VittimeMafia.it

Le Vittime che commemoriamo, mese: MARZO PDF Stampa E-mail

 

 

1 Marzo 1996 Vinosa (TA). Muore Annamaria Torno, 18 anni, vittima del capolarato.
Annamaria Torno, 18 anni,  muore in un incidente stradale il1 marzo del 1996 mentre la "trasportavano" a lavorare in una azienda agricola, di Vinosa (TA), dove avrebbe dovuto raccogliere ortaggi.  Era su un pulmino, un Ford Transit, da 9 persone mentre le lavoratrici erano 14, guidato da un caporale, che si è scontrato con un altro automezzo di un'altro caporale.

 

 

2 Marzo 1948 Petralia Soprana (PA). Ucciso Epifanio Li Puma, socialista, dirigente del movimento contadino per l'occupazione delle terre incolte.
Epifanio Leonardo Li Puma (Petralia Soprana, 6 gennaio 1893 – Petralia Soprana, 2 marzo 1948) è stato un politico e sindacalista italiano, ucciso dalla mafia.La sua vita s'è svolta essenzialmente nella sua Raffo, anche se la sua azione toccò l'intero comprensorio delle Madonie. Mezzadro di idee antifasciste alla fine della seconda guerra mondiale è stato promotore del movimento dei contadini per la riforma agraria come organizzatore sindacale (della Cgil), politico (era un esponente del Partito Socialista Italiano) e di cooperative. Di orientamento nettamente riformista era contrario ad ogni estremismo ed alle teorie rivoluzionarie.
Nel secondo dopoguerra, sindacalista e capolega dei mezzadri e braccianti senza terra, fu determinato e irriducibile nella promozione dei diritti dei lavoratori contro gli agrari eversori della legalità.
Uomo simbolo della giustizia sociale, eroe delle Alte Madonie, in Sicilia, non volle piegarsi alla prepotenza e alle minacce di un potere e di un sistema malsano.
È stato barbaramente assassinato dalla mafia agraria, al soldo dei baroni, nei terreni di Alburchìa tra Petralia Soprana e Gangi. Nonostante ai suoi funerali, a Petralia Soprana, fossero stati apertamente denunciati i mandanti del suo omicidio, nessuno pagò per la sua morte. (Wikipedia)

 

2 Marzo 1988 Palermo. Ucciso Donato Boscia, 31 anni, direttore del cantiere dell'impresa romana Ferrocementi.
Aveva 31 anni. Aveva una carriera lunghissima davanti a sé. Era un ingegnere con un cuore grande così e con un' onestà limpida. Si chiamava Donato Maria Boscia e la sera del 2 marzo 1988 fu freddato a Palermo da cinque colpi di pistola. Fu la mafia a decretare il brutale assassinio. Il maxiprocesso, celebrato e conclusosi a Palermo nel 1997 con 22 condanne di cui 14 all' ergastolo, dimostrò che era coinvolto nell' omicidio del giovane ingegnere di Gioia del Colle anche Salvatore Riina. Che Balduccio Di Maggio era implicato nei fatti. Che Donato Maria Boscia morì perché stava costruendo una sezione dell' acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani. (La Repubblica del 1/06/2001)

 

2 Marzo 1994 Adelaide (Australia) Una bomba al fosforo rosso uccide il sergente Geoffrey Bowen
Un pacco bomba con materiale plastico potentissimo inviato al quartier generale dell'ente anticrimine australiano NCA supera i controlli degli scanner e uccide Geoffrey Bowen, un detective di trentasei anni impegnato in indagini sulla 'ndrangheta, dal traffico di droga agli omicidi, alle estorsioni e al riciclaggio di denaro. E' il 2 marzo. La mattina del 3 il detective deve testimoniare al processo contro Domenic Perre, un uomo delle cosche italo-australiane. Il gruppo di Bowen è impegnato nell'operazione Cerberus avviata nel '92 sulla presenza della mafia in Australia e, dopo l'arresto di otto persone per droga, ha subìto minacce.  [...]  Il caso è ancora aperto.  (Da Dimenticati di D. Chirico e A. Magro)

 

2 Marzo 2000 Isola Capo Rizzuto (Crotone). Francesco Scerbo, 29 anni, vittima innocente.
Francesco Scerbo, 29 anni,  era in una pizzeria di Isola Capo Rizzuto (Crotone) con degli amici quando quattro killer entrarono nel locale e spararono all'impazzata sui presenti. Oltre alla vittima designata, cadde sotto i colpi anche Francesco, un bravo ragazzo, impegnato anche nel volontariato, che lasciò la moglie, incinta, ed una bambina di cinque anni.

 

2 Marzo 2002 Maida (Catanzaro). Ucciso l'avvocato Torquato Ciriaco, consulente di un'impresa edile di Lamezia Terme e titolare di alcuni appalti affidati dall'Anas.
Il 2 Marzo 2002 a Maida (Catanzaro) ucciso Torquato Ciriaco, 55 anni, avvocato. Ciriaco è stato ucciso mentre, alla guida del suo fuoristrada, stava rientrando a Cortale, dove risiedeva, da Lamezia Terme, città nella quale era titolare di uno studio legale molto avviato. Ciriaco si occupava quasi esclusivamente di questioni amministrative e civili ed era uno degli avvocati più conosciuti non soltanto di Lamezia Terme . Vasti, comunque, i suoi interessi e molteplici le sue attività in vari settori economici ed imprenditoriali.
Solo di recente, grazie alle rivelazioni di un pentito, incaricato a suo tempo di seguire le abitudini dell'avvocato, si sono concluse le indagini.  L'accusa sostiene che Ciriaco fu ucciso perché voleva acquistare una azienda edile che la cosca Anello voleva finisse ad un imprenditore già sottoposto ad estorsione.

 

3 Marzo 1861 Santa Margherita Belice (AG). Ucciso il medico Giuseppe Montalbano. Rivendicò alla guida dei contadini tre feudi spettanti al comune ma usurpati dalla principessa Giovanna Filangieri con la complicità del ceto agrario e baronale.
La sera del 3 marzo 1861, a S. Margherita Belice, tre fucilate uccidono a pochi passi da casa Giuseppe Montalbano, 42 anni, fervente mazziniano e protagonista della rivoluzione palermitana del 1848. Montalbano, che partecipò all'impresa dei mille combattendo nelle campagne di Salemi, dopo il decreto garibaldino del 2 giugno 1860 — relativo alla ripartizione delle terre demaniali ai contadini — rivendicò alla guida dei contadini margheritesi tre feudi spettanti al comune ma usurpati dalla principessa Giovanna Filangieri con la complicità del ceto agrario e baronale gia legato al governo borbonico. IL DELITTO fu preceduto da una serie di minacce ed "avvertimenti" a Montalbano ed alla sua famiglia. Ad esso seguì una sommossa popolare di due giorni culminata nell'assalto al municipio di S. Margherita dove si erano rifugiati alcuni tra coloro che erano stati indicati da vari testimoni quali esecutori del criminale agguato. (Il siculo.it)

 

4 Marzo 1976 Mezzojuso (PA). Ucciso Giuseppe Muscarella, dirigente dell'Alleanza coltivatori.
Giuseppe Muscarella, 50 anni, sindacalista, contadino, sposato e padre di quattro bambini, è stato ucciso a Mezzojuso (PA), con due fucilate alle spalle, il 4 marzo del 1976. Gli assassini, dopo averlo freddato, gli hanno impiccato la cavalla sulla quale stava rientrando a casa.Due anni prima aveva rotto con la Coldiretti e con una ottantina di contadini poveri e piccoli allevatori aveva fondato l'Alleanza coltivatori e, con 26 di loro, fondato una cooperativa. Aveva promosso una campagna per l'acquisto collettivo di fertilizzanti rompendo il monopolio delle cosche, fertilizzanti acquistati direttamente al prezzo di 10.800 lire al quintale contro le 18 mila lire imposto con le "intermediazioni parassitarie".
Per i mafiosi dell'agraria il suo era stato un tradimento; lui un contadino non povero, aveva in affitto un bel pezzo di terra ed allevava pollame e maiali, la moglie gestiva un piccolo negozio di alimentari, si era messo alla testa della rivolta contadina, fondando addirittura una cooperativa. Prima del delitto c'erano stati atti intimidatori sia contro di lui che contro numerosi contadini della zona.

 

4 Marzo 1987 Polistena (RC). Giuseppe Rechichi, vicepreside dell'istituto magistrale di Polistena, ammazzato "per errore"

Giuseppe Rechichi, 48 anni,  vicepreside dell’istituto magistrale di Polistena, è stato ucciso per errore, colpito da una pallottola vagante, il 4 marzo del 1987. Il vero bersaglio dell’agguato era Vincenzo Luddeni, direttore della Banca popolare di Polistena, rimasto illeso, che aveva già  subito diversi attentati negli ultimi 4 anni.

 

5 Marzo 1983 Santa Maria Capua Vetere (CE) Ucciso Pasquale Mandato, maresciallo degli agenti di custodia presso il carcere locale.
Pasquale Mandato, 53 anni, maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia, fu ucciso il 5 marzo 1983 mentre si recava in servizio presso il carcere di Santa Maria Capua Venere (CE), con numerosi colpi d'arma da fuoco da parte di sette, otto aggressori.
Ad ucciderlo Michelangelo D'Agostino, ex-camorrista, poi catturato dai carabinieri. È l'ennesima vittima che il corpo degli agenti di custodia paga come tributo all'intransigenza dimostrata nei confronti della criminalità organizzata. (Fondazione Pol.i.s.)

 

5 Marzo 2000 Giugliano (NA). Ucciso Ferdinando Liguori, 22 anni, all'uscita di una discoteca.
Ferdinando Liguori , 22 anni, operaio, viene ucciso dopo una serata alla discoteca "My Toy" di Giugliano. Il ragazzo aveva avuto una discussione poco prima della chiusura del locale: qualcuno aveva alzato la voce, era volato qualche pugno. Ma tutto sembrava finito così. Invece Ferdinando Liguori, di Casavatore (Napoli), è stato ucciso poco prima dell'alba, da uno dei due uomini con i quali aveva avuto il diverbio.
C'è stato un inseguimento di macchine quando ormai erano le cinque di mattina: la Fiat Punto dove viaggiava la vittima insieme ai tre amici non è stata persa d'occhio dalla Smart degli aggressori. A qualche chilometro dal locale, sulla circonvallazione esterna di Napoli, la Smart ha affiancato la Punto e sono partiti più colpi di pistola. I proiettili hanno colpito solo Liguori. Subito, l'auto degli aggressori si è allontanata. (Fondazione Pol.i.s.)

 

6 Marzo 1995 Palermo. Ucciso Domenico Buscetta, nipote di Tommaso. Vittima innocente di una vendetta trasversale
Domenico Buscetta, gioielliere di 45 anni è stato assassinato in un agguato, a Palermo,  il 6 marzo 1995. Due killer gli spararono con una calibro 38 alla testa. Vittima di una vendetta trasversale.
Domenico era figlio di Vincenzo Buscetta, fratello di Tommaso, ucciso con il figlio Benedetto all'interno della sua fabbrica di specchi in viale Delle Alpi, a Palermo, il 29 dicembre dell'82, quindi prima dell'inizio della sua collaborazione, iniziata dopo il 1984 con il giudice Giovanni Falcone. Tommaso Buscetta fu il primo riconosciuto collaboratore di giustizia, principale testimone nel maxi processo di Palermo.

 

7 Marzo 1946 Burgio (AG). Tommasa (Masina) Perricone in Spinelli, resta uccisa in un attentato contro il candidato sindaco di Burgio, Antonio Guarisco. Guarisco si salvò.
Tommasa (Masina) Perricone (in Spinelli) fu uccisa a Burgio (AG) il 7 marzo del 1946. Casalinga di  33 anni, appena sposata, stava rientrando a casa nello stesso istante in cui un commando stava cercando di eliminare il candidato sindaco di Burgio, Antonio Guarisco. I colpi sparati furono tanti. Uno colpì a morte Masina. Guarisco si salvò. Fu ferito solo ad un braccio.
Masina è vittima due volte. Uccisa dalla mafia e dimenticata dallo Stato per un incredibile errore. Nelle liste delle vittime della regione siciliana, probabilmente per un errore dattilografico, è indicata come MARINA SPINELLI, nome storpiato e il cognome del marito. Data per assassinata a Favara nell'attentato contro il sindaco Gaetano Guarino. "Con il risultato che pur essendo stata dichiarata vittima innocente della mafia i parenti non hanno potuto ottenere alcun aiuto e beneficio dall'amministrazione pubblica. Ed ancor oggi non sanno di aver avuto in casa una martire di Cosa nostra sancita dalla legge." (Senza Storia di Alfonso Bugea e Elio Di Bella).

 

8 Marzo 1990 Mesagne (BR). Scompare Marcella Di Levrano, 26 anni, mamma di una bimba. Uccisa perché aveva deciso di uscire dal mondo della droga in cui era caduta da adolescente e sospettata di collaborare con le forze dell'ordine
Il corpo martoriato di Marcella Di Levrano, 25 anni, scomparsa l'8 Marzo del 1990 da Mesagne (BR), fu ritrovato il 5 aprile del 1990 in un bosco fra Mesagne e Brindisi, con il volto sfigurato e reso del tutto irriconoscibile dai colpi infertile con un grosso masso trovato accanto. Marcella, madre di una bambina ancora in tenera età, dopo un trascorso di tossicodipendente, frequentazioni di ambienti malavitosi e con pregiudicati appartenenti alla criminalità organizzata brindisina e salentina, aveva deciso di abbandonare quel mondo, cercando di disintossicarsi e iniziando a portare la propria testimonianza alle forze dell'ordine su tutto ciò di cui era venuta a conoscenza nel corso degli anni, fatti minuziosamente raccontati in un diario. Non le fu dato il tempo di venirne fuori perché non appena si ebbe il semplice sospetto fu decisa la sua eliminazione, eseguita in modo spietato, uno degli atti più truci della storia della sacra corona unita.

 

 

9 Marzo 1979 Palermo. Viene assassinato Michele Reina, segretario provinciale democristiano. "Ucciso per proteggere gli interessi di Vito Ciancimino".
Michele Reina, segretario provincia della DC di Palermo, viene assassinato in una agguato mafioso il 9 marzo del 1979. Inizialmente l'omicidio fu rivendicato, con una telefonata al "Giornale di Sicilia" da presunti appartenenti ai terroristi di "Prima Linea". Un'altra telefonata minacciò altri attentati se non fosse stato scarcerato il capo delle Brigate Rosse, Renato Curcio.
La verità l'ha raccontata Tommaso Buscetta, durante la sua collaborazione, nel lungo racconto fatto al giudice Giovanni Falcone: "Anche l'onorevole Reina è stato ucciso su mandato di Salvatore Riina".
"Il 22 aprile del 1992, a Palermo si aprirà il processo per i cosiddetti "omicidi politici": tra questi, anche quello di Michele Reina. Nell'aprile del 1999, dopo i primi due gradi di giudizio, il processo è approdato in Cassazione, dove sono state confermate sia l'impianto accusatorio che le pene irrogate. Con Salvatore Riina, sono stati condannati al carcere a vita Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Antonino Geraci".

 

10 Marzo 1948 Corleone (PA). Giuseppe Letizia, 13 anni, fu testimone dell'omicidio di Placido Rizzotto, morì tre giorni dopo il ricovero nell'ospedale diretto da Michele Navarra, mandante dell'omicidio di Rizzotto.
Giuseppe Letizia (Corleone, 1935 – Corleone, 11 marzo 1948) è stato un giovane pastore, vittima della mafia. All'età di 13 anni assistette all'omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, ucciso il 10 marzo 1948 da Luciano Liggio, luogotenente di Michele Navarra, capomafia di Corleone. La notte in cui avvenne il delitto, Giuseppe Letizia era nelle campagne corleonesi ad accudire il proprio gregge. Il giorno seguente fu trovato delirante dal padre, che lo condusse all'ospedale Dei Bianchi diretto da Navarra. Lì, il ragazzo, in preda di una febbre alta, raccontò di un contadino che era stato assassinato nella notte. Curato con un'iniezione, morì ufficialmente per tossicosi, sebbene si ritenga che al ragazzo possa essere stato somministrato del veleno. Tesi che fu segnalata dai giornali dell'epoca: l'Unità, il 13 marzo 1948 pubblicò in prima pagina un articolo sulla vicenda: «C'è motivo di pensare, e molti in paese sono a pensarla così che il bambino sia stato involontariamente testimone dell'uccisione di Rizzotto e che le minacce e le intimidazioni lo abbiano talmente sconvolto da provocargli uno shock e come conseguenza di esso la morte» .  Seguita il 21 marzo 1948 da La Voce della Sicilia: «Un bimbo morente ha denunciato gli assassini che uccisero Placido Rizzotto nel feudo Malvello».
Il medico che aveva in cura il ragazzo presso l'ospedale, il dott. Ignazio Dell'Aria, qualche giorno dopo la morte del ragazzo chiuse il suo studio ed emigrò in Australia. (Wikipedia)


10 Marzo 1948 Corleone (PA). Scompare Placido Rizzotto, Partigiano, socialista, segretario della Camera del Lavoro e dirigente delle lotte contadine. Primo caso di "lupara bianca". I suoi resti recuperati dopo 64 anni nella foiba di Rocca Busambra.
Placido Rizzotto (Corleone, 2 gennaio 1914 -- Corleone, 10 marzo 1948) è stato un sindacalista italiano, rapito e ucciso dalla mafia.
Iniziò la sua attività politica e sindacale a Corleone al termine della guerra. Ricoprì l'incarico di Presidente dei reduci e combattenti dell'ANPI di Palermo e quello di segretario della Camera del lavoro di Corleone. Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano e della CGIL.
Venne rapito nella serata del 10 marzo 1948, mentre andava da alcuni compagni di partito, e ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l'occupazione delle terre. Le indagini sull'omicidio furono condotte dall'allora capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sulla base degli elementi raccolti dagli inquirenti, vennero arrestati Vincenzo Collura e Pasquale Criscione che ammisero di aver preso parte al rapimento di Rizzot o in concorso con Luciano Liggio. Grazie alla testimonianza di Collura fu possibile ritrovare alcune tracce del sindacalista ma non il corpo, che era stato gettato da Liggio nelle foibe di Rocca Busambra, nei pressi di Corleone. Criscione e Collura, insieme a Liggio che rimase latitante fino al 1964, furono assolti per insufficienza di prove, dopo aver ritrattato la loro confessione in sede processuale.

 

10 Marzo 2003 Lamezia Terme (CZ). Ucciso Antonio Perri, imprenditore che si rifiutava di pagare il pizzo.
Antonio Perri, di 71 anni, proprietario di diversi supermercati e due centri commerciali a Lamezia Terme (CZ) fu ucciso il 10 marzo del 2003 all’ingresso di un deposito del centro commerciale “Atlantico” di sua proprietà. Non si era piegato alle richieste del racket. Fu punito per dare un esempio.

 

11 Marzo 1983 Palermo. Ucciso il costruttore edile Salvatore Pollara
Salvatore Pollara era un costruttore edile di Palermo. Aveva collaborato con la giustizia per fare processare i responsabili dell'omicidio del fratello Giovanni, scomparso nel 1979, e aveva denunciato i tentativi di richiesta del pizzo.
L'11 Marzo 1983 fu assassinato, in Via Montuoro, mentre rientrava a casa a bordo di una Renault guidata da un amico. La vettura fu bloccata da due killer che fecero fuoco ripetutamente. Salvatore Pollara morì sul colpo. Il conducente della vettura rimase ferito.



11 Marzo 1989 Scordia (CT). Ucciso Nicola D'Antrassi, 63 anni, grossista di agrumi. Aveva denunciato infiltrazioni malavitose nell'agrumicoltura.
Nicola D'Antrassi, nato a San Felice Circeo (LT) il 12 febbraio 1926, laureato in legge, commerciante di prodotti ortofrutticoli a Scordia (CT), viene assassinato a 63 anni l'11 Marzo del 1989.
L'azienda di D'Antrassi, al momento dell'assassinio, si chiamava ORFRUTTA Srl, aveva c.a duecento dipendenti ed era gestita con piglio manageriale d'avanguardia. D'Antrassi era ben voluto sia dai suoi dipendenti, a cui applicava con scrupolosità i contratti di categoria, che dai produttori con cui si comportava con rettitudine, mentre era malvisto da alcuni commercianti del paese, che tendevano a sfruttare i propri dipendenti e a frodare i produttori.
Nel corso della sua attività aveva ricevuto svariate minacce, atti intimidatori, come alcuni incendi, e richieste estorsive, ma nell'ultimo periodo era particolarmente preoccupato anche se non si era confidato neppure con isuoi famigliari. Il suo è un omicidio ancora senza verità e giustizia.

 

11 Marzo 2000 BARI. Giuseppe Grandolfo, ucciso per errore mentre era nei locali di un circolo
Giuseppe Grandolfo, 38 anni, era nel locale di un circolo ricreativo di Bari,  a bere una birra insieme ad un amico, quando due sicari hanno fatto irruzione sparando all'impazzata contro i presenti. Giuseppe, colpito alla testa , è morto sul colpo. Era sposato e aveva 2 Bambini, di 5 e 9 anni.

 

12 Marzo 1909 Palermo. Assassinato Giuseppe (Joe) Petrosino "il più famoso dei poliziotti italiani d'oltreoceano. E' ancora oggi ricordato negli USA come un martire nella lotta contro il crimine organizzato".
Giuseppe Petrosino, detto Joe (Padula, 30 agosto 1860 – Palermo, 12 marzo 1909), è stato un poliziotto italiano naturalizzato statunitense.
Alle 20.45 di venerdì, 12 marzo 1909, tre colpi di pistola in rapida successione, e un quarto sparato subito dopo, suscitano il panico nella piccola folla che attende il tram a capolinea di piazza Marina a Palermo. C'è un generale fuggi fuggi: solo il giovane marinaio anconetano Alberto Cardella (Regia Nave Calabria) si lancia coraggiosamente verso il giardino Garibaldi, nel centro della piazza, da dove sono giunti gli spari: in tempo per vedere un uomo cadere lentamente a terra, ed altri due fuggire scomparendo nell'ombra. Non c'è soccorso possibile, l'uomo è stato raggiunto da tre pallottole: una al volto, una alle spalle, e una terza mortale alla gola. Poco dopo si scopre che si tratta del detective Giuseppe Petrosino, il nemico irriducibile della malavita italiana trapiantata negli Stati Uniti, celebre in America come in Italia quale protagonista della lotta al racket. Il console americano a Palermo telegrafa al suo governo: Petrosino ucciso a revolverate nel centro della città questa sera. Gli assassini sconosciuti. Muore un martire.
Il governo mise subito a disposizione la somma di 10.000 lire, per chi avesse fornito elementi utili a scoprire i suoi assassini ma la paura della mafia sarà più forte dell'attrazione esercitata da quella pur elevata offerta di soldi. Le bocche rimarranno chiuse. Circa 250.000 persone parteciparono al suo funerale a New York, un numero fino ad allora mai raggiunto da alcun funerale in America. (Wikipedia)

 

12 Marzo 1977 Gioiosa Ionica (RC). Ucciso il mugnaio Rocco Gatto, un uomo onesto che aveva detto "no" al racket.
Rocco Gatto, mugnaio di  Gioiosa Ionica venne assassinato in un agguato mafioso il 12 marzo 1977.
Era un uomo onesto e grande lavoratore, iscritto al Partito Comunista, non aveva mai ceduto ai ricatti e alle minacce subiti , anche l'incendio del mulino non lo piegò. In una trasmissione televisiva aveva detto  "Non pagherò mai la mazzetta.Lotterò fino alla morte". Ma non fu ucciso per questo.
"Il 6 novembre 1976 il capoclan Vincenzo Ursini rimane ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri e la 'ndrina pensa ad un'esecuzione quindi reagisce violentemente e impone il coprifuoco in tutto il paese in onore del boss defunto. Vennero rispediti a casa i commercianti ambulanti giunti fino a Gioiosa Ionica per il mercato e venne imposta la chiusura di tutti gli esercizi commerciali, ma Rocco Gatto non ci sta e si ribella nuovamente denunciando il tutto con nomi e cognomi ai carabinieri e alla magistratura. La 'ndrangheta però non tollera il suo operato e il 12 marzo 1977 si muove violentemente. Rocco era alla guida del suo furgone di lavoro lungo la strada provinciale per Roccella Ionica; i killer lo attendono sotto un ponticello e al suo passaggio gli sparano tre colpi di lupara uccidendolo" (Wikipedia)

 

12 Marzo 1981 Napoli. Uccisi Mariano Mellone e Francesca Moccia. Vittime innocenti in una sparatoria tra clan rivali
Mariano Mellone, 33 anni, marito amorevole, padre di una bambina di appena 1 anno, era andato in quell'autofficina per accelerare la riparazione della 500 della moglie e Francesca Moccia, di quasi cinquant'anni, madre di cinque figli, gestiva il negozio di frutta e verdura di fronte e in quel momento, insieme al marito, stava riportando all'interno del negozio le cassette della frutta esposte fuori.
Erano le 14,15 del 12 marzo del 1981, in pieno centro di Napoli. Mariano e Francesca erano intenti a vivere la propria vita, si trovavano al posto giusto nel momento giusto. Poi sono arrivati loro, a viso scoperto, armati di mitra e pistole; volevano uccidere un malavitoso della zona che si trovava all'interno dell'autofficina e invece hanno ucciso due innocenti.

 

12 Marzo 1985 Cosenza. Ucciso Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza
A Cosenza il 12 Maggio 1985 viene assassinato in un agguato mafioso Sergio Cosmai, direttore del locale carcere. Fu  mortalmente ferito al capo con undici proiettili calibro 38 mentre, alla guida della sua Fiat Cinquecento, si stava recando all’asilo a prelevare la figlioletta Rossella di tre anni. La moglie Tiziana Palazzo era incinta del secondo figlio Sergio, che nacque un mese dopo la morte del papà.
Sergio Cosmai diresse il carcere di Cosenza dal settembre del 1982: aveva trovato un carcere controllato dalle cosche, in cui gli esponenti godevano di privilegi. Lui riorganizzò l'Istituto di pena nel massimo rispetto delle leggi e delle norme della riforma carceraria.
Tutto ciò non fu gradito e il boss, che aveva tentato anche con atti di forza di riprendere il controllo, ne ordinò l'uccisione.
L’omicidio di Sergio Cosmai è rimasto impunito come tanti altri fatti di sangue di quegli anni. Al suo nome sono intitolate un'aula della Pretura, una strada ed una scuola della sua città natale.

