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Il gip ordina nuove indagini: “Depistaggi su inchiesta Impastato” di Patrizio Maggio PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 10 gennaio 2015 da loraquotidiano.it

Il giudice per le indagini preliminari Maria Pino respinge la richiesta d’archiviazione, ordinando al pm Del Bene di continuare ad indagare sulle manovre dei carabinieri dopo l’omicidio del militante di Democrazia Proletaria. Indagati Subranni, Canale, De Bono e Abramo

di Patrizio Maggio

Una nuova indagine sui depistaggi commessi dagli inquirenti dopo l’assassinio di Peppino Impastato. Lo ha deciso il giudice per le indagini preliminari di Palermo Maria Pino, respingendo la richiesta d’archiviazione del sostituto procuratore Francesco Del Bene. Come racconta l’edizione palermitana di Repubblica, per il pm sarebbero prescritti i reati di favoreggiamento e falso addebitati al generale dei carabinieri Antonio Subranni, e i sottufficiali Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo. Le indagini erano partite nel 2011, dopo la denuncia di Giovanni Impastato, fratello del militante di Democrazia Proletaria, assassinato il 9 maggio del 1978 a Cinisi  “La notte in cui morì Peppino –  ha raccontato Giovanni Impastato al Fatto Quotidiano– i carabinieri vennero a casa nostra e sequestrarono diversi documenti appartenuti a mio fratello che raccolsero in 4 grossi sacchi neri. Quando anni dopo chiesi la restituzione dei documenti mi riconsegnarono soltanto 6 volantini. Che fine ha fatto tutto il resto del materiale appartenuto a Peppino? Perché è svanito?”.

Durante le indagini il pm Del Bene, ha trovato un verbale dei carabinieri con scritto: “Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe”. Un sequestro informale dunque, ovvero un sequestro non ufficialmente autorizzato, e soprattutto non previsto dal codice: da qui l’accusa di falso. Del Bene ha trovato anche un altro elenco, questa volta formale, in cui i carabinieri avevano appuntato soltanto l’avvenuto sequestro di sei fogli tra lettere e volantini, che contenevano scritti d’ispirazione politica e con propositi di suicidio.

Ma nei documenti sequestrati a casa di Peppino Impastato c’era anche altro. “Ricordo che mio fratello poco prima di morire – racconta sempre Giovanni Impastato – si stava interessando attivamente alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri. In seguito a quel fatto, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra dato che mio fratello era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni sulla questione, notizie che accumulava in una specie di dossier: una cartelletta che fu sequestrata e mai più restituita”.

Nella strage della casermetta furono assassinati, la notte del 27 novembre 1976, i carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Per il duplice omicidio furono condannati quattro giovani, Giuseppe Vesco, Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli; Vesco morì in carcere in strane circostanze, mentre gli altri tre furono torturati e convinti a suon di botte a firmare la confessione. Un delitto strano maturato in un contesto inquietante, dato che oggi sia Gulotta, che Santangelo e Ferrantelli sono stati assolti nel nuovo processo di revisione: gli autori della strage dunque rimangono oggi senza volto. Continuerà ad indagare sui depistaggi delle indagini sul caso Impastato, invece, il pm Del Bene: tra gli indagati, soltanto Canale ha rinunciato alla prescrizione. Gli altri, se accusati solo di favoreggiamento e falso, sono protetti dalla prescrizione.

Nel 2011, indagando sui possibili depistaggi, gli investigatori avevano scoperto l’esistenza di una possibile testimone chiave del delitto Impastato: si chiama Provvidenza Vitale, ed era la casellante di turno al passaggio a livello di Cinisi la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978. Negli ultimi trent’anni, però, i Carabinieri di Cinisi non sono riusciti a trovarla: sui verbali scrissero che la donna era “irreperibile”. E invece non si è mai mossa da Cinisi: e oggi che ha 91 anni, della notte in cui fu ammazzato Impastato, ricorda ben poco.

