michele Cimminisi e Vincenzo Romano. Erano seduti in un bar vicino al vero obiettivo dell'agguato.
29 settembre del 1981 a San Giovanni Gemini (Agrigento), i killer che dovevano uccidere Calogero “Gigino” Pizzuto (l’uomo che secondo i pentiti era il numero 3 di Cosa Nostra dell’epoca, dopo Bontate ed Inzerillo), all’interno del bar Reina, colpiscono a morte anche due innocenti, Michele Ciminnisi e Vincenzo Romano. Quella sera, il gruppo di fuoco composto Gigi Garofano, Calogero Sala, Rosario Corsi, e Lillo Lauria (successivamente morti ammazzati), accompagnati in auto da Ciro Vara (divenuto poi collaboratore di giustizia), dovevano portare a termine la loro missione di morte, uccidendo quel Calogero Pizzuto, capo mandamento di Castronovo di Sicilia, che dopo la morte di Stefano Bontate, non si era presentato alla convocazione da parte di Michele Greco, firmando così la propria condanna nel corso di quella guerra di mafia che aveva visto contrapposti i corleonesi di Totò Riina e Provenzano, al gruppo di Stefano Bontate, Cristina e Badalamenti.


29 Settembre 1994 Mileto (CZ). Resta ucciso Nicholas Green, bambino statunitense di 7 anni, in vacanza in Italia con la sua famiglia.
Nicholas Green (Sonoma County, 9 settembre 1987 – Messina, 1º ottobre 1994) è stato un bambino statunitense, vittima a sette anni di un assassinio sull'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria nei pressi dell'uscita di Serre (vicino a Vibo Valentia) mentre era diretto in Sicilia con la famiglia.
L'automobile su cui viaggiava insieme ai genitori il 29 settembre 1994, una Autobianchi Y10, fu accidentalmente scambiata per quella di un gioielliere da alcuni rapinatori che tentarono un furto, degenerato poi in omicidio. Ricoverato al centro neurochirurgico del Policlinico di Messina, Nicholas morì qualche giorno dopo. Alla sua morte, i genitori autorizzarono il prelievo e la donazione degli organi: ne beneficiarono sette italiani, di cui quattro adolescenti e un adulto, mentre altri due riceventi riacquistarono la vista grazie al trapianto delle cornee.
L'evento fece molto scalpore perché all'epoca la donazione degli organi non era una prassi comune in Italia, e questo gesto contribuì a far aumentare gli episodi di donazione d'organi in tutto il Paese.
Dalla vicenda fu tratto un film per la televisione dal nome Il dono di Nicholas, con Jamie Lee Curtis ed Alan Bates.
In seguito alla donazione degli organi, i genitori del bambino ricevettero la medaglia d'oro al merito civile con la seguente motivazione: "Cittadini statunitensi, in Italia per una vacanza, con generoso slancio ed altissimo senso di solidarietà disponevano che gli organi del proprio figliolo, vittima di un barbaro agguato sull'autostrada Salerno - Reggio Calabria, venissero donati a giovani italiani in attesa di trapianto. Nobile esempio di umanità, di amore e di grande civiltà. Messina, 1º ottobre 1994."
Per il delitto di Nicholas Green vennero indagati e rinviati a giudizio nel 1995: Francesco Mesiano (di 22 anni) e Michele Iannello (di 27 anni), entrambi originari di Mileto (VV); nel 1997 furono assolti dalla corte d'assise di Catanzaro, mentre nel 1998 la corte d'assise d'appello di Catanzaro condannò Mesiano a 20 anni di reclusione e Iannello (in qualità di autore materiale dell'omicidio) all'ergastolo, sentenza poi confermata in Cassazione. I due si sono dichiarati sempre innocenti; Iannello, ex affiliato alla 'Ndrangheta, decise in seguito di collaborare con la giustizia confessando vari delitti ma professandosi sempre innocente riguardo al delitto del bambino americano, chiedendo la revisione del processo ed accusando suo fratello dell'omicidio. Un'inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia in base a tali dichiarazioni ha portato tuttavia ad un'Archiviazione del caso. (Wikipedia)

 

29 Settembre 2003 Villa Literno (CE) Ucciso Giuseppe Rovescio, 24 anni, per uno scambio di persona. Provò a fuggire insieme ad altri passanti terrorizzati, ma per i suoi capelli lunghi fu scambiato per un pregiudicato e brutalmente assassinato.
Giuseppe Rovescio viene ucciso a 24 anni per uno scambio di persona a Villa Literno, in Via Chiesa, da due sicari appartenenti al clan Tavoletta-Cantiello, gruppo nemico dei Bidognetti. Giuseppe viene scambiato dai sicari per un rivale a causa dei suoi capelli lunghi. Nell'agguato rimane ferito anche il fratello Simeone.
Nel 2008 vengono arrestati i responsabili della sparatoria: si tratta di Nicola Fiore e Massimo Ucciero.
Il 16 gennaio 2012 Fiore e Ucciero sono stati condannati all'ergastolo come esecutori materiali del delitto.
Il ricordo di Giuseppe non si è mai affievolito nella città di Villa Literno. Il giovane operaio faceva parte del comitato organizzatore del Carnevale liternese e proprio durante questo periodo ricorre, annualmente, il "Memorial Giuseppe Rovescio", torneo di calcio dedicato a bambini e ragazzi.
Nel 2012 in occasione della 2° edizione del premio Jerry Masslo si è tenuta una fiaccolata a Villa Literno per ricordare la morte del rifugiato sudafricano e di Giuseppe Rovescio, entrambi vittime innocenti del clan dei casalesi.
Giuseppe Rovescio è stato riconosciuto dal Ministero come "Vittima innocente della criminalità organizzata"
La storia di Giuseppe Rovescio è ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" apparso per Castelvecchi nel 2013.(Fondazione Pol.i.s.)

 

30 Settembre 1920 Petralia Soprana (PA). Uccisi Croce di Gangi e Paolo Li Puma. contadini e consiglieri comunali.
Croce Li Gangi e Paolo Li Puma, contadini nonché consiglieri comunali socialisti di Petralia Soprana, vengono uccisi a Petralia Soprana (PA), nella frazione Raffo, mentre ritornavano da una riunione della Lega Contadina il 30 settembre del 1920.

 

30 Settembre 1996 Varapodio (RC). Antonino (Nino) Polifroni, imprenditore, ucciso per non essersi piegato alle richieste di pagare il pizzo.
Il 30 settembre 1996 a Varapodio (RC), dopo una lunga scia di atti vandalici e attentati intimidatori, l’imprenditore Nino Polifroni viene assassinato per il suo ostinato “no” ai tentativi di estorsione mafiosa.
Nino, al momento del decesso, aveva 49 anni. Ha lasciato 6 figli: Bruno, Enzo, Leandro, Giampiero, Nicoletta e Danilo
L’impresa edilizia che aveva fondato tra mille sacrifici e che aveva suscitato l’interesse degli uomini dei clan è ora gestita da tre figli. La famiglia ricorda annualmente Nino Polifroni, vittima della criminalità organizzata, attraverso un concorso scolastico per il conferimento di 20 assegni di studio ad altrettanti studenti della scuola primaria e secondaria di primo grado di Varapodio.

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

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Le Vittime che commemoriamo, mese: OTTOBRE PDF Stampa E-mail

 

1 Ottobre 1991 Careri (RC). "Nel triangolo dei sequestri" ucciso il pastore Giuseppe Rocca.
Giuseppe Rocca, pastore di Careri (RC),  trentasei anni, incensurato. La sua è una morte misteriosa. Lo hanno ucciso il 1° ottobre 1991 nella frazione di Natile con un colpo di pistola alla tempia. Una zona calda quella, nel cuore del triangolo dei sequestri. Un pastore che si muove col gregge in Aspromonte vede e sa, forse troppo.  (Tratto dal libro Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di Danilo Chirico e Alessio Magro  - Cap. IV Aspromonte, sola andata)

 

2 Ottobre 1978 Cesano Boscone (MI). Rapito Augusto Rancilio, 26 anni figlio di un imprenditore. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.
Augusto Rancilio, 26 anni, architetto, italiano ma residente a Parigi, cosi come tutta la famiglia, secondogenito di un noto imprenditore italo-francese è stato rapito  il 2 Ottobre del 1978 a Cesano Boscone (MI), nella cintura industriale milanese.  Il padre, Gervaso, 85 anni, era ritenuto molto ricco per avere realizzato interi quartieri, zone e rioni, nel nostro paese e in Francia. Gervaso Rancilio  annunciò che non avrebbe potuto versare alcun riscatto perché tutte le imprese che facevano a lui capo erano sovvenzionate da banche e che, oltretutto, era indebitato con esse.
1993: la confessione fiume del boss Morabito Saverio, boss calabrese di Plati' trapiantato a Milano, consente piena luce anche su alcuni dei più clamorosi fatti di cronaca nera milanesi: Il sequestro di Augusto Rancilio si concluse subito tragicamente, il giovane architetto venne ucciso pochi giorni dopo perché tentava di fuggire dalla sua prigione a San Giorgio su Legnano.


2 Ottobre 1989 Taranto. Assassinato Giovanbattista Tedesco, ex carabiniere, capo vigilanza all'Italsider. Non aveva voluto sottostare alle imposizioni della Sacra Corona Unita.
Nella notte tra lunedì 2 e martedì 3 ottobre 1989, in un rione di Taranto, sotto la casa dove abitava, fu trovato, assassinato, il corpo di Giovanbattista Tedesco, appartenente all’Arma dei Carabinieri.Svolgeva servizio, come capo della vigilanza, all’ITALSIDER, dove allora lavoravano 12.000 persone.
Fu soppresso perché non aveva voluto sottostare alle imposizioni della Sacra Corona Unita che, alle acciaierie di Taranto, la facevano da padrone, come riportato nella Relazione della Commissione Antimafia, presieduta da Gerardo Chiaramonte, e stilata dal giudice Luciano Violante.
All’Italsider, cioè allo Stato, sempre stralciando dalla citata Relazione, si rubava in quattro modi:  con le sottofatturazioni delle tonnellate di acciaio che uscivano dallo stabilimento; con i materiali di scarto - e non -  che venivano portati alle discariche dove erano pronti i camion dei mafiosi a ritirarli; con le denunce per furti, circa 2 miliardi (dell’epoca) al mese, alle compagnie  assicuratrici, beneficiando del relativo risarcimento; con il Bilancio aziendale costantemente in perdita e il relativo intervento dei finanziamenti statali per il ripiano.
Giovanbattista Tedesco, persona onesta e sincera, inebriato dagli apprezzamenti dei dirigenti ai quali riferiva il suo operato e gratificato dai modesti aumenti salariali per i successi conseguiti sul lavoro, denunciò il sistema e pagò con la vita la sua onestà.

 

2 Ottobre 2003 Bari. Resta ucciso Gaetano Marchitelli, 15 anni, durante una sparatoria tra clan.
Gaetano Marchitelli, giovane studente di 15 anni, che lavorava in una pizzeria per pagarsi gli studi, è stato ucciso a Carbonara, periferia di Bari, il 2 Ottobre del 2003, da dei proiettili destinati a qualcun altro. «Colpevole  di trovarsi per lavoro nel luogo in cui si sarebbe dovuta consumare l’esecuzione di un altro uomo - il vero “colpevole” - secondo quelli che sono i perversi e disumani meccanismi del “regolamento di conti” delle organizzazioni criminali».

 

2 Ottobre 2008 Giugliano (NA). Ucciso Lorenzo Riccio, dipendente di una ditta di onoranze funebri il cui titolare, circa 15 anniprima, aveva "osato" testimoniare contro il boss Francesco Bidognetti.
Lorenzo Riccio è stato ucciso in un agguato a Giugliano, nel Napoletano. Lorenzo, 37 anni ed incensurato, era al lavoro in un'azienda di pompe funebri in via Oasi del Sacro Cuore, per la quale lavorava come ragioniere, quando i sicari hanno sparato diversi colpi d'arma da fuoco prima di allontanarsi. Riccio lavorarva per la ditta di pompe funebri 'Russo & c.'. Il titolare della ditta è stato testimone, agli inizi degli anni '90, in un processo contro elementi di spicco del clan dei Casalesi. Nell'agguato sono stati usati kalashnikov e pistole di diverso tipo. Le modalità dell'omicidio, almeno per la sua esecuzione, sono, secondo gli investigatori, di chiaro stampo camorristico. (Fondazione Pol.i.s.)

 

2 Ottobre 2008 Patti (ME). Si suicida Adolfo Parmaliana. Suicidio per mafia ma non solo.
Il 2 ottobre 2008 si ammazza in Sicilia Adolfo Parmaliana, cinquantenne professore di chimica industriale all’università di Messina, considerato uno dei massimi esperti internazionali nella ricerca delle nuove fonti di energia rinnovabile. All’impegno accademico Parmaliana ha unito per trent’anni un accanito impegno civile.
Iscritto giovanissimo al Pci, ha difeso le ragioni della legalità, della correttezza, del buongoverno nella sua piccola patria, Terme Vigliatore, un paesino che si trova a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto, zona franca dei grandi boss di Cosa Nostra, da Santapaola a Provenzano, fondamentale snodo del Gioco Grande, lì dove confluiscono e s’intrecciano mafia, massoneria, alta finanza, pezzi rilevanti delle Istituzioni. Così il piccolo professore amante dei libri, dei vestiti eleganti, della Juve e idolatrato dai suoi allievi diventa, quasi a sua insaputa, un testimone scomodo da zittire, soprattutto dopo che le sue denunce hanno portato allo scioglimento del Comune di Terme per infiltrazioni mafiose. Emarginato dal suo stesso partito, subisce la vendetta di quel Partito Unico Siciliano che lui per anni ha indicato quale connivente con il peggio della società. Il suicidio, spiegato da una terribile lettera d’accusa alla magistratura locale, appare, allora, l’unico strumento per non darla vinta ai persecutori e riaffermare la superiorità del Bene sul Male. (Tratto dalla recensione del libro Io che da morto vi parlo Passioni, delusioni, suicidio del professor Adolfo Parmaliana di Alfio Caruso Ed. Longanesi)

 

3 Ottobre 1920 Noto (SR) Assassinato Paolo Mirmina, sindacalista.
Paolo Mirmina era un sindacalista molto attivo nelle lotte per le terre siciliane, venne assassinato dai sicari di Cosa Nostra a Noto, in provincia di Siracusa, il 3 ottobre del 1920. Da sempre si era scontrato con i poteri forti della mafia siciliana che mal tolleravano il suo impegno a favore dei lavoratori e dei contadini locali.

 

3 Ottobre 1951 San Martino di Taurianova (RC). Muore Domenica Zucco, 3 anni, dopo 23 giorni di agonia. Vittima innocente di un attentanto contro il padre.
Domenica Zucco, 3 anni, muore dopo 23 giorni di agonia il 3 ottobre del 1951 a San Martino di Taurianova (RC).Vittima innocente di un attentato contro il padre. "E' la sera dell'11 settembre 1951 che si consuma la tragedia a San Martino di Taurianova.Il bracciante Domenico Zucco è stato coinvolto l'anno prima nell'omicidio di Girolamo Fedele, fatto fuori nella piazza principale del paese. L'istruttoria si è conclusa con l'assoluzione per insufficienza di prove. La lupara supera gli ostacoli che bloccano la giustizia ordinaria: il fratello dell'ucciso, Vittorio Fedele, decide di fare da sé. Quella sera l'occasione è buona, i vicini non sono una problema e neanche la presenza delle bambine, Domenica e la sorellina Maria, ferma l'assassino. Il fucile fa centro da dieci metri di distanza, ma anche le piccole sono ferite gravemente. Domenica Zucco, colpita all'addome, morirà il 3 ottobre 1951, dopo ventiquattro giorni di agonia." (tratto da Dimenticati Vittime della 'ndrangheta di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

5 Ottobre 2008 Casal Di Principe (CE). Ucciso Stanislao Cantelli. Ucciso perché era lo zio di un pentito di camorra.
Stanislao Cantelli fu ucciso a Casal Di Principe (CE) il 5 Ottobre 2008. Lavorava in un caseificio: tagliava la mozzarella. Da poco era andato in pensione per problemi di salute, dopo aver cominciato ben presto a lavorare, essendo rimasto orfano di padre a otto anni, con una famiglia numerosa alle spalle. Era incensurato. Suo cognato aveva sposato la sorella del boss Francesco Bidognetti, alias “Cicciotto ‘e mezzanotte”. Ma non è stata questa parentela a procurargli la morte. Bensì il fatto di essere lo zio dei pentiti Alfonzo e Luigi Diana. Tre anni prima Stanislao aveva rinunciato alla protezione. La vendetta della camorra non si è fatta attendere.

 

6 Ottobre 1980 Bovalino (RC). Rapito Silvio De Francesco, farmacista 70enne, muore nel tragitto per l'Aspromonte.
Silvio De Francesco, un nobile di origini napoletane, ha la sfortuna di abitare a Bovalino (RC), il paese dei sequestrati.Lo prendono la sera del 6 ottobre dell'80 a casa sua. Ha settantasei anni. Troppo vecchio per reggere la fatica della marcia sui monti. Arranca, non riesce più a respirare e si lascia andare in un fossato durante il trasferimento alla cella preparata per lui in Aspromonte. Lo abbandonano lì, senza vita, dove verrà ritrovato il 13 ottobre. Ci sono un cadavere da seppellire, una tomba da onorare, ma nessun indizio concreto. (Dimenticati di D. Chirico e A. Magro)

 

7 Ottobre 1976 Grotteria (RC). Rapito Vincenzo Macrì, famacista di 76 anni. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.
Il farmacista Vincenzo Macrì (76 anni) viene rapito a Grotteria il 7 ottobre del 1976. Viaggiava a bordo della sua Alfa Romeo Giulietta, insieme alla moglie Iolanda Marvasi e alla figlia Maria Carmela. Lungo la statale 281 i affianca un'auto, a bordo quattro banditi armati di pistola e mitra, c'è l'ordine di fermarsi. I sequestratori prelevano Macrì e poi abbandonano i due mezzi a qualche chilometro di distanza. Arriva la richiesta di riscatto: un miliardo. Dopo poco più di un mese viene individuata la prigione, ma il professionista non c'è. Non sarà più ritrovato.

 

7 Ottobre 1982 Avellino. Elio Di Mella, giovane Carabiniere, ucciso mentre tentava di opporsi alla liberazione di un detenuto.
Elio Di Mella era un giovane carabiniere in servizio, da circa due anni, presso la caserma dei carabinieri di Campobasso. Il 7 ottobre 1982 sull'autostrada Napoli-Bari, in prossimità dell'uscita Avellino-Est, un commando di otto uomini su tre auto (una Ritmo color nocciola, una Alfetta e una Ford Fiesta) blocca il furgone Peugeot blindato nel quale era custodito Mario Cuomo, pregiudicato della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Il detenuto, da quattro mesi nel carcere di Campobasso, stava per essere trasportato ad Avellino dove sarebbe dovuto comparire davanti ai giudici per l'imputazione di concorso in omicidio. Cinque uomini costrinsero due carabinieri, minacciando con pistole e fucili, a cedere le armi, a scendere dal mezzo e a distendersi a terra. Un colpo di pistola venne esploso nella parte posteriore del blindato contro lo sportello destro, dove Elio Di Mella, accanto al detenuto ne manteneva le catene. Il carabiniere non si lasciò intimorire e, colpito con il calcio di una pistola, continuò a trattenere Cuomo fino a quando, un uomo del commando lo colpì mortalmente con un proiettile alla testa. Elio Di Mella lasciò la giovane moglie ed un figlio di soli tre anni. (Wikipedia)

 

7 Ottobre 1986 Palermo. Claudio Domino, 11 anni, fu ucciso con un colpo di pistola inferto in fronte a bruciapelo.
Claudio Domino, 11 anni, era il figlio di un dipendente della Sip. Il padre era anche titolare di un’ impresa che gestiva in appalto i lavori di pulizia dell’aula bunker. Fu assassinato vicino alla cartolibreria gestita dalla madre.
Un giovane in moto e con il volto coperto da un casco chiamò il bambino per nome, mentre stava giocando e, dopo averlo avvicinato, gli puntò la pistola in fronte sparandogli a bruciapelo. Claudio sarebbe stato ucciso perché aveva visto confezionare alcune dosi di eroina in un magazzino. (Liberanet.org)

 


7 Ottobre 1991 Grotteria (RC). Rapito Pasquale Malgeri, medico in pensione (71 anni), mai ritrovato.

Il dottor Pasquale Malgeri e' stato sequestrato il 7 ottobre 1991 nella sua proprieta' di Pirgo, una frazione di Grotteria, nella Locride. Si trovava in compagnia della moglie Anita Niutta quando all' improvviso cinque uomini, incappucciati e armati, immobilizzarono l' anziano professionista, spingendolo dentro la sua autovettura, una Renault 5, con la quale i banditi si sono poi allontanati dopo aver legato con dei lacci la moglie. A dare l'allarme fu un colono dei Malgeri che si trovava a poca distanza dal luogo del rapimento a raccogliere della frutta. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.