 

12 Marzo 1991 Locri (RC). Antonio Valente, operaio di 31 anni. Una vendetta trasversale; i titolari della ditta dove lavorava si erano rifiutati di pagare il pizzo.
Antonio Valente, un operaio di 31 anni, muore in ospedale il 12 marzo del '91, a Locri. La sera prima l'agguato, una vendetta trasversale: i titolari della ditta dove lavorava hanno detto no al pizzo, e gli estorsori decidono di alzare il tiro. Le indagini si orientano subito verso la pista delle estorsioni. Ai fratelli Gallo, titolari della società, erano arrivate diverse richieste di denaro da parte di una banda locale. Somme ingenti. Al rifiuto di versare la mazzetta seguono gli attentati dinamitardi contro i camion e i colpi di pistola contro i mezzi della ditta. Poi l'agguato. Sul campo resta una vittima innocente. (Stopndrangheta.it)

 

12 Marzo 1997 Bovalino (RC). Ucciso per 300mila lire Totò Speranza, 28 anni

Totò Speranza,  bassista del gruppo calabrese degli "Invece" è stato ucciso a Bovalino (RC) il 13 marzo del ’97 per un debito di 300mila lire. Aveva 28 anni e fumava marijuana; non ha pagato il suo pusher ed è morto.

 

13 Marzo 1985 Palermo. Ucciso Giovanni Carbone, imprenditore edile.
Era il 1985, qualche mese prima che la mafia decidesse l’attacco alla Polizia di Stato con gli omicidi di Beppe Montana, Antonino Cassarà e Roberto Antiochia, a Palermo venivano uccisi due imprenditori. Il 27 febbraio: Pietro Patti, il 13 marzo: Giovanni Carbone. Due assassinii di mafia, legati all’imposizione del racket, rimasti senza verità giudiziaria. Pietro Patti venne ucciso per non aver accettato le richieste di estorsione per mezzo miliardo di lire dell’epoca. Nell’agguato rimase gravemente ferita anche la figlia Gaia, di soli nove anni, che Patti stava accompagnando a scuola. Nel 1985,quando la mafia era al top del suo dominio a Palermo, Patti e Carbone pretendevano di non dover nulla alla mafia e, quindi, di non dover sottostare al ricatto dei boss.
Erano gli anni in cui Falcone e Borsellino e gli altri del pool antimafia dovevano “quartiarsi”, prima che dalla mafia, dalle talpe all’interno del palazzo dei veleni. Eppure, a Palermo, in quel contesto, due cittadini qualunque, Pietro Patti e Giovanni Carbone, si ribellavano alla mafia. (Liberanet.org)

 

16 Marzo 1989 Palermo. Antonio D'Onufrio, 39 anni, ucciso perché ritenuto informatore della polizia.
Antonio D'Onufrio era un barone, possidente terriero, del quartiere Ciaculli, a Palermo. Collaborò con la criminalpol palermitana fornendo informazioni logistiche sulla sua borgata utili agli investigatori per scovare i molti latitanti nascosti a Ciaculli. Fu ucciso il 16 marzo del 1989, a soli 39 anni. La sua fu un esecuzione esemplare; dopo una raffica di mitra gli fu inferto un colpo di pistola in bocca. E' la firma di Cosa Nostra sui cadaveri di chi ha "parlato troppo".

 

16 Marzo 1990 Palermo. Scompare Emanuele Piazza, collaboratore del Sisde. Insieme a Nino Agostino sventò l'attentato dell'Addaura al giudice Falcone.
Era un poliziotto italiano. Entrò nelle forze dell’ordine come agente della Polizia di Stato. Successivamente, si dimise per trasferirsi nella sua città natale, operando poi come agente dei servizi (SISDE) e “cacciatore di latitanti”. Durante il suo ultimo incarico lavorò anche come autista e guardia del corpo per alcuni politici. Emanuele Piazza scomparve dalla sua abitazione di Sferracavallo, a Palermo, il 16 marzo 1990. Anni dopo la ricostruzione dei fatti avvenne grazie alle rivelazioni di due collaboratori di giustizia, tra cui il suo stesso assassino, Francesco Onorato: quel 16 marzo Emanuele venne attirato fuori dalla sua abitazione da Onorato, ex pugile e suo vecchio compagno di palestra, con la scusa di cambiare un assegno in un magazzino di mobili di Capaci (a pochi minuti di distanza da Sferracavallo). Onorato condusse Piazza in uno scantinato dove l’agente venne strangolato. In seguito il suo cadavere venne sciolto nell’acido in un casolare della campagna di Capaci. (Liberanet.org)

 

16 Marzo 2011 Bari. Giuseppe Mizzi, ucciso perché scambiato per un altro.
Bari. Giuseppe Mizzi venne bruscamente assassinato a due passi da casa sua, il 16 marzo del 2011, mentre rientrava dopo aver acquistato un pacchetto di sigarette. Giuseppe nasce a bari il 23-12-1972,in un quartiere popolare di bari, all’età di 15 anni acquisisce la licenza media e inizia a lavorare con il suo papà nei cantieri svolgendo lavori edili. All’età di 17 anni si trasferisce a Loseto insieme alla sua famiglia. Giuseppe era un ragazzo molto socievole, amava parlare con la gente, amava la musica ed era molto credente. All’età di circa 19 anni partì per il servizio militare e al suo ritorno per mancanza di lavoro cercò di aprire una piccola attività di imprese di pulizie ma col passare dei mesi decise di abbandonare tutto, ma riuscì con la sua tenacia, grinta e soprattutto onestà a svolgere altri piccoli lavoretti che non gli facevano mancare niente. Conobbe all’età di 22 anni Katia che divenne successivamente sua moglie, e madre di due splendidi bambini. Quando divenne padre dei suoi bambini Giuseppe cercava di fare di tutto per non far mancare niente alla sua famiglia,lavorava dalle 3 del mattino fino alle 8 di sera in un impresa di pulizia, e contemporaneamente svolgeva altri lavori,la sua vita era segnata da tanti sacrifici,ma con il suo carisma cercava sempre di andare avanti e di non abbattersi mai. Durante il suo poco tempo libero lo dedicava ai suoi bambini, educandoli in modo rispettoso,umile e trasmettendogli i veri valori della vita; amava cantare,accudire le persone anziane e non riusciva mai a provare cattiveria verso gli altri.
La nostra famiglia dopo questa vicenda è completamente distrutta dal dolore,tutta quell’armonia che una volta c’era adesso è svanita. A distanza di tempo dalla sua scomparsa,noi famigliari non riusciamo ancora a capire come una persona onesta come lui, possa perdere la vita ingiustamente, ma soprattutto non si riesca a fare giustizia e verità per un cittadino esemplare. Adesso lo scopo principale della sua famiglia e combattere affinché tutti sappiano chi era Giuseppe, ma soprattutto chiedono un supporto alle famiglie colpite dalla nostra stessa vicenda, ma anche a voi tutti affinché possiamo insieme sconfiggere questa criminalità organizzata. (La famiglia Mizzi)

 

17 Marzo 2014 Strage di Palagiano (TA). Domenico Petruzzelli, 30 mesi, è stato ucciso insieme con la mamma mentre erano in macchina con il compagno di lei.
Domenico Petruzzelli
, 30 mesi, è stato ucciso in un agguato mortale il 17 marzo del 2014 a Palagiano (TA). Era in auto con la mamma ed il compagno di lei che, in semilibertà, stavano riaccompagnando al carcere presso il quale stava finendo di scontare la pena per un duplice omicidio. Tutti e tre colpiti da una pioggia di proiettili. Si sono salvati i fratellini più grandi, di sei e sette anni, perchè seduti sul sedile posteriore. Sembra che il movente sia stato un regolamento di conti. E' stato arrestato il presunto mandante della strage. Il processo è in corso.



18 Marzo 1958 Licata (AG). Ucciso Vincenzo Di Salvo, 32 anni, dirigente sindacale.
Vincenzo Di Salvo fu ucciso a Licata (AG)  il 18 marzo del 1953. Era un dirigente del settore edile della camera del lavoro di Licata, difese i diritti di un gruppo di operai edili che non ricevevano lo stipendio dalla ditta per cui lavoravano, “il sovrastante della ditta (un mafioso licatese) se lo porta a discutere in una strada isolata e l’uccide”.

 

18 Marzo 1982 Catania. Viene assassinato il maresciallo Alfredo Agosta, da tempo impegnato in delicate indagini sulle attività di alcune famiglie mafiose del catanese.
Alfredo Agosta, Maresciallo dei Carabinieri, noto a Catania per essere un investigatore preparato e scrupoloso, viene ucciso con colpi d'arma da fuoco sparati a bruciapelo nel centro di Catania mentre sta prendendo un caffè all'interno di un bar in compagnia di un confidente, la sera del 18 marzo 1982.

 

18 Marzo 1990 Rosarno (RC) Rapito Michele Arcangelo Tripodi, 12 anni. Il corpo ritrovato dopo 7 anni.
Michele Arcangelo Tripodi, un bambino di 12 anni scomparso il 18 marzo del 1990 venne ritrovato dopo 7 anni, il 14 luglio 1997,  in una fossa nelle campagne di Rosarno. La madre lo riconobbe  dagli indumenti indossati.
Il 26 novembre successivo venne ucciso anche il padre, Rocco Tripodi, commerciante all’ingrosso di agrumi, con precedenti penali in odor di mafia, ex sorvegliato speciale di pubblica sicurezza; con lui sarà ucciso anche un onesto commercialista, Ferdinando Barbalace, che si era fermato sul luogo dell'attentato pensando ad un incidente stradale.  Sulla base delle indagini che hanno svolto i Carabinieri è emerso che il sequestro di Michele Tripodi,  effettuato da alcuni affiliati alla 'ndrangheta, doveva essere un messaggio, un ''avvertimento''al padre, affiliato alla cosca Lamalfa di San Ferdinando che si sarebbe reso responsabile di uno ''sgarro'' nei confronti di appartenenti alla stessa organizzazione o di altri gruppi criminali della Piana di Gioia Tauro. Nonostante il sequestro del figlio, Rocco Tripodi andò avanti nella sua azione di sfida contro le persone che avevano motivi di risentimento nei suoi confronti, per questo venne ucciso.

18 Marzo 1994 Pegli (GE). Uccise Marilena Bracaglia, 22 anni, la zia Maria Teresa Galluccio, 40 anni, e la nonna Nicolina Celano, 74 anni. Strage in nome "dell'onore".
La mattina del 18 marzo 1994 a Pegli, nel ponente genovese, una calibro 22 e una calibro 38 compiono una strage di donne: in una casa popolare di via Scarpanto vengono ammazzate la vedova rosarnese Maria Teresa Gallucci, la madre settantenne Nicolina Celano, accorsa al rumore degli spari, e la 22enne Marilena Bracaglia, nipote delle due, freddata mentre si trovava ancora sotto le coperte del divano letto. Primo e unico indiziato, il ventenne di Rosarno Francesco Alviano, uno dei tre figli di Maria Teresa, poi scagionato. Nel corso della sua deposizione nell'ambito del processo All Inside, la collaboratrice di giustizia Giusy Pesce ha fornito una nuova ricostruzione della strage, puntando l'indice sui presunti responsabili: "Fu delitto d'onore ma a sparare non fu Francesco". (stopndrangheta.it)

 

18 Marzo 2006 Bianco (RC). Ucciso Vincenzo Cotroneo, 28 anni, giocatore del Locri.
Vincenzo Cotroneo, 28 anni, rimasto vittima la notte del 18.03.2006 di un agguato di stampo mafioso a Bianco, centro della Locride. Stava rientrando a casa in auto quando è stato affiancato da un’altra vettura con a bordo due persone che hanno sparato con un fucile ed una pistola. Raggiunto dai proiettili in diverse parti del corpo, è deceduto all’istante. Salvatore Vincenzo Cotroneo, Enzo per tutti, collaborava con il padre nel suo lavoro di imbianchino, ma la sua grande passione era il calcio. Giocava come centravanti nel Locri.
Si sarebbe dovuto presentare per un interrogatorio al reparto operativo dei carabinieri, il primo della sua vita. Gli investigatori volevano informazioni su quattro o cinque personaggi che gli giravano intorno, soprattutto volevano scoprire se lui conosceva alcuni nomi. E non di mafiosi qualunque, volevano scoprire se lui conosceva i nomi di quelli che un'estate prima avevano sparato sulla saracinesca del circolo sportivo che Vincenzo gestiva insieme al padre in un vicolo di Bianco. Un avvertimento molto speciale, l'arma usata era una calibro 9 x 21, molto probabilmente la stessa che il 16 ottobre successivo ha ucciso Francesco Fortugno nel seggio dove si votava per le primarie dell'Unione.

 

19 Marzo 1987 Reggio Calabria. Rosario Bonfiglio, Agente della Polizia di Stato, ucciso mentre era a far acquisti con la moglie.
Venne assassinato il 19 Marzo in una gioielleria del centro di Reggio Calabria, dove si era recato insieme alla moglie, in attesa di un figlio, ed a alcuni amici per alcuni acquisti. Quando entrarono nel negozio vi trovarono due giovani banditi  che stavano compiendo una rapina all'interno. Uno di questi reagì sparando contro l'agente scelto Bonfiglio, uccidendolo prima che questi potesse tentare una qualsiasi reazione. Gli assassini vennero arrestati nel 1993, in seguito alle dichiarazioni di un “collaboratore di giustizia” auto-accusatosi del delitto. Il complice  era un agente corrotto della Polizia di Stato.

 

19 Marzo 1994 Casal di Principe (CE). Ucciso Don Giuseppe Diana
Alle 7.30 del 19 marzo del 1994, giorno del suo onomastico, don Giuseppe Diana viene assassinato nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari in Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare la Santa Messa.  Due killer lo affrontano con una pistola calibro 7.65. e quattro proiettili vanno tutti a segno: due alla testa, uno in faccia e uno alla mano. Don Peppe muore all'istante.
L'omicidio, di puro stampo camorristico, fece scalpore in tutta Italia.
Don Peppe visse negli anni del dominio assoluto della camorra casalese, legata principalmente al boss Francesco Schiavone detto Sandokan. Gli uomini del clan controllavano non solo i traffici illeciti, ma si erano infiltrati negli enti locali e gestivano fette rilevanti di economia legale, tanto da diventare "camorra imprenditrice".
Il barbaro omicidio, dicono gli atti processuali, maturò in un momento di crisi della camorra casalese. In questo periodo, una fazione del clan ordinò l'omicidio di don Peppe, personaggio molto esposto sul fronte antimafia, per far intervenire la repressione dello Stato contro la banda che ormai aveva vinto la guerra per il controllo del territorio.
Oggi Casal di Principe è la terra di don Diana e di quanti in lui si riconoscono. Numerose le iniziative in sua memoria, il Comitato don Peppe Diana, Libera e altri soggetti isitutuzionali hanno tracciato il percorso affinchè nel settembre 2011 venisse costituita la prima Cooperativa Libera-Terra sui terreni confiscati ai casalesi. La cooperativa "Le Terre di don Peppe Diana – Libera-Terra", costituita con bando pubblico, produce la mozzarella della legalità.  La mozzarella di don Diana aggiunge al sapore gustoso della mozzarella il sapore della legalità, ecco perchè i prodotti provenienti dai terreni confiscati sono "più buoni e più giusti". (Fondazione Pol.i.s.)

19 Marzo 2006 San Nicandro Garganico (FG). Giorgio Palazzo, 18 anni, ucciso da un pacco bomba.
Giorgio Palazzo, un ragazzo di 18 anni è stato ucciso da un pacco bomba indirizzato al padre. E' accaduto a Sannicandro Garganico, nel Foggiano, il 19 marzo del 2006. Giorgio, figlio di un noto gioielliere del paese, è morto mentre veniva trasportato in ospedale a San Severo. L'esplosione del plico ha ferito gravemente la madre.
Un pacco simile era stato recapitato anche a un amico meccanico, ma non è scoppiato: mentre apriva la busta, l'uomo ha visto spuntare fili elettrici e ha buttato via l'involucro.
In questa storia la mafia non c'entra. E' una storia di gelosie ma la vicenda ha suscitato nella cittadinanza, soprattutto tra i giovani di Sannicandro, il paese delle "faide", una grande protesta culminata con una fiaccolata.
«Chi se ne fotte delle corna, del sesso, del movente vero di questo omicidio assurdo: tutto è nato a Sannicandro, il nostro paese, qui la violenza la respiri giorno per giorno, ora per ora. Per questo è morto Giorgio» Così afferma un liceale durante il corteo fiaccolata.

 

 

20 Marzo 1989 Locri (RC), ucciso Vincenzo Grasso, gestore di una concessionaria di auto, che si rifiutava di pagare il pizzo.
Vincenzo Grasso ha sempre detto no alla mazzetta e ha denunciato i suoi estorsori. L'amore per la sua Locri lo ha spinto a restare, con coraggio.
Cecè Grasso è stato ucciso il 20 marzo 1989 perché non ha voluto pagare la mazzetta e aveva deciso di denunciare. Era titolare di una concessionaria di auto. Amava il suo lavoro e non ha mai voluto andare via dalla sua Locri. Richieste di mazzetta, telefonate minatorie, una lunga lista di minacce e di relative denunce, dal 1982 al 1989. Poi l'agguato. È quasi l'ora di cena quando due killer entrano in azione: Cecè è stato ammazzato davanti alla saracinesca della sua officina. E quell'omicidio non ha ancora un colpevole.
Nel '97 lo Stato ha consegnato alla famiglia la medaglia al valore civile a Vincenzo Grasso. Un omaggio all'imprenditore onesto di Locri, la cui memoria è tenuta viva con forza e coraggio dalla figlia Stefania, impegnata attivamente in Libera Memoria, il settore dell'associazione fondata da don Luigi Ciotti che riunisce i familiari delle vittime delle mafie. (Stopndrangheta.it)

 

 

20 Marzo 1991 Casarano (Lecce) Scompare la piccola Angelica Pirtoli di 2 anni.
Angelica Pirtoli venne uccisa a 2 anni dalla mafia salentina : a ordinare la sua morte e quella della madre fu un boss che decise di non risparmiare la piccola, rimasta ferita, e fece tornare indietro i due sicari per finirla. E' il racconto della morte di Angelica, figlia di Paola Rizzello, la cui fine - secondo un pentito - fu decisa dalla moglie di un boss di Parabita, Luigi Giannelli, che dal carcere sentenziò la condanna nonostante avesse avuto una relazione con la Rizzello. I particolari del duplice omicidio sono stati resi noti, nell'udienza alla corte di Assise, da uno dei killer, Luigi De Matteis, ora collaboratore di giustizia. De Matteis e Biagio Toma la sera del 20 marzo '91 incontrano la donna che ha in braccio Angelica. Portano Paola Rizzello e la figlia in una casa nelle campagne di Matino dove era stato nascosto un fucile. De Matteis prende l'arma e spara: il primo colpo raggiunge Paola Rizzello al ventre, ferendo Angelica a un piede, il secondo colpo centra al petto la donna. I due assassini si allontanano con Angelica, ma Mercuri ordina che sia ammazzata anche lei. Dopo 2 ore tornano sul luogo del delitto e Toma scaraventa contro un muro Angelica, uccidendola: poi, bruciati i cadaveri, li gettano in una cisterna. I resti della piccola - secondo gli investigatori - potrebbero essere quelli ritrovati una quindicina di giorni fa dai carabinieri (La Stampa del 26 maggio 1999)

 


20 Marzo 1993 Locri. Ucciso Domenico Pandolfo, primario neurochirurgo, per non aver fatto un miracolo in sala operatoria.

Domenico Nicolò Pandolfo, 51 anni, primario di Neurochirurgia a Reggio Calabria, fu ucciso il 20 marzo del 1993 a Locri, da due killer con sette colpi di pistola.
Il medico, gravemente ferito fornì precise indicazioni sull'agguato prima di essere trasferito negli ospedali "Riuniti" del capoluogo, dove poi morì. Denuncia confermata dalla moglie, alla quale lui aveva raccontato i propri timori, facendo nomi e cognomi. La polizia arrestò Cosimo Cordì, 42 anni, padre di una barnbina di nove anni, Paola, morta il 15 novembre per un tumore al cervello. Era stata operata da Pandolfo. Questa, secondo il presunto mandante dell'omicidio, sarebbe stata la colpa del neurochirurgo: non aver salvato la bambina. Una colpa da punire con la morte. La famiglia Cordì - ritenuta dagli inquirenti uno del clan emergenti della Locride - dopo la morte della bambina aveva ritirato la cartella clinica ed aveva obiettato ai sanitari di non aver salvato la piccola.

 

20 Marzo 1994 Mogadiscio (Somalia) Uccisa Ia giornalista Ilaria Alpi ed il suo Operatore Miran Hrovatin
Ilaria Alpi, giornalista, e Miran Hrovatin, fotografo e cineoperatore, furono uccisi mentre si trovavano a Mogadiscio come inviati del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali. Nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano. La perizia della polizia scientifica ricostruì la dinamica dell’azione criminale, stabilendo che i colpi sparati dai kalashnikov erano indirizzati a Ilaria Alpi e al cineoperatore Miran Hrovatin, poiché l’autista e la guardia del corpo rimasero indenni.
Questo omicidio è rimasto un mistero in cui si intrecciano trame internazionali, depistaggi e false testimonianze.

 

20 Marzo 1999 Castel Volturno (CE). Francesco Salvo, cameriere in un bar, bruciato vivo in un raid punitivo contro il titolare.
Il 20 marzo del 1999 quattro uomini affiliati ai Casalesi entrarono nel bar  di Castel Volturno dove Francesco Salvo lavorava come barman e, dopo aver rapinato l' incasso, cosparsero di benzina i locali, appiccarono un incendio e costrinsero i presenti a rimanere a terra mentre le fiamme aumentavano.  Gli altri sei presenti, tra cui il titolare del bar, si salvarono, Francesco Salvo a causa dell'estensione e gravità delle ustioni morì in ospedale dieci giorni dopo. La spedizione punitiva contro il titolare del bar che aveva rifiutato di usare i videopoker imposti dal clan.  Francesco Salvo aveva 38 anni, moglie e due figli piccoli.

 

21 Marzo 1990 Niscemi (CL). Nicola Gioitta, commerciante, ucciso durante una rapina.
Nicola Gioitta Iachino ucciso a Niscemi il  21 marzo 1990  è stato un gioielliere italiano ucciso dalla mafia per essersi rifiutato al pizzo.
Nato il 14 maggio 1961 ad Alcara Li Fusi (provincia di Messina), trascorre la sua vita tra Siracusa e in seguito Niscemi dove si stabilisce definitivamente. Qui nei primi mesi del 1990 apre una gioielleria in una delle vie principali del paese. L'attività diviene subito bersaglio delle cosche mafiose locali che non tardano a chiedere il pizzo al commerciante. Nicola si rifiuta di pagarlo più volte e allora i mafiosi iniziano a comminargli una serie di rapine.
L'ennesima rapina avvenne il 21 marzo 1990, primo giorno di primavera, dove Nicola perse la vita a soli 28 anni, rimanendo ucciso per mano di due colpi di arma da fuoco. Uno di questi lo raggiunge dritto al cervello uccidendolo sul colpo. I suoi assassini poi lo sgozzarono per dare l'evidente segnale agli altri commercianti locali di pagare il pizzo. (Wikipedia)

 

21 Marzo 2005 Posillipo (NA), ucciso Nunzio Giuliano, appartenente alla storica famiglia malavitosa, dissociatosi nel 1988.
Nunzio Giuliano (Napoli, 9 febbraio 1948 – Napoli, 21 marzo 2005) è uno dei fratelli Giuliano di Forcella, storica famiglia malavitosa del quartiere di Napoli.
Si dissociò dalla camorra, comunque, negli anni ottanta in seguito alla morte di un suo figlio diciassettenne per droga.
Durante gli anni ha combattuto per tenere i giovani lontano dalla camorra ed è stato sul punto di pubblicare un libro. Numerose sono le interviste e gli appelli che ha lanciato alla gente.
Fu ucciso il 21 marzo 2005 in un agguato in via Tasso a Napoli. Si pensa che il suo omicidio sia stato una vendetta trasversale causata dalle numerose dichiarazioni rese dal fratello Luigi, collaboratore di giustizia da qualche anno. (Wikipedia)

 

22 Marzo 1995 Palermo, ucciso Giammatteo Sole. Il suo unico torto fu essere il fratello di una ragazza fidanzata con il figlio del boss.
Gianmatteo Sole, 24 anni, geometra, non fece ritorno nella sua casa di Palermo, dove la sua famiglia lo attendeva,  il 22 marzo del 1995.
Forse lo hanno bruciato vivo dopo averlo torturato e poi portato alla periferia di Villagrazia di Carini su una Croma rubata, chiuso nel portabagagli. I carabinieri che pattugliavano la zona, poco prima della mezzanotte sono stati richiamati dalle fiamme. La sorella di Gianmatteo era fidanzata con Marcello Grado, il nipote di Totuccio Contorno assassinato a Villa Tasca il 2 marzo. Un legame indiretto, quanto basta ai folli strateghi della mafia per decidere l' omicidio di un innocente.

 

 

22 Marzo 1995 Scafati (SA). Ucciso Michele Ciarlo, 36 anni, avvocato penalista
Michele Ciarlo, noto avvocato penalista, fu assassinato brutalmente il 22 marzo del 1995 nel suo studio legale di Scafati, in provincia di Salerno. Intorno alle 18.30, alcuni uomini fecero irruzione nello studio esplodendo vari colpi di pistola, tre dei quali raggiunsero l'avvocato, uccidendolo.
Dopo alcuni mesi di indagine senza esito, la decisione di uno degli esecutori di collaborare con la giustizia ha dato la svolta alle indagini: l'uomo (che poi si suicidò in carcere) si autoaccusò dell'omicidio, facendo i nomi degli altri componenti del commando e del mandante. Per l'omicidio di Michele Ciarlo, all'epoca non ancora 36enne, sono stati dunque condannati all'ergastolo mandante ed esecutori materiali. Condanne confermate anche in Cassazione. Il mandante dell'omicidio fu Carmine Aquino. Il movente è da ricercare, secondo la sentenza, nell'attività professionale dell'avvocato che difendeva alcuni esponenti del clan avversario. Per ritorsione dunque Aquino ordinò l'omicidio del penalista.
Michele Ciarlo lasciò la moglie e due figli molto piccoli. La famiglia si è costituita parte civile nel processo. Michele è riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata dal Ministero dell'Interno. (Fond. Pol.i.s.)