 

 

 

 

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Dopo 36 anni Antonio Esposito Ferraioli riconosciuto vittima innocente di camorra PDF Stampa E-mail

Fonte:  libera.it
Articolo del 28 Ottobre 2014
Scritto da  Mariano Di Palma e Federico Esposito su Il Corsaro

Trentasei anni e cinquantacinque giorni. Tanto tempo, troppo. Ma l'emozione è così forte che pensare che si potesse fare prima stavolta conta poco. Il cuore si gonfia e la gioia nasconde l'amarezza delle attese. Antonio Esposito Ferraioli, Tonino, ha avuto giustizia.
Un nome forse sconosciuto, un ragazzo come tanti, un compagno, ammazzato nel 1978 dalla camorra a Pagani, fritto misto di cemento e asfalto alle pendici del Vesuvio.
Lo scorso 24 ottobre il Tribunale di Nocera Inferiore gli ha finalmente riconosciuto lo status di vittima innocente della criminalità. Una battaglia dura, complicata nei mesi scorsi dal respingimento dell'istanza presentata dalla famiglia presso il Ministero dell'Interno: Tonino non era vittima innocente di camorra perché - motivava la Prefettura di Salerno - nessun tribunale si era espresso in merito e l'assenza di un processo non aveva permesso di accertare l'identità dei mandanti e degli esecutori dell'assassinio.
Proprio così. Trentasei anni e cinquantacinque giorni in cui non c'è mai stato un processo per Tonino, sindacalista della Cgil, ammazzato a 27 anni perché difendeva la dignità del lavoro nella sua fabbrica, la Fatme, nella cui mensa era cuoco. Ammazzato perché si era ritrovato sul bancone una partita di carni avariate e aveva deciso di non tacere. Ammazzato perché voleva vederci chiaro, capire, difendere i diritti dei propri colleghi. Ammazzato mentre rientrava a casa, di notte, dopo aver trascorso la serata con Angela, la donna che avrebbe dovuto sposare di lì a breve.
Trentasei anni e cinquantacinque giorni. E gli assassini sono ancora a piede libero in una Pagani che tiene abbassate le persiane da quella notte del 30 agosto 1978. A poco servirono le indagini, l'impegno dei suoi compagni, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La procura concentrava l'attenzione su Aniello De Vivo, detto "o russ", pregiudicato locale e sull'imprenditore e politico della DC cittadina Aldo Mancino, prosciolti per insufficienza di prove. Nessuna prova, nessun processo, nessuna verità per Tonino, per la sua famiglia, per i pochi compagni che a lungo non hanno smesso di lottare in una città che puzza di omertà e indifferenza.

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Otto morti nella guerra tra famiglie. La storia della faida di Noragugume di Anthony Muroni PDF Stampa E-mail

Pubblicato il 19 gennaio 2014 in  unionesarda.it


Nell'articolo di Anthony Muroni, pubblicato sull'Unione Sarda del 16 novembre 2005, la storia della faida e la conclusione della vicenda processuale.


Tutta la faida di Noragugume e i suoi retroscena in oltre 70 udienze. Dopo tre anni di processi i giudici della Cassazione hanno messo la parola fine a una vicenda giudiziaria tremenda, che consegna tre giovani (Bruno Acquas, Luca Falchi e Gianfranco Pinna) al carcere a vita e regala a una ragazza già segnata da anni di dolore (Giuseppina Pinna) una nuova speranza nel futuro. Con l'aggiunta di un quarto ergastolano (Giulio Cherchi) condannato a un'esistenza da latitante. Sullo sfondo restano sei omicidi (su un totale di otto ricondotti alla faida di Noragugume) ancora senza colpevole. Una circostanza che rende ancora più amaro il day-after per i parenti di vittime e carnefici che, come ampiamente previsto, preferiscono non commentare.

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Tiberio Bentivoglio, imprenditore antimafia: «Ho denunciato, Equitalia mi porta via la casa» di Gelsomino Del Guercio PDF Stampa E-mail

Foto e Articolo del 9 Ottobre 2014 da espresso.repubblica.it


Rompe il muro di omertà contro la 'ndrangheta, ma resta solo. Così, tra silenzi, lentezze burocratiche e casa ipotecata, si umilia il coraggio di chi denuncia le cosche di Reggio Calabria

Tiberio Bentivoglio, imprenditore antimafia: «Ho denunciato, Equitalia mi porta via la casa»
«Sto perdendo casa e lavoro, ho già perso la serenità familiare. Allora oggi mi chiedo: conviene denunciare i propri aguzzini come ho fatto io?». E' il grido di un uomo disperato quello che affida a "l'Espresso" Tiberio Bentivoglio, imprenditore reggino 61enne sotto scorta e testimone di giustizia dal 1992, cioè da quando si è ribellato ai suoi estorsori. Da allora per Tiberio è iniziato un lungo calvario. Gli hanno voltato le spalle gran parte dei suoi concittadini di Condera, la frazione di Reggio Calabria dove abita e dal 1979 è titolare di un negozio, la "Sanitaria S.Elia" che vende prodotti elettro medicali e articoli per la prima infanzia. Perché da quelle parti sfidare i boss è un sacrilegio. Ma sopratutto gli hanno voltato le spalle le istituzioni, che lo hanno abbandonato a se stesso nonostante gli appelli al consiglio regionale della Calabria, alla Commissione Parlamentare Antimafia , al ministro dell'Interno Angelino Alfano e persino a papa Francesco.