8 Ottobre 1983 Cinisi (PA) Salvatore Zangara resta ucciso da una raffica di proiettili destinati al capomafia del paese.
Cinisi, 8 Ottobre 1983. Salvatore Zangara, 52 anni, sposato e padre di tre figli, titolare di un laboratorio di analisi, segretario locale del P.S.I.  Per caso si trovava a passare nel luogo dell’agguato.  La raffica di proiettili destinati al capomafia di Cinisi raggiunsero lui e altre due persone che rimasero gravemente ferite.
L’omicidio di Salvatore Zangara è rimasto impunito. Non sono mai stati individuati mandanti ed esecutori dell’attentato.
Nel 1987 Salvatore Zangara fu riconosciuto vittima innocente della mafia.

 

8 Ottobre 1986 Messina. Resta uccisa Nunziata Spina, 35 anni, in un regolamento di conti, mentre era ricoverata in ospedale.
Nunziata Spina, 35 anni, è ricoverata nel reparto di fisioterapia dell'ospedale di Ganzirri (Messina). Alle ore 22,00 dell'8 ottobre 1992 si trova in una saletta del nosocomio insieme ad un ragazzo di 13 anni e con un altro ricoverato, Pietro Bonsignore di 21 anni. All'improvviso due uomini fanno irruzione nel locale e cominciano a sparare all'impazzata contro il Bonsignore che tenta invano di ripararsi dietro le sedie. Un colpo vagante raggiunge la donna alla tempia sinistra. Nunziata Spina crolla ai piedi del ragazzo che rimane inebetito per lo shock. Gli assassini non si fermano qui: prima di allontanarsi danno al Bonsignore il colpo di grazia. Per la donna che dà ancora deboli segni di vita è tutto inutile. I medici non riescono a salvarla.

 

8 Ottobre 1998 Caccamo (PA) Ucciso il sindacalista Domenico (Mico) Geraci.
Domenico Geraci, detto Mico, sindacalista della Uil, venne ucciso l'8 ottobre del 1998 a Caccamo, una cittadina in provincia di Palermo definita da Giovanni Falcone "la Svizzera della mafia". Il suo omicidio resta ancora avvolto nel mistero e senza responsabili, anche se il capomafia di Caccamo, Nino Giuffrè, collaboratore di giustizia, ha dichiarato ai magistrati che la condanna a morte sarebbe stata decisa perché Geraci aveva girato le spalle alla vecchia Dc, avvicinandosi al centrosinistra, in particolare al deputato diessino Beppe Lumia.Il pentito ha rivelato nell'ottobre 2002 particolari sul delitto, e i magistrati riaprirono le indagini iscrivendo nel registro degli indagati i nomi di Bernardo Provenzano e Benedetto Spera. Ad assassinare Geraci, secondo il pentito Giuffrè, sarebbe stato un sicario a volto scoperto della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno, zona controllata dal boss Spera. L'agguato, sempre secondo il collaboratore di giustizia, venne effettuato senza il suo consenso, e pure vicino all'abitazione in cui viveva la sua famiglia. Una sorta di "segnale" che Provenzano e Spera avrebbero voluto inviare al capomafia che si era opposto per due volte all'omicidio. Ma le dichiarazioni di Giuffrè non sono state sufficienti per portare a giudizio le persone sospettate dell'omicidio, così il caso e' stato archiviato. (Antimafiaduemila.com)

 

8 Ottobre 2007 Sant'Antimo (NA) Ucciso Francesco Gaito, titolare di una tabaccheria, in un tentativo di rapina.
Francesco Gaito, un tabaccaio di sant'Antimo (NA), è stato ucciso durante un tentativo di rapina. La vittima è stata ammazzata nella piazza della cittadina mentre stava andando a piedi in banca per depositare settemila euro. Il tabaccaio era appena uscito dal suo negozio, in piazza Matteotti, quando è stato affrontato da due malviventi quasi a metà strada tra la tabaccheria e la banca, un percorso di circa duecento metri. Gaito ha reagito, e uno dei due lo ha ammazzato con un colpo di pistola. Gli aggressori, giovani e a volto scoperto, sono fuggiti a piedi senza portare a termine la rapina: la somma di denaro è stata trovata dai carabinieri sul cadavere del tabaccaio. Ad oggi l'omicidio di Francesco Gaito è ancora senza colpevoli.

 

9 Ottobre 1988 Gela. Ucciso Giuseppe Failla, 50 anni, gestore da tre anni di un bar, probabile vittima del racket.
Il corpo del barista Giuseppe Failla, 50 anni, è stato trovato a terra dietro il bancone del bar in via Cadorna, una traversa tra il centrale corso Vittorio e il municipio. Failla originario di San Cataldo - un paese in provincia di Caltanissetta - aveva rilevato la gestione del bar da tre anni. L'ipotesi degli investigatori fu che il commerciante non avesse voluto sottostare al ricatto del «pizzo» e per questo sarebbe stato punito con la morte.

 

 

10 Ottobre 1980 Cittanova (RC). Uccisi Giuseppe Giovinazzo e Girolamo Galasso. Probabili testimoni scomodi.
IL muratore Giuseppe Giovinazzo, 26 anni, di Cittanova, fu ucciso il pomeriggio del 10 0ttobre del 1980, mentre in compagnia di Girolamo Galasso, si stava recando in campagna per prendere una pizza da mangiare con gli amici. Ma i due non arriveranno mai a destinazione. Furono trovati qualche ora dopo, uccisi a colpi di fucile, in contrada Vatone, a bordo dell’auto di Galasso. Il loro omicidio, considerato che i ragazzi erano totalmente estranei ad ambienti malavitosi e anzi, erano molto conosciuti in paese e apprezzati per la loro dedizione al lavoro e alla famiglia, destò grande sorpresa e commozione. Secondo gli investigatori dell’epoca, i due assistettero casualmente a qualcosa che li rese dei testimoni scomodi. La loro morte, ancora oggi, è avvolta da un fitto mistero. (foto di Giuseppe Giovinazzo ed articolo da quotidianodelsud.it)

 

 

10 Ottobre 1892 Mezzojuso (PA). Ucciso Francesco Gebbia, consigliere comunale del paese.
Francesco Gebbia era un consulente legale, Consigliere comunale di opposizione del Comune di Mezzojuso (PA), fu assassinato nella piazza del paese a fucilate il 10 ottobre del 1892. (Wikipedia)

 

10 Ottobre 1990 Caltagirone (CT). Assassinato Giuseppe Aiello, 12 anni, testimone dell'omicidio del pastore per cui lavorava.
Giuseppe Aiello, un bambino di dodici anni, di Caltagirone (CT) nel tempo libero dalla scuola, per aiutare la famiglia, andava a lavorare in campagna da un pastore, Giacomo Grimaudo, con precedenti penali per abigeato. Era l'8 ottobre del 1990. L'agguato è scattato intorno alle 18,30 in contrada Racineci, dove Grimaudo possedeva un ovile nel quale erano radunate le sue ottocento pecore. Una mandria imponente che era stata ingrandita recentemente. Il pastore, aiutato dal ragazzetto, aveva completato il raduno degli animali e si era appena dedicato alle operazioni di mungitura. Gli assassini sono arrivati silenziosamente alle spalle, cogliendolo di sorpresa. Un attimo per prendere la mira e poi si e scatenato l'inferno. Grimaudo è stato colpito alla schiena e al torace da numerosi colpi di 7’65 che lo hanno fulminato mentre si trovava chino sulle bestie per la mungitura. Poi i colpi al piccolo Giuseppe, almeno sei, alcuni dei quali alla testa. Un particolare questo che eliminerebbe ogni dubbio sulla volontarietà dell'uccisione del pastorello.Grazie alla testimonianza di un altro ragazzo, quindicenne, che lavorava anche lui con il pastore,  riuscito a salvarsi soltanto perché non era stato visto, sono stati arrestati i due sicari.

 

10 Ottobre 2006. Quarto (NA). Enrico Amelio, imprenditore di Gaeta (LT), morì per una pistolettata ad una femorale. Fu gambizzato per dare "un segnale" ad un parente che aveva osato intromettersi in un affare a cui era interessato un capoclan della zona.
Enrico Amelio, imprenditore di Gaeta (LT), stava andando a trovare un parente di Quarto (NA). Ad un tratto, mentre camminava lungo Corso Italia,  due uomini in sella a una moto lo affiancarono. Il passeggero sparò un colpo di pistola e lo ferì a una gamba. Poco dopo, appena soccorso e caricato a bordo dell'ambulanza, Enrico morì: la pallottola aveva reciso la femorale.Doveva essere una lezione, una gambizzazione. Si trasformò invece in omicidio.
Dalle indagini è emerso che Enrico Amelio fu ucciso perché un suo zio materno era intenzionato ad acquistare alcuni fondi in via Marmolito, nella zona quartese a tutti nota come la Macchia, sui quali anche il capoclan della zona aveva mostrato interesse. Era un affare da tre milioni di euro e non si poteva permettere che altri si intromettessero.

11 Ottobre 1980 Napoli. Ucciso Ciro Rossetti, giovane operaio dell'AlfaSud
L'11 ottobre del 1980 a San Giovanni a Teduccio, quartiere del napoletano, viene ucciso Ciro Rossetti, giovane operaio dell'Alfasud.  Ciro si è recato a casa della madre con la moglie ed i suoi due figlioletti per assistere con i suoi parenti alla partita di qualificazione ai mondiali Italia-Lussemburgo. Secondo la ricostruzione della polizia, l'operaio, uditi alcuni spari, si sarebbe subito precipitato alla finestra. Passava di lì un'Alfasud con a bordo almeno 3 persone. Una di queste, con il braccio proteso fuori dal finestrino anteriore destro, impugnava una pistola da cui sarebbero stati esplosi almeno quattro colpi, a distanza di pochi secondi l'uno dall'altro, uno dei quali ha ferito all'anca Ciro Sorrentino e ucciso il giovane Rossetti, padre di due bambini, che con la malavita della zona non aveva nulla da spartire. (Fondazione Pol.i.s.)

 

11 Ottobre 1983 Carinola (CE). Ucciso Ignazio De Florio, 24 anni, agente di custodia del locale carcere, senza un motivo.
Ignazio De Florio -  nato a Apice (BN) il 13/02/1959 - era un Agente del Corpo degli Agenti di Custodia in servizio presso la Casa di Reclusione di Carinola (CE). L'11 ottobre 1983 veniva fatto segno di un attentato, riconducibile a fatti commessi per il perseguimento delle finalità delle associazioni di cui all'art.416/bis C.P., mentre ritornava a casa dopo essere smontato dal servizio. Prontamente soccorso, cessava di vivere durante il trasporto in Ospedale. Riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell'Interno.

 

11 ottobre 1983 Ucciso in un agguato Franco Imposimato. Una vendetta trasversale nei confronti del fratello, l´allora giudice istruttore Ferdinando che stava indagando su Cosa nostra e Banda della Magliana.
Franco Imposimato Ucciso a Maddaloni (CE). Una vita normalissima la sua, divisa tra il lavoro, come impiegato della CGIL alla FACE Standard e la vita familiare: Franco è sposato, ha una moglie e due figli, il maggiore Giuseppe e il più piccolo Filiberto. Suo fratello è Ferdinando Imposimato, giudice che conduceva delicate indagini riguardanti la Banda della Magliana. Questo la Camorra non l’ha perdonato. Franco è stato vittima di un attentato trasversale, portato a termine da una connection tra Mafia e Camorra. Lo scopo era quello di intimidire suo fratello, il giudice. L’uccisione avvenne l’11 ottobre del 1983, mentre era in macchina con la moglie e il cane. L’auto venne affiancata da tre sicari a bordo di una Ritmo 105, furono sparati diversi colpi: Franco morì subito, con undici proiettili. La moglie venne invece ricoverata d’urgenza in ospedale: colpita da due proiettili, riuscì a sopravvivere. Una telefonata ricevuta dall’ANSA, il giorno dopo l’omicidio, smentì l’ipotesi che la colpa fosse da attribuire alle Brigate Rosse. Una voce anonima, infatti, disse: “è stato ucciso il fratello del giudice boia”. Indagini successive scoprirono il mandante dell’omicidio, Pippo Calò, che ordinò l'uccisione di Imposimato chiedendo aiuto ai "cugini" del clan dei Casalesi. Il nome dello stesso Imposimato compare infatti nel processo Spartacus, che condannò Calò all’ergastolo in via definitiva. (19luglio1992.com)

 

11 Ottobre 2009 Serra San Bruno (VV). Scompare Pasquale Andreacchi, 18 anni. Ritrovano il suo corpo fatto a pezzi.
Pasquale Andreacchi ucciso a Serra San Bruno (VV). Aveva compiuto 18 anni da neanche un mese quando cadde vittima della barbarie che lo ha strappato, poco più che bambino, alla sua famiglia. Poco prima, per festeggiare il suo ingresso nella maggiore età, Pasquale si era fatto un regalo, un cavallo. Si chiamava Joe, ed insieme allo stallone Hidalgo, e ad altri, era la sua vera ragione di vita. La sua unica smisurata passione. Non era riuscito ancora a pagarlo, quel cavallo, poiché aspettava un assegno che tardava ad arrivare. L'aveva acquistato da un pregiudicato del luogo, che per il mancato pagamento pare abbia minacciato più volte Pasquale e i suoi familiari. L'11 ottobre 2009 il 18enne scompare nel nulla. Ci sono alcune testimonianze che poi vengono ritrattate. C'è omertà, c'è paura. La sorte di Pasquale sembra segnata. In molti lo capiscono sin da subito, ma dovranno passare due mesi, tra ricerche vane e indagini che si riveleranno quantomeno lacunose, per avere la conferma della tremenda fine toccata a quel bambinone timido e schivo alto quasi due metri. Il 9 dicembre viene trovato, in un cassonetto, un teschio umano con un foro di proiettile in fronte. Il 27 dicembre, poco distante dal cassonetto, un cacciatore trova altri resti: frammenti ossei e vestiti, ci sono anche i suoi documenti. Gli ultimi dubbi svaniscono, il dna conferma che si tratta di Pasquale. I funerali vengono celebrati 5 mesi dopo: lungaggini dovute agli esami scientifici sui resti ossei, un'investigazione lunga che però non produrrà risultati. Il luogo del ritrovamento non viene isolato come si dovrebbe; i rilievi scientifici, che nell'immediato avrebbero potuto raccontare molto, non vengono effettuati. La pista che si segue è sempre quella della compravendita del cavallo, ma non porta a nulla di concreto. (ilvizzarro.it)

 

12 Ottobre 1983 Lamezia Terme. Rapito Giuseppe Bertolami, florovivaista di 58 anni.
Giuseppe Bertolami, rapito la sera del 12 ottobre 1983, all’età di cinquantotto anni.  Originario della Sicilia, viveva da anni in Calabria dove, nella provincia di Lamezia Terme, aveva aperto insieme al fratello l’attività di florovivaista, dando lavoro a qualche centinaio di persone. Non è molto in salute pertanto la famiglia avvia fitti negoziati per cercare di abbassare la cifra, iniziale di quattro miliardi, a cui non possono far fronte. Le trattative proseguono, tra lunghi silenzi e lettere che provano l'esistenza in vita dell'ostaggio, fino ad aprile dell'anno nuovo, poi più nulla. Nonostante i ripetuti appelli della famiglia il corpo non è mai stato ritrovato.

 

12 Ottobre 1992 Palermo Serafino Ogliastro, ex poliziotto e all’epoca venditore di auto, scompare nel nulla.
Serafino Ogliastro, ex agente della polizia di stato, ucciso a Palermo, il 12 ottobre 1992, da Salvatore Grigoli con il metodo della lupara bianca. I mafiosi di Brancaccio sospettavano che Ogliastro nell'ambito del suo lavoro fosse venuto a conoscenza degli autori dell'omicidio di un mafioso, Filippo Quartararo. Al processo, Grigoli si autoaccusò dell'omicidio indicando altri 7 complici.
«Mio fratello lo abbiamo cercato ovunque, speravamo in un colpo di testa. Ci rivolgemmo persino a Chi l’ha visto? e, la sera della trasmissione, gli assassini di Serafino seguirono la televisione sganasciandosi dalle risate. Grigoli lo racconta nei suoi verbali. Certo, è stato lui a rivelarci la fine di mio fratello, che quel giorno verso la 13 si recò nell’autosalone dove c’erano Grigoli, Spattuzza e gli altri. La mafia riteneva che Serafino fosse venuto a conoscenza dell'identità dell'assassino del boss Quartararo. Lo interrogarono con i metodi che usa la mafìa, torturandolo. Lo strangolarono in sei e alla fine lo caricarono su una 127 andandolo a seppellire non sa dove».

 

12 Ottobre 1996 Giugliano (NA). Resta uccisa Concetta Matarazzo, 37 anni casalinga, in un incidente provocato da una imboscata tra malavitosi.
Giugliano (NA) 12 Ottobre 1996. Ha avuto una sola "colpa", Concetta Matarazzo: trovarsi a passare in auto sulla statale domitiana mentre due malviventi venivano massacrati durante un inseguimento sulla corsia opposta della strada. La macchina con i due malviventi e' sbandata, travolgendo il guard rail e finendo per schiantarsi contro la vettura su cui la donna, una casalinga di 37 anni, viaggiava assieme ad un amico. Concetta e' morta all' istante.

 

12 Ottobre 1999 Fasano (BR). Anna Pace, di 62 anni, resta vittima di uno scontro con un furgone carico di sigarette di contrabbando lungo la strada statale.
12 ottobre 1999. Anna Pace, di 62 anni, resta vittima di uno scontro con un furgone carico di sigarette di contrabbando lungo la strada statale tra Fasano (BR)e Locorotondo. Altre tre persone rimangono ferite nell'incidente.

 

13 ottobre 1992 Porto Empedocle (AG) . Ucciso Pasquale Di Lorenzo, sovrintendente di Polizia Penitenziaria presso il carcere di Agrigento
Pasquale Di Lorenzo era un sovrintendente di Polizia Penitenziaria, prestava servizio nel carcere di Agrigento e, in assenza del comandante, svolgeva le funzioni di reggente. Di Lorenzo era conosciuto come “persona dotata di forte carattere, non incline a compromessi e considerato dai detenuti un duro”, consapevole della delicatezza che il suo ruolo richiedeva in un istituto penitenziario con una forte presenza di detenuti per reati di mafia. Il 13 ottobre 1992 fu ucciso con quattro colpi d’arma da fuoco mentre si trovava in campagna, in contrada Durruelli di Porto Empedocle, dove possedeva un appezzamento di terra. Il collaboratore di giustizia Alfonso Falzone, autoaccusatosi del delitto, al processo celebrato nel 1999 presso la Corte d’Assise di Agrigento  svelò il movente, fece i nomi dei mandanti e il nome del complice che, insieme a lui, fu l’esecutore materiale del delitto. L’omicidio era maturato in un clima d’intimidazione e di ritorsione, Di Lorenzo fu identificato come obiettivo simbolo della vendetta mafiosa, che doveva prevedere l’uccisione di un poliziotto penitenziario per ogni carcere della Sicilia. Progetto scellerato che, fortunatamente, non fu attuato, perché le menti strategiche della mafia temettero che il piano avrebbe comportato un’attenzione troppo forte da parte delle forze dell’ordine. La vita del sovrintendente, però, era ormai tragicamente segnata.