 

22 Marzo 1997 Niscemi (CL). Agata Azzolina, morta suicida per mafia. Il 16 ottobre 1996 le erano stati uccisi, sotto i suoi occhi, il marito, Salvatore Frazzetto, e il figlio Giacomo.
Trovata morta suicida, nella sua casa a Niscemi (Cl), Agata Azzolina, proprietaria di una gioielleria. Il 16 ottobre 1996 nel negozio erano stati uccisi sotto i suoi occhi il marito, Salvatore Frazzetto, e il figlio Giacomo da due pregiudicati che, come era avvenuto altre volte, pretendevano di avere a credito dei gioielli. La signora, che aveva avuto come protezione due soldati alla porta di casa, era stata oggetto di altri tentativi di estorsione e aveva ricevuto minacce di morte, rivolte anche alla figlia ventenne. Il 21 marzo non aveva voluto partecipare alla manifestazione di Libera. I nomi del marito e del figlio non erano stati inclusi tra quelli delle vittime della mafia ricordati durante la manifestazione. (Centro Siciliano di documentazione G. Impastato)

 

24 Marzo 1966 Tusa (ME) uccisione di Carmelo Battaglia, assessore comunale socialista
"Carmelo Battaglia era stato uno dei soci fondatori della cooperativa di Tusa (ME), nata nel 1945 per la concessione delle terre incolte. Nel 1965,i contadini e coltivatori soci di questa cooperativa, insieme a quelli soci della cooperativa di Castel di Lucio, erano riusciti ad acquistare, dalla baronessa Lipari, il feudo Foieri, di 270 ettari. Subito dopo l'immissione nel possesso del fondo, sorsero forti contrasti con il gabelloto comm. Giuseppe Russo - ex vice-sindaco DC di Sant'Agata di Militello - e con il sovrastante Biagio Amata, che avevano avuto in gestione il feudo fino ad allora. Costoro pretesero dai nuovi proprietari la cessione di una parte dell'ex-feudo, per farvi svernare i propri armenti. Fu proprio nei forti contrasti che sorsero tra la cooperativa e questi due personaggi che maturò, quasi sicuramente, il delitto Battaglia.
L'assessore socialista - che aveva difeso con fermezza i diritti dei contadini - fu ucciso all'alba del 24 marzo, proprio mentre si recava sul feudo Foieri.  ("Storia del movimento antimafia siciliano - dai Fasci siciliani all'omicidio di Carmelo Battaglia" di Gabriella Scolaro)

 

24 Marzo 1994 Gravina di Catania. Uccisione di Luigi Bodenza, 50 anni, assistente capo Polizia Penitenziaria
Luigi Bodenza, nato ad Enna il 26/09/1944 in servizio presso la Casa Circondariale di Catania, fu ucciso il 24 marzo del 1994 a Gravina (CT) mentre stava tornando a casa dopo essere smontato dal servizio appena prestato, alla guida della propria auto; fu affiancato da un'altra autovettura al cui interno si trovavano due sicari che lo bersagliarono con numerosi colpi d'arma da fuoco.
In seguito al pentimento del mandante e successivamente del killer si è saputo che Luigi Bodenza era stato assassinato per mandare un segnale alle “guardie carcerarie” affinchè trattassero bene i detenuti al 41 bis. Bodenza fu ucciso per dare una dimostrazione di forza. Probabilmente fu scelto perché all’interno del carcere si era messo in luce per la sua particolare intransigenza con i detenuti, non avendo imbarazzo anche quando si trattava di personaggi di spicco di clan catanesi.
Il killer è lo stesso che ordinò l'uccisione dell'Avvocato Serafino Famà.

 

24 Marzo 1994 Bronte (Catania) Enrico Incognito, ucciso dalla famiglia perché aveva deciso di testimoniare.
Enrico Incognito, apparteneva a un clan mafioso ma aveva deciso di collaborare con la giustizia. L'omicida è il fratello Marcello, con la complicità dei genitori. Una telecamera, che registrava le rivelazioni di Enrico, ha ripreso la scena del delitto. Incognito, in seguito al suo pentimento, era stato abbandonato dalla moglie. (Libera.net)

 

25 Marzo 1946 Pioppo, fraz. Monreale (PA). Ucciso dalla banda Giuliano il carabiniere Francesco Sassano.
L’omicidio del carabiniere Sassano Francesco consumato la sera del 25 marzo 1946 a Pioppo, mentre vi tra­scorreva una licenza: solo perché avrebbe osato dire in paese di sentirsi capace di far catturare il capo bandi­to Giuliano, tre malfattori armati di mitra, introdotti­si nella sua abitazione, lo costrinsero – sotto gli occhi delle sorelle Anna e Francesca, che terrorizzate non potettero dargli alcuno aiuto – ad uscire di casa ed a seguirli per breve tratto sulla strada Pioppo – Borgetto dove immediatamente, con alcune raffiche di mitra, lo trucidarono, quindi, prima di allontanarsi, posero sul cadavere del povero Sassano un foglio con la scritta: “questa e la fine delle spie. Giuliano’’; la gente viveva in uno stato di terrore: subito dopo, a bordo di un camion, transitò per quella stra­da certo Canera Salvatore da Monreale, vide a terra il corpo inanimato del carabiniere e, temendo per sé, non si fermò a soccorrerlo e neanche avvertì i carabinieri di Pioppo (Blog di Giuseppe Casarrubea)

 

25 Marzo 1957 Camporeale (PA) uccisi Pasquale Almerico, sindaco DC, e Antonio Pollari, un passante.
Pasquale Almerico fu assassinato il 25 marzo 1957 a Camporeale, in via Minghetti, da cinque uomini a cavallo armati di mitra. Anche un giovane passante, Antonio Pollari, rimase ucciso.
La prima Commissione Parlamentare Antimafia arrivò alla conclusione che a decidere la sua condanna a morte fu il potente capomafia di Camporeale "don" Vanni Sacco, che era implicato anche nell'assassinio del segretario socialista della Camera del Lavoro, Calogero Cangelosi. Almerico aveva infatti osato rifiutare la tessera della Democrazia Cristiana al boss Vanni Sacco, che aveva militato nel Partito Liberale Italiano ed ora voleva esercitare il suo influsso su quello scudocrociato, insieme ad altri trecento mafiosi del paese. Dopo il suo rifiuto, Almerico cominciò ad essere minacciato. Decise quindi di scrivere al segretario della DC siciliana, Nino Gullotti, e informò anche uno dei proconsoli fanfaniani a Palermo, Giovanni Gioia. Almerico denunciò il fatto che la DC di Camporeale rischiava di essere conquistata dalla mafia e il pericolo di vita che correva lui stesso, ma i dirigenti del partito non condivisero la sua posizione e lo invitarono a lasciare l’incarico di segretario della Democrazia Cristiana. (Wikipedia)

 

25 Marzo 1982 Paola (CS). Assassinato il commerciante Luigi Gravina. Vittima del racket.
Luigi Gravina, nato a Paola il 15.6.1949, operatore commerciale, coniugato con Luigina Violetta, padre di cinque bambini, veniva assassinato il 25 marzo del 1982 per mano mafiosa essendosi rifiutato, reiteratamente e con forte determinazione, di cedere alle insistenti e minacciose richieste estorsive della criminalità organizzata locale. Due sicari lo hanno ucciso il 25 marzo del 1982.
“L’omicidio di Luigi Gravina ad opera del locale clan di ‘ndrangheta ha segnato una svolta nella lotta alla mafia della provincia. Da un lato, infatti, chi ha contribuito a consumare l’efferrato crimine di un lavoratore coraggioso, padre di cinque bambini, si è pentito offrendo un contributo alla giustizia finalizzato a debellare la cosca di Paola mentre, dall’altro lato, molti operatori commerciali che mai si erano opposti alle insistenti richieste estorsive e alle angherie della mafia, in sede del processo penale in Corte d’Assise, a carico di diverse decine di malavitosi, hanno trovato il coraggio di alzare la testa e confermare la consumazione dei reati”

 

26 Marzo 1994 NAPOLI (Secondigliano ) Uccisa Anna Dell'Orme ed il figlio Carmine Amura.
Il 26 marzo del  1994 a Napoli, nel quartiere di Secondigliano, sono stati uccisi Anna Dell'Orme e Carmine Amura, rispettivamente madre e fratello di Domenico Amura, morto per overdose. Avevano denunciato i trafficanti che avevano venduto a Domenico la droga.


26 Marzo 2004 Torre annunziata (NA) . Matilde Sorrentino, uccisa per aver denunciato giro di pedofili.
Sono appena trascorse le otto e trenta della sera del 26 marzo 2004 e Matilde Sorrentino si trova, insieme al marito, nel suo appartamento di via Melito a Torre Annunziata. Qualcuno bussa alla porta.  Matilde, ancora in pantofole, apre e un uomo le spara prima al volto e poi al petto, uccidendola sull'uscio di casa. La tragica fine di Matilde è legata a un'altra terribile vicenda che venne alla luce nel giugno 1997. I Carabinieri di Torre Annunziata, coordinati dalla Procura della Repubblica, arrestarono ventuno persone con l'accusa di aver consumato violenze nei confronti di bambini, fra i cinque e i sette anni, di una scuola nel quartiere dei Poverelli, un rione popolare di Torre Annunziata. Luogo degli abusi era un garage dove i bambini venivano incatenati a un pannello di legno. La vicenda venne scoperta quando uno dei bambini coinvolti confidò alla madre: "Non voglio più andare a scuola, ho paura, mi fanno del male". Altri tre bambini confermarono le accuse e, assistiti da uno psicologo, riconobbero i volti degli aguzzini. Dopo due anni dall'inizio del processo, il tribunale di Torre Annunziata condannò diciannove delle ventuno persone arrestate. Le condanne più pesanti vennero inferte a un bidello della scuola del rione dei Poverelli, condannato a quindici anni, e al titolare di un bar, condannato a tredici anni. I due pedofili, scarcerati dopo poche settimane  per scadenza dei termini di custodia cautelare, furono uccisi in due distinti agguati. Le indagini su questi omicidi si indirizzarono verso gli ambienti della camorra locale. Gli investigatori ipotizzarono che in questo modo la camorra cercasse di accreditarsi agli occhi della gente come antistato, capace di assicurare una giustizia sommaria, efficace ed esemplare, rispetto alla giustizia lenta e inefficace dello Stato. Matilde era stata proprio una della tre donne che avevano testimoniato in Tribunale contro la banda dei pedofili.  Il suo assassino fu una vendetta per la denuncia e la successiva testimonianza resa al processo contro gli aguzzini del figlio Salvatore. (Fondazione Pol.i.s.)

 

26 Marzo 2008 Catanzaro. Ucciso l'imprenditore Antonio Longo, 50 anni, parte lesa in un processo per racket.

 

27 Marzo 1981 Napoli. Uccisi l'Avv. Dino Gassani e il suo segretario Giuseppe (Pino) Grimaldi
Il 27 Marzo del 1981 furono uccisi a Salerno l'avvocato Dino Gassani e il suo segretario Pino Grimaldi.
L'avvocato Gassani difendeva Biagio Garzione, imputato di omicidio volontario insieme a noti esponenti della criminalità vesuviana (NCO), fra i quali il famigerato boia delle carceri Raffaele Catapano. L' omicidio fu ordinato dal carcere dallo stesso Catapano, esponente di spicco del clan cutoliano, poi condannato all'ergastolo. Il  Garzione, uno dei primi pentiti della recente cronaca giudiziaria, confessò il delitto e chiamò in correità il Catapano, con una drammatica dichiarazione, ricca di particolari, a volte raccapriccianti.
Dino Gassani era nel suo studio, al Corso Vittorio Emanuele, quando, il 27/03/1981, gli si presentarono due clienti per incaricarlo di un'importante difesa penale, ma i cosiddetti clienti erano emissari di Catapano, che, pistole alla mano, gli chiesero di intervenire presso il Garzione per una ritrattazione dell'accusa. Gassani rifiutò sdegnosamente ogni imposizione e fu ucciso al suo posto di lavoro, insieme al suo fedele segretario, Pino Grimaldi.
Prima di morire, negli ultimi attimi terribili della minaccia, Gassani scrisse su un foglio: "non posso perdere mai la mia dignità". Egli pose la sua dignità al di sopra della sua vita. Sarebbe stato facile fare una mezza promessa, mostrare un assenso anche parziale, ma egli non volle neppure sacrificare il valore dei propri principi morali. Dino Gassani fu un grande avvocato, ricco di dottrina giuridica e di passione forense, uno degli ultimi esponenti dell'eloquenza salernitana. Il 29 maggio 2009 Dino Gassani è stato insignito della medaglia d'oro al merito civile dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. (Fondazione Pol.i.s.)

 

 

27 Marzo 1985 Platì (RC) Assassinato Domenico De Maio, Sindaco del paese.
Domenico De Maio, 46 anni e sindaco di Platì, “Mimmo” per i suoi paesani, venne freddato a colpi di pistola da due killer con il volto travisato attorno alle 13 del 27 marzo 1985. Il sindaco del piccolo paese aspromontano in Calabria era sulla sua auto che stava facendo rientro in paese quando fu vittima di un agguato in località “Cutrucchio”, nei pressi di Careri. Sul sedile anteriore accanto a lui la figlia Antonella, di soli 17 anni, unica testimone rimasta per sempre segnata dal feroce agguato di cui fu vittima il genitore.
A 32 anni di distanza dall’efferato crimine restano ancora impuniti mandanti ed esecutori, mai individuati dalle indagini. (Tratto da  urbanpost.it)



27 Marzo 1994 Locri (RC) Uccisa Maria Teresa Pugliese, moglie di un medico pediatra, ex sindaco di Locri.
Il 27 Marzo del 1994 a Locri (RC) fu assassinata  Maria Teresa Pugliese, moglie dell'ex sindaco e impegnata nell'associazionismo. Un figlio era stato coinvolto in fatti di droga. Forse era sulle tracce delle compagnie del figlio.



27 Marzo 2004 Annalisa Durante, vittima innocente di Napoli, aveva 14 anni
Annalisa Durante, 14 anni, è stata uccisa per caso, a Napoli nel quartiere Forcella, uno dei più degradati della città. Era il 27 settembre del 2004 quando la ragazza, in compagnia di un'amica stava chiacchierando sotto il portone di casa ed è finita nella traiettoria di uno scontro a fuoco tra camorristi. Annalisa raggiunta al capo cade in una pozza di sangue. Inutile la corsa all'ospedale più vicino, l'Ascalesi. Il nosocomio non è attrezzato per questo tipo di assistenza e la ragazza, ormai in coma irreversibile, viene trasportata al Loreto Mare. Qui i sanitari non posso fare altro che affermare che la vita della giovanissima e bellissima vittima si era spezzata per sempre. I genitori autorizzano l'espianto degli organi. Mentre il quartiere e l'intera Napoli è sotto choc per l'accaduto, gli inquirenti stringono il cerchio sia per quando riguarda il malavitoso sia sui suoi sicari che sembrano appartenere al clan contrapposto dei Mazzarella che negli anni cercavano di spodestare il clan Giuliano. Salvatore Giuliano viene arrestato dopo un blitz di interforze mentre si nascondeva nell'appartamento di un parente a Pomigliano d'Arco. Fin dall'inizio il ragazzo ha negato di aver sparato e colpito Annalisa e di essersi fatto scudo con il corpo della ragazza. Ma l'autopsia e i controlli sulla pistola di Giuliano, nonché la ricostruzione dell'intera scena, affermano che il proiettile che ha ucciso l'adolescente è stato esploso proprio dal camorrista per rispondere al fuoco dei suoi rivali. Salvatore Giuliano è stato condannato a 20 anni di carcere per l'omicidio di Annalisa Durante. (Fondazione Pol.i.s.)

 

27 Marzo 2008 Seminara (RC). Ucciso Silvio Galati, 21 anni, vittima innocente, non era lui l'obiettivo dei killer.
Silvio Galati è stato ucciso a Seminara (RC) il 27 marzo del 2008, in un agguato mafioso. Non era lui, come è stato in seguito accertato, l'obiettivo dei killer. Un episodio che suscitò enorme sgomento tra la comunità. In quella maledetta giornata, lo sfortunato ventunenne era intento ad installare un'autoradio sull'autovettura di un suo amico. Un lavoro che Silvio faceva per hobby, tanta era la sua disponibilità verso i compaesani. Come ricordano tutti, Silvio era un ragazzo semplice e sincero, suonava nella banda musicale di Seminara e partecipava agli spettacoli organizzati dall'associazione culturale "Canossa". Tanti erano i sogni dello sfortunato giovane. Tuttavia, la sua grande passione erano i camion. Infatti, ottenuta la patente per la guida dei mezzi pesanti, Silvio, iniziò a lavorare, assentandosi da casa per lunghe settimane, anche durante le feste. Sempre sorridente e affabile, il giovane seminarese ha pagato con la vita la sua generosità. (tratto dalla Gazzetta del Sud)

 

28 Marzo 1945 Corleone (PA) Ucciso Calogero Comajanni, guardia campestre. Sei mesi prima aveva arrestato il giovane Luciano Liggio.
[...] Alla fine della guerra Leggio "era un giovane contadino, senza beni né risorse"; uno scassapagghiara nel senso letterale del termine, cioè un ladro di covoni di fieno sorpreso nel '44 dalla guardia campestre Calogero Comajanni e da questi portato attraverso tutto il paese, "quasi a calci", alla caserma dei carabinieri. Il giovanotto si vendicherà di quest'umiliazione a sei mesi di distanza, con il classico agguato sotto casa. Non è infatti esatto che egli non abbia risorse, anzi è dotato di una naturale abilità nel maneggio delle armi evidenziatasi sin dall'adolescenza, grazie alla quale diventa campiere di un certo dottor Caruso sostituendo il predecessore misteriosamente assassinato (1945). [...] (Tratto da: Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri di Salvatore Lupo)



29 Marzo 1991 Napoli. Strage del Venerdì Santo. Restarono uccisi, vittime innocenti: Luigi Terracciano, 37 anni, Umberto Esposito, 30 anni, e Carmelo Pipoli, 34 anni.
L'origine della faida, secondo la ricostruzione dei magistrati, risalirebbe al 24 marzo del 1991, domenica delle palme, in un agguato operato da Paolo Russo e da suo cugino Paolo Pesce, entrambi affiliati agli scissionisti Cardillo-Ranieri, nel tentativo di uccidere Vincenzo Romano (allora considerato il braccio destro di Ciro Mariano), riuscirono a colpire a morte solo il suo autista, Ciro Napoletano, mentre Vincenzo Romano, ferito, sopravvisse all'agguato.
L'episodio scatenò una reazione cruenta dei Mariano nei giorni immediatamente successivi.
Il 29 marzo, i killer agli ordini dei Picuozzi, il clan di Ciro Mariano, entrarono in azione decisi fino in fondo a punire i ribelli capeggiati dagli ex affiliati di spicco Beckembauer e Polifemo. I sicari tesero un agguato a Sant'Anna di Palazzo, nei pressi di via Chiaia, ma invece degli scissionisti i killer dei Mariano spararono e uccisero tre persone che con la malavita organizzata e con la guerra allora in atto ai Quartieri non avevano nulla a che fare. Sotto i colpi di mitragliatori di fabbricazione israeliana furono assassinati Umberto Esposito, 30 anni, Carmine Pipolo, 34 e Luigi Terracciano 37, amici di vecchia data che stavano andando a giocare a calcetto. Il primo a cadere fu Esposito, residente in via Nardones, incensurato, impiegato in un negozio di ricambi per auto. Gli altri due, Terracciano, residente in via Gradoni a Chiaia, di professione tassista e Pipolo, l'unico dei tre con precedenti penali, impiegato in un laboratorio di pellicceria, tentarono la fuga, ma vennero ugualmente raggiunti da una sventagliata di mitra. Una quarta persona, Antonio Vivace, 43 anni, macellaio, si precipitò fuori dal negozio e col suo corpo fece scudo al figlio che si trovava proprio sulla traiettoria dei proiettili. L'uomo fu ferito allo stomaco ma se la cavò. Dopo la strage, la risposta degli scissionisti capeggiati da Beckenbauer e da Polifemo non si fece attendere. Il giorno dopo, il 30 marzo, in via San Cosma fuori Porta Nolana, i killer agli ordini dei capi della scissione, ingaggiarono una sparatoria con 4 affiliati ai Mariano. Anche questa sparatoria, come quella del giorno precedente, si concluse con la morte di un innocente, l'agente di polizia libero dal servizio Salvatore D'Addario. Il poliziotto gettatosi nella mischia di revolverate, nel tentativo di fermare i killer dell'una e dell'altra fazione, venne ferito gravemente. Morì dopo una settimana trascorsa tra la vita e la morte in un letto d'ospedale. (tratto da Wikipedia)

 

 

29 Marzo 1991 Cercola (NA). Giuseppe Piccolo, 14 anni, viene colpito mortalmente da un proiettile vagante esploso nel corso di una sparatoria tra camorristi.
Giuseppe, 14 anni, frequenta la terza media ed è un ragazzo tranquillo di buona famiglia. Il papà lavora presso un'officina meccanica.
È l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze pasquali e Giuseppe aspetta con ansia questo giorno.
Giuseppe, tornato da scuola, pranza alla svelta e si prepara per raggiungere i suoi amici con il motorino. Raggiunge la piazza di Cercola e lì si ferma a chiacchierare con gli amici.
Nel frattempo, nella piazza una lite per motivi di viabilità si trasforma in una sparatoria.
In prossimità del monumento ai caduti, staziona un gruppo di camorristi. Dal gruppo si staccano due uomini che, armi alla mano, aggrediscono altri due malviventi. C'è un conflitto a fuoco. Molti i proiettili esplosi. Uno di questi colpisce all'occhio destro Giuseppe.
Il giovane Giuseppe, trasportato all'ospedale Loreto di via Marittima, viene subito giudicato clinicamente morto.  
Per decisione dei suoi genitori, a Giuseppe vengono prelevati gli organi.
Giuseppe Piccolo è riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata dal Ministero dell'Interno. (Fond. Pol.i.s.)



29 Marzo 1995 Borgo Montello (LT). Don Cesare Boschin, 81 anni, fu trovato nel suo letto in canonica massacrato di botte, incaprettato, il cerotto sulla bocca. Vittima delle ecomafie.
Cesare Boschin (Trebaseleghe, 8 ottobre 1914 – Borgo Montello, 29 marzo 1995) è stato un presbitero italiano misteriosamente assassinato.
Il suo omicidio è tuttora irrisolto. Associazioni locali e movimenti nazionali come Libera ritengono che sia stato ucciso perché si oppose alle infiltrazioni della camorra nel Lazio.
La mattina del 30 marzo 1995 il suo cadavere venne ritrovato incaprettato (con le mani e i piedi legati e una corda intorno al collo) dalla perpetua nella sua camera da letto. Venne rinvenuto con il corpo ricoperto da lividi, la mascella e diverse ossa fratturate, la bocca incerottata. L'autopsia stabilì che la morte per soffocamento provocato dalla dentiera ingoiata dal parroco per via delle percosse. (Wikipedia)

 

30 Marzo 1944 Strage di Partinico. Morirono Lorenzo Pupillo, 16 anni, e Benedetto Scaglione, maresciallo carabinieri.

 

30 Marzo 1960 Agrigento. Assieme al commissario Cataldo Tandoj viene ucciso un giovane passante, Antonio Damanti.
Antonio "Ninni" Damanti era uno studente liceale. Morì il 30 marzo del 1960 ad Agrigento. Si trovava sulla linea di fuoco che uccise il commissario Cataldo Tandoj.

 

30 Marzo 1990 Palermo. Scompare Gaetano Genova, 27 anni, vigile del fuoco, amico di Emauele Piazza.
Gaetano Genova, 27 anni, vigile del fuoco,  fu ucciso il 30 marzo del 1990 a Palermo. I boss di Resuttana-San Lorenzo lo ritenevano un confidente di Emanuele Piazza, giovane collaboratore del Sisde che fu assassinato il 19 marzo 1990; Genova dodici giorni dopo. Tutti e due sequestrati e uccisi.
Grazie alle rivelazioni dei pentiti, un' indagine della Dia di Palermo, coordinata dai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, ha svelato i retroscena della scomparsa. Genova fu attirato in un tranello: la sua auto, una Volvo 244, fu ritrovata il 30 marzo 1990 in piazzale Europa, regolarmente chiusa a chiave. Il giorno dopo, così hanno svelato i pentiti, il suo corpo fu consegnato da Salvatore Madonia ai Brusca, perché si occupassero di fare sparire il cadavere. I Brusca pentiti si sono autoaccusati dell' omicidio. Resta il mistero sull'attività di Genova: «'stu spiuni, ' stu sbirru», esclamò Madonia quando consegnò il cadavere a San Giuseppe Jato. Probabilmente il vigile del fuoco aveva fornito un' indicazione importante a Piazza per l' arresto di un latitante, Giovanni Sammarco, all' interno di un centro sportivo. In quella struttura Genova stava facendo alcuni lavori con la piccola impresa edilizia che aveva approntato per arrotondare lo stipendio. Ma chi svelò il ruolo di Sammarco e poi anche di Piazza? Resta il giallo sulla talpa istituzionale che tradì i due giovani.  (Tratto da La Repubblica del 20 marzo 2005)

 

30 Marzo 2005 Favazzina (RC) Ucciso il giovane Daniele Polimeni
Daniele Polimeni ha 19 anni, è un giovane irrequieto. Non gli piace studiare ma a Reggio Calabria non ha molte alternative e la delinquenza sembra la via più facile per emergere ed avere qualche soldo in tasca.
Ma Daniele non ha avuto la possibilità di compiere un'altra scelta. il 30 Marzo del 2005, in località Favazzina (RC) viene trovato il suo corpo carbonizzato. Qualcuno lo ha attirato in una trappola e lo ha ucciso.
La famiglia attende ancora verità e giustizia.