In questi giorni la parabola di Tiberio è giunta al capolinea. Sommerso dai debiti, con un fatturato crollato negli ultimi nove anni del 75% (cioè 2 milioni e mezzo di euro in meno) e un conseguente danno per mancato guadagno che si aggira ad oltre 800 mila euro, l'imprenditore è sull'orlo del crac e dirà addio al suo negozio e non solo. Il colpo finale è arrivato tra le fine di settembre e i primi giorni di ottobre.

Equitalia gli ha inviato l'avviso di vendita all'asta della sua abitazione, già ipotecata da oltre un anno per 991mila euro. L'iter prima dello sfratto durerà circa sei mesi. L'ipoteca di Equitalia era arrivata perché da nove anni non paga più i contributi all'Inps dei propri dipendenti (ora rimasti in due, prima erano in cinque) ai quali fino all'anno scorso riusciva a versare a mala pena gli assegni con gli stipendi. «Ho sempre pagato tutto regolarmente ai lavoratori fin quando ho potuto», sottolinea l'imprenditore. Per il danno erariale relativo ai contributi Inps, sua moglie (la loro è un'azienda familiare) ha subito due condanne in primo grado dal tribunale di Reggio Calabria per appropriazione indebita (pena sospesa): la prima un anno fa, la seconda una settimana fa. «Il paradosso è che adesso diventiamo noi i "pregiudicati"…», afferma sconsolato Tiberio.

Come se non bastasse, da qualche settimana si è fatto incalzante il pressing delle banche, che dopo l'ipoteca sull'abitazione hanno ritirato gli affidamenti: non concedono più alcuna forma di credito, mutui e prestiti a Bentivoglio. Sono stati ridotti i carnet degli assegni a lui destinati perché sui suoi conti correnti non c'è abbastanza denaro per pagare i fornitori del negozio (circa 150). Il risultato è che le banche, come da legge, hanno inoltrato gli assegni scoperti ai notai - il cosiddetto "protesto" - e per l'imprenditore si prospettano nuove sanzioni amministrative (che comunque non riuscirà a pagare). L'ennesima batosta è arrivata sabato 4 ottobre quando ha ricevuto il preavviso di sfratto dai proprietari del negozio, perché, ormai da un anno, non ha i soldi per pagare l'affitto. Invece il 10 dicembre 2014 il tribunale di Reggio stabilirà se Tiberio dovrà abbandonate il deposito annesso al negozio perché anche in quel caso è "forzatamente" moroso nei confronti del proprietario.

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"Un cippo alla memoria di Filippo Intili" di Dino Peternostro PDF Stampa E-mail

Articolo del 30 Luglio 2014

Foto da facebook.com  


Fonte:  facebook.com

Lettera da Corleone a "Rassegna Sindacale"

di Dino Paternostro

Un cippo alla memoria di Filippo Intili
Così Caccamo, 62 anni dopo, sceglie di stare dalla parte della legalità.


Per 62 lunghi anni la sua figura era caduta nel dimenticatoio. Malgrado il nome di Filippo Intili fosse stato inserito nell'elenco delle vittime innocenti di mafia, redatto dall'associazione "Libera", nessuno aveva mai cercato di sapere di più di questo mezzadro comunista, dirigente della Camera del lavoro, assassinato il 7 agosto 1952 dalla potente mafia di Caccamo, suo paese natale.
Addirittura, la Regione siciliana, che pure lo aveva inserito nell'elenco ufficiale dei caduti del movimento contadino nella lotta contro la mafia, ne aveva sbagliato sia il nome che il cognome, chiamandolo Giuseppe Intile. Finalmente, il 7 agosto prossimo, sarà proprio la città di Caccamo, con in testa il sindaco Andrea Galbo, a fare giustizia di questo lungo silenzio, ricordando Filippo Intili con una manifestazione che si concluderà in contrada "Piani Margi", luogo del suo assassinio, dove sarà collocato un cippo commemorativo.

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