 

14 Ottobre 1905 Corleone (PA). Ucciso Luciano Nicoletti, contadino socialista, partecipò al movimento dei Fasci.
Luciano Nicoletti (Prizzi, 1851 – Corleone, 14 ottobre 1905) è stato un contadino italiano, legato al partito socialista.
È stato tra i protagonisti dei Fasci siciliani e delle rivolte dei contadini in Sicilia.
Da giovane si trasferì a Corleone, dove si sposò ed ebbe cinque figli. Nel 1893 fu tra i più attivi contadini socialisti che chiedevano l'applicazione dei Patti di Corleone, aderendo ai Fasci siciliani e lottando attraverso gli scioperi. Non potendo lavorare, i contadini rischiavano di morire, così fu tra i promotori di una "cassa di resistenza" per mantenere le famiglie degli scioperanti, che per breve tempo riuscì ad aiutarli.
Dopo aver ottenuto alcune importanti vittorie, tentò di ottenere le cosiddette "affittanze collettive", per poter assicurare un fazzoletto di terra ad ogni lavoratore. Le sue lotte non furono accettate dalla mafia, che il 14 ottobre 1905 lo fece uccidere con due colpi di lupara in contrada San Marco. (lamafiasiciliana.blogspot.it)

 

14 Ottobre 1920 Palermo . Assassinato Giovanni Orcel, segretario degli operai metallurgici della Cgil
Giovanni Orcel  era segretario dei metalmeccanici di Palermo nonché promotore (assieme ad Nicolò Alongi, ucciso il 29 febbraio dello stesso anno) del collegamento tra movimento operaio e movimento contadino nel palermitano. Fu il principale organizzatore della più importante occupazione del cantiere navale di Palermo, avvenuta il 4 settembre 1920, per protestare contro il licenziamento di 250 lavoratori. Era il candidato socialista alla provincia di Palermo quando viene ucciso a Palermo il 14 Ottobre del 1920.

 

14 Ottobre 1974 Buguggiate (VA) Rapito Emanuele Riboli, 17 anni. Mai più ritrovato.
Emanuele Riboli lo prendono quando ha appena diciassette anni, scelto perché figlio di un industriale del Varesotto. Lo prelevano mentre torna a casa in bicicletta e lo portano in un box auto in provincia di Bergamo, per poi trasferirlo, forse in Toscana. I contatti tra la famiglia, tramite lo zio Pierino, e i sequestratori portano al pagamento di un riscatto di 200 milioni. Ma la banda avanza una seconda richiesta di un miliardo. Il maldestro tentativo di liberare il ragazzo da parte dei carabinieri - un emissario avrebbe dovuto consegnare una valigia con una ricetrasmittente, ma il movimento di un militare ha fatto saltare il piano - spinge i rapitori ad avvelenare il giovane Emanuele e a disfarsi del cadavere. Forse lo studente lombardo è stato dato in pasto ai maiali, come è accaduto ad altre vittime in alcuni sequestri operati dalle bande sarde nell'isola e in Toscana. (Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

14 Ottobre 2010 Aversa (NA). Pietro Capone, 23 anni, è stato ucciso dal figlio di un boss dei Casalesi che molestava la giovane moglie.
Pietro Capone, imbianchino di 23 anni, di Aversa (NA), padre di un bambino di due anni, è morto in ospedale il 14 ottobre del 2010, la giugulare recisa dal figlio diciottenne di un boss dei casalesi che infastidiva la sua giovanissima moglie di 21 anni. Durava già da mesi, così, dopo l'ultimo episodio, nonostante  lo conoscesse di fama, anche perché abitavano nello stesso quartiere, decise di andargli a parlare. È nata una discussione che è degenerata. Il figlio del camorrista ha estratto un coltello a serramanico e gli ha sferrato una serie di, lo ha lasciato a terra ed è scappato a bordo di una minicar. Soccorso in ospedale, Pietro è morto poco dopo a causa dell' emorragia.

 

15 Ottobre 1974 Olginate (Lecco). Rapito Giovanni Stucchi, industriale 30enne, ucciso, i resti mai ritrovati.
Giovanni Stucchi, trentenne industriale di Olginate, è stato rapito la sera del 15 ottobre del '74, davanti alla sua villa di via Radaelli. Dopo i primi contatti con i sequestratori, la famiglia si è affidata all'avvocato Edmondo Martini di Lecco. Una mediazione che ha portato al pagamento di un riscatto di 700 milioni di lire. Ma l'ostaggio non è stato mai rilasciato e la banda ha interrotto le comunicazioni. [...] Il 6 settembre del 2009 è morta a sessantatre anni Giovanna Donizetti, la vedova Stucchi, senza conoscere la verità sulla morte del marito, i cui resti non sono mai stati ritrovati. E' rimasta nella sua casa di Olginate, dove ha cresciuto da sola e con grande forza d'animo i figli Aristide e Alice, per poi dedicarsi ai cinque nipotini. Una storia che ha scosso la provincia di Lecco e suscitato una grande commozione, rimasta viva per decenni. (Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

15 Ottobre 1976 Torino. Adriano Ruscalla, Imprenditore 51enne, rapito non se ne è saputo più nulla.
Il 15 Ottobre 1976 a Torino viene rapito Adriano Ruscalla, imprenditore 51enne, appartenente a una famiglia di noti costruttori. Quattro banditi hanno fatto irruzione all'interno dell'ufficio vendite di un cantiere in corso Telesio Impresario, pistole in pugno, hanno afferrato la vittima e l'hanno trascinata fuori caricandola su un'Alfetta - Testimoni del rapimento (il quindicesimo in Piemonte) una donna e il titolare di un'officina: hanno visto l'impresario dibattersi e lo hanno sentito urlare. Mai più tornato a casa, nonostante i parenti avessero pagato un riscatto di mezzo miliardo di lire.


15 Ottobre 1982 Cesa (CE). Ucciso in un agguato Gennaro De Angelis, Agente della Polizia Penitenziaria.
Gennaro DE ANGELIS, nato a Cesa (CE) il 26 ottobre 1945 prestava servizio alla Casa Circondariale di Napoli – Poggioreale. Qui espletava tra i vari compiti d'istituto anche quello della ricezione pacchi dei detenuti ed è stata proprio questa funzione, così come emerge dagli atti giudiziari, a portarlo alla morte. Sembra poco per togliere la vita ad una persona, ma in quegli anni dove la strategia della nuova camorra organizzata era quella del terrore, ad ogni rifiuto di cortesia o di tangente si pagava con la morte, senza fare distinzione tra imprenditori, commercianti o forze dell'ordine. Egli cadeva vittima della camorra il 15 ottobre 1982, giorno in cui veniva ucciso in un agguato nel Comune di Cesa, nelle vicinanze della propria abitazione. L'Agente lasciava la moglie Adele e i tre figli Vincenzo, Marianna e Annunziata che rimangono orfani rispettivamente all'età di nove, cinque e due anni.Il ministero dell'Interno prima lo ha riconosciuto "vittima del dovere” ai sensi della legge 466/1980 e successivamente "vittima della criminalità organizzata” ai sensi della 407/1998. (vittimedeldovere.it)

 

15 Ottobre 2012 Marianella (NA). Ucciso il giovane Pasquale Romano. "Ucciso per errore"
“Pasquale “Lino” Romano dà un bacio a Rosanna, la sua futura sposa, scese da casa di lei per andare dagli amici per la partitella a calcetto. Il killer è appostato fuori al palazzo. E’ buio e piove a dirotto. Negli occhi solo odio. La pistola è carica. Il colpo è in canna. Lui è eccitato. Già sente l’odore del sangue. E’ sicuro che da quel cazzo di portone verrà fuori Domenico Gargiulo detto “sicc e Penniell”, un bastardo, un traditore, un “girato” che ha preferito fare armi e bagagli e vendersi alla fazione camorristica rivale. Il “tribunale della malavita” lo ha già condannato: è un morto che cammina. Il sicario Salvatore Baldassarre possiede informazioni sicure. Una specchiettista di camorra per mille euro ha venduto al clan con un sms la vita di “sicc e Penniell”, fidanzato della nipote. Una trappola di camorra. Lui non sospetta di nulla. E’ comunque attento e lo protegge la buona stella. Scamperà per altre due volte la morte, di fronte a pistole che s’inceppano e a killer che sbagliano bersaglio. Lino esce dal palazzo e si dirige verso la sua auto. Attimi, istanti e si scatena il terrore. Il killer gli scarica addosso un intero caricatore. I proiettili trafiggono il corpo innocente di Lino appena 30 anni come l’età del suo aguzzino. In una telefonata intercettata dagli inquirenti il sicario – a chi gli chiede conto dell’errore – dirà : “Tu lo sai bene quando io inizio a sparare non mi fermo più”. Ecco a fermarlo dovrà essere la giustizia con una sentenza di condanna esemplare : l’ergastolo. E’ quanto hanno richiesto al giudice Francesco Cananzi i pubblici ministeri Enrica Parascandalo e Sergio Amato.” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/13/maledetta-camorra-lino-romano-anno-dopo/742298/)

 

16 Ottobre 1945 Strage a contrada Apa Niscemi (CL). I Carabinieri Michele Di Miceli, Rosario Pagano e Mario Paoletti perirono in un agguato di vili assassini.
A Niscemi operava dal 1943 una pericolosa banda criminale che, per diversi mesi, divenne compagna di strada del movimento separatista siciliano, prima di essere ripudiata dagli stessi separatisti per la ferocia dei suoi delitti. A capo di questa banda c’era, nel primo periodo, Rosario Avila detto “Canaluni” che, da giovane, aveva giurato «eterna lotta ai Carabinieri». Uno degli agguati più sanguinosi per opera sua si verificò il 16 ottobre 1945. Sette carabinieri del Nucleo di Niscemi erano usciti per il consueto pattugliamento della campagna quando, presso una masseria di contrada Apa, furono brutalmente assaliti a colpi di fucile e bombe a mano.
Tre morirono sul colpo: l’appuntato Michele de Miceli ed i carabinieri Mario Paoletti e Rosario Pagano, mentre altri quattro carabinieri Santo Garufi, Rosario Gialverde, Giuseppe Gallo e Nicola Magro scamparono all’agguato dei banditi ma rimasero gravemente feriti. (Liberanet.org)

 

16 Ottobre 1996 Niscemi (CL). Uccisi Salvatore Frazzetto e il figlio Giacomo durante una rapina, tragico epilogo di mesi di estorsioni, minacce ed intimidazioni, che continuarono anche sulla signora Agata che, lasciata sola dalle istituzioni, si suicidò.
Salvatore Frazzetto, 46 anni, e il figlio Giacomo, 21, sono stati uccisi con colpi di arma da fuoco durante una rapina nel loro negozio di di Niscemi (CL) il 16 Ottobre 1996. Due malviventi, poco prima della chiusura, sono entrati nel negozio, la pellicceria gioielleria "Papillon" in via Terracini, con il volto scoperto e armi alla mano, tentando una rapina. I due banditi avrebbero cominciato a picchiare la moglie della vittima, Agata Azzolina, di 42 anni, che si trovava alla cassa. A questo punto sarebbe intervenuto il marito, accorso dal retrobottega. L' uomo avrebbe inveito contro i due e sarebbe tornato nel retrobottega a prendere una pistola. Al suo ritorno i due lo hanno disarmato e con la sua stessa pistola hanno sparato contro di lui e contro il figlio, a sua volta accorso in aiuto dei genitori.Erano mesi che la famiglia Azzolina era vittima di estorsioni da parte dei due malviventi, estorsioni e minacce che sono seguitate anche successivamente agli omicidi, nei confronti della signora Agata e della figlia ventenne Chiara. La signora Agata, distrutta dal dolore, si ucciderà nella propria casa, meno di cinque mesi dopo, il 23 marzo.

 

16 Ottobre 2005 Locri (RC). Assassinato Francesco Fortugno mentre ricopriva la carica di vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria.
"Fortugno avrebbe pagato con la vita l’inaspettata elezione in Consiglio Regionale con oltre 8500 preferenze. I Marcianò, elementi vicini al clan Cordì, avevano infatti “tirato la volata” a un altro candidato: quel Domenico Crea condannato in seguito per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo “Onorata Sanità”. Crea, però, non riuscì a essere eletto, ottenendo un pessimo risultato proprio a Locri, dove Alessandro Marcianò, caposala dell’ospedale, aveva promesso almeno 700 voti. A questo punto, dunque, i Marcianò, avrebbero commissionato l’omicidio di Fortugno al giovane Salvatore Ritorto proprio per riacquistare credito nei confronti di Mimmo Crea, al fine di salvaguardare eventuali possibilità di arricchimento: “Appare ampiamente logico e plausibile – scrivono i magistrati Finocchiaro e Gaeta – condividere l’assunto dei giudici di prime cure allorquando scrivono che l’omicidio dell’onorevole Fortugno è stato ideato e voluto proprio per sanare la defaillance che avrebbe non solo nuociuto ai Marcianò sotto il profilo economico immediato, ma anche isolato gli stessi, rendendoli personaggi non più affidabili e, quindi, impossibilitati a riproporre i loro servigi nelle successive consultazioni elettorali”. I Marcianò, dunque, si sarebbero spesi per Crea, con la speranza che questi, una volta eletto, diventasse assessore alla sanità, ma l'exploit di Fortugno mandò ogni progetto all'aria. L’eliminazione di Fortugno avrebbe dovuto permettere allora a Crea di approdare in Consiglio Regionale, visto che si era posizionato come primo dei non eletti: “Il Crea, infatti, nella sua qualità di primo dei non eletti, a seguito della morte dell’on. Fortugno, sarebbe automaticamente subentrato a quest’ultimo nel Consiglio Regionale (così come di fatto è avvenuto)”." (Claudio Cordova - Strilli.it)

 

17 Ottobre 1980 Siderno (RC). Rapito Antonio Colistra, avvocato di 56 anni, marito di una farmacista. Il corpo non sarà mai ritrovato.
17 Ottobre 1980 Siderno (RC). Antonio Colistra, avvocato, marito di una farmacista, è in campagna quando viene assalito. Non ci sta e reagisce, prova a mettere fuori gioco i banditi, ma subisce un duro pestaggio e resta ferito prima di finire inghiottito dall'Aspromonte. Ha cinquantasei anni, e probabilmente quello è stato il suo ultimo giorno di vita: ha subito un'operazione alla gola, è debilitato e necessita di cure. Lo choc e la violenza dei sequestratori saranno fatali. Inutili gli appelli della moglie, nessuno si farà vivo, né il corpo sarà mai ritrovato. (Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

18 Ottobre 1984 Palermo. Strage di Piazza Scaffa. Furono uccise 8 persone per dare un segnale forte della "potenza criminale delle "famiglie" siciliane".
Palermo, 18 ottobre 1984. Nella stalla di Cortile Macello verso le ore 21 c'erano otto uomini che stavano sistemando una partita di cavalli appena arrivati da Molfetta. Gli animali appartenevano ai fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, commercianti di carne equina, proprietari di alcune macellerie in città. Assieme a loro c'erano il cugino Cosimo Quattrocchi, il cognato Marcello Angelini. E poi Salvatore Schimmenti, Paolo Canale, Giovanni Catalanotti e Antonino Federico che si erano fermati a dare una mano. L' azione dei killer è stata fulminea, spietata. L'obiettivo vero erano i fratelli Quattrocchi, ma si volle dare comunque un segnale inequivocabile sulla capacità di reazione della mafia. Pochi giorni prima infatti il potere delle cosche era stato incrinato dalle confessioni di Tommaso Buscetta e dai 366 mandati di cattura firmati dall'Ufficio istruzione di Palermo. La strage era la riprova della potenza criminale delle "famiglie" siciliane. Ma serviva anche a far capire che nonostante le retate l'influenza della mafia era ancora solida e non ammetteva deroghe. I fratelli Quattrocchi, infatti, avevano tentato di sfuggire al "giro" del clan dei catanesi che in Sicilia detiene il controllo del commercio equino. Sono loro gli intermediari inevitabili, gli uomini che tirano le fila di un business di diversi miliardi all'anno. Ma i Quattrocchi avevano provato a mettersi in proprio, profittando dell'estrema incertezza esistente all'interno della costellazione mafiosa e tentando un collegamento diretto con i gruppi di pugliesi. (Giuseppe Cerasa – La Repubblica)

 

18 Ottobre 1994 Acate (RG). Ucciso Saverio (Elio) Liardo, perché si era rifiutato di pagare il pizzo.
Era la sera del 18 ottobre del 1994 quando Saverio Liardo, conosciuto come Elio, veniva ucciso nel suo distributore di benzina nei pressi di Acate, nel ragusano. Soltanto il 14 luglio del 2010, però, il Tribunale di Catania ha stabilito con sentenza passata in giudicato, che si trattava di un omicidio di mafia. La morte di Saverio Liardo doveva essere un segnale esemplare nei confronti dei commercianti di Niscemi: “Se non pagate, farete la sua stessa fine”. Messaggio chiaro, lineare. Le indagini, tuttavia, come sempre succede in Sicilia, hanno seguito la pista passionale. Una questione di amanti. Una questione di ingiustizia, lunga ingiustizia. Saverio Liardo era un onesto lavoratore, marito e padre di due figli.
Dopo i primi momenti di scoramento, raccontano madre e figlio, «non ci siamo più fermati». Hanno subito capito il motivo per cui Saverio Liardo era stato ucciso. «Si era rifiutato di pagare il pizzo», racconta la signora Saita che ricorda: «Mio marito diceva: “a questo non mi piegherò mai”, non è mai sceso a compromessi». Saverio Liardo non ha voluto pagare il pizzo ai boss e per questo è stato ucciso. «C'erano amici di papà – racconta Francesco Liardo - che hanno dichiarato che mio padre temeva gente che chiedeva il pizzo». Le prime indagini, gestite dai carabinieri e archiviate per due volte, tuttavia puntavano ad altro. (Tratto da Liberainformazione.org)

 

20 Ottobre 1989 Statte (TA). Domenico Calviello, 14 anni, vittima innocente della criminalità.
Domenico Calviello, un ragazzo di quattordici anni, ucciso a fucilate il 20 ottobre 1989, mentre si trovava nei pressi della macelleria del padre a Statte, una borgata a 13 chilometri da Taranto. Ad ammazzarlo sono stati due killer appostati dietro un muretto distante pochi metri. Misterioso il movente. Gli investigatori — squadra mobile e carabinieri — accreditano due ipotesi: un errore di persona oppure una vendetta trasversale. L'omicidio è avvenuto poco dopo le 21. Domenico Calviello stava parcheggiando il suo ciclomotore dinanzi alla macelleria ormai chiusa al pubblico. Il fratello Antonio, 24 anni, era a qualche decina di metri, in compagnia di due amici. Uditi gli spari, si è dato alla fuga. Poi. quasi intuendo la tragedia, è ritornato sui propri passi alla ricerca del fratello minore, che era disteso sul selciato, agonizzante. Nel buio i killer si sono dileguati. Nessuno ha «visto». Il ragazzo è stato soccorso dal padre Pietro, che era in strada. Domenico è stato trasportato all'ospedale. Tutto inutile. Secondo i primi accertamenti sarebbe stato colpito da numerosi pallettoni. Domenico Calviello era un ragazzo tranquillo. Aveva conseguito a giugno la licenza media, poi si era dedicato alla macelleria dando una mano al padre. La sua fisionomia, identica a quella del fratello, accredita l'ipotesi che possa essersi trattato di un errore di persona. (Fonte La Stampa)

 

22 Ottobre 1946 Santa Ninfa (TP). Ucciso il mezzadro Giuseppe Biondo.
Giuseppe Biondo fu ucciso a rivoltellate dal suo padrone a Santa Ninfa (TP) il 22 ottobre 1946. Rivendicava la ripartizione dei prodotti agricoli secondo il decreto Gullo.
Alla memoria di Giuseppe Biondo fu poi intitolata la Cooperativa agricola di Santa Ninfa.

 

22 ottobre 1970 a Sciacca (AG) muore il Tenente della Guardia di Finanza Cosimo Aleo, ferito in una operazione anticontrabbando il 27 Gennaio 1970 nella zona di Camnago Faloppio (CO)
Il Tenente della Guardia di Finanza Cosimo Aleo,  rimase gravemente ferito  in una operazione anticontrabbando il 27 Gennaio 1970 nella zona di Camnago Faloppio (CO). Dopo alcuni segnali di ripresa che facevano ben sperare per la sua vita, morì il 22 ottobre 1970 a Sciacca (AG).

 

23 Ottobre 1980 Giugliano (NA) . Ucciso Antonio De Rosa, medico di base, perché scambiato per il vero obiettivo.
Antonio De Rosa  venne ucciso all'ingresso del parco Carola in Via Dante Alighieri a Giugliano, mentre si intratteneva con altri condomini,  perché scambiato per il vero obiettivo. Antonio indossava un giaccone simile a quello della persona che doveva essere eliminata e aveva anche lo stesso suo nome, cosicché quando fu chiamato, mentre l'uomo che doveva essere eliminato velocemente si nascose dietro Antonio, la povera vittima fu colpita al suo posto.  L'uomo che doveva essere ammazzato se l'era cavata ancora una volta, ma poi, a distanza di nove mesi, venne comunque ucciso in un luogo pubblico.  Antonio, ucciso per scambio di persona, lasciò una giovane moglie, allora insegnante elementare del terzo circolo didattico di Giugliano, e due bambini di quindici e dodici anni. A Giugliano in Campania una strada è dedicata alla sua memoria. (Fondazione Pol.i.s.)