 

31 Marzo 1984 Nardò (LE). Uccisa Renata Fonte, la cui unica colpa era di aver creduto nei propri ideali.
Il 31 marzo 1984, Renata Fonte, assessore del comune di Nardò (LE), cadeva assassinata per mano mafiosa. Si era battuta contro la lottizzazione e la speculazione edilizia del Parco naturale di Porto Selvaggio. Attraverso i microfoni della piccola emittente locale, Radio Nardò1, veicolava la sua lotta per la legalità, la democrazia, la giustizia. Quando è caduta sotto i colpi di pistola dei sicari, aveva 33 anni e due figlie piccole, che l’aspettavano a casa.
Tra le prime donne in politica nella provincia di Lecce, Renata è stata un personaggio scomodo fin dai primi incarichi istituzionali, assessore alle Finanze nel 1982 e nel 1983 assessore alla Cultura e alla Pubblica Amministrazione.
Dai tre livelli di giudizio sono stati individuati e condannati gli esecutori materiali e  il mandante di primo livello, Antonio Spagnolo. Quest'ultimo, collega di partito di Renata e primo dei non eletti alle elezioni amministrative, avrebbe dato ordine di uccidere per risentimento nei confronti di Renata Fonte. Accanto ad una avversione personale di Spagnolo, la sentenza di primo grado della Corte d'Assise di Lecce dichiara la presenza di ulteriori personaggi, non identificati, che avrebbero avuto obiettivi non raggiungibili con l'elezione di Renata Fonte e la sua opposizione alle lottizzazioni e ai progetti edilizi che piovevano, in quegli anni, proprio in quelle zone che lei difendeva.



31 Marzo 1991 Siderno (RC). Ucciso Andrea Muia, 16 anni. Vittima di una faida tra famiglie rivali.
La mafia non si ferma nemmeno il giorno di Pasqua . Era il 31 marzo del 1991 e Andrea Muia, un ragazzo di 16 anni,  era in sella al suo motorino quando  fu  ucciso spietatamente con due colpi di fucile caricato a pallettoni che lo raggiunsero  alla testa. Vittima di una faida tra famiglie rivali



31 Marzo 1995 Francesco Marcone, direttore dell'Ufficio del registro di Foggia
Francesco Marcone, un onesto funzionario pubblico, direttore dell'Ufficio del registro di Foggia, amante delle regole, fu assassinato il 31 marzo del 1995 a Foggia a colpi di pistola perché non aveva voluto chiudere un occhio (o forse entrambi gli occhi) su certe cose che nel suo ufficio non andavano. Francesco Marcone era diventato un ostacolo, mentre altri non si facevano scrupoli di chiudere gli occhi per quieto vivere. Dicevano che a Foggia, certo, c'era un po' di malavita. Dicevano che la città cresceva con “l'economia del mattone". Non dicevano che in quel modello di sviluppo la speculazione edilizia era impastata di mafia. Anzi, escludevano la presenza della mafia in Capitanata. Come si poteva spiegare allora l'assassinio con due colpi di pistola di un mite e onesto impiegato pubblico come Francesco Marcone? Non era possibile spiegarlo. Infatti ancora oggi le indagini non riescono a individuare un esecutore e un mandante. (Tratto da un articolo di A. Spampinato)

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

Leggi tutto...
 
Le Vittime che commemoriamo, mese: APRILE PDF Stampa E-mail

 

 

1 Aprile 1948 Camporeale (PA). Ucciso Calogero Cangelosi, 42 anni, segretario della CGIL
Calogero Cangelosi, 42 anni, sposato con quattro figli, segretario della CGIL di Camporeale (PA), si batteva  per l’applicazione dei decreti Gullo sulla divisione del grano a 60 e 40 e sulla concessione alle cooperative contadine delle terre incolte e malcoltivate degli agrari. La sera del 1° aprile del 1948, nonostante fosse sempre scortato dagli amici del sindacato, mentre faceva ritorno alla propria abitazione,  qualcuno con un mitra sparò sul gruppo ferendone gravemente due ma Calogero, colpito alla testa e al petto, spirò all'istante."Calogero Cangelosi fu il 36esimo sindacalista assassinato dalla mafia in quegli anni del secondo dopoguerra.
Per quell’omicidio, la giustizia «ingiusta» di allora non riuscì nemmeno ad imbastire un processo. Nonostante tutti sapessero che a dare l’ordine di morte era stato il proprietario terriero "don" Serafino Sciortino, mentre a sparare ci avevano pensato il capomafia Vanni Sacco e i suoi «picciotti», si procedette contro «ignoti», che tali rimasero per sempre. Poi sulla vicenda cadde il silenzio." (Tratto da La Sicilia)

 

1 Aprile 1977 Razzà di Taurianova (RC). I Carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso restarono uccisi in uno scontro a fuoco: avevano interrotto un summit di ‘ndrangheta.
Alle 14.30 del 1 aprile 1977 una gazzella dei carabinieri ferma il suo giro di perlustrazione lungo la statale 101 bis in contrada Razzà di Taurianova.
L'appuntato Stefano Condello e i militari dell'Arma Vincenzo Caruso e Pasquale Giacoppo hanno notato nei pressi della casa colonica del pregiudicato Francesco Petullà una strana presenza di autovetture.
Decidono di approfondire, ignorando che stanno per interrompere un summit di 'ndrangheta. E' l'inferno.Il carabiniere Cacioppo, lasciato a guardia dell'autoradio, inutilmente accorrerà in aiuto dei colleghi al primo rumore di spari. Sull'erba restano quattro cadaveri: Stefano Condello, Vincenzo Caruso, Rocco e Vincenzo Avignone, "sacrificatisi" per coprire la fuga degli altri partecipanti alla riunione.
Saverio Mannino - presidente della Corte d'Assise di Palmi di fronte alla quale fu celebrato il processo per l'eccidio - ricostruisce e commenta in "La strage di Razzà" la vicenda processuale conclusa in I grado con condanne per 200 anni complessivi di carcere, 30 dei quali comminati al boss di Taurianova Giuseppe Avignone. Download del libro a questo link: http://www.scribd.com/doc/56044393/La-Strage-Di-Razza
Tra le parti civili costituite in processo non figura lo Stato. (stopndrangheta.it)

 

2 Aprile 1985 Trapani. Strage di Pizzolungo. Restano uccisi da un'auto bomba Barbara Rizzo e i suoi figli, Giuseppe e Salvatore Asta, gemelli di 6 anni.
Una strada che costeggia il mare, una mattinata di primavera in Sicilia, una curva e un’auto che sorpassa ad alta velocità. Poi un rumore sordo, fortissimo, di quelli che fermano il tempo per alcuni minuti.
È il 2 aprile del 1985 e una giovane madre, Barbara Rizzo, sta accompagnando a scuola i suoi due gemellini di sei anni, Giuseppe e Salvatore Asta. Ogni mattina prende quella strada che da Valderice arriva a Trapani costeggiando il lungomare. È una bella mattinata, il sole brilla su quegli spicchi di mare azzurro e Barbara procede come sempre sulla sua Volkswagen Scirocco: i bambini giocano sul sedile posteriore e lei può godersi quella breve passeggiata guidando a velocità sostenuta.
C’è un’altra auto che quella mattina percorre lo stesso tratto di strada. È un Alfa 132 blindata che morde l’asfalto. La segue a ruota una Fiat Ritmo che tira le marce per stargli dietro: i passeggeri delle due auto infatti non hanno nessuna intenzione di godersi quel magnifico panorama. Devono percorrere quella strada in fretta, devono arrivare al Palazzo di Giustizia di Trapani il prima possibile; a bordo infatti hanno un quarantenne con i baffi e  gli occhiali: si chiama Carlo Palermo, è campano ma viene da Trento, ed è arrivato in Sicilia da meno di 50 giorni per fare il suo lavoro, il magistrato.
Da quelle parti, dalle parti di Trapani, fare il magistrato può essere pericoloso. Due anni prima, proprio a Valderice, il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto era stato ammazzato davanti casa proprio quando stava per andare a lavorare in Toscana. Lo sapevano tutti che quell’omicidio era un affare di mafia, ma nessuno lo diceva apertamente per il semplice fatto che a Trapani ufficialmente la mafia non esiste. E se la mafia a Trapani non esiste come si fa a dire che ammazza qualcuno? Ciaccio Montalto era morto per questioni di donne si era detto. O forse di gioco d’azzardo e di debiti. Tutto ma non la mafia.
L’autista dell’Alfa 132 però lo sa benissimo che a Trapani non solo la mafia esiste, ma gestisce i punti nevralgici del potere cittadino. E  sa benissimo che il suo passeggero, Carlo Palermo, è uno che rischia di finire come Ciaccio Montalto. Palermo non è arrivato a Trapani per caso: a Trento ha indagato su traffici di armi e droga, sulla connivenza tra il Psi di Bettino Craxi e la criminalità organizzata, e spesso le sue inchieste si sono incrociate proprio con quelle di Ciaccio Montaldo.
È  proprio per evitare d’imbattersi in qualche commando mafioso (che ufficialmente non dovrebbe esistere) che l’autista dell’Alfa accelera e all’altezza della curva di Pizzolungo supera la Volkswagen con Barbara e i gemellini. Solo che quel sorpasso l’Alfa 132 non avrà mai il tempo di completarlo: viene bloccata da un rumore sordo e fortissimo, un istante infinito di morte e terrore. Quando le lancette ricominceranno a correre di quella Volkswagen Scirocco si saranno quasi perse le tracce. Ancora meno rimarrà di Barbara. Giuseppe e Salvatore Asta, investiti dall’esplosione di un’altra auto, la quarta di questa storia, parcheggiata sul ciglio di quella curva dopo essere stata imbottita di tritolo. Doveva spazzare via il giudice Carlo Palermo, doveva farlo fuori, a pezzetti. Solo che in quell’ esecuzione si sono infilati per caso Barbara, Giuseppe e Salvatore.
Chi ha assistito a quella scena e l’ha trasformata in una strage ha voluto provare a far fuori il giudice nonostante quella Volkswagen inaspettata. Che invece ha fatto da scudo tra quella bomba a quattro ruote parcheggiata in curva e l’Alfa 132 di Palermo. Di Barbara, Giuseppe e Salvatore dopo quell’istante infinito rimarrà ben poco: una macchia rossa su un muro di una casa, qualche brandello a metri di distanza e una scarpa da bambino.
Tra i primi soccorritori del giudice Palermo c’era anche il padre e marito Nunzio Asta: non si è accorto che in quell’inferno c’era anche la sua famiglia e verrà avvisato della tragedia soltanto qualche ora più tardi, da un poliziotto che al telefono gli chiede il numero di targa di quella Volkswagen guidata dalla moglie. Nunzio morirà di crepacuore nel 1993.
Per la strage di Pizzolungo sono stati condannati i boss Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio di Maggio e Nino Madonia. L’esplosivo che fece a pezzetti Barbara, Giuseppe e Salvatore dicono sia dello stesso tipo usato nella strage del Rapido 904, che  il 23 dicembre 1984 fece 17 vittime. Una eccidio inspiegabile di cui è stato riconosciuto colpevole lo stesso Riina. E non è forse un caso che un altro uomo che collaborò al botto di Pizzolungo, Gioacchino Calabrò, sia lo stesso “esperto” d’esplosivo che diede il suo contributo alle stragi del 1993. (Giuseppe Pipitone – Ilfattoquotidiano.it)

 

2 Aprile 1991 Altofonte (PA). Ucciso Francesco Pipitone (62 anni), direttore della Cassa Artigiana, aveva tentato di opporsi a dei mafiosi che stavano compiendo una rapina.
Francesco Paolo Ptpitone, 62 anni, presidente della «Cassa rurale ed artigiana» di Altofonte, era quasi riuscito nella sua impresa. Mentre gli impiegati della banca cercavano rifugio dietro le scrivanie, lui ingaggiavava un violentissimo corpo a corpo con uno dei due rapinatori che stringeva in pugno una «Smith & Wesson» calibro 45. Ce l'aveva quasi fatta quando ha udito alle sue spalle due colpi di pistola. Settimo Russo, 35 anni, una fedina penale zeppa di reati, ferito  a morte, ha allentatato la presa e si è accasciato ai suoi piedi, ucciso dal suo complice dalla mira insicura. Una breve fuga alla ricerca di un impossibile rifugio e poi il dottor Pipitone viene giustiziato dallo stesso bandito che ha ucciso il complice.
Per omicidio e rapina,  la II Sezione della Corte d'Assise di Palermo, ha condannato a 13 anni di carcere i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Mario Santo Di Matteo e a 30 anni Michele Traina, quale esecutore dell'omicidio.  Brusca e Di Matteo, all'epoca ai vertici della cosca di San Giuseppe Jato, diedero l'autorizzazione della mafia al colpo.


2 Aprile 2000 Anagni (FR). Domenico Stanisci, Vice brigadiere della Guardia di Finanza muore durante un inseguimento. L'auto di servizio viene speronata e gettata fuori strada.
Nella notte fra sabato e domenica 2 aprile del 2000, l' Alfa 155 su cui prestavano servizio due finanzieri viene speronata sull'Autosole e gettata fuori strada. Il brigadiere Domenico Stanisci, 42 anni, sposato con tre figli, muore sul colpo. Il suo collega Giovanni Grossi, 33 anni, rimane ferito.
Una seconda pattuglia di finanzieri, che stava lavorando insieme a Stanisci e Grossi, intima l'alt all'auto pirata, che per tutta risposta accelera. Scatta l' inseguimento. Più volte i malviventi cercano di mandare fuori strada anche la seconda pattuglia. Alla fine abbandonano l'auto, risultata rubata, su cui verranno trovate tracce di droga e le impronte digitali degli occupanti, due albanesi, schedati per vari reati, successivamente arrestati.

 

4 Aprile 1971 Caulonia Marina (RC). Ucciso Vincenzo Scuteri, carpentiere, non voleva lavorare il cemento della mafia.
Caulonia (RC) – Vincenzo Scuteri, noto per la sua militanza nel Movimento sociale italiano, era detto ‘u camerata. Carpentiere nella vita di tutti i giorni, in pieno centro abitato, lungo la Statale 106 fu colpito da diversi colpi di arma da fuoco e dopo nove giorni di sofferenze, il 4 aprile 1971, si spense in ospedale. L’uomo era un onesto lavoratore. Diceva pubblicamente: "io il ferro dai mafiosi, non lo voglio acquistare", gesto questo, che gli è costato la vita. Il processo si concluse dopo quasi due anni con l’assoluzione di due indiziati.
Nel 2010, un pannello è stato posto proprio dirimpetto al luogo dove l’operaio fu colpito: “Vincenzo Scuteri detto camerata, lavoratore onesto e dignitoso, padre di famiglia esemplare trovò la morte in questo luogo per mano della ‘ndrangheta. Seppe tenere la testa alta e la schiena dritta dinanzi alla prepotenza mafiosa, dimostrando che gli umili servono la storia e non sono molti a ricordare il loro sacrificio”.


4 Aprile 1991 Napoli. Muore Salvatore D'Addario, 22 anni, Assistente Polizia di Stato. Era stato gravemente ferito il 30 marzo in un conflitto a fuoco contro camorristi .
Il 30 marzo 1991 i Quartieri Spagnoli (NA) diventano un sentiero di guerra. I boss locali ordinano di sparare contro i giovani simpatizzanti degli scissionisti.
In questo scontro muoiono tre delinquenti di piccolo calibro e feriti quattro innocenti.
La risposta a questa azione è immediata. Infatti, il giorno seguente a Porta Nolana (NA) un gruppo di uomini appartenenti al clan avversario fa fuoco contro tre pregiudicati.
Salvatore D'Addario, agente di polizia, si trova con la famiglia in un esercizio commerciale nei pressi della zona. Sente gli spari esce dal negozio cercando di fermare i tre che si stanno allontanando a bordo di un furgone, utilizzando la pistola d'ordinanza che ha con sé.
I malviventi gli sparano contro ferendolo ad un braccio e ad una gamba, infine investendolo con l'autoveicolo stesso.
L'agente rimasto ferito viene ricoverato in ospedale. Con il passare dei giorni le condizioni di D'Addario peggiorano: dopo l'amputazione della gamba sopraggiungono altre complicazioni. Il 4 aprile Salvatore si spegne. Il questore, recatosi in visita presso il nosocomio durante i giorni che hanno separato Salvatore dalla morte lo promuove per "meriti sul campo".

 

4 Aprile 1992 Agrigento. Assassinato il Maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli, l'Investigatore Puro.
Giuliano Guazzelli, maresciallo dei carabinieri, fu assassinato il 4 aprile 1992 sulla strada Agrigento-Menfi sulla sua auto Fiat Ritmo, gli assassini a bordo di un Fiat Fiorino, lo sorpassarono su un viadotto, spalancarono il portellone posteriore e lo uccisero a colpi di mitra e fucili a pompa. A Menfi, cittadina d'adozione del maresciallo, fu proclamato il lutto cittadino.
Guazzelli all'epoca dell'omicidio aveva già maturato l'età pensionabile, ma aveva deciso di restare in servizio, nonostante avesse subito numerosi intimidazioni ed era già riuscito a sfuggire ad un altro agguato.
Inizialmente il delitto fu attribuito alla Stidda, così nel dicembre 1992 vennero arrestati in Germania dei presunti killer.
Processati e condannati all'ergastolo dal Tribunale di Agrigento, vennero successivamente assolti dalla Corte d'Assise d'Appello di Palermo per insufficienza di prove.
Passati alla pista Cosa Nostra, per l'omicidio sono state inflitte sei condanne definitive al carcere a vita. All'ergastolo sono finiti Salvatore Fragapane, Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo, Giuseppe Fanara e al latitante Gerlandino Messina.
Nel maxi-processo denominato "Akragas" sono stati inflitti anche 18 anni di carcere al pentito Alfonso Falzone che ha aiutato i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ad incastrare mandanti e sicari. (Wikipedia)

 

5 Aprile 1994 San Cipirello (PA). Cosimo Fabio Mazzola, ucciso perché ex fidanzato della moglie di un mafioso.
La sera del 5 aprile del 1994 un commando guidato da Enzo Brusca uccide Fabio Mazzola, 27 anni, mentre rincasa in via Pietro Nenni, a San Cipirello (PA), a bordo della sua Fiat Tipo rossa. Viene ucciso come un boss ma Fabio era un bravo ragazzo.
La sua unica colpa è aver frequentato una ragazza, figlia di un boss, costretta dal padre a sposare un aspirante "uomo d'onore". Sembra che la ragazza telefonasse ancora a Fabio che, nel frattempo, si era fidanzato con un'altra ragazza.
Punto nell'orgoglio dalle voci di alcuni amici, "l'uomo d'onore", che è poi divenuto collaboratore di giustizia, si rivolge ai Brusca e chiede il permesso di dare una "lezione" all'ex rivale, ottenendo così un'assurda sentenza di morte.

 

5 Aprile 2003 S. Sebastiano al Vesuvio (NA). Muore Paolino Avella, 18 anni, volevano rubargli il motorino.
Il 5 aprile del 2003, a San Sebastiano al Vesuvio (NA), il giovane Paolino Avella perde la vita a pochi metri dal Liceo da cui proveniva, nel tentativo di sfuggire al furto del proprio motorino ad opera di due balordi. Paolino, nel tentativo di sottrarsi alla rapina, accelerava improvvisamente cercando di allontanarsi, forse anche per raggiungere la vicina stazione dei Carabinieri: iniziava così un vero e proprio inseguimento. La perizia tecnica disposta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Nola accertava che i due malviventi, utilizzando una moto più potente, prima raggiungevano poi affiancavano la moto di Paolino ponendo in essere una serie di "interferenze" e "strattonamenti" che culminavano con un vero e proprio speronamento che causava l'impatto contro un albero posto sul marciapiede. Il perito medico-legale nominato dal magistrato penale accertava che la morte era conseguenza delle gravi lesioni all'emitorace destro causate dall'impatto contro l'albero, ma aggravate dalla circostanza che il corpo di Paolino ha fatto da "cuscino" all'amico che trasportava sul sedile posteriore, che restava illeso. Paolino Avella avrebbe compiuto 18 anni pochi giorni dopo. Stava aspettando con ansia il 12 aprile, perché in casa avevano organizzato una doppia festa: la sua maggiore età e le nozze d'oro della nonna. (Fondazione Pol.i.s.)

 

6 Aprile 1979 Palermo. Vincenzo Russo, 40 anni, brigadiere della Polizia Ferroviaria, resta ucciso durante un tentativo di rapina.
Vincenzo Russo, brigadiere della Polizia Penitenziaria, fu ucciso il 6 Aprile 1979, alle ore 5,55, all'interno della Stazione Centrale di Palermo. Era stato comandato, insieme alla Guardia Mustazza Antonino, di 29 anni, di scorta sul treno locale per Sant'Agata di Militello al sacco postale, contenente circa un miliardo di lire in denaro contante ed assegni. La Guardia Mustazza precedeva il carrello, che era spinto dall'impiegato, mentre il Brigadiere Russo chiudeva la scorta. Sul marciapiede, molte persone attendevano la partenza del treno per Catania. Improvvisamente dal treno per Sant'Agata scesero quattro persone, mascherate ed armate: due davanti e due dietro il carrello. Uno dei due malviventi scesi alle spalle della scorta corse verso il Brigadiere Russo e gli sparò a bruciapelo alla nuca, uccidendolo. Un secondo rapinatore sparò alla Guardia Mustazza, ma questi riuscì ad evitare il colpo gettandosi dietro una colonna e, imbracciando il mitra, rispose al fuoco. I rapinatori cercarono di portar via il carrello, ma nel frattempo la Guardia Bonanno, in servizio all'ufficio Polfer, sentiti gli spari si precipitò fuori, ingaggiando un violento conflitto a fuoco con i rapinatori, che si diedero alla fuga con due auto, una 127 ed una 125, precedentemente rubate e abbandonate pochi minuti dopo nei pressi della stazione. Antonino Mustazza, ricoverato in ospedale, sopravvisse. Il Brigadiere Russo lasciò la moglie e una figlia. Medaglia d'argento al valore civile alla memoria (cadutipolizia.it)

 

7 Aprile 1992 Bianco (RC). Ucciso Stefano Ceratti, 55 anni, segretario della Dc di Caraffa del Bianco. Omicidio politico-mafioso commissionato dalla cosca Pelle disturbata dall'opera moralizzatrice e di denuncia condotta dal medico.
Il 7 aprile 1992 il segretario della Dc di Caraffa del Bianco, Stefano Ceratti, 55 anni, viene assassinato da un killer solitario all'interno del suo studio medico di Bianco. A trent'anni dall'omicidio, il cosentino Sergio Prezio è stato condannato in via definitiva come esecutore materiale dell'agguato. Per i giudici quello di Ceratti è stato un omicidio politico-mafioso commissionato dalla cosca Pelle disturbata dall'opera moralizzatrice e di denuncia condotta dal medico all'interno del Consiglio comunale di Caraffa e del suo stesso partito.

7 Aprile 1994 Napoli. Ucciso Antonio D'Agostino, 23 anni fioraio, involontario testimone di un omicidio.
Antonio D' Agostino era un giovane fioraio, appena 23 anni, ed è stato massacrato il 7 aprile 1994 a Casavatore da due sicari. Era sicuramente un testimone scomodo e gli hanno chiuso la bocca con una scarica di dieci proiettili al capo, al volto, e al torace. I killer si sono poi dileguati a bordo di una moto di grossa cilindrata. Soccorso da alcuni passanti, il giovane è morto mezz' ora dopo nell' ospedale napoletano Nuovo Pellegrini. Era sulla soglia del suo negozio di fiori, all' angolo tra via Aniello Falcone e via Giacinto Gigante. La bottega situata di fronte alla boutique dove il 26 marzo precedente fu ucciso Carmine Amura, freddato mentre allestiva una delle vetrine del negozio. Gli inquirenti sono convinti che D' Agostino sia stato eliminato perché aveva visto la scena, anche se quando i carabinieri giunsero sul luogo del delitto, pochi minuti dopo, il negozio di fiori era sbarrato.
Carmine Amura e la madre Anna Dell'Orme, giustiziata anche lei a pochi minuti di distanza, avevano denunciato i presunti assassini di Domenico, fratello e figlio degli uccisi, durante due trasmissioni televisive.

 

8 Aprile 1994 Nola (NA). Uccisa Maria Grazia Cuomo, innocente vittima di una vendetta contro un collaboratore di giustizia.
Maria Grazia Cuomo aveva 56 anni , non era sposata e stava sempre chiusa in casa per colpa di una brutta voglia violacea sul viso; viveva a Nola (NA) con la sorella, moglie di un lontano parente del boss camorrista Carmine Alfieri, diventato collaboratore di giustizia.
L'8 dicembre del 1994 un commando di killer entrò nell'abitazione  con l'intento di uccidere  il figlio del collaboratore di giustizia. Non l'hanno trovato  ed hanno scaricato il caricatore verso il letto dove Maria Grazia riposava.
" Doveva essere una punizione esemplare. Una lezione che non si dimentica, diretta a chi in quei mesi stava smontando pezzo per pezzo il sistema camorra, facendo arrestare decine di affiliati ai clan"

 

10 Aprile 1987 Cittanova (RC) Ucciso Rosario Iozia, Comandante Squadriglia Carabinieri, in uno scontro a fuoco con dei malviventi.
" … in data 10 aprile 1987, alle ore 19.00 circa, in agro del comune di Cittanova, sulla strada provinciale che unisce quest’ultimo centro abitato a quello di Polistena, in località Petrara veniva rinvenuto il cadavere del vice brigadiere Rosario Iozia attinto da colpi di fucile caricato a pallettoni. Dalla ricostruzione dei fatti, si poteva poi stabilire che il vice brigadiere, poco prima, trovandosi libero dal servizio alla guida della propria autovettura, con direzione di marcia Cittanova Polistena, all’uscita di una curva, proseguendo con un lungo rettilineo, notava alcuni individui attraversare un oliveto armati di fucili a canne mozze. Il Vice brigadiere Iozia, buon conoscitore di luoghi e persone della giurisdizione, intuendo l’anomalia che si presentava ai suoi occhi, fermava la propria macchina lasciandola in moto e, benché solo, prontamente, impugnando la propria pistola d’ordinanza, si poneva all’inseguimento dei malviventi intimando l’alt e qualificandosi. Quest’ultimi anziché ottemperare, altrettanto repentinamente, alzavano le canne dei fucili ad altezza uomo ed esplodevano, all’indirizzo del sottufficiale, due colpi di lupara lasciando al militare soltanto la possibilità di esplodere, contemporaneamente, un solo colpo con l’arma che impugnava. Però, la disparità esistente tra le parti era fatale al Vice Brigadiere che, attinto da numerosi pallettoni, cadeva esanime al suolo. Poco dopo il corpo del sottufficiale veniva rinvenuto da un automobilista di passaggio che lo trasportava presso l’Ospedale civile di Polistena, ove giungeva cadavere". (ancispettoratosicilia.it)

 

10 Aprile 1998 Catania. Trovato il corpo di Annalisa Isaia, 20 anni. "La sua colpa era di andare a ballare con persone non gradite allo zio"
Annalisa è una ragazza di 20 anni. Merita di morire solo perché frequenta il “giro” sbagliato. Ad ammazzarla è lo zio materno, Luciano Daniele Trovato: non sopporta di essere deriso dagli affiliati della cosca mafiosa di cui face parte, gli Sciuto, perché la ragazza frequenta un gruppo di coetanei di un clan rivale, i Laudani. Questi ultimi sono ritenuti colpevoli della morte del padre di Annalisa avvenuta nel 1993. Il cadavere della ragazza viene rinvenuto sepolto dopo diversi giorni.( sdisonorate.it)

 

10 Aprile 2009 Villaricca (NA) Vittorio Maglione, suicida a 13 anni. Nella lettera al padre: «non voglio diventare come te».
Vittorio Maglione era un ragazzo di Villaricca (NA). Venerdi 10 aprile 2009, nel tardo pomeriggio, mentre lungo le strade della cittadina si svolgeva la via Crucis, il 13enne, che frequentava la seconda media nella scuola dedicata a Giancarlo Siani, ha pubblicato il suo annuncio di morte sul suo profilo Messenger, dicendosi stanco, senza speranza per il futuro, e poi si è tolto la vita, impiccandosi. Un biglietto per salutare tutti, una frase di rancore verso il padre camorrista, ”non voglio diventare come te” ma mandandogli un bacio dicendogli addio.
Il suo futuro nella delinquenza sembrava segnato e per lui questo era inaccettabile. Suo padre era finito in prigione giovanissimo con una accusa di omicidio, da cui però venne assolto per insufficienza di prove, per poi diventare un elemento di spicco del clan Ferrara, legato ai Mallardo e ai Casalesi. Suo fratello maggiore era stato trucidato nel 2005, a soli 14 anni, per aver tentato di rubare il motorino alla persona sbagliata. Soprattutto la morte del fratello lo aveva segnato. All’epoca aveva appena 9 anni e da allora portava sempre in tasca una sua foto.

 

 

11 Aprile 1990 Opera (MI). Ucciso Umberto Mormile, assistente carcerario
Umberto Mormile, educatore carcerario, fu ucciso a Lodi l'11 aprile del 1990. Fu ucciso con sei colpi di pistola da un killer su un'Honda 600 che lo affiancò mentre era in colonna, all'altezza di Carpiano, a bordo della sua auto e si stava recando verso il carcere di Opera.
La sentenza definitiva del processo per il suo omicidio determinò la condanna del boss Domenico Papalia in qualità di mandante e di Antonio Schettini in qualità di esecutore materiale, ma durante le indagini emersero evidenti tentativi di depistare l'inchiesta.
Dalle dichiarazioni di chi conduceva la moto, pentitosi, emerge il vero movente dell'omicidio:
"...Mormile aveva raccontato che Domenico Papalia, allorché era detenuto a Parma, luogo dove aveva lavorato in precedenza lo stesso Mormile, beneficiava di incontri con persone 'sospette', a suo dire anche facenti parte dei servizi segreti, usufruiva di colloqui e permessi che non  gli  spettavano ed insomma era un privilegiato per via di rapporti importanti  che intratteneva con personaggi che non mi furono indicati..."



11 Aprile 1990 Fiumara (RC). Vincenzo Reitano, 29 anni, commerciante ambulante e consigliere comunale, assassinato in ospedale a Reggio dove era ricoverato dopo aver subito un altro attentato.
L'11 Aprile 1990 a Fiumara (RC), fu assassinato in ospedale, a Reggio, dove era ricoverato dopo aver subito un altro attentato, Vincenzo Reitano, 29 anni, commerciante ambulante e consigliere comunale. Forse per una vendetta trasversale. Era imparentato con il boss Imerti, due anni prima era stato ucciso anche il marito della sorella.



13 Aprile 1975 Cittanova (RC) Uccisi i fratellini Michele e Domenico Facchineri, di 9 e 12 anni, vittime di faida.
Due bambini Domenico, di undici anni, e Michele Facchineri, di otto anni, guardiani di porci, vennero uccisi il 13 aprile del 1975, a colpi di lupara, sul greto di un torrente da un quintetto di sicari senza volto, che avevano già ucciso poco prima un loro zio, ferito un cuginetto di appena sei anni e  una zia , incinta di sette mesi. L’omicidio è legato alla faida di Cittanova (RC) che vedeva da un lato la cosca dei Facchineri e dall’altro quella dei Raso-Albanese in una guerra per la supremazia criminale.

13 Aprile 2000 Marina di Gioiosa Jonica (RC). Ucciso da un'autobomba l'imprenditore Domenico Gullaci.
Domenico Gullaci, detto Mimmo, era un imprenditore, contitolare con il fratello di una ditta di materiali per l'edilizia, sposato e padre di quattro figli;  fu ucciso a Marina di Gioiosa Ionica il 13 aprile del 2000.
Secondo le ricostruzioni, Domenico Gullaci uscì di casa, in via Primo maggio, attraversò la strada, fece scattare l'antifurto della sua Mercedes, parcheggiata davanti alla caserma dei carabinieri. Immediatamente un boato scosse la città: l'esplosione venne sentita anche a Siderno e Roccella Jonica, a chilometri di distanza. Domenico Gullaci morì all'istante dilaniato da un carica di tritolo piazzata sotto il sedile della sua auto. Durante il funerale, il vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini denunciò l'assenza dello Stato: la gente della Locride ed il corteo funebre era stato preceduto da 42 sindaci testimoni silenziosi contro la violenza e contro la prevaricazione dei clan. Gli uomini del Ccis (Centro carabinieri investigazioni scientifiche) di Messina dichiararono che l'ordigno era stato azionato con un comando a distanza, il sostituto procuratore antimafia Nicola Gratteri, affermò immediatamente che si trattava di un attentato ad opera della 'ndrangheta. Due cognati di Domenico Gullaci, Francesco Marzano, di 40 anni, e Antonio Tarsitani, 39 anni, erano stati uccisi. Il primo a colpi di lupara nel dicembre 1997 a Siderno Superiore, mentre stava rincasando, il secondo nel giugno 1993, a colpi di pistola, mentre viaggiava sull'Autostrada del Sud, tra Palmi e Bagnara. I Gullaci avevano interessi in Sicilia e gli investigatori sospettarono che il delitto fosse stato eseguito dalla 'ndrangheta su richiesta della mafia. Domenico Gullaci aveva subito intimidazioni: nell'agosto dell'anno precedente era stato bruciato un camion della sua ditta e pochi mesi prima aveva dovuto riacquistare i marmi della villetta che si stava costruendo perché qualcuno li aveva spaccati a colpi di mazza.

14 Aprile 1980 Serra San Bruno (VV). Ucciso Bruno Vinci, falegname di 36 anni, mentre era nella gioielleria del fratello.
Il 14 aprile 1980 Bruno Vinci entra nella gioielleria del fratello Domenico per cambiare un paio di orecchini alla figlia Barbara. Ha 36 anni, due figli piccoli e a Serra San Bruno, dove lavora come falegname, è ritornato da un paio d'anni, dopo aver vissuto in Canada. I rapinatori che irrompono nel negozio, poco dopo Bruno, sono armati di fucile a canne mozze e sono spietati: la resistenza dell'uomo, che vuole difendere sé stesso e il fratello, viene punita con due spari. Bruno muore sul colpo.

 

14 Aprile 1981 Napoli. Ucciso Giuseppe Salvia, vicedirettore al carcere di Poggioreale.
Vicedirettore dal 1976 al 1981 del Carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia all'età di 38 anni, viene trucidato in un barbaro agguato ordinato da Raffaele Cutolo, omicidio per il quale quest'ultimo, capo incontrastato della "Nuova camorra organizzata", fu condannato all'ergastolo.
Probabilmente a scatenare le ira del boss fu l'atteggiamento che Salvia ebbe al ritorno da un'udienza dibattimentale, il 7 novembre del 1980. Il vicedirettore pretese che il boss, al rientro in Poggioreale, fosse perquisito come da regolamento carcerario.
Salvia, di ritorno a casa, in auto sulla Tangenziale di Napoli venne affiancato dai killer e ucciso, all'altezza dello svincolo dell'Arenella il 14 aprile 1981.
In quel periodo a Poggioreale si era scatenata un'autentica carneficina tra opposte fazioni di camorristi; una delle pagine più scure del penitenziario napoletano e dell'intera storia della camorra in città.
Oggi il penitenziario napoletano ha preso il nome dell'eroico funzionario dello Stato. (Fondazione Pol.i.s.)

 

15 Aprile 1980 Monza. Rapito e ucciso Adelmo Fossati, 35 anni, il corpo ritrovato tre mesi dopo. Si era rifiutato di entrare in un giro di auto rubate.
Adelmo Fossati viene sequestrato il 15 aprile 1980 a Monza. Ha trentacinque anni e dirige una concessionaria di auto, ma probabilmente fa gola all'Anonima in quanto cugino di Danilo Fossati, titolare dell'industria alimentare Star. Sono in quattro a bloccare il prestante pilota di Formula 3, molto noto nel Monzese. Poi le richieste alla famiglia: sette miliardi di lire. Una cifra astronomica, ridimensionata a 300 milioni, consegnati in una notte di giugno, dopo un tentativo fallito di liberare l'ostaggio. Arrivano nuove richieste di denaro. E' già pronta una seconda valigetta con 250 milioni, ma il 14 luglio gli investigatori trovano il corpo del rapito, sotterrato nel giardino di una villetta di Missaglia (nella zona di Lecco), dove era stato tenuto prigioniero negli ultimi tempi. Quella villa, e anche altre utilizzate come covi, sono di proprietà dell'ex-olimpionico di ciclismo Umberto Moretti, passato dalle due ruote all'Anonima.
In pochi mesi gli esecutori del sequestro vengono arrestati. E' stato proprio il fermo di uno dei carcerieri a spingere gli altri a disfarsi dell'ostaggio. A nulla è servito l'appello del Papa. quando il 4 luglio i carabinieri bloccano Maria Pompea Alò, la donna di uno dei capi della banda, Pietro Miragliotta (che conosceva Fossati per aver partecipato insieme a lui ad alcune gare automobilistiche) si decide a uccidere l'uomo, già provato per le dure condizioni della carcerazione. A incaricarsi del compito è Sebastiano Pangallo, originario di Reggio Calabria: lo stordisce con una forte dose di cloroformio e lo getta in una buca scavata da Moretti. Poi lo coprono con la calce viva e lo seppelliscono che ancora respira. E' il 7 luglio dell'80. Da poco tempo Adelmo Fossati è diventato papà di una bambina che non ha mai conosciuto. (Tratto da Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta -  di Danilo Chirico e Alessio Magro)



16 Aprile 1972 Polistena (RC). Domenico Cannata ucciso "per errore"
Domenico Cannata di mestiere faceva l'elettricista a Polistena (RC). Era padre di quattro figli.
Nella notte del 16 Aprile del 1972 sente uno scoppio, si alza dal letto, controlla che moglie e figli siano tranquilli, si avvicina all'interruttore centrale, prova a staccarlo per evitare un incendio. Un altro scoppio, un ordigno.
La famiglia trova il suo corpo dilaniato.
Viene riconosciuto vittima innocente della 'ndrangheta solo nel 2005.
Ucciso per errore. (Tratto da Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta -  di Danilo Chirico e Alessio Magro)



16 Aprile 1993 Reggio Calabria. Ucciso Giuseppe Marino, Vigile Urbano di 42 anni.

Il 16 aprile 1993 il vigile urbano Giuseppe Marino viene ucciso a Reggio Calabria nei pressi della Villa Comunale mentre sta verificando il rispetto dell'ordinanza comunale che vieta il transito e la sosta di automobili e motocicli lungo il Corso Garibaldi. Sposato e padre di due bambine, Marino aveva 43 anni. Del suo omicidio si è autoaccusato il pentito Calabrò.




17 Aprile 1981 Roma. Rapito Giovanni Palombini "il re del caffè", 81 anni. Il suo corpo sarà ritrovato il 28 Ottobre , sepolto in un campo.
Giovanni Palombini venne sequestrato il 17 aprile del 1981 e tenuto prigioniero sotto una tenda, legato mani e piedi. Anziano e ammalato, il "re del caffè" tentò ripetutamente di fuggire. Non si rassegnava, nonostante le continue vessazioni e umiliazioni che era costretto a subire. Una sera, ci riuscì. Ma "Lallo" lo riacciuffò. Lo prese per il collo, lo scosse violentemente e gli disse: "Ma allora sei diventato pazzo, vuoi proprio morire". Non lo uccise quella notte. Aspettò ancora qualche giorno, il tempo di riscuotere una prima rata del riscatto: 350 milioni. Laudovino però non si accontentò: i soldi erano pochi, ne voleva di più. Allora comprò un grande congelatore che trasformò nella bara di Palombini. Ogni tanto il cadavere veniva tirato fuori e fotografato con un quotidiano in mano, per dimostrare ai parenti che l'ostaggio era ancora vivo e che per riaverlo avrebbero dovuto pagare. Il trucco andò avanti per mesi e fruttò centinaia di milioni. Fino a quando Laudovino De Sanctis venne catturato. Ma ormai per Palombini non c'era più nulla da fare: il suo corpo giaceva, ancora incatenato e bendato, sepolto sotto due metri di terra. (LaRepubblica.it)



18 Aprile 1991 Villa Literno (CE). Uccisi Salvatore Richiello, 12 anni, il padre Michele e Pellegrino De Micco, non erano loro le vittime predestinate.
Salvatore Richiello viene ucciso a Castelvolturno a soli 12 anni il 18 aprile del 1991.
Salvatore si trova in una Y10 insieme al padre Michele e a Pellegrino De Micco, tutti vittime dell'agguato di camorra. Il dodicenne e il padre erano saliti sull'auto di Pellegrino De Micco per fare un giro per il centro di Castelvolturno. De Micco aveva precedenti penali ed era il vero obiettivo dell'agguato mortale.
Per l'omicidio è stato condannato all'ergastolo il boss Michele Zagaria e a 15 anni il pentito Luigi Diana. Riforma dall'ergastolo a 30 anni di reclusione per l'esponente del clan dei Casalesi Pasquale Apicella. (Fond. Pol.i.s.)



18 Aprile 1991 Vibo Marina. Rapito Giancarlo Conocchiella, medico dentista di 34 anni.
Giancarlo Conocchiella, dentista di Briatico, nonché giovane politico di belle speranze, fu rapito a Vibo Marina il 18 aprile del 1991. Tornerà a casa solo da morto quasi tre anni dopo, il 17 dicembre del 1996, infatti, viene ritrovato in un pozzo il suo corpo senza vita. Uno dei sequestratori, Carlo Vavalà, dopo un primo periodo di silenzio, incastrato e schiacciato dall’evidenza delle prove a suo carico, inizia a parlare. Fa nomi e cognomi. Lucidamente analizza il movente, la modalità del sequestro e il luogo della sepoltura. Ma ancor di più, Vavalà, tira fuori mandanti ed esecutori. Lo stesso descriverà gli attimi che hanno preceduto l’esecuzione. In una sua deposizione davanti ai giudici e davanti agli occhi della madre che nella disperazione grida a squarciagola «assassini», spiegherà la terribile scena: «Lo abbiamo messo in ginocchio e gli abbiamo sparato cinque colpi in testa. Poi abbiamo messo il corpo in una carriola e lo abbiamo portato in una cava». Era il 16 aprile del 1994. Ed è proprio in una cava, a Cessaniti, che il 17 dicembre del 1996 viene ritrovato in un pozzo il corpo senza vita di Giancarlo Conocchiella. Proprio come riferito dal Vavalà. Da qui, da questa confessione e dalle convinzioni dei familiari della vittima, che da sempre hanno spinto la Procura di Vibo, diretta all’epoca da Bruno Scriva, a fare luce sulla vita di Vavalà per arrivare alla verità, la chiusura del cerchio pareva essere vicina. Ma diversi intoppi e, forse, depistaggi architettati strategicamente da menti perverse interne a logiche politico-mafiose, hanno fatto sì che il sequestro Conocchiella rimanesse, dopo vent’anni, insoluto. Addirittura, il pentito Vavalà, in una sua seconda deposizione, mise sotto accusa la vita di Conocchiella, dichiarando che il dentista è stato ucciso perchè «voleva un delitto». In altre parole avrebbe assoldato, secondo la testimonianza di Vavalà, due latitanti per far fuori niente meno che Nicola Tripodi, boss reggino che, sempre secondo quella vecchia testimonianza del pentito, taglieggiava da tempo Conocchiella. Una richiesta pagata a caro prezzo. Ma chi ha avuto modo di conoscere Giancarlo Conocchiella questa eventualità non la prende nemmeno in considerazione. E poi, arrivare ad assoldare due latitanti per uccidere un boss, a cosa avrebbe portato? Non di certo alla tranquillità. La famiglia del compianto Giancarlo invoca verità, giustizia e ricordo. Chiede la riapertura del caso. Già, perché dopo anni di indagini «sommarie», tutto è finito lentamente nel dimenticatoio. Persino Vavalà è scomparso dalle scene. Gli unici liberi, e di questo ne sono certi i familiari della vittima, sono gli esecutori materiali e i mandanti, che «vivono la loro vita come se nulla fosse mai accaduto». (tratto da un articolo del 2011)



18 Aprile 1991 Napoli. Ucciso Luigi Vigorito, 36 anni, ex carabiniere, guardia giurata. Aveva tentato di fermare dei rapinatori che volevano svaligiare la banca a cui era stato assegnato.
Il 18 Aprile del 1991, a Napoli, davanti all'agenzia della banca Popolare di Napoli di via Epomeno, nel quartiere partenopeo di Pianura, è stata uccisa la guardia giurata Luigi Vigorito, 36 anni, ex carabiniere che ha sbarrato il passo a tre balordi che volevano rapinare l'istituto di credito. Uno dei tre gli ha sparato due colpi alla testa.

 


19 Aprile 1993 Capua (CE). Ucciso Luigi Iannotta, assessore comunale.
Il 19 aprile 1993, a seguito di un evento criminoso, Luigi Iannotta fu assassinato a Santa Maria Capua Vetere con numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da ignoti, che ferirono lievemente anche Dante Perrillo con cui si accompagnava. Iannotta, uno dei politici e dei professionisti più impegnati nella provincia di Caserta, giovanissimo aveva ereditato dal padre un'azienda di estrazioni di materiale calcareo che da anni dava lavoro a circa 15 famiglie del proprio paese. Infatti, benché avesse già intrapreso con amore l'attività di insegnante, si era caricato di questa nuova responsabilità, anche per non togliere il sostentamento a tante famiglie che vivevano di questo lavoro. Fu ritenuto, perciò, l'uomo giusto per salvare dalla disoccupazione circa settanta dipendenti del consorzio CO.V.IN dell'attività estrattiva in scioglimento, di cui era da poco liquidatore. Da subito gli inquirenti si orientarono verso la sua attività imprenditoriale ed apparve chiaro che Iannotta era stato vittima di un attentato dimostrativo nei riguardi di quella classe imprenditoriale che voleva sottrarsi a reiterate richieste estorsive. Con la sua morte venne distrutta l'esistenza di un'intera famiglia, lasciando nella più amara realtà la moglie Giovanna Perugino, le figlie Paola e Claudia e il piccolo Guido.
La famiglia Iannotta in seguito all'evento fece istanza di richiesta per i benefici previsti dalla legge n. 302/1990 in favore dei familiari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata di stampo mafioso, ma dal momento che le attività di investigazione non consentirono di acquisire elementi utili per la prosecuzione delle indagini, nel permanere ignoti gli autori del reato, il P.M. formulò richiesta di archiviazione accolta poi dal GIP. Fondazione Pol.i.s.)

 

20 Aprile 1995 Alessandria della Rocca (AG). Giovanni Carbone, manovale di 28 anni, ucciso perché aveva assistito ad un omicidio.
Morto perché ha visto in faccia i killer che hanno freddato con dei colpi di pistola al petto e al collo Emanuele Sadita. Giovanni Carbone, 28 anni,un passato da agricoltore del centro Alessandrino e poi impegnato come muratore nel campo dell’edilizia negli ultimi anni, non ad Alessandria della Rocca, ma a Parma. Al nord il giovane muratore si era trasferito alla ricerca di lavoro. Dalle parti di Alessandria della Rocca se ne trova poco o si resta nei campi a coltivare la terra; l’unica alternativa è al nord alla ricerca di miglior soldo. E Giovanni Carbone era un bravo giovane, una persona pulita. Aveva intenzione di trascorrere qualche giorno con i genitori, poi sarebbe dovuto tornare a Parma a continuare il suo lavoro di muratore. In contrada Cabibbi il giovane Giovanni Carbone, che ha la propria abitazione di Alessandria ad una cinquantina di metri, in linea d’aria, da quella in cui abita la famiglia di Emanuele Sadita, si sarebbe trovato per caso. A quel punto sono entrati in azione i killer e per il giovane muratore non c’è stato niente da fare. Che il giovane sia stato ucciso perché aveva visto troppo lo testimonia anche il fatto che, a differenza dell’auto di Sadita che era posteggiata in un piccolo spazio a ridosso della stradina polverosa in contrada Cabibbi, quella del Carbone è stata ritrovata con il quadro ancora acceso. (Articolo tratto da "La voce dei giovani")

 

20 Aprile 2004 Reggio Emilia. Stefano Biondi, 27 Anni, Agente Scelto della Polizia Stradale di Modena Nord, travolto intenzionalmente da un'auto di trafficanti di droga.
Venne ucciso il 20 Aprile sull’Autostrada nei pressi di Reggio Emilia, travolto da una autovettura con a bordo due trafficanti di droga che avevano rapinato un carico di cocaina ad una donna corriere della droga, nei pressi di Lodi.
Un automobilista in transito aveva assistito alla scena ed immediatamente avvisò la Polizia Stradale che cercò di bloccare i due.
Stefano Biondi, capo equipaggio di una pattuglia della Stradale, stava smontando dal servizio quando apprese via radio dell’inseguimento in corso sull’autostrada A1. Si recò anche lui all’inseguimento dell’autovettura, una Porsche, riuscendo a bloccarla. L’agente scelto Biondi scese dall’autovettura di pattuglia, pistola in pugno, cercando di bloccare i criminali, ma il guidatore dell’autovettura ripartì a fortissima velocità investendo intenzionalmente il poliziotto e scagliandone il corpo a quaranta  metri di distanza. L’ auto degli assassini si schiantò contro il guard-rail e i due trafficanti tentarono la fuga a piedi nel parcheggio di una ditta di trasporti accanto all'autostrada, dove vennero infine arrestati. In entrambi i processi il guidatore dell’autovettura venne condannato all’ergastolo mentre il complice ricevette 14 anni di carcere. (cadutipolizia.it)

 

21 aprile 1982 Torre annunziata (NA) Ucciso Luigi Cafiero, 19 anni, perché somigliava al vero destinatario delle pallottole.
Luigi Cafiero venne assassinato a Torre Annunziata in via Settetermini con undici colpi d’arma da fuoco a soli 19 anni il 21 aprile del 1982, mentre era in auto con la fidanzata. Quattro uomini armati di pistola, si avvicinarono all’auto di Luigi e gli urlarono: «Sei Antonio?». Senza attendere la risposta, esplosero contro di lui undici colpi d’arma da fuoco che lo freddarono all’istante. Solo undici anni dopo, in seguito alle dichiarazioni di un pentito è stato accertato che si trattò di un errore di persona. (Liberanet)

 

 

21 Aprile 1982 Verdesca Bellizzi (SA). Uccisi per errore Raffaele Sarnataro, Antonio Esposito e Stelo Luigi. Il raid era stato organizzato per uccidere un esponente della criminalità organizzata.
Raffaele Sarnataro, fu vittima innocente, ucciso a colpi di pistola durante un raid organizzato, il 21 aprile del 1982, in località Verdesca Bellizzi (Sa) per uccidere Lanzetta Gennaro esponente del clan Nuova Famiglia. Il Lanzetta doveva viaggiare a bordo di un'auto che invece era occupata da Sarnataro Raffaele, Esposito Antonio e Stelo Luigi che furono trucidati per mero errore, mentre viaggiano su di un'Alfa Romeo di proprietà del Sarnataro.
Antonio Esposito, gestore dell'ippodromo ad Agnano, era un uomo leale, ottimo guidatore, appassionatissimo del suo lavoro, dava il meglio di sé nelle gare, godeva stima e reputazione negli ambienti degli ippodromi sparsi sul territorio nazionale. Raffaele Sarnataro conduceva una vita umile e onesta. Si  interessava della compra-vendita di auto usate, non disponendo di alcun capitale, e che, per procacciare il necessario per sostenere la sua famiglia, frequentava l'ippodromo di Agnano al fine di farsi consegnare qualche cavallo che aveva bisogno di passeggiare su strade con fondo duro per rinforzare gli zoccoli.
I due si trovavano insieme a Bellizzi per consegnare due cavalle presso la scuderia di un medico del luogo in località "Fosso Pioppo", dopo aver lasciato le due cavalle al dottor Venosa e dopo essersi recati a Battipaglia, accompagnati dallo stesso Venosa, per acquistare dei latticini, avevano raggiunto località Verdesca per visitare un cavallo di Lanzetta che di lì a poco avrebbe dovuto garaggiare.  Dopo la visita, sebbene Lanzetta non fosse arrivato, i tre si allontanarono e usciti dalla proprietà furono assaliti dal commando.
L'omicidio si inserisce all'interno della faida tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia.
Per tale triplice omicidio sono stati rinviati a giudizio dalla Procura della Repubblica di Salerno Ascione Raffaele, Perna Clemente, Serra Giuseppe, Durantini Giovanni e Della Mura Gerardo.
Il Tribunale Ordinario di Salerno nel 2005 condanna Perna Clemente all'ergastolo, assolve Della Mura per non aver commesso il fatto ed emette  emette una sentenza di non luogo a procedere per Ascione Serra e  Durandini Giovanni.
Raffaele Sarnataro è riconoscuito  nel 2015 dal Ministrero dell'interno vittima innocente di criminalità organizzata. (Fond. Pol.i.s.)