 

23 Ottobre 1988 Locri. Ucciso Gino Marino, primario di chirurgia (44 anni).
Gino Marino era il primario di Chirurgia nell'ospedale di Locri. Venne ucciso all’ingresso dell’ospedale il 23 ottobre 1988. Appena 48 ore prima la sua équipe aveva operato una bimba di 4 anni che, dopo essersi risvegliata dall'anestesia, cadde in coma. I primi sospetti per l’omicidio del primario caddero sul padre della bambina, Antonio Giampaolo che era stato condannato per sequestro di persona e all’epoca era latitante. La bambina morì il 25 ottobre. L'autopsia effettuata sul suo corpicino confermò il buon lavoro svolto da Marino e dalla sua équipe.

 

23 Ottobre 1989 Locri. Ucciso Giuseppe Tizian, 36 anni, bancario. Le indagini non hanno portato ad alcun colpevole.
Giuseppe Tizian viene assassinato nella serata del 23 ottobre del 1989 a Locri. Stava tornando a casa, a Bovalino, a bordo di una Fiat Panda, lungo la statale 106. All'altezza dell'area archeologica e del museo della Magna Grecia di Locri l'agguato, a colpi di lupara. Aveva 36 anni ed era funzionario del Monte dei Paschi di Siena di Locri. Era secondo gli investigatori un "funzionario integerrimo". Le indagini del commissariato di Siderno, coordinate dal magistrato Carlo Macrì, non hanno prodotto risultati. Nonostante si sia subito profilata la pista legata all'attività bancaria, nel fascicolo Tizian sono parecchi i buchi neri, aspetti non chiariti e non scandagliati. Un caso che rimane ancora irrisolto

 

23 ottobre 2003 Caltanisetta: Ucciso l'imprenditore Michele Amico, si era opposto al pagamento del pizzo.

Michele Amico, titolare di una cartoleria-tabaccheria, venne ucciso a colpi di pistola il 23 ottobre del 2003 a Caltanisetta . Gli investigatori, attraverso le dichiarazioni dei familiari di Amico, di alcuni confidenti e gli accertamenti eseguiti sul traffico telefonico della vittima, hanno individuato l’assassino, ora collaboratore di giustizia. Il commerciante, che si era rifiutato di pagare il pizzo, prima di essere ucciso aveva subito numerosi attentati e atti vandalici.

 

25 Ottobre 1947 Terrasini (PA). Ucciso Giuseppe Maniaci. segretario della Confederterra

Giuseppe Maniaci, segretario della Confederterra di Terrasini (PA), fu ucciso il  25 ottobre 1947.  "Allora le autorità dissero che «era escluso il movente politico»"

 

25 Ottobre 1976 Milano. Rapito Mario Ceschina, imprenditore di 65 anni. Di lui si sono ritrovate solo alcune banconote provenienti dal riscatto.
Il 25 ottobre del '76 finisce in mano all'Anonima Mario Ceschina. L'imprenditore milanese ha sessantotto anni. Dopo i primi contatti, la famiglia riesce a pagare un riscatto di 400 milioni, nonostante il congelamento di un fondo bancario di un miliardo da parte della magistratura. Ma presto i sequestratori cessano le comunicazioni. E di Ceschina non si sa più nulla. Unica notizia: il ritrovamento di alcune banconote del riscatto, riciclate inseme ai fondi provenienti da altri rapimenti. Ma l'istruttoria, che ha riguardato personaggi calabresi e siciliani, si è conclusa in un nulla di fatto. (tratto dal libro Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta - di D. Chirico e A.Magro)

 

25 Ottobre 1992 Casandrino (NA). Ucciso il carabiniere Corrado Nastasi, 19 anni, nel corso di un tentativo di rapina.
Il Carabiniere Corrado Nastasi nato a Noto 18.02.1973, in servizio presso la stazione carabinieri di SANT’ANTIMO, reagendo coraggiosamente ad un tentativo di rapina, venne assassinato proditoriamente da alcuni rapinatori rimasti sconosciuti, il il 25 Ottobre 1992 alla periferia di Casandrino.
Intorno a quell'omicidio, a nove anni di distanza, ancora non è stata fatta luce.
Gli assassini di Corrado Nastasi, probabilmente, sono ancora in libertà.
Di sicuro non hanno ancora saldato il conto con la giustizia per quell'efferato delitto. (ancispettoratosicilia.it )

26 Ottobre 1959 Strage di Godrano (PA). Vengono assassinati Antonino e Vincenzo Pecoraro, 10 e 19 anni. Vittime di faida.
Una faida lunga quasi quaranta anni a Godrano (PA), il 26 ottobre del 1959 vede l’uccisione di un bambino di 10 anni, Antonino Pecoraro, e  del fratello Vincenzo, diciannovenne. Rimasti gravemente feriti il padre ed un amico del padre. Lo spaventoso crimine è stato consumato verso le ore 18 nel corso Vittorio Emanuele a Godrano da banditi che indossavano divise da carabinieri.

 

26 Ottobre 1986 Napoli. Colpito alla testa Carlo Bustelli, 15 anni. I colpi erano diretti a dei pregiudicati seduti nel bar gestito dal padre che stava aiutando.
26 Ottobre 1986 Napoli. Carlo Bustelli, 15 anni, aiuta il padre Gennaro a mandare avanti il piccolo pub nel rione antico. E' alla cassa. All'improvviso da fuori arriva una gragnola di colpi di pistola, tutti si buttano a terra ma Carlo non fa in tempo, una pallottola lo raggiunge alla testa.
E' un raid contro alcuni pregiudicati dentro il bar. (L’Unità)

 

26 Ottobre 2010 Casoria (NA). Durante una rapina restano uccisi Gerardo Citarella e, il 5 novembre, Pino Lotta, guardie giurate.
Il 26 ottobre 2010, durante un agguato alla filiale Unicredit di Casoria, perde tragicamente la vita il vigilante Gerardo Citarella di Nocera Inferiore, e viene gravemente ferito il collega Giuseppe Lotta, residente a Scafati, che morirà dieci giorni dopo, il 5 novembre. Secondo gli investigatori, intorno alle 10,30, un commando di 5-6 banditi armati di kalashnikov segue il blindato portavalori che preleva contante dalla filiale Unicredit di via Guglielmo Marconi. I malviventi entrano in banca, armi in pugno, a seguito delle guardie giurate. Citarella e Lotta reagiscono ed i malviventi fanno fuoco.

 

26 Ottobre 2012 Serra San Bruno (VV). Ucciso Filippo Ceravolo, 19 anni. Era a bordo di un'auto di proprietà del destinatario dell'agguato.
Filippo Ceravolo aveva diciannove anni appena, un ragazzo. Viveva a Soriano, un paesino di duemila abitanti in provincia di Vibo Valentia, adagiato sul granito della Serra e della Sila. Aveva un diploma di terza media, giocava a pallone nelle giovanili della squadra locale, lo raccontano come un tifoso sfegatato della Juventus. La sua vita si divideva tra il lavoro, aiutava il padre, titolare di una bancarella ambulante di dolciumi, la sua famiglia ha una tradizione quasi secolare nel settore, e la fidanzata.  La sera di giovedì 25 ottobre 2012 Filippo deve tornare a casa presto. Lo attende una sveglia all'alba, per andare con il padre al mercato di Reggio Calabria. È in ritardo. Chiede un passaggio all'amico con il quale ha appena preso l'aperitivo, in compagnia delle rispettive ragazze. Così sale sulla Punto di Domenico Tassone. E tanto basta per far finire tutto. I sogni, i progetti, il futuro. A pochi chilometri di distanza, in una zona che si chiama Calvario, qualcuno sta aspettando proprio quell'auto. Quando la vede, spara con un fucile caricato a pallettoni. Filippo viaggia sul sedile del passeggero, ma viene investito da due scariche. L'agonia di Filippo dura poche ore. Si spegne nella notte, tra le scene di disperazione dei suoi genitori. (Marco Imarisio - Corriere.it)

 

27 Ottobre 1919 Trapani. Uccisione di Giuseppe Monticciolo, presidente socialista della Lega per il miglioramento agricolo
Anch’egli, come tanti altri politici e sindacalisti dello stesso periodo, aveva costruito il proprio impegno a difesa dei contadini contro i soprusi dei proprietari terrieri e della mafia locale. Fu presidente socialista della Lega per il miglioramento agricolo. È dunque in questo contesto che va inquadrato il suo assassinio, avvenuto a Trapani il 27 ottobre 1919. (liberanet.org)

 

27 Ottobre 1962 Pavia. Cade il bireattore dell'Ing. Enrico Mattei Presidente dell'ENI. Con lui muoiono Irnerio Bertuzzi, il pilota, e William Mc Hale, un giornalista statunitense.
La sera del 27 ottobre 1962, l'aereo su cui Enrico Mattei, presidente dell’ENI, stava tornando da Catania a Milano, precipitò nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, mentre durante un violento temporale si stava avvicinando all'aeroporto di Linate. Morirono tutti gli occupanti: Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi ed il giornalista statunitense William Mc Hale.
Secondo alcuni testimoni, il principale dei quali era il contadino Mario Ronchi (che in seguito ritrattò la sua testimonianza), l'aereo sarebbe esploso in volo……. Nell'aereo si è certificato fu inserita una bomba stimata in 150 grammi di tritolo posti dietro al cruscotto dell'apparecchio che si sarebbe attivata durante la fase iniziale di atterraggio …… chiunque sia stato il mandante, pare ormai alquanto probabile che l'esecuzione sia stata affidata ad esperti locali, e che la casalinga mafia abbia quindi prestato il suo braccio (non è dato sapere in cambio di cosa) offrendo appetibili servizi i cui potenziali acquirenti erano numerosi.

 

27 Ottobre 1972 Ragusa. Assassinato Giovanni Spampinato, giornalista de L'Ora, di Palermo, e de l'Unità.
Giovanni Spampinato (Ragusa, 1948 – 27 ottobre 1972) è stato un giornalista italiano, vittima della mafia. Fu a partire dagli ultimi anni sessanta corrispondente dalla sua città del giornale L'Ora, di Palermo, e de l'Unità. Venne assassinato il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell'allora presidente del tribunale di Ragusa, in un contesto che all'epoca non venne adeguatamente investigato in sede giudiziaria. Spampinato indagava sull'uccisione di un facoltoso ingegnere-imprenditore, Angelo Tumino, che era avvenuta a Ragusa il 25 febbraio dello stesso anno. Era altresì impegnato in una inchiesta sulle attività del neofascismo in Sicilia, in relazione pure a situazioni di contrabbando e di affari illeciti con la mafia che avevano luogo lungo le aree orientali dell'isola. (Wikipedia)

 

27 Ottobre 1981 Cetraro (CS). Assassinato il commerciante Lucio Ferrami.
Due killer gli sparano in macchina mentre era in compagnia della moglie. La donna si salva perché il marito le fa da scudo con il suo corpo. L’uomo aveva denunciato poco tempo prima ai carabinieri di aver ricevuto la visita di alcune persone che gli avevano chiesto la tangente. La risposta dei malavitosi non si fa attendere. Nessuno può permettersi un gesto così rivoluzionario. Lucio paga con la vita il suo atto di insubordinazione. La vedova Ferrami per anni ha invocato giustizia denunciando indagini approssimative e collusioni. “Io ero in macchina con mio marito – affermò nel corso di una nota intervista televisiva – e nessuno mi ha mai chiamato per fare un riconoscimento”. Dopo anni passati a vedere a passeggio “gli assassini del marito”, ha deciso di continuare la sua vita e di non credere più nell’umana giustizia. (laboratoriolosardo.it)

 

27 Ottobre 1990 Taranto. Giuseppe Orlando, commerciante di 33 anni, viene colpito a morte da proiettili destinati a dei pregiudicati.
Il 27 ottobre 1990, resta ucciso Giuseppe Orlando, 33 anni, fornaio del rione Tamburi  (Taranto), zona in cui la malavita ha una sua roccaforte. Orlando era sulla soglia del suo negozio. Anziché colpire due pregiudicati, il killer colpì lui. Ai funerali sfilarono prefetto, comandante dei carabinieri, politici. Lo Stato volle far sentire così la sua presenza.

 

27 Ottobre 2000 San Giovanni in Fiore (CS): Ucciso Gianfranco Madia, 15 anni. insieme al nonno Francesco Talarico, 61 anni.
Gianfranco Madia, 15 anni, fu ucciso a colpi di "lupara" insieme al nonno Francesco Talarico, 62 anni, sulla superstrada che collega Camigliatello a San Giovanni in Fiore, il 27 Ottobre del 2000.

 

28 Ottobre 1987 Avola (SR). Muore dilaniato da una bomba Paolo Svezia, 53 anni, guardiano notturno in una ditta i cui proprietari si erano rifiutati di pagare il pizzo.
Vittima del racket Paolo Svezia, 53 anni, padre di quattro figli. Era da poco il guardiano notturno in uno stabilimento di trasformazione degli agrumi, appena terminato di costruire. E' saltato in aria insieme a gran parte dell'edificio nella notte del 28 Ottobre del 1987.

 

28 Ottobre 2006 Pozzuoli (NA). Uccisi Daniele Del Core e Loris Di Roberto, da un coetaneo per gelosia. Vittime tutti e tre di una società in cui i giovani sono considerati solo dei consumatori ultimi.
Il diciottenne Daniele Del Core fu ucciso a Solfatara di Pozzuoli il 28 ottobre 2006. Nella stessa occasione rimase ferito un suo amico coetaneo, Loris De Roberto, che sarebbe poi morto qualche giorno dopo, il 5 novembre 2006. Loris aveva interrotto, nell'estate del 2006, la sua relazione con una ragazza, durata ben 3 anni. La sua ex ragazza da settembre dello stesso anno frequentava Salvatore D'Orta (assassino), sebbene continuasse a cercare Loris. Questo era il motivo per cui Salvatore era geloso di Loris. Daniele, la sera del 28 ottobre, si trovava, come ogni sabato sera, al centro abbronzante che frequentava di solito. Lì sopraggiunse l'assassino per uccidere Loris. Daniele, che non conosceva affatto l'assassino, intervenne solo per sedare la lite scoppiata tra Loris e Salvatore D'Orta e per salvare il suo amico, rimanendo ucciso. In ricordo di Daniele Del Core è nata un'associazione per proporre ai giovani e agli adulti i temi della giustizia e della legalità. È l'associazione «L'amico del cuore», inaugurata il 10 novembre 2010 nella chiesa Gesù Divin Maestro di via Marmolito. A presiedere l'associazione è la sorella di Daniele, Carmen Del Core: l'intento è cercare tutte le forme possibili affinché in ogni ambito della vita sociale e delle relazioni sia presente il valore del rispetto della legge. (Fondazione Pol.i.s.)

 

29 ottobre 1986 Locri (RC).Ucciso il giovane Rocco Zoccali, 19 anni, per un motorino.

 

30 Ottobre 1975 Napoli. Ucciso il Vice Brigadiere Polizia di Stato Giovanni Pomponio
Era il 28 ottobre 1975. Giovanni Pomponio, Polizia Ferroviaria di Napoli, avrebbe dovuto fruire del suo meritato riposo settimanale. Ed invece venne comandato di servizio presso la cassa dell’allora stazione di Napoli Smistamento. Era il giorno di paga dei ferrovieri e in cassa c’era una cifra di non poco conto. Mentre una parte venne trasferita in un altro ufficio con la scorta di 5 uomini, Pomponio restò a sorvegliare la rimanente somma di 25 milioni di lire. All’improvviso però, due rapinatori armati lo aggredirono alle spalle. Nel tentativo di reagire estrasse la propria arma d’ordinanza ma venne immediatamente freddato da un proiettile esploso da uno dei criminali che gli trapassò la nuca. Trasportato in ospedale, morì 2 giorni dopo, il 30 ottobre 1975, all’età di 55 anni. Il giorno 2 di novembre sarebbe andato in pensione.

 

30 Ottobre 1991 Quindici (AV). Ucciso Nunziante Scibelli, 26 anni, per la sola "colpa" di aver attraversato il paese alla guida di un'auto dello stesso modello dei veri bersagli dei Killer.
Il 30 ottobre 1991, la faida Cava-Graziano miete la prima vittima innocente della sanguinosa guerra tra clan. Si chiama Nunziante Scibelli, ha 26 anni, è di Taurano e fa l'operaio. La sua colpa: passare pochi istanti dopo con la stessa macchina dei veri obiettivi dei killer, un'alfetta marrone. Succede a Ima, frazione di Lauro, in prima serata. Nunziante è con la moglie in macchina. Stanno facendo un giro. La signora è incita al settimo mese. Una mare di pallottole li colpisce. L'auto è crivellata. Solo per miracolo la moglie, Francesca, rimane viva e con lei, la cosa più importante che le ha lasciato Nunziante. Il giovane invece muore sul colpo, crivellato di colpi. Davanti alla loro auto, i veri obiettivi dell'agguato, due  pregiudicati legati al clan Cava. Hanno si, un'alfetta marrone, ma blindata. I colpi danneggiano solo la carrozzeria, permettendo ai criminali di potersi dare alla fuga e rimanere illesi. Per altri due anni, ci saranno altri 14 agguati e nove morti. Un vero bollettino di guerra. Intanto, il sangue sarà preso dimenticato dall'opinione pubblica tanto che la moglie di Nunziante, che partorirà una splendida bambina chiamata come il padre, deciderà di lasciare il vallo. Ritornerà solo lo scorso 2008, quando una lapide è stata apposta nel luogo dell'attentato, in ricordo della tragedia e a memoria per le future generazioni. (Un nome, una storia - Libera)

 

 

31 ottobre 1990 Catania. Uccisi Francesco Vecchio ed Alessandro Rovetta. Due colpi in testa posero fine alle esistenze del capo del personale e dell’amministratore delegato delle Acciaierie Megara di Catania.
31 ottobre 1990. Uccisi in un agguato Francesco Vecchio, 52 anni, Direttore del Personale e Alessandro Rovetta, 33 anni, Amministratore Delegato dell'Acciaieria Megara, importante industria di Catania, che all'inizio degli anni '90 occupava in via diretta oltre 300 dipendenti, e un centinaio di lavoratori tra le aziende dell'indotto. Fino a poco prima dell'estate del 1990 Francesco Vecchio si occupava della gestione del solo personale che era alle dipendenze dirette dell'azienda. La gestione delle maestranze e delle aziende dell'indotto (impegnate nella ristrutturazione dei reparti) era compito affidato alla Direzione Tecnica. Nel mese di agosto 1990, con l'uscita dall'azienda del Direttore Tecnico, la gestione di questi rapporti passò alla Direzione del Personale. A seguito di alcuni controlli effettuati sulle attività di queste ditte, Vecchio decise di estendere anche ai dipendenti delle aziende esterne le modalità di controllo delle presenze al lavoro già in uso per i dipendenti della Megara. Poco dopo iniziarono le minacce telefoniche e le intimidazioni in azienda. Le indagini sono state indirizzate sia sul versante del possibile interesse della mafia al finanziamento regionale ed alla acquisizione del controllo dell'azienda, sia su quello del mutato approccio alla gestione dei rapporti con le ditte e le maestranze dell'indotto. Senza alcun risultato: gli assassini sono rimasti impuniti.

 

31 Ottobre 1993 Parete (CE). Ucciso il medico Gennaro Falco
Il 31 ottobre 1993 a Parete, un comune in provincia di Caserta, il medico Gennaro Falco viene ucciso nel suo ambulatorio da Raffaele Bidognetti, figlio del capo clan Francesco Bidognetti. La morte del dottore, inizialmente attribuita all'opera di un balordo, si è poi scoperta legata al decesso della moglie del boss. La donna era affetta da un male incurabile, di fronte al quale Gennaro Falco non era riuscito a fare nulla. Ritenuto colpevole di non averla assistita adeguatamente, Falco ha pagato con la vita.