 

21 Aprile 1990 Caraffa (CZ), ucciso Antonio Bubba Bello, impiegato nella Regione e candidato DC alle elezioni.
Potrebbe trovarsi in una delle tante pratiche che quotidianamente passavano per la sua scrivania la chiave dell'agguato ad Antonio Bubba Bello, 53 anni, l'esponente democristiano (era candidato al rinnovo del Consiglio comunale di Caraffa, Catanzaro) ucciso a colpi di lupara il 21 Aprile del 1990 mentre stava tornando a casa dopo aver accompagnato alla stazione il figlio Giovanni. Bubba Bello era il funzionario addetto al protocollo della presidenza della giunta regionale. Era l'uomo che valutava le priorità, prendeva atto delle motivazioni e numerava le delibere che dovevano giungere all'attenzione dell'esecutivo regionale e che, dopo le decisioni della giunta, venivano trasmesse all'organismo di controllo. Decine di delibere, molte riguardanti settori delicatissimi della vita dell'ente e con implicazioni di carattere economico molto rilevanti. (Tratto da La Stampa del 24/04/90)

 

Lucca Sicula (AG). Il 21 aprile 1992 fu ucciso l'imprenditore Paolo Borsellino e il 17 Dicembre suo padre Giuseppe Borsellino che stava collaborando per l'arresto degli assassini del figlio.
Il 21 aprile del 1992 Paolo Borsellino, imprenditore di Lucca Sicula (AG), venne ucciso dai killer di Cosa nostra che non erano riusciti a piegarlo alle proprie richieste. Il padre, Giuseppe, si presentò davanti ai magistrati e fece nomi e cognomi dei mandanti e degli assassini di suo figlio, facendo così anche in modo che gli inquirenti potessero ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica nell'area lucchese in quel periodo; ma il coraggio di Giuseppe non venne ripagato dallo Stato che non era lì a difenderlo il 17 dicembre del 1992, quando venne assassinato. Meno di otto mesi dopo la scomparsa del figlio.

 

21 Aprile 1993 Porto Empedocle (AG). Uccisi Angelo Carlisi e Calogero Zaffuto, pescivendoli di Grotte. Angelo Carlisi doveva essere "punito" per uno sgarbo.
Angelo Carlisi, 31 anni, e Calogero Zaffuto, 38 anni, erano due pescivendoli di Grotte. Furono ritrovati dagli agenti della Squadra mobile, all'interno di un autofurgone Fiorino in cui trasportavano alcune casse di pesce, sulla strada che collega Porto Empedocle (AG) con Maddalusa e San Leone, gravemente colpiti da numerosi colpi di arma da fuoco.
I familiari delle due vittime riferirono agli inquirenti che i loro congiunti svolgevano l'attività di venditori ambulanti e ogni mattina Zaffuto (che non aveva la licenza) accompagnava Carlisi al mercato ittico di Porto Empedocle per acquistare il pesce insieme a lui. I familiari riferirono che Carlisi aveva avuto dei contrasti per il furto della sua autovettura. Aveva comprato l'auto e preso in affitto un garage, dentro vi trovò una roulotte che voleva levare per far posto al suo mezzo. Ne nacque una controversia, ricevette anche un'intimidazione telefonica. L'ipotesi degli investigatori è che sia stato ucciso per aver fatto uno sgarbo ad un amico di Vincenzo Licata, boss del paese e amico personale di Giovanni Brusca che ospitò nella Pasquetta del 1993 nella sua casetta di campagna. [...]
Quando venne assassinato la moglie di Angelo Carlisi era incinta della terza figlia. Calogero Zaffuto aveva due figli. (Liberamente tratto dal dal libro "Senza Storia" di Alfonso Bugea e Elio di Bella)

 

22 Aprile 1990 Taranto. Angelo Carbotti, 25 anni, ucciso perchè scambiato per un boss, a cui somigliava.
A Taranto il 22 aprile del 1990 è stato ucciso Angelo Carbotti, 25 anni, in attesa di un lavoro stabile. Il killer non conosceva la sua vittima, il boss di una banda rivale, e così ha sbagliato bersaglio. Ha ucciso a colpi di pistola un innocente, che non aveva avuto mai a che fare con la malavita, e che aveva soccorso due persone coinvolte in un incidente stradale.
Angelo è stato ammazzato alle 11,30 a pochi metri dal pronto soccorso dell'ospedale civile Santissima Annunziata, dove aveva trasportato una giovane donnai e suo fratello, un boss del luogo, vittime di un incidente avvenuto alla periferia della città. Dopo averli affidati alle cure dei medici, Angelo è risalito sulla sua auto per liberare il passaggio del pronto soccorso. In quel momento è spuntato il killer. Volto scoperto, in pugno una pistola calibro 7,65, l'assassino ha prima allontanato alcune donne che sostavano dinanzi al pronto soccorso sparando ai loro piedi due colpi. Poi si è avvicinato ad Angelo e ha fatto fuoco a bruciapelo: cinque proiettili hanno raggiunto Il giovane che è morto in pochi istanti.

22 Aprile 1999 Favara (AG). Resta ucciso il piccolo Stefano Pompeo, in un agguato mafioso.
Favara (AG). Una vita spezzata a soli 11 anni. Quella di Stefano Pompeo, vittima della mafia e della barbarie umana. La tragedia di Stefano si consuma la sera di mercoledì 22 aprile 99. Il piccolo decide di accompagnare il padre, impegnato nella macellazione di un maiale da cucinare e da consumarsi nella campagna di proprietà di Carmelo Cusumano, ritenuto capo di una cosca di Favara, con altre persone. I due arrivano poco dopo le 18. Alle 20,40 Stefano decide di salire sul Fuoristrada del Cusumano, guidata da Vincenzo Quaranta, per andare a comperare il pane. E’ troppa la sua voglia di fare un giro su quella Jeep. Poco dopo, però, l’auto viene colpita da tre colpi di fucile. Stefano viene raggiunto alla testa. Arriverà già morto in ospedale. I killer sbagliano bersaglio. Credono che sull’auto vi sia proprio Carmelo Cusumano ed invece spengono la piccola esistenza di Stefano. Un delitto che suscita profonda commozione in tutt’Italia. Un anno dopo la risposta dello Stato con l’operazione Fratellanza che decima le due famiglie mafiose di Favara in guerra: quella dei Cusumano e quella dei Vetro. A Stefano Pompeo, Favara il 29 settembre 2002 intitola la villa del paese. Stefano è oggi riconosciuto vittima della mafia dallo Stato. Ed anche vittima di una società in cui il valore della vita umana, anche quella di un bambino, conta poco o nulla. Un sacrificio, quello di Stefano, che deve servire da monito. (Nota di  Televideo Agrigento del 2003)

 

24 Aprile 1998 A Cerignola (FG), Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, muoiono in un incidente stradale.
24 Aprile 1998 A Cerignola (FG), Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, muoiono in un incidente stradale. Vittime del caporalato. Erano braccianti agricole che viaggiavano su un furgone dei "caporali" stipato di lavoratori. Il caporalato è un fenomeno diffuso soprattutto in Puglia, legato al reclutamento e sfruttamento della manodopera.
Il 1° Marzo abbiamo ricordato Anna Maria Torno, 18 anni,  che morì in un incidente stradale nel 1996, era su un pulmino da 9 persone mentre le lavoratrici erano 14! Un tamponamento e Annamaria perse la vita.
Se fosse accaduto in questi ultimi anni, Incoronata, Maria Incoronata o Anna Maria avrebbero un nome straniero e il loro corpo sarebbe scomparso e non si sarebbe saputo nulla sulla loro sorte.

 

25 Aprile 1946 A San Cipirello (PA). I fratelli Giuseppe e Mario Misuraca vengono giustiziati da banditi della banda Giuliano.
25 Aprile 1946 A San Cipirello (PA). I fratelli Giuseppe e Mario Misuraca vengono giustiziati da banditi della banda Giuliano.  Avevano abbandonato la banda e avevano cominciato a collaborare con la giustizia.
Tratto da: La strage di Portella Della Ginestra
[...]  Giuliano non era meno clemente con i suoi accoliti, quando questi «non rimanevano fedeli alla banda» oppure venivano «ritenuti ‘spie’».
La sera del 25 aprile del 1946, a San Cipirello (PA), Salvatore Giuliano, con Gaspare Pisciotta, i fratelli Giuseppe e Salvatore Passatempo, e Salvatore Ferreri «Frà Diavolo», prelevarono dalle rispettive abitazioni i tre fratelli Giorgio, Mario e Giuseppe Misuraca intesi «Murtareddi» e il loro cognato Salvatore Cappello e li condussero nella piazza principale dove furono disposti uno a fianco dell’altro con le spalle al muro. Giorgio Misuraca e Salvatore Cappello compresero l’intenzione dei banditi di ucciderli e si diedero alla fuga e benché fatti segno di diversi colpi di mitra riuscirono a porsi in salvo. Misuraca rimase illeso e Cappello fu ferito ad una gamba, mentre rimasero a terra morti i fratelli Mario e Giuseppe Misuraca.

 

26 Aprile 1979 Palermo. Ucciso il metronotte Alfonso Sgroi, durante una rapina alla Cassa di Risparmio.
Alfonso Sgroi, 45 anni, era metronotte alla Cassa di Risparmio di Palermo. La mattina del 26 aprile 1979 ci fu una rapina nella banca in cui prestava servizio.  Tentò di intervenire fermando due rapinatori ma altri due complici  lo colpirono alle spalle. Scapparono lasciandolo agonizzante. Per Alfonso non ci fu nulla da fare. Lasciò una moglie e due figlie.
Facevano parte della banda dei rapinatori i mafiosi Pino Greco, detto "scarpuzzedda", e Pietro Marchese.

 

27 Aprile 1969 Altavilla Milicia (PA). Restava ucciso Orazio Costantino, carabiniere scelto, nel tentativo di arrestare gli autori di una estorsione.
Il 27 aprile del 1969 in contrada « Fiorillo » di Casteldaccia (PA), rimase ucciso in uno scontro a fuoco il carabiniere scelto Orazio Costantino, di 37 anni. Era originario di Castroreale Terme (ME) e prestava servizio presso la tenenza di Bagheria.
Egli stava partecipando, insieme con altri militari dell'Arma, ad un servizio nelle campagne di Casteldaccia per individuare i responsabili di una estorsione. II carabiniere Costantino e gli altri commilitoni erano appostati in contrada «Fiorillo» quando sono venuti in contatto con alcune persone alle quali hanno intimato di fermarsi; gli sconosciuti hanno sparato contro i carabinieri i quali hanno risposto al fuoco. Un proiettile ha colpito Orazio Costantino ferendolo gravemente. II carabiniere, che perdeva molto sangue, è stato soccorso dai compagni e trasportato al pronto soccorso di Bagheria dove è morto poco dopo, senza che i sanitari potessero fare nulla per salvarlo.

 

27 Aprile 1983 Palermo. Ucciso Gioacchino Crisafulli, appuntato dei Carabinieri in pensione. "Aveva dedicato 40 anni della sua vita a combattere la mafia e la malavita organizzata"
27 Aprile 1983 Palermo. Ucciso Gioacchino Crisafulli, appuntato dei Carabinieri in pensione. "Aveva dedicato 40 anni della sua vita a combattere la mafia e la malavita organizzata". Sembra che il suo fu un omicidio "preventivo", era "colpevole" di essersi insospettito per le manovre di un camion guidato da un "picciotto" e che trasportava casseforti piene di soldi provenienti dal traffico di droga.




27 Aprile 1996 Lucca Sicula (AG). Ucciso Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza, commerciante di arance.

Il 27 Aprile del 1996, a Lucca Sicula (AG), fu ucciso Calogero Tramuta, ex agente della Guardia di Finanza, commerciante di arance.  Il delitto, avvenuto in una pizzeria del paese, era stato commissionato perché avrebbe intralciato gli affari della società di Emanuele Radosta, titolare di un'azienda agrumicola. I contrasti sarebbero sorti su una partita di arance commercializzata in Toscana e sull'acquisto di un terreno. Radosta è lo stesso condannato a 30 anni per l'omicidio di Giuseppe Borsellino ucciso nel 1992, padre di Paolo che abbiamo ricordato il 21 aprile.

 

27 Aprile 2013 Maddaloni (CE). Rimane ucciso Tiziano Della Ratta, carabiniere di 35 anni, in uno scontro con dei rapinatori.
Due colpi di pistola al torace esplosi a bruciapelo uccidono il carabiniere Tiziano Della Ratta, 35 anni, di Sant'Agata dei Goti.
Sono circa le 16, l'appuntato Tiziano Della Ratta ed un collega, il 38enne Domenico Trombetta di Marcianise, intervengono per un sopralluogo nella gioielleria Ogm in via Ponte Carolino a Maddaloni. Le forze dell'ordine erano state allertate dal titolare insospettito da alcune persone che la mattina si erano recate al negozio. I due militari sono nel retrobottega e supervisionano i filmati delle telecamere a circuito chiuso quando fanno il loro ingresso in negozio due uomini ed una donna che, armi in pugno, intimano alla commessa di consegnare il denaro. I due carabinieri intervengono, si innesca un conflitto a fuoco. Uno dei killer colpisce a morte Della Ratta , Domenico Trombetta viene raggiunto da 5 proiettili che lo feriscono ad una gamba e all'addome. Intanto sul posto sopraggiungono i rinforzi e la sparatoria prosegue per strada. Rimangono feriti anche due dei rapinatori, la donna Vincenza Gaglione, 30 anni di Secondigliano e Angelo Covato,18 anni di Napoli, il terzo rapinatore ed un complice che attendeva in auto, fuggono a bordo di un'auto bianca. Viene colpito di striscio anche un cliente , Francesco Anastasio, presente in gioielleria. La sua testimonianza e quella del titolare del negozio e della figlia permettono agli inquirenti del Reparto Operativo dell'Arma, coordinati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, di ricostruire la vicenda. L'autopsia stabilirà che Della Ratta è stato ucciso da un solo colpo al cuore. (Fondazione Pol.i.s.)

 

28 Aprile 1921 Piana dei Greci (PA). Ucciso Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese.
La sera del 28 aprile del 1921 a Piana dei Greci (PA) fu ucciso in un agguato mafiosoVito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini del paese.
"A casa l'aspettavano la moglie Rosaria Talento e i figli Giovanni di 11 anni, Antonina di 9 anni, Serafina di 7 e Rosa Lussemburgo (in onore di Rosa Luxemburg, mitica dirigente socialista trucidata a Berlino dai militari tedeschi nel 1919) di appena 2 anni.
Aveva appena 45 anni. Un classico omicidio di mafia, perpetrato contro un dirigente contadino, in un comune dove la sinistra aveva da tempo radici solide. E neanche questo sembrò una novità. In quel primo dopoguerra, infatti, durante il famoso «biennio rosso», che fu operaio al Nord e contadino al Sud, e negli anni immediatamente successivi, tanti altri dirigenti sindacali e politici di orientamento socialista erano stati trucidati dalla mafia e dal padronato agrario ed industriale. Per tutta la notte il corpo di Vito Stassi fu lasciato riverso sul selciato, dove venne vegliato dalla famiglia e da un nutrito gruppo di contadini,in attesa della perizia dell’autorità giudiziaria, che si fece solo nella mattinata del giorno successivo. Solo a quel punto, la salma del dirigente socialista fu ricomposta nel salone della sede del Partito socialista, in via Kastriota."  (da La Sicilia Art. di Dino Paternostro)

 

28 Aprile 1983 Domenico Celiento, Brigadiere dei Carabinieri, viene ucciso in un agguato sulla circonvallazione esterna di Napoli.
Domenico Celiento, brigadiere dei carabinieri fu ucciso in un agguato, avvenuto sulla Circumvallazione esterna di Napoli,  il 28 aprile del 1983. Il giovane carabiniere lasciò la moglie e due figli, Maria di 4 anni e Lucia di appena 12 mesi. Il militare, che prestava servzio presso la compagnia Stella, era da tempo impegnato in una serie di indagini sulle estorsioni ai commercianti.

 

 

28 Aprile 1984 Selinunte (TP) Vincenzo Vento, ambulante, aveva chiesto un passaggio al vero obiettivo dell'attentanto
Vincenzo Vento, ucciso a Selinunte (TP) il 28 aprile 1984, mentre si trovava a bordo della macchina di un mafioso, vero obiettivo dell’attentato, a cui inconsapevolmente aveva chiesto un passaggio.  (Liberanet.org)

 

 

30 Aprile 1924 Piana degli Albanesi (PA). Antonino Ciolino fu l'ultimo dirigente delle lotte contadine a venire ucciso dalla mafia di Piana dei Greci (odierna Piana degli Albanesi, PA). Per il suo omicidio non è mai stato trovato un colpevole.
Era un contadino. Il suo omicidio avvenne nell’aprile del 1924 e può essere inquadrato nell’ambito della battaglia contadina per la lotta al latifondo. Fu l'ultimo dirigente delle lotte contadine a venire ucciso dalla mafia di Piana dei Greci (odierna Piana degli Albanesi, PA). Per il suo omicidio non è mai stato trovato un colpevole.




30 Aprile 1982 Palermo. Uccisi in un agguato Pio La Torre, deputato del PCI, e Rosario Di Salvo, suo collaboratore.
Il 30 Aprile 1982 a Palermo furono uccisi in un agguato Pio La Torre, deputato del PCI, e Rosario Di Salvo, suo collaboratore.
"Alle 9,20, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito. Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili.  Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
Poco dopo l'omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Il delitto venne però indicato dai pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo e Pino Marchese come delitto di mafia: La Torre venne ucciso perché aveva proposto il disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi. Dopo nove anni di indagini, nel 1995 vennero condannati all'ergastolo i mandanti dell'omicidio La Torre: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci" (Wikipedia)




30 Aprile 2014 Perugia. Muore in ospedale il Commissario Roberto Mancini per un linfoma non-Hodgkin causato dal contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa in Campania.
Roberto Mancini (Roma, 1961 – Perugia, 30 aprile 2014) è stato un poliziotto italiano.
È conosciuto per essere stato il primo poliziotto che con la sua squadra ha indagato sullo sversamento illegale di rifiuti speciali e tossici nei territori della Campania, che verranno poi indicati come terra dei fuochi, e sulle attività della camorra collegate.
La sua più importante attività è legata ad indagini sulla camorra e traffico di rifiuti. A partire dal 1994, insieme alla sua squadra, comincia a svolgere delicate indagini sul clan dei Casalesi, fino a produrre una preziosa informativa che nel 1996 consegna alla direzione distrettuale antimafia di Napoli. L'indagine vede coinvolto l'avvocato Cipriano Chianese principale intermediario tra le aziende e i Casalesi nello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi nelle discariche abusive tra Caserta e Napoli.
Dopo diversi anni, durante i quali le indagini vengono ostacolate e lo stesso Mancini trasferito, il pubblico ministero Alessandro Milita, riapre le indagini, convocando Mancini a testimoniare nel processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere in Campania. Il procedimento, ora in Corte di assise, inizia nel 2011 e vede tra i principali imputati il "broker dei rifiuti", ovvero l'avvocato Cipriano Chianese. Tra il 1998 e il 2001 Mancini collabora con la Commissione rifiuti della Camera, svolgendo numerose missioni in Italia e all'estero.
Il contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa lo porta a contrarre il linfoma non-Hodgkin, che gli viene diagnosticato nel 2002. Morirà il 30 aprile 2014, lasciando la moglie e una figlia; ai funerali, che si tennero Roma presso la basilica di San Lorenzo al Verano, parteciparono numerosi rappresentanti della Polizia di Stato, ed anche il parroco di Caivano Don Maurizio Patriciello.
A seguito della certificazione del comitato di verifica del Ministero delle Finanze, attestante che il suo tumore del sangue dipende da "causa di servizio", gli viene riconosciuto un indennizzo di 5.000 euro, giudicati dal Mancini stesso insufficienti anche per il rimborso delle sole spese mediche.
Nel settembre 2014, in seguito a manifestazioni, petizioni, l'impegno di alcuni amici, della famiglia e di alcuni parlamentari, a Roberto Mancini viene finalmente riconosciuto lo status di “vittima del dovere” che certifica la connessione tra la malattia e il servizio prestato riconoscendo il suo importantissimo lavoro e il sostegno alla sua famiglia. (it.wikipedia.org)

 

 

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

Leggi tutto...
 
Le Vittime che commemoriamo, mese: MAGGIO PDF Stampa E-mail

 

1 Maggio 1947 La Strage di Portella della Ginestra (Palermo). 11 morti e una trentina di feriti a cui aggiungiamo 3 morti avvenute successivamente a causa delle ferite.
Il primo maggio 1947 i primi lavoratori a raggiungere Portella della Ginestra furono quelli di San Giuseppe Jato e San Cipirello, al canto di inni proletari e tra lo sventolio di bandiere rosse. Solo dopo alcuni minuti, quando sopraggiunse il corteo da Piana, più numeroso e disciplinato, i dirigenti contadini dei tre comuni salirono sul «Sasso Barbato», l’antico podio costituito da una roccia completata con la costruzione di un muro a secco, per pronunciare i propri discorsi, senza attendere, come l’anno precedente, l’oratore ufficiale Francesco Renda, giovane dirigente della Federterra. Prese per primo la parola il segretario della sezione del partito socialista di San Giuseppe Jato: il calzolaio Giacomo Schirò, originario di Piana degli Albanesi. Appena Schirò pronunciò le prime frasi Giuliano nascosto a più di 500 metri tra i sassi della montagna Pizzuta diede inizio all’agguato sparando con la mitragliatrice Breda 30. Seguirono gli altri banditi che fecero esplodere colpi di fucile e di mitra. La maggior parte dei manifestanti notò che i colpi sparati provenivano dalle pendici del monte Pelavet e «precisamente da quella parte che è conosciuta con la denominazione di ‘Pizzuta’ per la conformazione del monte: rocce appuntite», ma credette in un primo momento che si trattasse di mortaretti fatti esplodere per «dare maggiore colore alla festa», ma solo dopo che furono notati, ai margini della folla, dei quadrupedi uccisi o feriti; e  attorno al podio furono viste delle persone cadere a terra sanguinanti, si capì che non si trattava di mortaretti, ma di colpi d’arma da fuoco. A quel punto la folla, presa dal panico, si diede ad un fuggi fuggi generale in cerca di un qualunque riparo che la potesse sottrarre ai micidiali colpi che provenivano dalla Pizzuta. Molti trovarono riparo lungo il cunettone che fiancheggiava la strada che mette in comunicazione Piana con San Giuseppe Jato, altri dietro le rocce che a Portella in quel tempo abbondavano, altri ancora preferirono semplicemente distendersi a terra. La sparatoria iniziata verso le 10.30 durò poco più di dieci minuti e «finiti gli spari, a gran voce, ognuno chiamò i propri congiunti ed insieme od anche isolatamente, si avviarono per far ritorno al proprio paese, utilizzando, a tale scopo, ogni mezzo. I feriti furono raccolti e con carri, carretti, biciclette, quadrupedi, furono accompagnati a Piana degli Albanesi o a San Giuseppe Jato, donde furono avviati verso Palermo per farli ricoverare negli ospedali della città.Il bilancio di quella giornata, che doveva essere di festa, fu il seguente: undici i morti trovati sul terreno, ventisette i feriti più o meno gravemente».
Persero la vita: Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Vito Allotta, Serafino Lascari, Francesco Vicari, Vincenza La Fata, Giovanni Grifò, Giuseppe Di Maggio, Castrenze Intravaia e Filippo Di Salvo, mentre rimasero feriti da colpi d’arma da fuoco: Giorgio Caldarella, Giorgio Mileto, Antonino Palumbo, Salvatore Invernale; Francesco La Puma; Damiano Petta; Salvatore Caruso; Giuseppe Muscarello; Eleonora Moschetto; Salvatore Marino; Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello; Pietro Schirò; Provvidenza Greco, Cristina La Rocca; Marco Italiano; Maria Vicari, Salvatore Renna, Maria Calderera, Ettore Fortuna, Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Pardo, Antonina Caiola, Castrenza Ricotta, Francesca Di Lorenzo e Gaetano Di Modica. Ai dati ufficiali, desunti dalle sentenze di Viterbo e Roma, vanno aggiunti la dodicesima vittima Vita Dorangricchia da Piana degli Albanesi, che morì nove mesi dopo il 31 gennaio 1948 in conseguenza del tragico eccidio (Ai familiari di Vita Dorangricchia la Regione siciliana corrispose un sussidio straordinario di diecimila lire perché fu riconosciuto che la morte della giovane avvenne «in conseguenza dei fatti verificatesi a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947». Antimafia, Portella della Ginestra, doc. XXIII, n. 24, 1999, Eccidio di Portella della Ginestra, Il Presidente della Regione Siciliana al sig. Prefetto di Palermo, Palermo, 21 luglio 1949, p. 114.), e tre feriti: Michelangelo Castagna, Vincenzo Cannavò e Giorgio Bovì, colpito di striscio ad una gamba da un proiettile. (Fonte: cgil.it/Archivio/EVENTI)

1 Maggio 1984 Giffone (RC). Sequestrato Alfredo Sorbara, 35 anni, ruspista, fratello del sindaco del paese
Erano le 14 del primo maggio del 1984 quando Alfredo Sorbara, 35 anni, di Giffone, piccolo paese in provincia di Reggio Calabria ai piedi dell’Aspromonte, venne sequestrato mentre si trovata in compagnia dì un amico, che nell’occasione venne “risparmiato”.
Subito gli inquirenti iniziarano le ricerche dopo che l’amico di Sorbara era riuscito a scendere in paese. Tuttavia, il corpo non fu mai ritrovato e sembra essere calato il buio sulla vicenda con i familiari della vittima che non hanno avuto più notizie.



1 Maggio 1992 Strage di Acerra (NA). Cinque morti, tra cui una donna incinta e un ragazzino di 15 anni, Pasquale Auriemma, che era lì perché ospite della famiglia. Vittime innocenti di una vendetta trasversale.
Pasquale Auriemma è ospite in casa di Vincenzo Crimaldi che malauguratamente ha una parentela con  il capo-zona dell'omonimo clan e che è obiettivo di una vendetta trasversale.
Due killer a volto scoperto, fanno irruzione nella modesta abitazione di campagna di  Vincenzo Crimaldi e a colpi di pistole e mitragliette massacrano l'uomo, la moglie Emma Basile, il figlio Silvio e la figlia Livia incinta al quinto mese di gravidanza.
A cadere sotto i colpi dei killer anche il giovane innocente Pasquale Auriemma, 15 anni.
A ventiquattro ore dall'accaduto viene fermato Clemente Canfora, cognato del latitante Mario Di Paolo, capo-clan ideatore dell'eccidio. Responsabile dell'accaduto anche Luigi Villanova, poi ucciso.
Pasquale Auriemma è riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata dal Ministero dell'Interno. (Fond. Pol.i.s.)

 

3 Maggio 1982 Reggio Calabria. Gennaro Musella, stimato professionista, ucciso dilaniato dall'esplosione della sua autovettura.
Ingegnere salernitano, Gennaro Musella aveva trasferito in Calabria la sua azienda perché impegnato in lavori di opere marittime. Era un professionista stimato, un uomo semplice.
Viene ucciso a Reggio Calabria il 3 maggio 1982, dilaniato dall'esplosione della sua autovettura. Da allora la sua famiglia cerca giustizia.
L'ombra della Sicilia "senza sole" si affaccia anche sul delitto Musella che fu inquadrato nell'assegnazione dell'appalto per il porto di Bagnara Calabra, le cui gare furono vinte prima e dopo, dai famosi "cavalieri del lavoro" di Catania, Costanzo e Graci.
I carabinieri del nucleo operativo di Reggio Calabria, in un rapporto all'autorità giudiziaria, denunciarono per quell'appalto un'associazione tra la 'ndrangheta calabrese e la mafia catanese, rispettivamente guidate dai boss Paolo de Stefano e Nitto Santapaola; nell'elenco comparivano anche nomi di imprenditori, politici e funzionari del genio civile di Reggio Calabria. Al delitto Musella lo Stato non ha mai dato una risposta. Il caso fu archiviato nel 1988 contro ignoti per essere riaperto poi dalla DDA nel 1993. L'inchiesta malgrado portata a termine dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Salvatore Boemi unitamente alla criminalpol, non ha avuto alcun seguito, non essendo mai stato celebrato un processo. La giustizia rimane sepolta da strati di polvere tra le carte ingiallite di un vecchio fascicolo, mentre le imprese mafiose continuano a giudicarsi gli appalti, le tangenti sono sempre in rigore così come l'alleanza tra mafia e 'ndrangheta.
E' stato riconosciuto vittima innocente della 'ndrangheta solo nel 2009. Si conclude quindi con una vittoria la battaglia che da anni combatte sua figlia, Adriana Musella, impegnata ad animare il movimento antimafia Riferimenti - che ha avuto come presidente un uomo prestigioso come il giudice Antonino Caponnetto - che ogni anno organizza la manifestazione "La Gerbera gialla" per gli studenti di tutta Italia. A Gennaro Musella la città di Reggio Calabria ha dedicato recentemente una strada. (Stop 'ndrangheta.it)

3 Maggio 2005 Napoli. Ucciso Emilio Albanese, pensionato vittima di una rapina.
È stato avvicinato da due rapinatori sotto casa, in una zona affollatissima del centro cittadino, ed è stato ucciso con un colpo alla testa: così è morto  nel capoluogo campano Emilio Albanese, ingegnere in pensione di 69 anni, padre della compagna di Jacopo Fo e dunque consuocero di Dario Fo. Il premio Nobel ha commentato la vicenda con emozione: "È stata una tragedia, lo hanno ucciso", ha detto. Tutto è successo  intorno alle 10,30 del 3 maggio 2005. L'uomo aveva appena ritirato una notevole somma (circa 3.300 euro) dalla sede Bnl di via Toledo, e stava rientrando nella sua abitazione di via Santa Maria di Costantinopoli, quando è stato raggiunto da due sconosciuti, nell'androne del civico 89. I malviventi l'hanno colpito per impossessarsi dei soldi, per poi fuggire a bordo di un motorino. (Fondazione Pol.i.s.)

 

4 Maggio 1977 Napoli. Pasquale Polverino, 23 anni, cameriere, viene ucciso durante una rapina nel ristorante in cui prestava servizio.
Pasquale Polverino  è morto il 4 maggio 1977 a Napoli, durante una rapina.
Pasquale era cameriere presso il ristorante "La Taverna del Ghiotto" al Corso Vittorio Emanuele (oggi non esiste più). In tre entrarono nel ristorante per rapinare i clienti e il proprietario. A seguito della reazione di alcuni clienti partirono dei colpi e uno di questi colpì a morte Polverino.
Dopo 15 giorni gli esecutori furono arrestati.
Polverino lasciò la moglie e 2 figli in tenera età. (Fondazione Pol.i.s.)

 

4 Maggio 1980 Monreale (PA) Ucciso il Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, impegnato in indagini sulla mafia della zona, soprattutto attraverso accertamenti bancari.
Emanuele Basile, 30 anni, capitano dei Carabinieri, sposato e padre di una bimba di quattro anni fu ucciso dalla mafia il 4 maggio del 1980 mentre passeggiava con la moglie e la sua piccola tra le braccia.
Si era impegnato in indagini sulla mafia della zona, soprattutto attraverso accertamenti bancari. Subito dopo l'omicidio furono arrestati i mafiosi Armando Bonanno, Giuseppe Madonia, figlio del capomafia Francesco, e Vincenzo Puccio, che dichiararono di trovarsi nelle campagne di Monreale per un appuntamento galante. Prima assolti, poi condannati all'ergastolo, dopo vari annullamenti da parte della Cassazione, la sentenza definitiva arrivò dopo nove anni dal delitto. Nel frattempo sia Puccio che Bonanno furono uccisi.

4 Maggio 1985 Taurianova (RC). Ucciso Antonino Vicari, giovane imprenditore di 30 anni. Vittima del racket

5 Maggio 1921 Piana dei Greci (PA). Uccisi Giuseppe e Vito Cassarà, militanti socialisti
Giuseppe e Vito Cassarà,erano due fratelli che svolgevano l’attività di dirigenti socialisti nella Piana degli Albanesi. Il 5 maggio 1921 vennero uccisi dalla criminalità locale.

5 Maggio 1960 Termini Imerese (PA). Scompare Cosimo Cristina. Venne ritrovato cadavere due giorni dopo. Il suo delitto rimase impunito e archiviato come "suicidio".
Gli atti processuali parlano di suicidio. La storia di Cosimo Cristina invece è quella di un giornalista attento, scrupoloso e coraggioso, ucciso dalla mafia in una Sicilia immobile e silenziosa. Cronista e corrispondente di numerosi quotidiani come L’Ora, ma anche testate nazionali come Il Giorno di Milano, l’agenzia Ansa, Il Messaggero di Roma e Il Gazzettino di Venezia, Cristina muore il 5 maggio del 1960 a soli 24 anni. Il suo corpo viene trovato dilaniato con il cranio sfondato sui binari ferroviari di Terme Imerese, a pochi chilometri dal capoluogo siciliano.
Cosimo Cristina raccontò la mafia in anni in cui nessuno osava nemmeno nominarla. Non era ancora stata istituita la prima Commissione parlamentare antimafia del dopoguerra quando egli scriveva di quel sistema di poteri, collusioni, privilegi che governava l’isola e le città sovrastate dalle Madonie. Lo faceva con il piglio dell’intellettuale, lo slancio che hanno i giovani sotto i trent'anni e la professionalità di un giornalista d’esperienza, nonostante la giovane età.

5 Maggio 1971 Palermo. Ucciso in un agguato il magistrato Pietro Scaglione e il suo autista Antonio Lo Russo.
Pietro Scaglione (Palermo, 2 marzo 1906 – Palermo, 5 maggio 1971) è stato un magistrato italiano.
Fu assassinato in via dei Cipressi a Palermo il 5 maggio 1971 mentre era a bordo di una Fiat 1300 nera insieme al suo autista Antonio Lo Russo. Scaglione era stato da poco destinato a Procuratore Generale di Lecce. L'assassinio del procuratore della repubblica di Palermo, Pietro Scaglione, 65 anni, si può considerare il primo omicidio eccellente compiuto in Sicilia dopo quello di Emanuele Notabartolo del 1893. Il magistrato era uscito dal cimitero dove era andato a pregare sulla tomba della moglie Concettina Abate. Furono usate le classiche tecniche di delegittimazione dell'ucciso: cioè che fosse colluso, che insabbiasse le inchieste , invece era vero tutto il contrario. Fu Tommaso Buscetta a chiarire le motivazioni dell'omicidio (Leonardo Vitale, primo pentito di mafia non fu mai creduto). Colui che decise l'omicidio fu Luciano Liggio che eseguì l'omicidio insieme a Totò Riina. Il potere mafioso era passato in mano al gruppo dei corleonesi. (Wikipedia)

5 Maggio 1990 Casalnuovo (NA). Resta ucciso per errore Pasquale Feliciello, 50 anni.
Pasquale Feliciello, 50 anni, padre di nove figli, impiegato presso la ASL di Napoli, rimase ucciso il 5 Maggio del 1990 fuori di un circolo ricreativo di Casalnuovo, dove risiedeva, perché si trovava nelle vicinanze di un pregiudicato contro cui era diretto il raid criminale.
I figli, che avevano perso la mamma due anni prima, hanno dovuto subire le dicerie infamanti del paese, la perquisizione dei carabinieri in casa, alla ricerca di armi, il telefono sotto controllo.
C'è voluto del tempo ma alla fine la famiglia ha avuto giustizia: Pasquale Feliciello è stato dichiarato vittima innocente della camorra.

 

6 Maggio 1986 Messina. Viene ucciso Nino D'Uva, 61 anni avvocato penalista, uno dei difensori nel maxiprocesso di Messina. Condannato a morte perché la sua difesa ritenuta troppo blanda e, forse, per essersi rifiutato di difendere un boss calabrese.
Nino D'Uva era uno degli avvocati penalisti più in vista di Messina. Ben 13 imputati al Maxiprocesso lo avevano scelto come avvocato difensore. Il 6 maggio 1986 al terzo piano di Palazzo D'Alcontres, in via San Giacomo, viene ucciso da un killer che, anni dopo, una serie di pentiti dichiareranno essere Placido Calogero, un ragazzo di 19 anni.
"La tesi dell’esecuzione è quella di sempre, sussurrata e mai fino ad allora provata: un segnale inequivocabile e devastante soprattutto agli avvocati, che i clan giudicavano troppo poco impegnati, “molli” al maxiprocesso del 1986. E’ il primo eclatante atto della “strategia del terrore” decisa proprio dalle gabbie di Gazzi dal padrino Costa per influenzare tutto e tutti, giudici e avvocati, mutuando le parallele strategie di Cosa nostra palermitana di quegli anni.
Passa quasi un anno e alla prima spiegazione tutta messinese si salda un’altra causale altrettanto credibile, quella calabrese. Il 15 giugno 1994 il gip di Catania Antonino Ferrara firma un’ordinanza di custodia cautelare per il capo bastone della ’ndrangheta Natale Iamonte, che all’epoca ha 67 anni, l’ex macellaio di Melito Porto Salvo che è diventato ricco iniziando a fare soldi con gli appalti pubblici destinati allo sviluppo della Calabria. [...] In questo caso a parlare è un altro pentito storico, il calabrese Pasquale Barreca, che racconta all’allora sostituto della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Verzera, messinese, di avere appreso tutto da un nipote del vecchio capomafia mentre erano insieme in cella. L’ordine Iamonte lo ha dato dalla sua cella, dopo aver subito una condanna a 7 anni come capo della ’ndrina di Melito Porto Salvo davanti al tribunale di Reggio Calabria presieduto dal giudice Agostino Cordova. S’era fatto l’idea che le cose sarebbero andate diversamente perché in quel processo uno dei magistrati impegnati era Melchiorre Briguglio, il genero dell’avvocato D’Uva, e i suoi parenti erano “scesi” a Messina per parlare con il penalista chiedendogli di assumere la difesa, un’offerta respinta al mittente. Da quel momento insieme a Costa e Barreca dell’esecuzione parlano in tanti, ma l’impianto della due causali pur con alcuni distinguo, soprattutto di Costa, regge.

 

7 Maggio 1991 Porto Empedocle (AG). Resta ucciso Antonino Iacolino, titolare di una bar, insieme ad un uomo di Cosa nostra.
7 Maggio 1991 Porto Empedocle (AG). Resta ucciso Antonino Iacolino, 40 anni, titolare di una bar. Lo freddarono i colpi di pistola che avrebbero dovuto raggiungere Salvatore Albanese, un uomo di mafia.
Iacolino era in compagnia di Albanese per averlo rivisto dopo un lungo periodo di assenza dovuto a un provvedimento giudiziario. Lo aveva incontrato e stava scambiando poche chiacchiere, i soliti convenevoli. Solo la fortuna ha voluto che non si contassero altre vittime. I due killer non risparmiarono piombo e nella fretta di portare a termine l'azione di morte colpirono anche una donna rimasta ferita a un piede.


8 Maggio 1947 Partinico (PA) Uccisione di Michelangelo Salvia, dirigente della Camera del Lavoro.
Michelangelo Salvia, nato il 9 aprile 1913, fu assassinato l’8 maggio 1947, a una settimana della strage di Portella.
Sulla sua tomba leggiamo:

barbaramente ucciso da una mano sopraffattrice
per chiudere la bocca
portatrice di verità insopprimibile
su tutti gli uomini che soffrono
I buoni e onesti cittadini lo ricordano
fulgido esempio di onesto lavoratore
Cosa abbiamo raccolto?

“Michelangelo Salvia fu ucciso con dei colpi di arma da fuoco sparatigli in bocca perché Michelangelo non aveva peli sulla lingua. La gente parlava , lo stato era omertoso e depistava …”  (Giuseppe Casarrubea)

 

8 Maggio 1982 Porto Empedocle (AG). Giuseppe Lala, Domenico Vecchio e Antonio Valenti uccisi sul posto di lavoro
“Era accaduto che i Traina avevano aperto uno stabilimento di frantumazione di inerti a Cattolica, sul fiume Verdura. Questa ingerenza infastidì Pietro Marotta, uomo d’onore di Ribera, proprietario di un analogo impianto e cugino di Carmelo Colletti (figli di fratello e sorella) che decise di intervenire inviando sul posto il gruppo raffadalese di Lauria. I killer si appostarono dietro un silos carico di cemento in polvere e spararono non appena videro arrivare i tre malcapitati: morirono sul colpo e senza scampo per essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Dopo un giorno di lavoro stavano facendo rientro a casa, invece li raggiunse una scarica di fuoco e pallettoni. Lala, Vecchio e Valenti, come tutte le vittime innocenti di mafia, sono stati poi uccisi dal silenzio e dimenticati. Per i loro familiari è stato un doppio dramma: difficile superare il dolore della perdita, ma molto più ardua sarà stata l’impresa di doversi confrontare con un clima di sospetti investigativi che hanno immerso nel grigiore la strage e le sue vittime. Un contesto che ha posto sullo stesso piano “lupi e agnelli”, e per lunghi anni alle famiglie delle vittime innocenti è mancato anche il sostegno dello Stato: sia morale che economico. Il figlio di Lala è dovuto emigrare in Germania per trovare lavoro, lo stesso ha fatto il primogenito di Domenico Vecchio che, quando il suo petto venne attraversato dal piombo infuocato sparato dai killer, stava andando a casa dalla moglie incinta. Quel piccolo in grembo non ha mai conosciuto padre, né lo Stato lo ha fatto sentire meno solo. Soltanto vent’anni dopo gli è stato offerto un lavoro, le pratiche sono in corso di espletamento. Una mano tesa, finalmente! Tutto grazie agli arresti dell’operazione Akragas ed alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Grazie a loro le acque dei sospetti si sono definitivamente divise e per le mogli ed i figli di Lala,Vecchio e Valenti è arrivata finalmente la giustizia.”  Tratto da: "Mister Settecasi, boss dei due mondi, Genealogia mafiosa fino ai nostri giorni" -  Centro Pasolini Libri on.line

8 Maggio 1998 Oppido Mamertina (RC) restano uccisi Mariangela Anzalone 9 anni e il nonno Giuseppe Bicchieri, 50 anni. Una famiglia distrutta perché si trovava a passare per caso dal luogo di un agguato.
Una famiglia distrutta solo per una terribile coincidenza.
Mariangela Ansalone (9 anni) e il nonno Giuseppe Bicchieri (54 anni) restarono Uccisi ad Oppido Mamertina l'8 maggio 1998 perché passavano casualmente in automobile davanti ad un negozio dove si era appena consumato un duplice omicidio legato alla faida che in quegli anni stava insanguinando il paesino aspromontano e, a quel momento contava già 50 morti.
Giuseppe, insieme alla moglie, stava riaccomopagnando a casa la figlia e i suoi due nipotini, quando i killer, uscendo dal negozio videro l'auto, simile a quella di un famigliare dei due appena uccisi, e scaricarono contro di essa le loro armi. Nonno Bicchieri e Maria Angela rimasero uccisi sul colpo, la moglie Annunziata, la figlia Franca e l'altro bambino, Giuseppe di otto anni, ridotti in fin di vita.


9 Maggio 1978 Cinisi (PA). Peppino Impastato è stato ucciso, dilaniato da una bomba piazzata sulla ferrovia Palermo-Trapani.
Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino, è stato un giornalista, attivista e poeta italiano, noto per le sue denunce contro le attività mafiose a seguito delle quali fu assassinato, vittima di un attentato il 9 maggio 1978.
Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa.[...] Ancora ragazzo rompe con il padre, che lo caccia di casa, ed avvia un'attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino L'idea socialista e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi, partecipa, con ruolo di dirigente, alle attività dei gruppi comunisti. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.
Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1976 fonda Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti (spesso chiamato "Tano Seduto" da Peppino), che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale; col suo cadavere venne inscenato un attentato, atto a distruggerne anche l'immagine, in cui la stessa vittima apparisse come attentatore suicida, ponendo una carica di tritolo sotto il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. [...]
La matrice mafiosa del delitto viene individuata grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Impastato (1916 - 2004), che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa e grazie anche ai compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, fondato a Palermo nel 1977 da Umberto Santino e dalla moglie Anna Puglisi e dal 1980 intitolato proprio a Giuseppe Impastato. Sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene quindi riaperta l'inchiesta giudiziaria. […]. Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent'anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. (Tratto da Wikipedia)


9 Maggio 1990 Palermo. Ucciso Giovanni Bonsignore dirigente superiore della Regione Siciliana. Si era opposto alla concessione di un finanziamento "illegittimo" chiesto da un consorzio agroalimentare.
Giovanni Bonsignore fu dirigente superiore dell'assessorato regionale della cooperazione, del commercio e pesca della Regione Siciliana. Il funzionario pagò con la vita la sua intransigenza e il profondo rigore applicato quotidianamente al suo lavoro. Non si era mai voluto piegare a direttive che contrastavano con la legge e per questo era stato trasferito ad un altro ramo dell'amministrazione. Da dirigente dell'assessorato alla Cooperazione aveva ostacolato la creazione del consorzio agroalimentare , un organismo costato miliardi, recuperati da capitoli di bilanci che egli sosteneva fossero destinati ad altre spese. Aveva preparato una relazione molto dettagliata nella quale sosteneva che secondo le leggi regionali e statali in vigore, il finanziamento predisposto dalla Regione Siciliana di circa 38 miliardi era illegittimo. Fu assassinato il 9 maggio 1990 alle 8.30 a Palermo in Via Alessio Di Giovanni, appena uscito di casa dopo aver acquistato un quotidiano. Qualche anno dopo la sua morte furono confermate le sue accuse, sia i fatti di cronaca giudiziaria sia il fatto che la Regione Siciliana avrebbe cambiato nel 1993 la normativa riguardante i finanziamenti che egli criticava con l'autorevolezza di giurista preparato e rigoroso. Nel 1991 fu insignito della medaglia d'oro al valore civile alla memoria. (Wikipedia)

 

13 Maggio 1986 Palermo. Uccisione di Francesco Paolo Semilia, imprenditore edile

 

14 Maggio 1993 Vibo Valentia Uccisione del commerciante Nicola Remondino
Nicola Remondino, 30 anni, proprietario di un bar, ucciso la sera del 14 maggio 1993 nella frazione Porto Salvo di Vibo Valentia, paga con la vita alcuni screzi con giovani del paese. Ha finito di lavorare nel suo bar, sistema tutto, esce, abbassa la serranda. Proprio in quel momento una persona lo sorprende alle spalle e gli spara due colpi di fucile caricato a pallini.

 

15 Maggio 1985 Verona. Si è suicidato Marco Padovani, 28 anni. Era stato rapito il 13 Dicembre del 1982 e tenuto segregato, al buio, fino al 23 Maggio del 1983, in una grotta sull'Aspromonte. Suicidio per mafia.
Marco Padovani aveva 26 anni, quando il 13 Dicembre del 1982 era stato rapito da un commando a Brendola (VI), davanti all'industria di laterizi del padre, e portato in Calabria, tenuto in prigionia in una grotta sull'Aspromonte, sensa poter parlare con qualcuno o vedere la luce, se non quella di un flash per una foto poi fatta recapitare ai genitori. Era stato liberato il 23 Maggio dell'anno successivo. Aveva cercato di riprendere a vivere ma non ce l'ha fatta. A pochi giorni dall'anniversario della sua liberazione, il 15 Maggio 1985, si è tolto la vita lasciando questo messaggio: "Non credevo che l'esaurimento nervoso fosse una bestia così brutta. Vado a cercare la pace in un altro mondo, vado a Bardolino: un posto che come nessun altro mi ha dato pace"

 

16 Maggio 1911 Santo Stefano Quisquina (AG). Uccisione di Lorenzo Panepinto, insegnante, dirigente del movimento contadino e del Partito socialista. Ucciso dalla mafia per la sua attività politica contro lo sfruttamento dei braccianti e dei contadini.
Lorenzo Panepinto nato a Santo Stefano Quisquina, comune siciliano in provincia di Agrigento, il 4 gennaio 1865 da Federico ed Angela Susinno, fu un maestro elementare ed un artista: una sua grande passione, infatti, era la pittura; l'altra era la politica. La cominciò a praticare dal 1889: in tale anno fu eletto consigliere comunale nel gruppo dei democratici mazziniani, mettendo in minoranza il gruppo fino ad allora predominante dei liberal-moderati. Questi ultimi reagirono con veemenza, facendo sciogliere il consiglio comunale ed insediando il regio commissario Roncourt: tuttavia egli, nonostante la condotta partigiana, non riuscì ad impedire una seconda sconfitta dei conservatori nelle elezioni svoltesi nel mese di agosto 1890. Il governo del marchese Antonio di Rudinì commissariò nuovamente il comune e Lorenzo Panepinto si dimise per protesta, dedicandosi solamente all'insegnamento e alla pittura.
Successivamente si sposò e si trasferì a Napoli; al ritorno in Sicilia (1893), notò lo stato di subbuglio causato dal movimento dei Fasci siciliani. Decise pertanto di fondare il Fascio di Santo Stefano Quisquina, sciolto dopo appena pochi mesi dal governo del riberese Francesco Crispi, che represse tutti i Fasci dell'isola. Negli stessi anni aderisce al Partito Socialista Italiano. In seguito fu licenziato dal comune dal posto di maestro elementare per rappresaglia politica: non si scoraggiò, continuò i suoi studi pedagogici e di metologia didattica e pubblicò due volumi nel 1897. All'inizio del XX secolo, alla ripresa degli scioperi agricoli, Panepinto si affiancò ad alcuni dirigenti, come Bernardino Verro di Corleone e Nicola Alongi di Prizzi, insieme ai quali progettò un cambiamento di strategia politica, puntando a dare ai contadini gli strumenti delle cooperative agricole e delle Casse Agrarie, per emarginare i gabelloti dei feudi. Nel 1907 si trasferì in America, ma ritornò nuovamente al suo paese appena un anno dopo. Il 16 maggio 1911 venne assassinato a Santo Stefano Quisquina, proprio davanti l'ingresso di casa sua, con due colpi di fucile al petto.
La sua fu una figura paradigmatica dei sindacalismo agrario per tutti i comuni dell'area dei monti Sicani. (Wikipedia)

 

16 Maggio 1946 Favara (AG). Uccisione del sindaco socialista Gaetano Guarino
Gaetano Guarino (Favara, 16 gennaio 1902 – Favara, 16 maggio 1946) è stato un politico italiano, vittima della Mafia. Nato a Favara (AG)  in una famiglia povera (la madre era casalinga ed il padre ebanista), studiò a Palermo e dopo aver ottenuto nel capoluogo siciliano la maturità classica si laureò nel 1928 in farmacia presso la locale università. Negli anni universitari cominciò a scrivere articoli per L'Avanti!, quotidiano socialista allora clandestino. Dal 1928 al 1930 lavorò come tirocinante a Burgio, dove conobbe la sua futura moglie. Nel corso degli anni trenta tornò a Favara, suo paese natale, dove acquistò una farmacia esercitando di conseguenza la professione di farmacista: in questi anni Guarino chiese ed ottenne regolarmente la tessera del Partito Nazionale Fascista, anche se probabilmente lo fece solo per poter proseguire la sua attività. Nel 1943, dopo lo sbarco in Sicilia degli americani, si iscrisse al Partito Socialista Italiano e divenne segretario comunale del PSI a Favara. Il 2 ottobre del 1944, su proposta del prefetto di Agrigento, Guarino venne nominato sindaco del suo paese ma si dimise dall'incarico il 15 settembre del 1945 dopo che tre assessori della Democrazia Cristiana si dimisero dall'incarico.
Guarino lottò contro i grandi proprietari terrieri che sfruttavano la locale manodopera e divenne la voce dell'umile gente che chiedeva l'attuazione delle leggi Gullo-Segni che destinavano alle cooperative i terreni incolti appartenenti ai latifondi: costituì anche una cooperativa agricola, che probabilmente si ispirava alla "Madre Terra" di Accursio Miraglia, ed i "baroni" del latifondocominciarono a remargli contro.
Il 10 marzo del 1946 si svolsero le elezioni comunali a Favara e Guarino, sostenuto oltre che dai socialisti anche dal Partito Comunista Italiano e dal Partito d'Azione, vinse le consultazioni con il 59% dei voti e fu eletto sindaco; ma la Mafia delle terre non gli perdonò le sue scelte popolari e dopo appena 65 giorni di sindacatura fu ucciso con un colpo di lupara alla nuca.
Non mancarono ipotesi alternative (e spesso fantasiose) sul suo omicidio ma esse furono promosse da politici e dirigenti corrotti dalla Mafia o collusi con essa: anche L'Avanti!, che sulle prime aveva accusato dell'assassinio i neofascisti, dovette fare marcia indietro. I responsabili del suo omicidio, seppur facilmente intuibili, non furono mai arrestati (né quelli materiali, né i mandanti): per protesta la vedova di Guarino ed il figlio andarono a vivere a Parigi, rifiutandosi sempre di tornare a Favara. (Wikipedia)