 

31 Ottobre 1999 Benestare (RC) Ucciso l'imprenditore Antonio Musolino. Si era ribellato alla 'ndrangheta.
31 Ottobre 1999 Benestare (RC)  - Non era un eroe e non viveva in un paese di eroi. Era solo un piccolo imprenditore cha alla mafia non voleva piegarsi. Anni fa aveva pure denunciato un tentativo di estorsione ma gli uomini dei pizzo erano rimasti senza volto. Ora l'hanno ammazzato il geometra Antonio Musolino, 54 anni, famiglia perbene, stimata, "lontana dagli ambienti malavitosi", come dicono gli investigatori. Aveva una piccola impresa edile e non avrebbe voluto assumere gente segnalata dai clan, aveva un piccolo frantoio e non intendeva proprio assecondare le richieste estorsive e non solo quelle, pensano gli investigatori della polizia coordinati dal sostituto procuratore Mirella Conticelli. L'hanno ammazzato, così, sabato sera, davanti al figlio Giuseppe, ventottenne studente di Pisa, impotente davanti al fuoco delle lupare di due giovani arrivati a bordo di una Fiat Uno bianca, già vista in paese nel pomeriggio, già segnalata alla polizia che è giunta a Benestare e l'ha incrociata mentre fuggiva dopo il brutale omicidio. Musolino, centrato dalla rosa dei pallettoni, è morto all'istante. I killer se ne sono andati indisturbati. (Tratto da un articolo di La Repubblica del 2 novembre 1999)

 

31 ottobre 2006 S. Antimo (NA). Ucciso Rodolfo Pacilio, imprenditore, aveva denunciato i propri estorsori.
L'assassinio di Rodolfo Pacilio, è avvenuto in S. Antimo (Napoli) il 31 ottobre 2006. La vittima, come indicato invece da quotidiani locali e nazionali,  non aveva precedenti penali, neanche lievi; era titolare di una ditta che produceva e vendeva solo giochi per bambini e  non si interessava della produzione o rifornimento dei videogiochi o videopocker, come dagli stessi indicato. Rodolfo Pacilio, tra l'altro laureato con il massimo dei voti in Economia e Commercio, era figlio di un imprenditore, un tempo con circa mille dipendenti, "noto per essere stato uno dei pochi ad avere lo (stupido n.d.r.) coraggio di denunciare i suoi estorsori nel periodo in cui pagava una tangente di lire quaranta milioni al mese per un importante edificio che stava realizzando in Napoli. Per tale motivo gli inquirenti tutti (Dda) vedono nell'omicidio una vendetta del clan un tempo denunciato o conseguenza di un rifiuto a pagare tangenti o a piegarsi ai voleri delinquenziali della camorra, tenuto conto del forte senso di legalità che lo caratterizzava, noto anche a semplici conoscenti. Vi è sgomento, quindi, tra i famigliari tutti, molti dei quali conosciuti per essere tutti professionisti assai noti in Italia (si veda ad esempio, il mio nominativo o quello del dott. Nunzio Pacilio su intenet) o pubblici dipendenti, tra i quali un altissimo funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia. La famiglia di Pacilio, quindi, puo' ben denunciare ad alta voce la latitanza dello Stato per la morte del buon Rodolfo, vittima innocente della camorra'' (Ciro Pacilio)

 

 

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1 Novembre 1949 Palermo. Salvatore Alberti, guardia di P.S., cadde vittima di un agguato.
Salvatore Alberti, 22 anni, guardia di Pubblica Sicurezza della Questura di Palermo, cadde vittima di un agguato criminoso il 1° novembre 1949. Era in forza al Raggruppamento di P.S. di Palermo e stava effettuando un servizio di rastrellamento nell’agro palermitano, volto alla repressione del brigantaggio e alla cattura del tristemente noto bandito Salvatore Giuliano, quando la squadriglia di cui faceva parte fu fatta segno di numerosi colpi di mitra, sparati da un anfratto roccioso. I poliziotti risposero prontamente al fuoco, ma i malviventi si dileguarono subito. Per il giovanissimo agente, mortalmente ferito, non ci fu nulla da fare. (Cadutipolizia.it)



1 Novembre 1995 Gioiosa Ionica (RC). Ucciso Luigi Coluccio, 23 anni, titolare di una bar. "Ha pagato con la vita la determinazione sua e dei suoi famigliari a resistere alle richieste della 'ndrangheta"
Luigi Coluccio, 23 anni, titolare di un bar, ha pagato con la vita la determinazione sua e dei famigliari a resistere alle richieste  della 'ndrangheta.  Luigi  è stato ucciso il 1 novembre del 1995 sulla porta del suo bar, a Gioiosa Ionica (RC). Gli assassini hanno atteso che girasse le spalle alla strada per calare le saracinesche. Contro di lui almeno due fucilate. Quella dei Colucci è una famiglia in vista e, fino a pochi anni fa, titolare di vari esercizi commerciali, tutti ben avviati e gestiti direttamente dai Coluccio.  Il padre, Pasquale, era il proprietario di un supermercato. Un altro fratello della vittima, Rocco, era il titolare di un'avviata paninoteca, in una delle strade principali del paese; attività che, se non davano ricchezza, quanto meno assicuravano una certa tranquillità economica ai Coluccio». Le prime avvisaglie dell'offensiva del racket risalgono a tre anni prima, quando «qualcuno» fece arrivare ai Coluccio dei chiari segnali, ai quali il capofamiglia non diede eccessivo peso. Il 13 giugno del 1992, il primo, duro attacco. La paninoteca di Rocco Coluccio fu incendiata. Ma i Coluccio non cedettero. E così un altro dei figli di Pasquale, Salvatore, fu ferito da una fucilata. Ma dai Coluccio nessun segnale di resa. Allora fu alzato il tiro; decine e decine di litri di benzina furono versate dentro il supermercato di Pasquale Coluccio e l'esplosione che lo demolì fu sentita da tutto il paese, ma la risposta della famiglia, evidentemente, fu sempre la stessa. Una sfida che la 'ndrangheta ha voluto punire con il delitto.


2 Novembre 1946 Belmonte Mezzagno (PA). Uccisi i fratelli Giovanni, Vincenzo e Giuseppe Sant'Angelo. Contadini che facevano parte di una Cooperativa in attesa dell’assegnazione di un feudo.
2 Novembre 1946, Belmonte Mezzagno (Palermo),  trucidati con un colpo alla nuca i fratelli Giovanni, Vincenzo e Giuseppe Santangelo, contadini. Il triplice omicidio è compiuto, su mandato degli agrari, da tredici banditi, a scopo intimidatorio e, di fatto, pone fine alle rivendicazioni contadine nella zona.


2 Novembre 2004 Bruzzano Zeffirio (RC). Ucciso Paolo Rodà, tredici anni. Vittima di faida.
Paolo Rodà ha appena tredici anni. Vive, con la famiglia a Bruzzano Zeffirio (RC). Il 2 Novembre del 2004, insieme al padre e al fratello, si reca nel loro podere di Ferruzzano, per fare qualche lavoretto, per dare da mangiare agli animali e curare le api che allevano. Non fanno nemmeno in tempo ad aprire gli sportelli del fuoristrada. I colpi di lupara arrivano da dietro e polverizzano il lunotto posteriore. Paolo è proprio sulla traiettoria e non ha scampo. Padre e figlio d'istinto scendono dall'auto e si mettono a correre. Il killer spara un colpo al ragazzo e lo ferisce, poi insegue il padre, ferma la sua corsa centrandolo alle gambe, s'avvicina e spara il colpo di grazia alla testa. In tutto otto cartucce caricate a pallettoni per un agguato riuscito a metà: il ragazzo è ormai troppo lontano, e si salva. Paolo invece è morto a tredici anni. Vittima di una faida che a quel momento conta più di trenta morti.


3 Novembre 1915 Corleone (PA). Ucciso Bernardino Verro, Sindaco del Paese. Uno dei principali organizzatori del movimento contadino.
Il 3 novembre 1915 nell'allora Via Tribuna fu assassinato il Sindaco di Corleone (PA) Bernardino Verro. Era tardo pomeriggio, piovigginava ed era accompagnato dai vigili urbani che lo scortavano. Quella sera perché stava per arrivare a casa, gli disse potete andare, ma lo aspettavano i suoi assassini che lo freddarono. Lui aveva una pistola ma che fatalmente si inceppò. Nessuno ha mai pagato per quest'omicidio. Bernardino Verro fu uno dei dirigenti regionali di quel movimento contadino dei Fasci Siciliani che nacque in Sicilia nel 1892 e fu represso dallo Stato Italiano nel 1894. Questo movimento non era un movimento rivoluzionario ma chiedeva una miglioria delle condizioni dei contratti agrari. Era la Sicilia dove se il feudo era stato abolito nel 1812 il latifondo era il sistema produttivo in mano agli agrari siciliani. Ma tra agrari e contadini vi era una figura che aveva un enorme potere, questi erano i gabelloti. Questi erano una borghesia imprenditoriale che prendevano in affitto enormi distese di terreni dagli agrari e li subaffittavano ai contadini. Vi era un vero e proprio sfruttamento dei contadini che a fine raccolto non avevano nulla per sfamare le proprie famiglie. Ma il gabellato oltre ad essere un intermediario era anche colui il quale aveva una forza militare, controllava le campagne, era la mafia di allora. (Corleonedialogos.it)


3 Novembre 1947 San Giuseppe Jato. Uccisione di Calogero Cajola
Il 3 Novembre del 1947 a San Giuseppe Jato  (PA), viene ucciso Calogero Cajola.  Avrebbe dovuto testimoniare al processo per la Strage di Portella della Ginestra.


Sant'Angelo Muxaro (AG). Uccisi i fratelli Vincenzo Vaccaro Notte, il 3 Novembre 1999, e Salvatore Vaccaro Notte, il 5 Febbraio 2000. Avevano osato aprire attività di pompe funebri in concorrenza con una ditta legata alla mafia.
Sant'Angelo Muxaro (AG)
Vincenzo Vaccaro Notte - 3 Novembre 1999
Salvatore Vaccaro Notte - 5 Febbraio 2000

La vicenda dei Fratelli Vaccaro Notte rappresenta una storia emblematica del Meridione italiano. Costretti ad abbandonare per mancanza di lavoro il loro piccolo paese di Sant'Angelo Muxaro (AG), ricco di storia ma povero di risorse, emigrano in Germania dove rimangono per alcuni anni svolgendo una delle tipiche attività di italiano emigrato, quella del pizzaiolo.  Con il denaro risparmiato tornano al loro paese dove avviano un'impresa di pompe funebri entrando così in concorrenza con altri due fratelli, ritenuti vicini alla famiglia dei Fragapane di Santa Elisabetta.
I due Vaccaro Notte vengono invitati da un imprenditore edile, quasi loro omonimo, Giuseppe Vaccaro, perché giungano a un accomodamento. I due rifiutano qualunque compromesso con un gruppo mafioso locale meglio conosciuto come "Cosca dei Pidocchi", col risultato che Vincenzo Vaccaro Notte viene ucciso il 3 novembre del 1999. Rimasto solo, il fratello Salvatore non demorde, continua la sua attività e indaga per conto suo sull'omicidio del fratello redigendo una specie di memoriale. Il 5 febbraio del 2000 anche lui viene ucciso con un colpo di lupara alla testa.
Entra in gioco a questo punto un terzo fratello, Angelo Vaccaro Notte, che non aveva seguito i due fratelli in Germania ma era potuto rimanere in paese per il provvidenziale lavoro di forestale. Questi decide di non agire da solo ma cerca l'aiuto delle forze dell'ordine raccontando loro i retroscena dei due omicidi; per questa sua collaborazione come testimone di giustizia verrà sottoposto al programma di protezione assieme ai suoi familiari.
Nel maggio del 2006 le indagini portano all'arresto di noti mafiosi latitanti, alla scoperta di un traffico di armi e droga, di appalti pilotati e corruzione politica.  (Wikipedia)



4 Novembre 1958 Palermo. Muore Vincenzo Savoca, 34 anni, Appuntato di Pubblica Sicurezza.
In forza alla Squadra Mobile della Questura di Palermo, il 4 novembre aveva appreso una notizia secondo cui un contrabbandiere ricercato quella sera sarebbe rientrato nella propria abitazione, in Piazza Magione, per trascorrervi la notte. Verso le 18,00, insieme alla Guardia Placido Russo, si recava nei pressi della casa per attendere il malvivente ed eseguire l’arresto. Intorno alle 20,00 il contrabbandiere, accompagnato dalla propria moglie, si accingeva ad entrare in casa, allora i due poliziotti gli si avvicinarono e, afferratolo saldamente per un braccio, lo dichiararono in arresto. Quello prese a divincolarsi, tentando di fuggire, mentre la donna si mise ad urlare, richiamando l’attenzione dei vicini. In pochi istanti una folla di persone, uomini, donne, anziani, circondò il terzetto, tempestando di pugni, calci e morsi i due agenti per aiutare il ricercato a fuggire. L’appuntato Savoca continuava a tenere saldamente con entrambe le braccia il contrabbandiere, sperando nel pronto arrivo di soccorsi, mentre la Guardia Placido, colpito agli occhi e momentaneamente accecato, si accorse che qualcuno lo frugava alla cintola per sottrargli la rivoltella, quindi la estrasse dalla fondina per esplodere uno o due colpi in aria. Ma gli sconosciuti, nel tentativo di disarmarlo, gli torsero il polso proprio mentre egli premeva il grilletto ed il colpo raggiunse l’appuntato Savoca alla testa. Solo a quel punto, assicurata l’impunità al ricercato, la folla si disperse, lasciando il Savoca agonizzante ed il Russo ferito, accecato ed ancora ignaro di cosa fosse accaduto.  Il Savoca, ricoverato in ospedale, morì la sera dopo, lasciando vedova la giovane moglie, che aveva sposato pochi mesi prima ed in attesa del primo figlio, mentre il Russo, appena seppe di aver ucciso il suo capo, fu colto da violente crisi nervose che fecero temere per la sua sanità mentale.  (Cadutipolizia.it)


4 Novembre 1983 San Ferdinando (RC). Uccisi Domenico Cannatà, 10 anni, e Serafino Trifarò, 15 anni, solo per inviare un messaggio al padre di uno dei due ragazzi.
La sera del 4 novembre 1983 c'è parecchia gente al ritrovo Enal, un circolo col bar molto frequentato a San Ferdinando (RC). Attorno alle venti Vincenzo Cannatà entra col figlio Domenico, di undici anni, e con un altro ragazzo, Serafino Trifarò, di quattrodici anni. Consumano qualcosa al bancone e poi si piazzano davanti al locale. L'arrivo di un'auto di grossa cilindrata non dà nell'occhio, ce ne sono tantissime nella zona).  La macchina rallenta e s'accosta a un paio di metri dall'ingresso del bar. Sparano in tre, con una pistola semiautomatica e due doppiette. A due metri di distanza è difficile sbagliare il bersaglio, anche per un dilettante.  Vincenzo Cannatà è pregiudicato e schedato come mafioso. I pallettoni nemmeno lo sfiorano. Feriti a morte sono i due ragazzi Domenico Cannatà e Serafino Trifarò, l'uno accanto all'altro al momento del blitz.  E' inutile la corsa in ospedale: i due muoiono prima di entrare in sala operatoria. Ad accompagnarli è stato Cannatà, subito pronto a dileguarsi. Non ha ancora capito che l'agguato non lo riguarda direttamente, anche se è stato il figlioletto a rimetterci la vita. Il commando assassino ha puntato al ragazzo di casa Trifarò, figlio del boss Pasquale, dato in quota Piromalli, titolare di una ditta di trasporti e movimento terra attiva nel porto di Gioia.
Quei due ragazzi morti sono un macabro messaggio recapitato all'ambiente. Nè il primo né l'ultimo. E' inutile dire che per l'omicidio di Cannatà e Trifarò nessuno ha pagato. Il messaggio, così, è ancora più chiaro. (Tratto da Dimenticati Vittime della 'ndrangheta di Danilo Chirico e Alessio Magro - Cap XIX Troppo piccoli per morire)


4 Novembre 2002 Torre S. Sabina (BR). Muore Fabio Perissinotto, finanziere scelto, ucciso in un incidente mentre inseguiva un ricercato della Sacra Corona Unita.
4 novembre 2002, Torre S. Sabina (BR). Il finanziere scelto Fabio Perissinotto, 30 anni, di Roma, è morto in un incidente stradale mentre era, con altri colleghi rimasti feriti anche in modo grave, all'inseguimento di un'autovettura che nel pomeriggio era stata rubata al proprietario sotto la minaccia di un coltello, alla cui guida era un «pentito», un tempo elemento di spicco della Sacra corona unita (Scu), che due giorni prima era fuggito dalla località protetta in cui viveva.


5 Novembre 1945 Caccamo (PA). Giorgio Comparetto era un contadino. Fu ucciso mentre era sulla mula insieme al suo figlioletto di 5 anni.

Per il suo omicidio, grazie alla collaborazione di un testimone, finì sul banco degli imputati Salvatore La Corte, poi condannato all’ergastolo nel 1969. Insieme a suo fratello, dichiarò di avere ammazzato il contadino dopo averlo sorpreso a rubare del frumento. In realtà quelli erano gli anni delle lotte per la terra e la mafia aveva da tempo deciso di fermare i contadini. È in questo contesto dunque che va inserito l’omicidio di Comparetto. (Libera.it)

5 Novembre 1986 Licola Mare (NA). Ucciso Mario Ferrillo perché scambiato per un camorrista.
Mario Ferrillo, faceva l’impresario teatrale e aveva 41 anni quando,  il 5 novembre del 1986, venne ammazzato a Licola Mare (NA) in un negozio di parrucchiere, dove aveva accompagnato sua moglie. Mario Ferrillo venne ammazzato perché fu scambiato per un’altra persona anche se le prime notizie parlavano di una vendetta della camorra rispetto al rifiuto dell'impresario di pagare tangenti per le feste di piazza che organizzava. In realtà quel giorno cercavano Gennaro Troise, detto “la Tromba”. Somigliava a Mario in maniera impressionante. Gennaro Troise fu ammazzato circa un mese dopo l’agguato a Mario. "La somiglianza era, in effetti, clamorosa. I due erano come due gocce d’acqua. Perfino la moglie, quando i carabinieri di Pozzuoli le mostrarono la foto di Gennaro Troise,  lo scambiò per suo marito Mario".


5 Novembre 1992 Seconda strage di Racalmuto (AG). Carmelo Anzalone, 32 anni, vittima innocente in un regolamento di conti.
Carmelo Anzalone fu ucciso perché si trovava a passare in via Garibaldi, mentre si consumava la seconda strage di Racamulto (AG), quella del  5 novembre del 1992.
"Carmelo Anzalone era ritornato al paese per la ricorrenza dei morti, come ogni anno. Prendeva il treno a Viterbo, dove era emigrato e dove lavorava ormai da diversi anni. Arrivava una settimana prima della festività dei defunti a Racalmuto. L'aspettava contenta la vecchia madre. Trascorreva la mattinata al cimitero per una visita alla tomba del padre, durante il resto della giornata andava in giro a fare visita ai tanti amici e parenti. In quel tardo pomeriggio del cinque novembre del 1992 era andato in macelleria per comprare il necessario per la cena che poco più tardi avrebbe cucinato personalmente. Carmelo era uscito contento dalla macelleria dopo aver fatto anche quattro chiacchiere con il titolare, gioviale come lui. Stava scendendo alcuni scalini sulla Via Garibaldi quando sentì la "maschiata". Solo che non erano fuochi d'artificio della festa per la Madonna del Monte. Erano gli spari di una mitraglietta. Cadde sopra il sacchetto con dentro la carne che aveva appena comprato. Due di quelle maledette pallottole che fischiavano nell'aria lo avevano colpito, senza scampo." (Tratto dal libro "Senza Storia" di Alfonso Bugea e Elio Di Bella)


5 Novembre 2011 Santa Maria La Carità (NA). Ucciso Carlo Cannavacciuolo, studente 27enne, mentre tentava di prevenire una rapina.
La sera del 5 novembre 2011, verso mezzanotte, Carlo Cannavacciuolo è prima con gli amici e poi con la fidanzata a festeggiare il suo onomastico a Santa Maria La Carità (NA), piccolo centro nei pressi di Castellammare di Stabia. Il giovane Carlo dopo aver trascorso la serata con gli amici va via con la fidanzata fermandosi per un attimo in via Ponticelli, quando due banditi con il volto coperto e armati di pistola si avvicinano. Uno dei due infrange un finestrino della vettura con il braccio provocando la reazione istintiva di Cannavacciuolo che tenta di fuggire inserendo la retromarcia. A quel punto uno dei rapinatori fa fuoco ferendo mortalmente il giovane Carlo. Un proiettile lo ha colpito al braccio, un altro al cuore.  Carlo aveva 27 anni ed era un giovane veterinario.


6 Novembre 1981 Palermo. Assassinato Sebastiano Bosio, primario di chirurgia vascolare del Civico.
Sebastiano Bosio, primario di chirugia vascolare dell'ospedale di Palermo, fu ucciso il 6 novembre del 1981 sotto il suo studio "venne ammazzato perché non era un dottore a disposizione di Cosa nostra, non era corrotto". Lo ha dichiarato il pentito di mafia Francesco Onorato deponendo, in videoconferenza, al processo iniziato  a fine 2011 dopo il ritrovamento dei quattro proiettili che furono sparati contro il medico e dimenticati per anni in un armadietto dei reperti.
"Era risaputo che questo medico - racconta Onorato collegato da un luogo segreto - non fosse a nostra disposizione, non voleva falsificare le carte per i processi, insomma non era corrotto". Antonino Madonia, unico imputato nel processo e ritenuto il mandante ed esecutore materiale dell'omicidio, Onorato dice: "Era una potenza in quel periodo".


6 Novembre 1989 Grumo Nevano (NA). Ucciso Pasquale Miele, giovane imprenditore di 28 anni. Vittima del racket.
Pasquale era un giovane imprenditore emergente di appena 28 anni; insieme al padre e ad altri due fratelli, conduceva un piccolo laboratorio di abbigliamento, sistemato proprio accanto alla sua abitazione.  Quel 6 Novembre del 1989 sembrava essere un sera come tante altre ma il temporale che si abbatté sul piccolo paesino di Grumo Nevano (NA) in quelle ore pareva preannunciare ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
Pasquale si trovava  nella sua casa, insieme alla sua famiglia, sentendo alcuni   rumori si avvicinò alla finestra, aprendo leggermente le imposte e rimanendo fermo dietro al davanzale, ma proprio in quel momento i killer aprirono il fuoco ad altezza d'uomo colpendolo in pieno petto. Tra il rumore dei tuoni e della pioggia fitta  si confuse il terribile colpo  che provocò la sua tragica morte.
Le indagini furono subito puntate sul mondo del racket e per gli inquirenti ci furono pochi dubbi: l'esecuzione era stata compiuta da una banda che aveva l'ordine di intimidire la famiglia Miele.
Pasquale era un ragazzo pieno di sogni, la cui vita è stata spezzata perché ha detto "NO"!
L'ennesima vittima innocente di quel "male" chiamato camorra, quel male che da troppo tempo ormai è vivo e presente nel nostro tessuto sociale ma che può e deve essere sconfitto. Parole ripetute forse già tante volte, ma non si tratta di fantasticare o di sognare ad occhi aperti né di semplice utopia.
Il nostro deve essere un impegno concreto e quotidiano, prendendo come esempio proprio coloro che hanno vissuto la loro vita in maniera giusta e onesta, non accettando compromessi di alcun genere perche' la memoria appartiene al futuro! (Scritta da Anna Miele, nipote della vittima)


6 Novembre 1992 Foggia. Giovanni Panunzio, imprenditore, ucciso perché aveva denunciato i suoi estorsori.
Giovanni Panunzio era un imprenditore edile, fu ucciso il 6 novembre del 1992 a Foggia  mentre tornava a casa dopo aver assistito alla seduta del consiglio comunale che avrebbe poi approvato il nuovo piano regolatore di Foggia. Si trovava in via Napoli, a bordo della sua auto, quando due killer, a bordo di una motocicletta, lo affiancarono e lo crivellarono di colpi. Panunzio non si era piegato alle logiche degli estorsori, del racket. L’imprenditore 51enne, che da muratore era diventato un professionista affermato nel settore dell’edilizia, l'anno prima aveva avuto il coraggio di denunciare i propri estorsori, che gli avevano chiesto 2 miliardi di lire, denunciandoli in un memoriale inviato alla magistratura che aveva portato a quattordici arresti.


6 Novembre 2004 Scampia (NA). Ucciso Antonio Landieri, 25enne disabile non riesce a sfuggire ad un fuoco incrociato tra camorristi.
Antonio Landieri, ragazzo disabile di 25 anni, muore il 6 Novembre 2004 in seguito ad una sparatoria in via Labriola, ai confini tra i quartieri Scampia e Secondigliano. Altre cinque persone, tutte incensurate, restano ferite.
I sicari sono giunti all'improvviso, facendo fuoco sui ragazzi che stavano giocando a biliardino sotto una struttura in lamiera, utilizzata per la vendita di frutta e verdura. Antonio Landieri ha tentato a fatica di scappare e di  ripararsi nell'androne del palazzo di via Labriola, ma è stato raggiunto da diversi colpi d'arma da fuoco: sul posto sono stati ritrovati, in tutto, 16 bossoli, alcuni dei quali di calibro 9.
Da questo tragico evento nasce il libro “Al di là della neve”, scritto quasi di getto dal giovanissimo Rosario Esposito La Rossa, cugino di Antonio. (Tratto da Un nome, una storia - Libera )


7 Novembre 1980 Ottaviano (NA) Ucciso Domenico Beneventano, 32enne medico e consigliere comunale del Partito comunista.
Domenico Beneventano, “Mimmo”, consigliere comunale del Partito comunista a Ottaviano, ammazzato dalla camorra di Raffaele Cutolo la mattina del 7 novembre del 1980. Mimmo non si era piegato alla volontà criminale dei clan che volevano cementificare un territorio tra i più belli dell’intera Campania. È stato vittima della violenza camorristica in una stagione di morte e di terrore che la Nuova Camorra Organizzata aveva cominciato da qualche anno contro tutti coloro che non si asservivano al volere e al potere del capo indiscusso, Raffaele Cutolo. Aveva trentadue anni Mimmo quando è stato ammazzato. [...] Faceva il medico di base a Ottaviano e il chirurgo presso l’ospedale San Gennaro di Napoli. In paese lo conoscono tutti quel «medico buono» con la passione per la poesia e per la musica. La sua scelta di campo Mimmo l’ha già fatta da ragazzo: a fianco dei più deboli. La sua casa, come il suo studio medico, sono sempre aperti. Giorno e notte, chiunque lo chiami ha la sua disponibilità. Da ragazzo frequentava la parrocchia. Poi arriva anche l’impegno politico. Si iscrive al Pci e diventa consigliere comunale del Partito comunista italiano per la prima volta nel maggio del 1975. Verrà confermato anche nelle elezioni del giugno del 1980. La politica per Mimmo è il prolungamento del suo impegno civile a fianco delle persone che hanno bisogno più di altri: i poveri. Le sue battaglie in consiglio comunale le fa per la difesa del territorio. (Tratto dal libro "Al di là della notte" di Raffaele Sardo)


7 Novembre 1987 Cittanova (RC). Resta ucciso Giovanni Mileto, operaio, nel tentativo di prestare soccorso al vero obiettivo dell'agguato.
Giovanni Mileto accorse per soccorrere un giovane ferito in un agguato mafioso il 7 novembre 198 a Cittanova (RC) e fu colpito a sua volta da una raffica di fucile. Morì sul colpo. Si sacrificò per salvare un’altra vita umana. È stato riconosciuto vittima della criminalità organizzata.
Nacque il 24 luglio del 1930 a Cittanova (RC). Era caposquadra Cantonieri FCL della città.



8 Novembre 1947 Marsala (TP). Ucciso il contadino Vito Pipitone, dirigente delle cooperative dei contadini riunite nella Confederterra.
Vito Pipitone, Segretario della Camera del lavoro di Marsala, venne ucciso a Marsala (TP) l’8 novembre 1947 da un colpo di lupara mentre si trovava sulla sua bicicletta, a pochi metri dalla casa materna. Venne ucciso perché si batteva per garantire ai lavoratori un giusto stipendio, la pensione, per evitare che lavorassero più di otto ore al giorno. Sempre  in prima fila a fianco dei braccianti nell’occupazione delle terre e per l’attuazione della nuova legislazione in materia di agricoltura, varata dal Ministro Fausto Gullo. A conferma del consenso che vi era su Vito Pipitone si dice che parteciparono almeno 5000 persone ai funerali.



8 Novembre 1989 Milazzo. Uccisa Anna Cambria, 16 anni. Vittima innocente di un regolamento di conti.

Anna Cambria, giovane studentessa sedicenne di Milazzo, muore l'8 novembre del 1989. Si era recata presso un bar del centro cittadino per acquistare delle caramelle. Ma all’uscita incontra inconsapevolmente un proiettile di pistola partito dall’arma impugnata da un mafioso e diretto verso un altro mafioso vittima anch’esso di un regolamento di conti.



8 Novembre 1991 Marina di Caronia (ME). Vincenzo Giordano, benzinaio, ucciso per ritorsione.
Un'esecuzione spietata quella di Vincenzo Giordano, il benzinaio ucciso l'8 novembre del ' 91 a Marina di Caronia (ME). L'uomo aveva notato più volte un piccolo clan di sbandati, probabilmente spacciatori di droga, stazionare nei pressi del suo distributore. Aveva anche avvertito i carabinieri e alcuni ragazzi del gruppo erano stati fermati. L'assassino faceva parte di quel gruppo, assieme ai compagni decise che il benzinaio doveva morire. Quattro colpi di fucile a canne mozze e poi la fuga, dopo aver lasciato a terra l'uomo col cervello letteralmente spappolato. Gli inquirenti erano sicuri che non si trattasse di rapina, che era chiaramente un'esecuzione, decretata da qualcuno che voleva vendicarsi di qualcosa. Poi la testimonianza della sorella dell'assassino, senza la quale, probabilmente, non si sarebbe mai conosciuta la verità.

9 Novembre 1978 Meda (MI). Rapito Paolo Giorgetti, 16 anni, lo ritrovano morto dentro un'auto che sta bruciando.
Paolo Giorgetti ha 16 anni, il 9 novembre del 1978, quando viene rapito; è figlio di un noto mobiliere della Brianza, vive a Meda (MI).
Sta andando a scuola a piedi, come ogni mattina, quando tre persone lo hanno circondato, lo caricano a forza su un'auto, dopo averlo stordito; lo raccontano i macchinisti di un treno in transito nelle vicinanze, che assistono alla drammatica scena ed avvertono i carabinieri.
Il corpo di Paolo fu rtrovato alcuni giorni dopo in un'auto che stava bruciando. Era stato ucciso dal cloroformio. I rapitori sono stati arrestati, alcuni sono fratelli, appartenenti a "famiglie" calabresi.


9 Novembre 1982 Castrovillari (CS). Edoardo Annichiarico, 16 anni, rapito e ucciso.
Frequentava il liceo, aveva 16 anni e una ragazza. È nato a Castrovillari, in provincia di Cosenza, di famiglia benestante. Quasi una colpa per la banda di dilettanti che l'ha rapito e subito ucciso, per poi tentare di estorcere un riscatto ai gioiellieri Annichiarico. Attirato in una trappola dall'amico professore, Edoardo è morto il 9 novembre 1982. Caricato su un auto, accoltellato sei volte e poi gettato in un fosso lungo l'autostrada. È rimasto lì tre giorni. Di pena e di speranza. Un sequestro anomalo, tragico, risolto in pochi giorni e chiuso definitivamente con tre condanne pesanti. Ad uccidere Edoardo Annichiarico non è stata la 'ndrangheta, non sono state le cosche, ma una mentalità criminale che dalla mafia ha appreso il disprezzo per la vita e la sete di denaro, a tutti i costi. (Stopndrangheta.it)


9 Novembre 1983 Prizzi (PA). Scompare il piccolo imprenditore Sebastiano Alongi. La moglie, Anna Pecoraro, costituitasi parte civile nel procedimento contro ignoti, ha denunciato i favoritismi e gli interessi mafiosi nella concessione degli appalti.
A  Prizzi (Palermo) il 9 novembre del 1983 scompare il piccolo imprenditore Sebastiano Alongi. La moglie, Anna Pecoraro, costituitasi parte civile nel procedimento contro ignoti, ha denunciato i favoritismi e gli interessi mafiosi nella concessione degli appalti, che avrebbero portato all'isolamento e all'uccisione del marito.


9 Novembre 1995 Catania: Ucciso l'Avv. Serafino Famà perché si era rifiutato di assecondare le richieste di un mafioso.

Serafino Famà era un avvocato penalista, che considerava la sua funzione non semplicemente come un lavoro, lui ci credeva, indossava la toga e la onorava ogni giorno. Credeva nella giustizia, nel diritto di ogni uomo ad essere difeso, nella legalità. “Onestà e coraggio. Se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla”. Per quel suo rifiuto ad una richiesta di un mafioso venne condannato a morte da quel boss che oggi collabora con la giustizia. Fu ucciso a Catania il 9 Novembre 1995.

 

 

10 Novembre 1979 San Gregorio (CT). Uccisi in un agguato i carabinieri Giovanni Bellissima, 24 anni, Salvatore Bologna, 41 anni, e Domenico Marrara, 50 anni. Erano di scorta ad un boss che doveva essere trasferito al carcere di Bologna.
I Carabinieri Giovanni Bellissima, 24 anni, Salvatore Bologna, 41 anni, e Domenico Marrara, 50 anni, in servizio al Comando provinciale di Catania, il 10 novembre del 1979 erano di scorta ad un boss che doveva essere trasferito al carcere di Bologna. Al casello autostradale di San Gregorio di Catania furono assaliti e uccisi da un commando mafioso  che prelevarono il detenuto, che undici giorni dopo fu ritrovato cadavere in una discarica vicino alle falde dell’Etna.


10 Novembre 1988 Siracusa. Ucciso Carmelo Zaccarello, 23 anni, vittima innocente di una guerra tra cosche rivali.
Carmelo Zaccarello, 23 anni, fu la vittima innocente della "strage del bar Moka " a Siracusa il 10 Novembre 1988. Stava parlando con la fidanzata davanti al bar, di cui il padre è il titolare, quando un commando formato da due giovani killer è entrato in azione scaricando le loro pistole tra la gente presente, ferendo, in maniera anche grave, tre persone ed uccidendo, oltre a Carmelo, anche il vero obiettivo dell'aggressione


10 Novembre 1992 Gela (CL). Ucciso il commerciante Gaetano Giordano. Vittima del racket.
Gaetano Giordano era un commerciante di Gela (CL) che negli anni '80-90 era una polveriera: incendi e sparatorie fra clan rivali per la supremazia del territorio erano all'ordine del giorno. I commercianti, che sino ad allora come fatto di costume, si adeguavano a pagare il pizzo cominciavano a scalpitare, cercando di uscire da questo mal costume.  Nel 1989 a seguito di una richiesta estorsiva Gaetano Giordano fa regolare denuncia; iIl 10 Novembre del 1992, all'età di 55 anni, veniva ucciso sotto casa con cinque colpi alla schiena mentre con il figlio, ferito nella sparatoria, stava rientrando a casa.
Dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia si scopre che l'uccisione di Gaetano Giordano è stata decisa a sorte tramite estrazione del biglietto con il suo nome (altri 3-4 commercianti che come lui avevano denunciato erano segnati negli altri bigliettini quindi papabili vittime).
A Maggio 2005 nasce a Gela l'Associazione "Antiracket Gaetano Giordano".


11 Novembre 1989 Napoli. Strage del Bar Sayonara. Restarono a terra Gaetano De Cicco, Salvatore Benaglia, Domenico Guarracino e Gaetano Di Nocera "«Quattro vittime “innocenti” immolate sull’altare di un onnivoro e spregiudicato disegno di affermazione».
La mattina dell'11 novembre dinanzi al bar Sayonara a Ponticelli si consuma un conflitto a fuoco tra bande rivali. L'agguato è deciso dai Sarno ed attuato da affiliati al clan Aprea per colpire il gruppo rivale capeggiato dal boss Andrea Andreotti.
Restano colpite sei persone, due appartenenti alle bande di camorra e quattro completamente estranee agli ambienti e alle dinamiche criminali. Molti i feriti, tra cui una bambina.
Le vittime innocenti colpite nell'agguato sono Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera.
Il giorno dei funerali la folla accompagna le bare lungo le strade di Ponticelli fino alla Chiesa Madre.
A distanza di più di 20 anni hanno finalmente un nome e un volto sia i mandanti che gli esecutori della strage.
Il pool di magistrati, del procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico, emana 13 ordinanze di custodia cautelare. Le indagini coordinate dai carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Napoli, insieme alle confessioni dei collaboratori di giustizia, permettono di fare luce sulle dinamiche, gli autori ed il movente della strage.
Nel 2012 inizia il processo per i responsabili. In aula anche i parenti delle vittime innocenti che si costituiscono parte civile.
Ventiquattro anni dopo la "strage di San Martino", nel quartiere Ponticelli di Napoli, undici persone sono state condannate all'ergastolo ed altre sei, divenute collaboratori di giustizia, a pene di sedici e diciotto anni di reclusione, con sentenza emessa il  il 27 febbraio 2013 dalla terza sezione della Corte d'Assise di Napoli.
La Corte d'Assise ha, inoltre, disposto la pubblicazione, a spese degli imputati, di un estratto della sentenza sul quotidiano e dell'intero dispositivo sul sito del Ministero della Giustizia e sulla rivista online "Justitia".
Nel luglio 2014  ai giudici della Corte d'Assise d'Appello, Ciro Sarno detto " U piccirillo", uno degli ultimi a non essere passato a collaborare con lo stato, consegna una lettera in cui  ammette di essere il responsabile della Strage di Ponticelli e chiede scusa ai familiari delle vittime innocenti.
Per i delitti di Ponticelli, Ciro Sarno era stato condannato in primo grado  alla pena dell'ergastolo. Il procuratore generale ha chiesto la conferma della pena inflitta in primo grado per tutti gli imputati. (Fond. Pol.i.s.)


12 Novembre 1988 Melfi (PZ). Uccisa Lucia Montagna, 14 anni, per una vendetta trasversale.
Lucia è sola nella sua casa di Melfi la sera del 12 novembre quando tre sorelle, Maria Altomare, Filomena e Rosa Russo bussano alla sua porta per vendicare la morte del fratello Santo Russo. Una vendetta efferata che vede soccombere la 14enne Lucia sotto 11 pugnalate, una della quali le recide la giugulare destra.
Il cadavere di Lucia, con ancora due coltelli conficcati in gola, viene ritrovato dalla cognata Fiorida Russo, rientrata dal carcere dove si trova Angelo Montagna, fratello della ragazza ammazzata, arrestato perché colpevole dell’omicidio di Santo Russo.
L’omicidio è maturato in contesto di vendette trasversali tra famiglie di zingari. Una modalità che mutua quelle dei clan. Alla fine degli anni 80, a Potenza, si è assistito alla nascita di un’organizzazione criminale denominata “I Basilischi”, che successivamente s’è diffusa nel resto della regione. Inizialmente è una ‘ndrina della ‘ndrangheta calabrese, da cui dipende ed è protetta e aiutata. In seguito acquisisce autonomia organizzativa e operativa, con l’ambizione di diventare la quinta mafia del Sud. (sdisonorate.it

)

12 Novembre 2000 Pollena Trocchia (NA). Uccisa Valentina Terracciano, due anni, durante una sparatoria.
Valentina viene uccisa a Pollena Trocchia mentre si trova nel negozio dello zio, Fausto Terracciano. Con lei anche la madre e il padre i quali restano lievemente feriti.
L'obiettivo dell'agguato di Camorra è il fratellastro di Fausto, Domenico Arlistico, ma l'impossibilità di trovare l'uomo predestinato spinge i sicari a colpire un suo congiunto, lo zio di Valentina appunto, compiendo cosi una "vendetta trasversale".
La bambina viene colpita da diverse pallottole alla testa e muore dopo un giorno di agonia all'ospedale.  I killer di Valentina saranno oggetto, alcuni giorni dopo il delitto, di un'esecuzione propagandistica a Cerveteri, nel Lazio, ordinata dalla stessa malavita.
Per questo ultimo delitto la corte di appello di Roma ha riconosciuto nel 2013 come unico responsabile Gennaro Veneruso, condannato all'ergastolo. (Fond. Pol.i.s.)

 


13 novembre 2009 Ercolano (NA). Ucciso Salvatore Barbaro, cantante di 29 anni, per errore. Viaggiava su un'auto dello stesso modello del destinatario dell'agguato. Vittima innocente di una guerra tra clan.

Salvatore Barbaro era detto 'il cantante', pseudonimo Salvio, amava esibirsi in locali del Vesuviano con canzoni neomelodiche. Era conosciuto dagli amici come una brava persona, solare e sempre disponibile. Aveva un figlio, allora di tre anni e avrebbe dovuto sposarsi un mese dopo l'agguato. Quel pomeriggio del 13 novembre del 2009 percorreva via Mare, ad Ercolano, a bordo della Suzuki Swift con accanto un'altra persona. All'altezza dell'ingresso secondario degli Scavi archeologici, fu raggiunto dai proiettili alla zona cervicale e morì all'istante. Le indagini hanno appurato che in realtà Barbaro era stato scambiato per un affiliato al clan rivale con il quale aveva in comune solo lo stesso modello di auto. L'episodio è stato ricostruito grazie ad intercettazioni telefoniche e al contributo di collaboratori di giustizia. (leggo.it)
L'autore dell'omicidio è stato condannato all'ergastolo.

 

 

14 Novembre 1948 Palermo. Gli agenti Aldo Archenti e Vittorio Baldari restano uccisi in uno scontro a fuoco contro dei banditi
Il vicebrigadiere Aldo Archenti e le guardie Vittorio Baldari e Iannotti, insieme ad un quarto agente, stavano facendo rientro alla propria caserma dopo essersi recati a Palermo per servizio, quando la loro jeep venne investita da raffiche di mitra sparate da alcuni banditi nascosti dietro i cespugli. Gli agenti si gettarono al riparo della vettura per potere rispondere al fuoco ma vennero colpiti alle spalle da altri banditi nascosti dietro ad altri cespugli. Il vicebrigadiere Archenti e la guardia Baldari rimasero uccisi sul colpo, mentre di Iannotti non è certo il decesso. Il quarto agente rimase illeso.
La Banda di Salvatore Giuliano, tra il 1943 ed il 1950 , si rese responsabile della morte di centinaia di persone e tra questi decine di appartenenti alle Forze dell’Ordine. (Cadutipolizia.it)


14 Novembre 1979 Milano. Rapito Cesare Pedesini, 57 anni, grossista di prodotti petroliferi. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.
Quel 14 novembre '79, Cesare Pedesini è al lavoro nell'azienda di cui è titolare, la "Pedesini fratelli - nafta, gasolio, riscaldamento" di Milano. Tre banditi armati fanno irruzione negli uffici della ditta e prelevano l'imprenditore, poi fuggono a bordo di un'auto guidata da un complice. Verranno fermati dei pregiudicati calabresi, ma le indagini non porteranno a nulla. Inutile dirlo, di Pedesini non si riuscirà a recuperare nemmeno il corpo. (Tratto dal libro Dimenticati di D. Chirico e A. Magro)


14 Novembre 1982 Palermo. In Via Notarbartolo ucciso Calogero Zucchetto, impegnato nella ricerca dei mafiosi latitanti
Calogero Zucchetto era un Poliziotto.  Si occupava di mafia ed in particolare collaborava alla ricerca dei latitanti che allora erano molto numerosi.
Con il commissario Cassarà andava in giro in motorino per i vicoli di Palermo ed in particolare per quelli della borgata periferica di Ciaculli, che conosceva bene, a caccia di ricercati. In uno di questi giri con Cassarà incontrò due killer al servizio dei corleonesi, Pino Greco detto "scarpuzzedda" e Mario Prestifilippo, che aveva frequentato quando non erano mafiosi. Questi lo riconobbero e non si fecero catturare. All'inizio di novembre del 1982, dopo una settimana di appostamenti, tra gli agrumeti di Ciaculli riconobbe il latitante Salvatore Montalto, boss di Villabate, ma essendo solo e non avendo mezzi per catturarlo rinunciò alla cattura, avvenuta poi il 7 novembre con un blitz del Cassarà.
La sera di domenica 14 novembre 1982, all'uscita dal bar "Collica" in via Notarbartolo, un'elegante via del centro di Palermo, fu ucciso con cinque colpi di pistola alla testa sparati da due killer in sella ad una moto.
Successivamente gli autori del delitto vennero individuati in Mario Prestifilippo e Pino Greco, gli stessi che aveva incrociato in motorino. Come mandanti furono in seguito condannati i componenti della "cupola mafiosa", cioè gli appartenenti all'organo più importante della "Cosa Nostra", Totò Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Ganci ed altri. (Tratto da Wikipedia)


14 Novembre 1988 Locri. Assassinata Maria Stella Callà, 38 anni, dipendente amministrativa del carcere, aveva rifiutato di avere una relazione con un detenuto.
Nel 1988 viene ammazzata con un colpo di pistola Maria Stella Callà, trentottenne, dipendente del settore amministrativo del carcere di Locri. La sera del 14 novembre, Maria Stella sente suonare alla porta, apre, esce sul pianerottolo. C'è una persona che conosce. Parlano per qualche minuto. Poi si sente un colpo di pistola. Maria Stella viene colpita alla faccia e cade a terra, morta. Accorre suo figlio Giovanni di quattordici anni, che vive con lei dopo la separazione dal marito. Piange, si dispera. Ha perso sua madre senza ragione. Viene accusato dell'omicidio un giovane pregiudicato di Africo Nuovo, che aveva conosciuto Maria Stella durante la sua detenzione nel carcere di Locri. Pare volesse una storia d'amore. Non era ricambiato. ("Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta" di Danilo Chirico e Alessio Magro)


14 Novembre 2010 Palmi (RC). Ucciso per errore Martino Luverà, operaio di 33 anni, mentre stava rincasando. Era sulla linea di fuoco del vero obiettivo.
Era una tragica sera di autunno, il 13 novembre del 2010, quando Martino Luverà, operaio 33enne originario di San Martino di Taurianova, ma da tempo residente in provincia di Imperia, andò incontro, suo malgrado, all’appuntamento con la morte. Un destino baro e assassino lo attendeva mentre stava rincasando nell’abitazione di alcuni parenti presso i quali stava trascorrendo un periodo di vacanza. Quella stessa sera, secondo l’ipotesi accusatoria, Paolo Chiappalone, stava invece per portare a compimento i suoi propositi punitivi nei confronti dell’avvocato Francesco Nizzari, reo di seguire per la moglie la causa di separazione. Secondo gli inquirenti, Luverà avrebbe trovato la morte poiché si trovava sulla linea di fuoco, a circa 20 metri di distanza dal Nizzari, che era il reale obiettivo dell’agguato consumatosi a Palmi (RC) in via Antonino Fondacaro. Luverà sarebbe morto quindi solo per uno sfortunatissimo caso.  (GazzettadelSud.it)


15 Novembre 1986 Cittanova (RC). Ucciso Antonio Bertuccio, 41 anni, lascia moglie e 5 figli.
Nacque il 17 giugno 1945 ed era un capocantiere edile di Cittanova (RC). Il 15 novembre 1986, durante una battuta di caccia, fu avvicinato da dei balordi che volevano derubarlo. Ci fu un diverbio e Antonio Bertuccio venne ucciso. Aveva moglie e 5 figli. (Liberanet.org)



15 Novembre 1995 Somma Vesuviana (NA). Resta ucciso il piccolo Gioacchino Costanzo di 2 anni, che era in compagnia dello zio, vero obiettivo dei sicari.
Gioacchino Costanzo venne ucciso dalla camorra a San Giuseppe Vesuviano (Napoli) il 15 ottobre 1995, quando aveva solo diciotto mesi. Il bambino si trovava in auto con il convivente della nonna,  un pregiudicato venditore di sigarette di contrabbando; Averaimo era solito girare spesso con il bimbo convinto che i rivali non avrebbero mai messo in pericolo la sua vita. Morirono entrambi, per mano di qualcuno senza scrupoli ne dignità, sotto il fuoco impazzito delle armi.

 


17 Novembre 1920 Gibellina (TP). Assassinato Stefano Caronia, arciprete.

Il 17 novembre del 1920 a Gibellina (TP) fu ucciso l'arciprete Stefano Caronia. Era  un prete sociale. Aveva contribuito a fondare la Cooperativa di Consumo e si era impegnato nella battaglia contro i feudatari a favore della popolazione locale.



17 Novembre 1981 Villa Literno (NA). Trovato nelle campagne il corpo sensa vita di Michele Borriello, 24 anni, sposato, padre di due bambini. Colpito alle spalle è morto dissanguato. Ucciso probabilmente perché testimone dell'omicidio di un pregiudicato.
Michele Borriello, 24 anni. Viene ucciso il diciassette novembre del 1981 a Villa Literno, in un agguato teso da un boss perché testimone scomodo di un omicidio di camorra, molto probabilmente si trovava nelle campagne di Villa Literno per una gara di tiro a piattello. Lascia la moglie e due bambine piccole.
Michele Borriello è stato riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata.



17 Novembre 1986 Palermo. Rosario Pietro Giaccone, Carabiniere Ausiliario in congedo, fu ucciso in un agguato mafioso.
Rosario Pietro Giaccone,  aveva 26 anni, quando, il 17 novembre 1986 fu ucciso con un'azione da guerriglia in via Verga a Palermo. Il movente starebbe in un episodio di sei anni prima, quando Giaccone, carabiniere ausiliario, si era ritrovato in un conflitto a fuoco con una banda che aveva assaltato la cassa del mercato ortofrutticolo di Palermo. A terra era rimasto il cadavere di un bandito, ucciso da un colpo della pistola d'ordinanza di Giaccone. Quel rapinatore era nipote di Armando Bonanno (successivamente vittima della lupara bianca). Solo nel 1993 la Corte d'Assise di Palermo ha confermato la sentenza che riconosceva la matrice mafiosa dell'omicidio . Nel 2006 gli è stata conferita al medaglia d'oro al merito civile.


17 Novembre 1998 Palma di Montechiaro (AG) Ucciso Antonio Condello, 32 anni, agente penitenziario presso il carcere di Agrigento.
Agente Scelto del Corpo di polizia penitenziaria – nato a Palma di Montechiaro (AG) il 28.4.1966, in servizio presso la Casa Circondariale di Agrigento. Il 17 novembre 1998, durante la notte, veniva ucciso a Palma di Montechiaro (AG), in una stradina che sbuca in una piazzola cieca, da ignoti con undici  colpi di pistola. Ad oggi non risultano indagati del delitto né se ne conoscono le motivazioni. (Poliziapenitenziaria.it)


18 Novembre 1988 Santa Margherita Belice (AG). Ucciso Giuseppe Montalbano, ex medico condotto,
Giuseppe Montalbano era nato a Contessa Entellina l’8 gennaio del 1925. Lavorava a Camporeale ed era un medico. Fu ucciso il 18 novembre 1988 in prossimità della sua casa di campagna. Era stato colpito alla testa da colpi di arma da fuoco. Nel corso di una perquisizione domiciliare nella sua abitazione veniva trovata un’agenda in cui Montalbano aveva scritto appunti personali la cui lettura evidenziava la sua convinta e precisa avversione alla mafia e a ogni altra forma di sopraffazione. Montalbano era stato ufficiale sanitario di Camporeale, poi aveva scelto di esercitare il ruolo di medico della mutua. Ma non era disponibile ad accettare imbrogli di qualsiasi genere e non nascondeva la sua antipatia per Cosa Nostra.


18 Novembre 1996 Trapani. Maria Antonietta Savona e il suo bambino, di appena 1 mese, Riccardo Salerno, restano uccisi in uno scontro con l'auto di un magistrato.
Maria Antonietta Savona fu coinvolta in uno scontro con l’auto del magistrato di Sciacca, Bernardo Petralia, a Trapani il 18 novembre del 1996. Con lei perse la vita anche il suo bambino, che aveva poco più di un mese, Riccardo Salerno.


21 Novembre 1987 Catania. Ucciso Gaetano Miano, panettiere di 29 anni. Era colpevole di essere il fratello di pentiti.
Gaetano Miano, panettiere di Catania, aveva 29 anni e l'unica colpa di essere il fratello di pentiti. "Era incensurato e non aveva mai avuto a che fare con le cosche. Gestiva un panificio in via Vittorio Emanuele, nel centro storico della città. Una vita tranquilla, ordinata, scandita dalle levatacce per andare ad aprire il forno. Proprio di questa routine hanno approfittato gli assassini che lo hanno atteso sotto casa, in via Acquedotto Greco, alle sei, in un' alba gelida e piovosa, i killer hanno agito indisturbati, senza che nessuno li vedesse. Contro Gaetano Miano sono stati sparati sette colpi di calibro 38. Raggiunto dai primi proiettili, l' uomo ha cercato scampo in un portone ma è stato raggiunto e finito con tre colpi alla testa" (La Repubblica).


21 Novembre 1990 Melilli (SR). Resta ucciso Pietro Caruso, 30 anni. Vittima "per caso"
Pietro Caruso, trentenne originario di Augusta, è stato ucciso il 21 novembre del 1990 in contrada Moncino, a due chilomettri di distanza da Villasmundo, frazione di Melilli (SR). Viaggiava in sella alla sua motoretta quando un'auto, senza controllo in quanto il guidatore era stato colpito a morte da due sicari, lo ha investito causandone la morte.


21 Novembre 2004 Napoli. Gelsomina Verde, 22 anni, torturata, uccisa e bruciata all'interno della sua auto.
Gelsomina Verde è una vittima innocente della camorra, torturata e uccisa a 22 anni nel pieno della cosiddetta faida di Scampia.
Il corpo della giovane donna, uccisa con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di torture, fu poi bruciato per nascondere i segni di quelle torture. Era il 22 novembre del 2004.
Gelsomina era del tutto estranea alle logiche dei clan. Giovane operaia in una fabbrica di pelletteria aveva avuto una relazione con un ragazzo appartenete agli scissionisti. Questo legame sentimentale si era interrotto alcuni mesi prima dell'assassinio della ragazza.
La famiglia di Gelsomina Verde si costituì parte civile nel procedimento penale che si concluse il 4 aprile 2006 con la condanna all'ergastolo di Ugo De Lucia (classe 1978, considerato uno dei più efferati killer del clan Di Lauro), ritenuto l'esecutore materiale, e con la condanna ad anni sette e mesi quattro di reclusione del collaboratore di giustizia Pietro Esposito.
Il 13 dicembre 2008, Cosimo Di Lauro, 35 anni, è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Gelsomina Verde, perché ritenuto mandante ell'omicidio.  L'11 marzo 2010, lo stesso Di Lauro, pur non ammettendo la responsabilità del delitto, ha risarcito la famiglia di Gelsomina Verde con la somma di trecentomila Euro. In seguito al risarcimento, la famiglia della vittima ha rinunciato a costitursi parte civile. Nel dicembre del 2010, Cosimo Di Lauro è stato assolto dall'accusa di essere il mandante dell'omicidio. (Fondazione Pol.i.s.)


21 Novembre 2004: a Melito (NA), ucciso Domenico Riccio, 49 anni proprietario di un bar, era in compagnia del vero obiettivo; a Secondigliano (NA,) Francesco Tortora, e a Mugnano, Biagio Migliaccio, uccisi a causa di parentele scomode.


22 novembre 1920 Borgetto (PA). Uccisi Bernardo Taormina e l'amico Francesco Macaluso, giovane maestro di musica che aveva deciso di candidarsi a sindaco e mettersi contro i mafiosi che comandavano in paese.
Borgetto (PA), 22 novembre del 1920. Il giovane Bernardo Taormina , professore d'italiano mutilato, tornato a casa dopo tanti anni di guerra, strinse amicizia con un certo Francesco Macaluso, giovane maestro di musica che aveva deciso di candidarsi a sindaco di Borgetto e mettersi contro i mafiosi che comandavano in paese.
"Bernardo" gli diceva spesso il padre, "lascia stare il maestro Francesco, non è visto bene in paese, non passeggiare con lui nel corso del paese, non l'avvicinare, figlio mio, allontanalo e lascialo solo perché i mafiosi gli possono fare del male". Bernardo faceva orecchie da mercante, credeva nell'amicizia e nella giustizia, parlava di legalità, dignità e cambiamento.
E fu così che quel giorno mentre passeggiavano vicino la via Barretta traversa del corso Roma a Borgetto, due mafiosi con la pistola gli spararono. Francesco morì sul colpo mentre Bernardo, ferito solo da un proiettile, perché l'altro aveva preso l'orologio nel taschino, fu caricato sopra il camion e trasportato all'ospedale San Saverio di Palermo. Durante il tragitto suo padre gli chiedeva: "Chi è stato figlio mio, dimmi chi ti ha sparato" e lui facendogli un sorriso rispondeva : "Perdonami padre mio non è per omertà, ma ti voglio proteggere, non posso permettere che i miei fratelli rimangano dopo di me anche senza di te, spero solo che un giorno le cose a Borgetto possano cambiare e le persone comincino a ribellarsi e denunciare". (Tratto da Telejato.globalist.it)


22 Novembre 1988 Palermo. Resta ucciso Michele Virga nell'agguato al boss di Misilmeri di cui era l'autista.
Michele Virga venne ucciso a Palermo il 22 novembre 1988 da un proiettile diretto a Don Giovannino Amato (patriarca di Misilmeri) di cui era autista. (Liberanet.org)


22 Novembre 1995 Locri. Ucciso Fortunato Correale, meccanico. Onesto cittadino ucciso dalla mafia perché non aveva rispettato le regole dell’omertà.
Fortunato Correale, 44 anni, padre di tre figli, il 22 novembre del 1995 è stato crivellato da sette colpi di pistola nella sua autofficina di Locri.
Correale aveva rotto l'omertà, aveva parlato dei movimenti di un gruppo di giovani d' onore che andavano in giro a bruciare le auto dei carabinieri per intimidirli, ma le "famiglie" erano subito venute a conoscenza della testimonianza, di quella sua e di quella della moglie e scattò la vendetta, puntuale, feroce, "esemplare" perché tutti vedessero e tutti si regolassero di conseguenza, cucendosi la bocca.


23 Novembre 1989 Bagheria (PA). Uccise Leonarda Cosentino, Vincenza Marino Mannoia e Lucia Cosentino, rispettivamente madre, sorella e zia del pentito Francesco Marino Mannoia



23 Novembre 1993 Altofonte (PA). Rapito Giuseppe di Matteo, 11 anni, tenuto in ostaggio fino all'11 Gennaio 1996, strangolato ed il corpo sciolto nell'acido.
Figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo. Fu rapito il 23 novembre 1993, quando aveva 12 anni, al maneggio di Altofonte (PA) da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Il piccolo fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino Fiat Fiorino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri. La famiglia cercò presso tutti gli ospedali cittadini notizie del figlio, ma quando, il 1º dicembre 1993, un messaggio su un biglietto giunse alla famiglia con scritto «Tappaci la bocca» e due foto del bambino che teneva in mano un quotidiano del 29 novembre 1993, fu subito chiaro che il rapimento era finalizzato a spingere Santino Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci  e sull’uccisione dell’esattore Ignazio Salvo.
Il 14 dicembre 1993, Francesca Castellese, moglie di Di Matteo, denunciò la scomparsa del figlio. In serata fu recapitato un nuovo messaggio a casa del suocero (Giuseppe Di Matteo, padre di Santino) con scritto «Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie». Dopo un iniziale cedimento psicologico il pentito non si piegò al ricatto, sebbene fosse angosciato dalle sorti del figlio, e decise di proseguire la collaborazione con la giustizia.
Brusca decise così l’uccisione del ragazzo, ormai fortemente dimagrito e indebolito per la prolungata e dura prigionia, e che venne strangolato e successivamente sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, all’età di 15 anni, dopo 779 giorni di prigionia. (Tratto da Wikipedia)

 

23 Novembre 1996 Torre Annunziata (NA). Ucciso il commerciante Raffaele Pastore "per aver osato denunciare e fatto imprigionare chi gli chiedeva il pizzo sui suoi onesti guadagni".
Il 23 novembre 1996 Pastore Raffaele, 35 anni, piccolo commerciante all'ingrosso di prodotti alimentari, venne ucciso nel suo negozio di Torre annunziata (NA) con otto colpi di arma da fuoco da due uomini con il volto coperto da passamontagna perché si era rifiutato di pagare il pizzo ed aveva denunciato i suoi taglieggiatori. Con lui c'era anche la mamma, Antonietta Auricchio di 66 anni, rimasta ferita.
I due malviventi scapparono senza lasciare alcuna traccia dopo aver raggiunto il loro obiettivo.
La vittima precedentemente aveva subito continue minacce senza mai cedere e senza mai denunciare nulla fino al giorno in cui un esponente del clan camorristico dei  Gionta lo minacciò pesantemente.
Lo stesso chiese solidarietà ad altri commercianti, ma nessuno gli fu vicino. Di fronte all'ultimatum il commerciante si rivolse alla polizia. Grazie alle sue indicazioni fu arrestato Filippo Gallo, di anni 32.
Raffaele Pastore sapeva che la sua testimonianza era uno "sgarro" alla malavita. Infatti, temeva per la sua vita. Così richiese ed ottenne il porto d'armi per difesa personale, ma l'arma che comprò non la portava mai con sé. Per questo era disarmato quando i sicari entrarono nel suo negozio per ucciderlo. (Fondazione Pol.i.s.)

24 Novembre 1948 Montelepre (PA) In località Giardinello, Baldassare Maragioglio, 33 anni, Guardia di P.S., resta ucciso in uno scontro a fuoco con dei malviventi.
Il 24 novembre 1948 una squadra del Raggruppamento di P.S. di Palermo è impegnata nell'ennesimo rastrellamento alla ricerca di Salvatore Giuliano e della sua banda. Nei pressi del paese di Montelepre, in località Giardinello, si scatena una sparatoria che si protrae per più di un'ora. Quando alla fine giungono i soccorsi, a terra restano due uomini: la guardia Baldassarre Maragioglio, 33 anni, che morirà dopo poco all'ospedale militare di Palermo, e un bandito.


24 Novembre 1982 San Cataldo (CL). Ucciso Carmelo Cerruto, Brigadiere Polizia Penitenziaria
Carmelo Cerruto, brigadiere Polizia Penitenziaria, viene ucciso il 24 novembre 1982, alle ore 8,30 circa, in via Regina Elena a San Cataldo (CL), mentre si recava in servizio, a pochi centinaia di metri dal suo ufficio, con diversi colpi d’arma da fuoco.  Fu ucciso probabilmente perché  stava indagando sull’uccisione del figlio Emanuele, avvenuta il 21 settembre 1981.

 

24 Novembre 2009 Milano. Scompare Lea Garofalo, testimone di giustizia. I suoi resti bruciati ritrovati nel novembre 2012.
Lea Garofalo, giovanissima, negli anni Novanta, si era innamorata di Carlo Cosco, un suo paesano, tutti e due della provincia di Crotone. Emigrano insieme a Milano, lui comincia a frequentare gli spacciatori di Quarto Oggiaro, uno dei tanti gironi della 'ndrangheta esportata in Lombardia. Intanto nasce Denise, e intanto Carlo Cosco diventa sempre di più un piccolo capo del crimine.  Dopo qualche anno, Lea non ce la fa più. E lo lascia. Decide anche di collaborare con i giudici, raccontando le trame e i delitti dei suoi parenti (padre e un fratello uccisi) e quelli dei Cosco. Una testimone di giustizia e, come tale, scompare per molto tempo. Poi, un giorno, Carlo Cosco viene a sapere dove abita  -  a Campobasso  -  e le manda un sicario, travestito da idraulico. Lea è con Denise, si salvano. È il maggio del 2009. Ma pochi mesi dopo cade in un'altra trappola. Carlo Cosco chiede di rivederla "per amore di nostra figlia", lei accetta. È la sera del 24 novembre del 2009. È l'ultima sera di Lea a Milano. Alle 18,37 Lea viene ripresa per l'ultima volta dalle telecamere in fondo a Corso Sempione. Un attimo dopo la caricano su un furgone. Da quel momento Lea non esiste più. "È in vacanza in Australia", dicono gli avvocati dei Cosco, quando arriva una denuncia "per sequestro di persona". Lea è già morta. Portata in un magazzino, seviziata e "interrogata" dal padre di sua figlia per scoprire cosa aveva raccontato ai magistrati, poi la uccidono. In un primo momento Carlo Cosco prova a difendersi dicendo che non è stato un omicidio di 'ndrangheta ma d'impeto, che i pentiti "stanno costruendo castelli di sabbia".In un primo momento gira anche la voce che Lea sia stata sciolta nell'acido, ma la verità su di lei affiora all'improvviso. Con un racconto dell'orrore di Carmine Venturino, un ragazzo che il padre di Denise ha spinto a corteggiare la figlia. Per controllarla, spiarla. Poi i due si fidanzano. Poi ancora Carmine confessa come è stata uccisa veramente Lea: legata, strangolata, bruciata in un bidone. I suoi resti ritrovati in un tombino nel 2012. Carlo Cosco voleva anche la morte della figlia, Denise stava parlando anche lei. (Tratto da La Repubblica del 17 ottobre 2013)


25 Novembre 1945 Cattolica Eraclea (AG) Muore Giuseppe Scalia, sindacalista socialista, vittima di un attentato subito il 18 dello stesso mese.
Era il 18 novembre del 1945 quando a Cattolica Eraclea, piccolo centro dell’Agrigentino, fu ferito a morte in un attentato il sindacalista socialista Giuseppe Scalia, tra i fondatori della cooperativa agricola La Proletaria. Morirà, in seguito alle ferite, il 25 novembre.
Scalia passeggiava davanti alla sede della Camera del Lavoro in compagnia del vice-sindaco socialista Aurelio Bentivegna. Contro i due furono lanciate bombe a mano da un gruppo di sicari mafiosi. Non furono aperte neanche le indagini.
Finita la guerra, Scalia si era posto con altri contadini alla testa del movimento bracciantile. La sua azione fu convinta e coraggiosa, per questo venne scelto per la carica di segretario della Camera del Lavoro locale. Nei mesi in cui ricoprì questo incarico crebbe la stima di tutti verso la sua persona e la sua intelligenza politica. Contemporaneamente crebbe l’odio della mafia locale e degli agrari che cercavano di conservare i propri privilegi.
Nonostante le minacce di morte e il clima di paura che dominava in quegli anni nelle campagne, Scalia perseverò nel suo impegno, spesso recandosi nei centri vicini per sostenere le lotte dei contadini di Siculiana, Montallegro e Sciacca. (Tratto da Onoreaglieroi.splinder.com)


25 Novembre 1946 Joppolo Giancaxio (AG). Ucciso Giovanni Severino, Segretario della Camera del Lavoro.
25 novembre 1946, a Joppolo Giancaxio (Agrigento), viene ucciso Giovanni Severino, segretario della Camera del lavoro


25 Novembre 1985 Palermo. Persero la vita Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, alunni del Liceo Meli, falciati da una macchina della scorta dei magistrati Borsellino e Guarnotta, mentre attendevano l’autobus in via Libertà. 23 furono i feriti.
Per Biagio Siciliano, 15 anni, e Giuditta Milella, 16 anni, studenti del Liceo Meli di Palermo il 25 novembre del 1985 fu l'ultimo giorno di scuola. Una macchina di scorta che accompagnava i giudici Guarnotta e Borsellino piombò sulla fermata del liceo Meli a piazza Croci, sui ragazzi assiepati in attesa dell’autobus che li portasse a casa, alla fine delle lezioni. Ci furono 23 feriti ma i due studenti furono sfortunati.  Biagio Siciliano morì subito. Giuditta Milella spirò l'1 dicembre successivo.


26 Novembre 1990 San Ferdinando (RC). Ucciso Ferdinando Barbalace, 42 anni, per non lasciare testimoni. Si era fermato pensando di soccorrere una vittima di un incidente stradale.
San Ferdinando (RC), 26 novembre 1990. Viene ucciso il commercialista Ferdinando Barbalace, 42 anni. Si era fermato a soccorrere quello che pensava fosse la vittima di un incidente stradale. Ma i killer appostati per uccidere Rocco Tripodi, appena assassinato, gli hanno lasciato il tempo appena di girare le spalle. Ucciso per non lasciare testimoni.

27 Novembre 2007 San Giorgio a Cremano (NA). Umberto Improta, 25 anni, resta ucciso durante una rissa per futili motivi.
Umberto Importa viene colpito da un proiettile vagante mentre esce dal Caffè del Presidente a San Giorgio a Cremano. Umberto è coinvolto in una rissa sebbene sia completamente estraneo alle dinamiche del fatto.A dover essere colpito un altro Umberto che aveva osato schiaffeggiare  Luigi di Sarno alias "Topolino", rampollo  della famiglia di Ponticelli, nipote di Salvatore Di Perna. I tre ragazzi che hanno partecipato alla sparatoria si sono presentati al commissariato di Ponticelli, accompagnati dai loro avvocati.Si tratta di Luigi Sarno, 19 anni, detto 'Topolino', Salvatore Di Perna di 18 anni, detto "o Nerone', e un minore di 17 anni.
Sarno e Di Perna sono stati rinchiusi nel carcere di Poggioreale, il minore è stato condotto presso il centro di prima accoglienza dei Colli Aminei.Nel mese di giugno del 2013, dopo condanne di primo grado, ricorsi e scarcerazioni, i giudici della Corte di Assise di Napoli hanno riconosciuto "il concorso anomalo" e condannato a soli 14 anni i due maggiorenni coinvolti nell'omicidio, sebbene il Procuratore generale avesse chiesto  l'esclusione del "concorso anomalo" e  la concessione  delle attenuanti generiche.
Gli avvocati dei due responsabili della morte di Improta hanno dimostrato che quella sera i due hanno sparato non per uccidere ma per intimidire un gruppo di giovani con cui avevano litigato, ottenendo così il riconoscimento del "concorso anomalo" . (Fond. POL.I.S.)

 

28 Novembre 1946 Calabricata (CZ). Giuditta Levato, 31 anni, madre di due figli e incinta. viene uccisa da un campiere. Protagonista delle lotte contadine di Calabria.
Calabricata (CZ). Quel giorno di tardo mattino Giuditta Levato, già incinta di sette mesi, si recò alle terre che lei e i suoi compaesani avevano coltivato. La Commissione provinciale per le terre incolte glielo aveva permesso. Il decreto dell’allora ministro dell’Agricoltura, Fausto Gullo, voleva abbattere una volta per tutte il latifondo e stabilire l’eguaglianza e il diritto alla terra a tutti i cittadini. Quella mattina, era il 28 novembre 1946, anche l’agrario Pietro Mazza volle esprimere la sua opinione in materia. E decise di dare una lezione a quelli che considerava i suoi “usurpatori”. Per mano di un suo servo partì un colpo. Giuditta Levato cadde a terra. Venne trasportata sanguinante fino a casa. E poi in ospedale, dove morì.

 

28 Novembre 1949 Bagheria (PA). Uccisi i Carabinieri Francesco Butifar e Salvatore Messina.
Il 28 novembre 1949, il Maresciallo Capo Salvatore Messina, Comandante della Stazione Carabinieri di Bagheria Alta (PA), unitamente all'Appuntato Francesco Butifar, si recavano in una stalla per le ricerche di un carro agricolo oggetto di furto. Giunti sul posto i militari sorprendevano 6. Il Maresciallo procedeva alla loro identificazione, lasciando l’Appuntato BUTIFAR a guardia, sull’ingresso. Nel corso delle operazioni il Maresciallo si accorgeva della presenza di una pistola lasciata su una cassa vuota, riuscendo ad impossessarsene. A questo punto uno dei malviventi estraeva una pistola dalla cintola e colpiva il Maresciallo Messina al quale, nel cadere, sfuggiva di mano l’arma. In un tentativo estremo il Sottufficiale cercava di estrarre la propria pistola d’ordinanza, venendo nuovamente colpito a morte. Nel medesimo frangente altri malviventi ferivano gravemente anche l’Appuntato Butifar che, tuttavia, riusciva a trascinarsi dietro un riparo dal quale rispondeva al fuoco, ferendo uno dei malfattori. Di seguito, il graduato, in un supremo sforzo, tentava anche di inseguire per strada i fuggitivi, abbattendosi a terra dopo pochi metri privo di forze. Rinvenuto da un collega, occasionalmente in transito in quella strada, veniva trasportato presso l’Ospedale Militare di Palermo dove, tuttavia, giungeva cadavere. (Mediterraneonline.it)


29 Novembre 1946 Comitini (AG). Ucciso Filippo Forno, bracciante e sincacalista, e Giuseppe Pullara, un bracciante con cui stava percorrendo un tratto di strada.
Il 29 Novembre del 1946 in contrada Serra Palermo, al confine tra Aragona e Comitini (AG), venne trovato morto ammazzato il bracciante e sindacalista Filippo Forno di 46 anni, nato a Palermo il 23 maggio del 1900, figlio di Francesco e Antonia Greco. Stava ritornando a piedi dalla vicina Aragona, dove - secondo i testi più accreditati - si era recato per incontrare altri contadini della zona. Ma quella sera non fece rientro a casa. Lungo la strada della "Cirasa" trovò il paesano Giuseppe Pullara, un bracciante di origini favaresi dal carattere autoritario, ed insieme s'incamminarono. Vennero trovati morti, "colpiti entrambi da arma da fuoco", si legge in una relazione dell'allora Pretura di Aragona. La moglie di Forno, Vittoria Nigrelli, solo da venti giorni aveva messo al mondo un'altra bambina.  (Tratto dal libro Senza Storia di Alfonso Bugea e Elio Di Bella)
Nelle liste ufficiali, per un disguido burocratico, Filippo Forno viene erroneamente elencato con il nome di  Paolo Farina o Paolo Farno

29 Novembre 1947 Partinico (PA). Ucciso in un agguato Luigi Geronazzo, Tenente Colonnello dei Carabinieri
Medaglia d'Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: "Al comando di un battaglione Carabinieri impegnato duramente per più mesi contro una banda armata tristemente famosa per l'efferatezza dei gravi delitti compiuti, sempre primo nelle azioni più rischiose, dedicava tutto se stesso alla lotta, conseguendo proficui risultati e contribuendo a disorientare i fuorilegge. Di notte, mentre rincasava nella sede del comando, fatto segno, per rappresaglia, a scarica di arma da fuoco da malfattori in agguato, reagiva coraggiosamente, sebbene ferito mortalmente, facendo fuoco con la propria pistola. Montelepre (PA) - Partinico (PA) - Carini (PA) - Alcamo (TP) - Piana dei Greci (PA), agosto/novembre 1947".
Nella stessa azione furono feriti quattro suoi carabinieri e il farmacista del paese.

 

29 Novembre 1985 Isola Delle Femmine (PA). Ucciso Enrico Antonio Monteleone, Brigadiere dei Carabinieri
Il Brigadiere Antonio Enrico Monteleone accorre, insieme ad un altro militare dell’Arma, presso un ufficio postale dove è in corso una rapina. Tre malviventi stanno tentando la fuga facendosi scudo con i civili. Di fronte ai rapinatori il brigadiere si rifiuta di consegnare l’arma in dotazione, nonostante sia impossibilitato ad utilizzarla per non nuocere agli ostaggi. Seppure “disarmato”, Monteleone si scaglia contro i tre, ingaggiando una violenta colluttazione durante la quale, raggiunto da un colpo di pistola, rimane ferito mortalmente.” (Mediterraneonline.it)


29 Novembre 1995 Avola (SR). Ucciso l’imprenditore Antonino Buscemi, titolare di un’impresa edile. Probabilmente si era rifiutato di sottostare al racket o era riuscito ad aggiudicarsi lavori voluti da altri.
29 novembre 1995 Omicidio di Antonino Buscemi. Ad Avola (Siracusa), è ucciso l’imprenditore Antonino Buscemi, titolare di un’impresa edile. Probabilmente si era rifiutato di sottostare al racket o era riuscito ad aggiudicarsi lavori voluti da altri.



29 Novembre 1996 Palizzi (RC). Celestino Fava e Antonino Moio, trucidati senza pietà.

Celestino Fava era uno studente universitario impegnato nel volontariato. Aveva 22 anni quando lo uccisero, il 29 novembre del 1996, nelle campagne intorno a Palizzi, assieme all'amico Antonino Moio, 27 anni, vero obiettivo dei killer. Secondo gli inquirenti Celestino sarebbe stato eliminato proprio perchè testimone oculare dell'agguato. Riconosciuto subito vittima innocente di criminalità, Celestino, tuttavia, aspetta ancora giustizia. E così la sua famiglia. "Da più di venti anni ci dicono che manca solo una tessera nell'indagine". Quell'unica tessera, come l'ultima di un puzzle, che sembra essere andata smarrita. (http://www.stopndrangheta.it/stopndr/art.aspx?id=1695,Celestino+Fava)

 

30 Novembre 1977 Palermo. Ucciso Attilio Bonincontro Brigadiere della Polizia Penitenziaria
Attilio Bonincontro, 53 anni, brigadiere degli agenti di custodia  in servizio presso la Casa Circondariale Ucciardone di Palermo, fu ucciso il 30 novembre del 1977 mentre faceva ritorno presso la propria abitazione. Era dirigente dell’ufficio matricola dell’Ucciardone, era un sottoufficiale stimato, la sua morte provocò una vera e propria rivolta tra i colleghi che il giorno dopo si autoconsegnarono organizzando una manifestazione di protesta davanti al carcere.
Il Brigadiere Bonincontro è stato riconosciuto "Vittima del Dovere"



30 Novembre 2006 Giugliano (NA). Antonio Palumbo, bidello 63nne, ucciso da due rapinatori durante il colpo ad una tabaccheria
Antonio Palumbo, 63 anni, bidello della scuola elementare di Giugliano in Campania (NA), è morto sul colpo dopo essere stato colpito al petto durante una rapina alla tabaccheria dove era entrato per comprare le sigarette al figlio e un quaderno alla nipotina. I rapinatori erano in tre: uno faceva da palo e due sono entrati nel negozio a volto coperto. Il tabaccaio ha reagito alla rapina, ne è nata una colluttazione e subito dopo è iniziata la sparatoria; Antonio Palumbo si è trovato sulla traiettoria. I malviventi sono poi fuggiti a bordo di due moto, facendo perdere le loro tracce. Era il 30 Novembre del 2006.

 

 

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Ricordati di ricordare di Umberto Santino PDF Stampa E-mail

Foto Google

Fonte:  cittanuovecorleone1.blogspot.it


Una poesia per tutte le vittime innocenti di mafia...

Ricordati di ricordare

di Umberto Santino


Ricordati di ricordare
coloro che caddero
lottando per costruire
un'altra storia
e un'altra terra
ricordali uno per uno
perché il silenzio non chiuda per sempre
la bocca dei morti
e dove non è arrivata la giustizia
arrivi la memoria
e sia più forte
della polvere
e della complicità
Ricordati di ricordare
l'inverno dei Fasci quando i figli dei contadini del Nord
spararono sui contadini del Sud
e i mafiosi aprivano il fuoco
sapendo di esserei cecchini dello Stato

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Nel labirinto delle mafie a cura di Attilio Bolzoni ed Enrico Bellavia PDF Stampa E-mail

 

 

Articolo del 16 Luglio 2017 da mafie.blogautore.repubblica.it

Nel labirinto delle stragi

di Attilio Bolzoni

In quei due mesi è accaduto molto ma non tutto. Dal 23 maggio al 19 luglio 1992, cinquantasette giorni, bombe e autobombe, ucciso Giovanni Falcone, ucciso Paolo Borsellino. Tanti i segreti che sono stati seppelliti in questo quarto di secolo, tante le verità che ancora l'Italia non conosce.
A farci entrare nel labirinto delle stragi per il blog Mafie è Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica che con il suo sapere ci accompagna dall'Addaura ai grandi misteri che ancora si inseguono dopo venticinque anni.
E' un lungo racconto ma non è solo un racconto. E' anche un ragionamento intorno a fatti e trame che portano Bellavia a un convincimento: per capire cosa è avvenuto nell'estate del 1992 non bisogna guardare indietro ma bisogna guardare avanti: «Non a quello che le vittime avevano fatto ma a quello che avrebbero potuto fare». Delitti preventivi.
Una ricostruzione divisa in una ventina di capitoli, vicende tutte legate una all'altra anche se lontane nel tempo. C'è l'intrigo della trattativa Stato-mafia e c'è l'oscura parentesi della dissociazione "morbida" che avrebbero voluto alcuni boss dopo la repressione poliziesca-giudiziaria che ha colpito Cosa Nostra, ci sono i retroscena di quel rapporto sugli appalti dei carabinieri dei reparti speciali con le grandi aziende del Nord in affari con Totò Riina, c'è il ricordo degli ultimi giorni del procuratore Borsellino che riceve le confidenze di Gaspare Mutolo e di Leonardo Messina.
Un'estate del 1992 sospesa nel prima e nel dopo. Con eventi ancora oggi indecifrabili. Le telefonate di rivendicazione della famigerata Falange Armata. E il "suicidio" nel carcere di Rebibbia di Antonino Gioè, uno di quei mafiosi che partecipò alle fasi preparatorie dell'attentato di Capaci e che fu trovato cadavere ventiquattro ore prima delle esplosioni - il 27 luglio del 1993 - in via Palestro a Milano e davanti alle basiliche romane.
Con l'apparizione improvvisa di personaggi che hanno depistato le inchieste sino ad affossarle. Come Vincenzo Scarantino, il "pupo vestito", il pentito fasullo di via D'Amelio creduto oltre ogni ragionevole limite da qualche poliziotto e da schiere di magistrati. Come Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo che ha spacciato informazioni tarocche per conto proprio o per conto terzi.
Venticinque anni dopo - nonostante le inchieste giudiziarie e gli ergastoli che hanno rinchiuso per sempre nelle segrete del 41 bis i capi della Cupola - siamo ancora dentro il labirinto.
Enrico Bellavia ci fornisce una guida per muoverci fra le ombre, ci fa capire qualcosa di più.

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