 

16 Maggio 1955 a Sciara (PA) Assassinio del sindacalista Salvatore Carnevale
Salvatore "Turi" Carnevale (Galati Mamertino, 23 settembre 1923 – Sciara, 16 maggio 1955) è stato un sindacalista italiano.
Bracciante e sindacalista socialista di Sciara (PA) a 31 anni venne assassinato il 16 maggio 1955 all'alba mentre si recava a lavorare in una cava di pietra gestita dall'impresa Lambertini. I killer lo uccisero mentre percorreva la mulattiera di contrada Cozze secche.
Carnevale aveva dato molto fastidio ai proprietari terrieri per difendere i diritti dei braccianti agricoli: era infatti molto attivo politicamente nel sindacato e nel movimento contadino. Nel 1951 aveva fondato la sezione del Partito Socialista Italiano di Sciara ed aveva organizzato la Camera del lavoro. Nel 1952 aveva rivendicato per i contadini la ripartizione dei prodotti agricoli ed era riuscito ad accordarsi con la principessa Notabartolo. Nell'ottobre 1951 aveva organizzato i contadini nell'occupazione simbolica delle terre di contrada Giardinaccio della principessa. Carnevale per questo fu arrestato e uscito dal carcere si trasferì per due anni a Montevarchi in Toscana, dove scoprì una cultura dei diritti dei lavoratori più forte e radicata.Nell'agosto 1954 tornò in Sicilia, dove cercò di trasferire nella lotta contadina le sue esperienze settentrionali. Fu nominato segretario della Lega dei lavoratori edili di Sciara. Tre giorni prima di essere assassinato era riuscito ad ottenere le paghe arretrate dei suoi compagni e il rispetto della giornata lavorativa di otto ore.
Del suo omicidio vennero accusati Giorgio Panzeca, Antonio Mangiafridda e Luigi Tardibuono, il soprastante della principessa Notarbartolo. Alla fine del processo di 1° grado svoltosi a Santa Maria Capua Vetere nel 1960 i tre imputati vennero condannati all'ergastolo. Nel collegio di difesa compariva anche Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica. La parte civile comprendeva l'avvocato Nino Sorgi (che molte volte difese il quotidiano L'Ora da querele di politici collusi con la mafia). In appello e in Cassazione il verdetto fu ribaltato e i tre imputati furono assolti. (Wikipedia)

 

16 Maggio 2008 Castelvolturo (CE). Ucciso Domenico Noviello, titolare di un'autoscuola. Denunciò alla giustizia i "cassieri" del racket.
Con la sua denuncia aveva fatto arrestare una banda di estorsori facenti capo al clan dei Casalesi, per questo è stato freddato da due killer armati di pistola. La vittima, Domenico Noviello, di 65 anni, incensurato e titolare di una autoscuola, in località "Baia Verde" è stato ucciso a Castelvolturno, nel Casertano.
Gli investigatori hanno ricostruito la modalità dell'omidicio: due sicari hanno raggiunto e affiancato la "Panda" sulla quale viaggiava Noviello e hanno aperto il fuoco con pistole di grosso calibro. L'uomo è riuscito a fermare l'auto e ha tentato di fuggire a piedi, ma i killer lo hanno raggiunto scaricandogli contro almeno una ventina di proiettili.
Le modalità dell'agguato confermano l'ipotesi di un nuovo gesto dimostrativo dell'organizzazione criminale dei Casalesi.
Nel 2001 Noviello aveva osato sfidare il clan Bidognetti, denunciando un tentativo di estorsione e contribuendo a far arrestare con la sua testimonianza cinque affiliati all'organizzazione camorristica, tra i quali il pregiudicato Pasquale Morrone e i fratelli Alessandro e Francesco Cirillo.
Per tre anni aveva vissuto sotto scorta.
A Domenico Noviello è dedicato il bene confiscato alla camorra a San Cipriano d'Aversa che oggi ospita un gruppo di convivenza di persone con disabilità psico-fisica, soci della cooperativa Agropoli e del ristorante della Nuova Cucina Organizzata.
È dedicata a Domenico un'associazione antiracket del litorale domizio, voluta fortemente da dieci commecianti che hanno denunciato il pizzo. All'inaugurazione dell'associazione anche il sottosegretario del Ministero dell'Interno Antonio Mantovano.
Nel mese di giugno 2012 sono state emesse 10 ordinanze di custodia cautelare nei confronti del clan dei camorristi che ha ucciso Noviello. (Fondazione Pol.i.s.)

 

17 Maggio 1993 Napoli. Maurizio Estate, 23 anni, ucciso per aver sventato uno scippo nell'autolavaggio dove lavorava.
Il 17 maggio 1993 Maurizio Estate, un giovane di 23 anni, viene ucciso al largo Ventriera a Chiaia, dove lavorava nell'autolavaggio che gestiva con il padre.
Due giovani giunti a bordo di una vespa tentano di strappare l'orologio ad un cliente che ha appena portato la propria auto all'autolavaggio.
Il padre di Maurizio si accorge dell'accaduto ed inizia a gridare e il ragazzo, sentendo le urla, interviene inseguendo i malviventi e costringendoli alla fuga.
Mezz'ora dopo si presenta in quel luogo un giovane con il viso coperto da passamontagna che inizia a sparare a raffica, colpendo al petto Maurizio, morto tra le braccia dei genitori.
Il presunto assassino, un giovane 17enne dei Quartieri Spagnoli, avrebbe utilizzato una pistola giocattolo modificata in grado di sparare proiettili. (Fondazione Pol.i.s.)


17 Maggio 1995 Torre Annunziata (NA). Il commerciante Andrea Marchese, 49 anni, resta ucciso durante una rapina.

 

18 Maggio 1990 Napoli. Ucciso Nunzio Pandolfi, bambino di due anni, mentre era in braccio al padre vero obiettivo dell'agguato.
Il 18 maggio 1990, nel Rione Sanità di Napoli, si consuma il terribile omicidio di Pandolfi Nunzio, di solo 2 anni.
Il bambino è in braccio al padre, Gennaro Pandolfi, anni 29, quando i killer fanno irruzione nella loro abitazione uccidendolo con colpi di arma da fuoco alla testa.
L'obiettivo dell'agguato è Luigi Giuliano, boss di Forcella che pure resta ucciso.
Il padre di Nunzio, Gennaro, secondo le indagini è autista dei Giuliano e la sua uccisione sarebbe stata necessaria per pareggiare i conti nella faida con i superboss di Secondigliano.
Il 9 giugno 2009 l'ultima sentenza per la V Corte di Assise di Napoli che condanna all'ergastolo Luigi Giuda, nel ruolo di organizzatore e Giuseppe Mallardo, nel ruolo di mandante dell'omicidio del piccolo Nunzio.
Per questo episodio sono stati già condannati all'ergastolo gli esecutori materiali del delitto. (Fondazione Pol.i.s.)

 

19 Maggio 1955 Cattolica Eraclea (Ag). Ucciso Domenico Barranco, Carabiniere di 32 anni, mentre cercava di fermare degli estorsori.

 

20 Maggio 1914 A Piana dei Greci (PA) vengono assassinati Mariano Barbato, dirigente socialista, ed il cognato Giorgio Pecoraro.
Il 20 maggio 1914 a Piana dei Greci (l’attuale Piana degli Albanesi) un gruppo di criminali a volto scoperto spararono su Mariano Barbato e Giorgio Pecoraro. Le due vittime erano contadini e militanti del Partito socialista. In particolare, Mariano Barbato era cugino di Nicola Barbato, noto politico socialista siciliano, conosciuto in tutt’Italia. Il duplice delitto destò grande impressione a Piana, anche perché erano alle porte le elezioni amministrative, che i socialisti si apprestavano a vincere. Sembrò, quindi, un “messaggio” ai futuri vincitori e al loro leader politico, Nicola Barbato. (Liberanet.org)

 

21 Maggio 1971 Delianuova (RC) Ferito gravemente, durante un tentativo di rapimento l'imprenditore Domenico Ietto morirà in ospedale dopo 52 giorni.
E' il 21 maggio del '71 e l'imprenditore edile viaggia in auto in compagnia del fratello Emilio. Ietto ha già subito qualche settimana prima un tentativo di sequestro e ha preso precauzioni: nel cruscotto dell'auto tiene una pistola. Quando i quattro banditi lo bloccano al bivio Brandano, all'altezza di Delianuova, compie il gesto fatale. E' una provocazione quella pistola impugnata dal bersaglio, già sfuggito una volta alla banda. Lo feriscono gravemente. Morirà dopo qualche mese in una clinica romana. Saranno indagati uomini del clan Raso di Cittanova.("Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta" di Danilo Chirico e Alessio Magro pag. 87)

 

21 Maggio 1991 Napoli. Ferito a morte il comandante di marina in pensione Vincenzo Ummarino, durante una sparatoria tra clan rivali.
La supremazia criminale nei Quartieri Spagnoli è stata da sempre del clan Mariano, che ha dovuto contrastare non solo la scissione interna degli ex luogotenenti Antonio Ranieri e Salvatore Cardillo, ma anche ingaggiare lotte  contro la famiglia Di Biase e altre formazioni più piccole, tutte interessate a mettere le mani sul business del malaffare nella zona di Chiaia.
Il clan ha sempre goduto di alleanze e appoggi strategici, come quelli offerti dai Giuliano di Forcella e dai Licciardi-Contini di Secondigliano, che ne hanno rafforzato l'autorità e garantito, spesso, la sopravvivenza.
Poco si sa invece a proposito del patto che ha legato i Mariano alla famiglia Malventi di Fuorigrotta, un patto siglato – secondo le parole del pentito Pasquale Frajese – sul cadavere del boss Giovanni Di Costanzo e dei suoi tre guardaspalle, ammazzati nel dicembre del 1989, per fare un favore ai nuovi alleati, per i quali Di Costanzo rappresentava un ostacolo.
Questa assurda storia di camorra dei Quartieri Spagnoli è indissolubilmente legata alla strage del Venerdì Santo del 29 marzo 1991, quando un commando appartenente alla frangia "ribelle" uccide tre affiliati ai Mariano e ne ferisce cinque. Il giorno dopo arriva la risposta dei "Picuozzi", a Porta Nolana, dove i killer inviati da Ciro Mariano cercano di ammazzare tre scissionisti sparando tra la folla. Nel tentativo di sventare l'agguato, viene gravemente ferito il poliziotto Salvatore D'Addario, che morirà due giorni dopo in ospedale.
A lui, si aggiunge un'altra vittima innocente della guerra dei vicoli: il comandante di marina in pensione Vincenzo Ummarino, ucciso per errore durante una sparatoria. (Fondazione Pol.i.s.)

 

 

23 Maggio 1975 Courgné (TO). Rapito Mario Ceretto, impresario edile. Sarà trovato morto cinque giorni più tardi con la testa spaccata a pietrate.
Per la giustizia italiana non esiste ancora un responsabile per il rapimento e l’omicidio dell’imprenditore Mario Ceretto, sequestrato il 23 maggio ’75 a Cuorgnè e ritrovato morto cinque giorni dopo, nelle campagne vicine a Orbassano, nel Torinese. Contitolare di due fornaci per laterizi, di un’industria di materiali per l’arredamento, come dello storico negozio di famiglia, all’epoca Mario Ceretto non è solo un noto imprenditore della zona, ma soprattutto uno dei maggiori esponenti politici di Cuorgnè, paesino della Val di Susa (Torino), dove da tempo le ’ndrine hanno iniziato un’opera di progressiva colonizzazione. Nella zona, da almeno un decennio hanno messo radici gli Ursino e i Mazzaferro, che direttamente, o grazie a luogotenenti come Rocco Lo Presti, hanno progressivamente monopolizzato il settore dell’edilizia e cementificato le valli. Ed è sempre nell’orbita dei clan della Jonica che si muove Giovanni Iaria, arrivato giovanissimo da Condofuri e diventato in breve uno dei maggiori imprenditori edili della zona. Un personaggio che a Mario Ceretto, uomo chiave del Partito liberale, non piace e che non vuole come candidato nella sua lista civica “Indipendenti cuorgnatesi”.
Il no non va giù a Iaria. Secondo Giovanni Cageggi, unico imputato reo confesso per il rapimento e l’omicidio
di Ceretto, sarebbe stato Iaria il mandante di quel sequestro finito male.
Un’accusa corroborata dalla testimonianza della moglie dell’imprenditore che al processo ricorderà come, all’indomani del rapimento, Iaria si fosse presentato da lei offrendosi di acquistare alcune quote della società del marito, ricevendo in cambio un secco no. Ma contro il rampante imprenditore di Condofuri, gli indizi non diventeranno mai prove. Per l’omicidio Ceretto vengono imputati, assieme ad altri, Giovanni Cageggi, il boss Rocco Lo Presti e altri personaggi dal cognome noto della Locride come Cosimo Ruga. Il processo di primo grado
si conclude nel 1978 con cinque condanne e dodici assoluzioni, fra cui quella di Lo Presti, che verrà però riconosciuto colpevole e condannato a 26 anni di reclusione in Appello. Una sentenza cassata dalla Corte di Cassazione per irregolarità, con rinvio degli atti alla Corte d’appello di Genova. Nel 1982 i giudici genovesi assolveranno tutti per insufficienza di prove. (Corriere della Calabria)

 

 

23 Maggio 1992 Strage di Capaci. Morirono il giudice Giovanni Falcone, il giudice Francesca Morvillo, moglie di Falcone, e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani
La Strage di Capaci è l'attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. All'attentato sono sopravvissuti: Paolo Capuzzo, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Giuseppe Costanza.
L'uccisione di Giovanni Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni della "Commissione" regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991 e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire; nello stesso periodo, avvenne anche un'altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l'allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo. In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la "Commissione" di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbero dovuto uccidere Falcone, il ministro Martelli o in alternativa Costanzo, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver; qualche tempo dopo però Riina fece tornare il gruppo di fuoco perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito in Sicilia adoperando l'esplosivo.
Nei mesi successivi, i boss Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capimandamento di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni appostamenti presso l'autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell'attentato e per gli appostamenti. I 400 kg di tritolo utilizzati nell'attentato vennero confezionati da Pietro Rampulla (capo della Famiglia di Mistretta), il quale curò personalmente con speciali skateboard la collocazione dei fustini pieni di esplosivo in un cunicolo di drenaggio sotto l'autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, insieme ai mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera; Rampulla procurò anche il telecomando per azionare l'esplosivo, inviandolo a Giovanni Brusca, che lo nascose tra due balle di paglia in un camion che trasportava una cavalla a Palermo.
Nella settimana che precedette l'attentato, Raffaele Ganci e il nipote Antonino Galliano seguirono tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, che guidava le blindate. Il 23 maggio Ganci seguì l'uscita dalla caserma "Lungaro" delle Fiat Croma blindate che dovevano prelevare Falcone all’aeroporto di Punta Raisi e telefonò a Giovan Battista Ferrante e Salvatore Biondo (mafiosi di San Lorenzo), i quali si trovavano già all’aeroporto per vedere atterrare Falcone da Roma ed avvertirono telefonicamente Giovanni Brusca e Antonino Gioè, che si trovavano appostati sulle colline sopra Capaci. In seguito Gioacchino La Barbera si spostò con la sua auto in una strada parallela alla corsia dell'autostrada A29 e seguì il corteo blindato dall'aeroporto di Punta Raisi fino allo svincolo di Capaci, mantenendosi in contatto telefonico con Brusca e Gioé. Tre, quattro secondi dopo la fine della loro telefonata, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione: la prima blindata del corteo, la Fiat Croma marrone, venne investita in pieno dall'esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di cento metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, che furono orrendamente mutilati dall'impatto; la seconda auto, la Fiat Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza; rimasero illesi invece altri quattro componenti del gruppo al seguito del magistrato: l'autista giudiziario Giuseppe Costanza (seduto nei sedili posteriori della Fiat Croma bianca guidata dal giudice) e gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che sedevano nella terza blindata del corteo.
La strage di Capaci, festeggiata dai mafiosi nel carcere dell'Ucciardone, provocò una reazione di sdegno nell'opinione pubblica. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, l'attentato di Capaci fu eseguito per danneggiare il senatore Giulio Andreotti: infatti la strage avvenne nei giorni in cui il Parlamento era riunito in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica ed Andreotti era considerato uno dei candidati più accreditati per la carica ma l'attentato orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro, che venne eletto il 25 maggio (due giorni dopo la strage).
Nel 1993 la Direzione Investigativa Antimafia riuscì ad individuare e ad intercettare Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, i quali nelle loro telefonate facevano riferimento all'attentato di Capaci. Dopo essere stato arrestato, Gioè si suicidò nella sua cella, probabilmente perché aveva scoperto di essere stato intercettato mentre parlava dell’attentato di Capaci e di alcuni boss e quindi temeva una vendetta trasversale; invece Di Matteo e La Barbera decisero di collaborare con la giustizia e rivelarono i nomi degli altri esecutori della strage. Per costringere Di Matteo a ritrattare le sue dichiarazioni, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro decisero di rapire il figlioletto Giuseppe, che venne brutalmente strangolato e sciolto nell'acido dopo 779 giorni di prigionia. Nonostante ciò, Di Matteo continuò la sua collaborazione con la giustizia.
Nel maggio 2002 vennero riconosciuti colpevoli 24 imputati tra mandanti ed esecutori per la strage di Capaci, mentre nel luglio 2003 una parte del procedimento per la strage di Capaci e lo stralcio del processo "Borsellino ter" (che riguardava la strage di via d'Amelio), entrambi rinviati dalla Cassazione alla Corte d'assise d'appello di Catania, vennero riuniti in un unico processo perché avevano imputati in comune: nell'aprile 2006 la Corte d'assise d'appello di Catania condannò dodici persone in quanto ritenute mandanti di entrambe le stragi: Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Stefano Ganci, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate mentre Giuseppe Lucchese venne assolto; nel 2008 la prima sezione penale della Cassazione confermò la sentenza.
Nel corso degli anni di indagine, l’alto potenziale dell’esplosivo utilizzato nell'attentato di Capaci e nelle altre stragi di quel periodo aveva fatto ipotizzare che servizi segreti deviati o appartenenti a servizi militari avrebbero potuto avere un ruolo logistico o di consulenza nella pianificazione della strage. Tuttavia nel 2008 la Procura di Caltanissetta riaprì le indagini sulla strage di Capaci in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale dichiarò che lui ed altri mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello) ricevettero da un certo Cosimo alcuni residuati bellici della seconda guerra mondiale recuperati in mare e provvidero ad aprire gli ordigni e ad estrarre l'esplosivo, che venne consegnato al boss Giuseppe Graviano per essere utilizzato nella strage di Capaci e in altri attentati; nel novembre 2012 venne arrestato il pescatore Cosimo D'Amato, cugino del mafioso Cosimo Lo Nigro, identificato dalle indagini nel Cosimo indicato da Spatuzza. Per queste ragioni, nel 2013 il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, che si occupa delle indagini sulla strage di Capaci, ha dichiarato:
« Da questa indagine non emerge la partecipazione alla strage di Capaci di soggetti esterni a Cosa nostra. La mafia non prende ordini e dall'inchiesta non vengono fuori mandanti esterni. Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa nostra ed alcune presenze inquietanti sono emerse nell'inchiesta sull'eccidio di Via D'Amelio: ma in questa indagine non posso parlare di mandanti esterni».(Wikipedia)

 

23 Maggio 1998 Gela (CL) ucciso Orazio Sciascio, commerciante di 67 anni, in un tentativo di rapina
Orazio Sciascio aveva 67 anni, e si trovava nel suo negozio di generi alimentari a Gela quel 23 maggio del 1998, quando si è ribellato a un tentativo di rapina ed è stato ucciso con un colpo di fucile calibro 12. (Liberanet.org)

 

24 Maggio 1982 a Palermo Rodolfo Buscemi e il cognato Matteo Rizzuto, appena 18 anni, uccisi e fatti sparire in mare. Rodolfo stava indagando sulla morte del Fratello Salvatore, ucciso nell'Aprile del 1976.
"... Suo fratello Salvatore disoccupato, con quattro figli piccoli, il più grande otto il più piccolo 4, carattere litigioso, negli anni settanta aveva iniziato a vendere sigarette di contrabbando senza aver chiesto il permesso ai boss. Nemmeno a quelli del quartiere di S. Erasmo dove abitava. Più volte gli avevano fatto perdere il carico come avviso, ma lui nulla. Anche perché a pugni era bravo e li faceva scappare. Una sera di aprile del ’76, verso le otto di sera, Salvatore e Giuseppe un fratello più piccolo, si trovavano in compagnia di loro parenti, in una bettola del quartiere, mentre stavano per andarsene, entrarono due uomini incappucciati armati. Salvatore colpito a morte cadde subito a terra, ma non bastava, uno dei due si avvicinò e gli sparò due colpi di lupara alla gola e al mento. La scena che ebbe davanti Giuseppe fu terribile. Il volto di suo fratello era totalmente sfigurato, la pancia squarciata, budella di fuori. Anche lui era ferito, fu portato all’ospedale. Una pallottola aveva perforato l’osso del bacino e gli si era posata sugli intestini. Subito dopo l’assassinio, un altro fratello, Rodolfo, deciso a scoprire gli assassini di Salvatore, si trasferisce nel quartiere di S. Erasmo e comincia a fare indagini e raccogliere prove. Scopre o si convince che il mandante dell’omicidio del fratello era Filippo Marchese boss del quartiere di S. Erasmo.Il mafioso Vincenzo Sinagra futuro pentito, gli intima di smetterla, inoltre, forse lui stesso era implicato in piccole attività poco lecite e comunque non autorizzate da chi comandava nel quartiere, un mese dopo l’avvertimento da parte di Sinagra, Rodolfo e il cognato Matteo, di soli 18 anni, furono intrappolati con una falsa offerta di lavoro e scomparvero nel nulla.Non rimasero tracce. Dopo qualche anno, il superpentito Sinagra raccontò che erano stati portati nella camera della morte, torturati e uccisi. Buttati in fondo al mare perché l’acido in cui avrebbero dovuto sciogliere il suo cadavere non era buono…" (Graziella Proto)

 

24 Maggio 1991 Siderno (RC). Uccisione di Domenico Archinà, industriale dell'olio e proprietario di una emittente televisiva.

 

24 Maggio 1991 Lamezia Terme (CZ) Uccisi sul lavoro i netturbini Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte. "L'obiettivo era lanciare un segnale per dire che i rifiuti a Lamezia Terme sono una cosa seria e se una cosa è seria la deve gestire la 'ndrangheta"
Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, rispettivamente 39 e 28 anni, dipendenti comunali, vennero trucidati a colpi di kalashnikov all’alba del 24 maggio 1991, in zona Sambiase (Lamezia Terme). Stavano lavorando a bordo di un autocarro per la raccolta e il trasporto dei rifiuti solidi urbani; per Pasquale era la prima volta, era esonerato per motivi di salute, ma fu chiamato quella notte per sostituire un collega assente, ed accettò volentieri perché il compagno era il suo amico Francesco.
"L'obiettivo era lanciare un segnale per dire che i rifiuti a Lamezia Terme sono una cosa seria e se una cosa è seria la deve gestire la 'ndrangheta"

 

24 Maggio 1994 Gioiosa Jonica (RC). Ucciso Giovanni Simonetti, avvocato civilista/penalista.
Giovanni Simonetti,  era un avvocato, sia civilista che penalista, molto bravo nel suo lavoro, dedicava alla sua professione la maggior parte del suo tempo. Era un uomo dai grandi principi, molto forte, onesto e legatissimo alla famiglia, era giusto e molto umano.  Anche in famiglia manteneva fede a tutti i suoi valori ed a tutte le sue caratteristiche, arricchite da un enorme e profondo affetto che riusciva a trasmettere in un modo tutto suo. Il 24.05.1994 a Gioiosa Jonica (RC) gli hanno sparato sotto casa, davanti alla porta del suo studio, hanno bussato, lui ha aperto la porta e .... aveva solo 50 anni tante cose da fare e tanto da dare, tanta gente da aiutare con la sua professione.  Non si sa chi e non si sa perchè.  (Ilcannocchiale.it)

 

24 Maggio 2005 Siderno (RC): Assassinato il giovane commerciante Gianluca Congiusta
Aveva sconfitto un male che sembrava incurabile. E' stato ucciso dalla 'ndrangheta. Gianluca Congiusta era nato a Siderno nella Locride il 19 dicembre del 1973. Una famiglia normale quella di papà Mario e mamma Donatella, gente onesta e perbene che da generazioni si occupa di commercio. Frequenta con ottimi risultati l'Istituto tecnico per il turismo. Durante l'ultimo anno delle scuole superiori viene colpito da una grave malattia: linfoma non hodking, un tumore. Aveva solo 17 anni. Combatte la sua battaglia e la vince. Le cure a Bologna durano un anno, poi Gianluca rientra a Siderno e recupera l'anno scolastico perso. Si diploma e fa uno stage a Roma presso un importante operatore turistico. Non conclude invece gli studi universitari (s'era iscritto in Economia e commercio) perché decide di dedicarsi al lavoro. Gestisce infatti alcuni negozi di telefonia a Siderno. Un mestiere difficile, quello del commerciante. Gianluca viene ucciso a Siderno il 24 maggio 2005. Dopo tre anni, il 7 marzo 2008, si è aperto in Corte d'Assise a Locri il processo contro la cosca Costa di Siderno, con la costituzione di parte civile, tra gli altri, della Regione Calabria, della Provincia di Reggio Calabria, dell'Associazione dei Comuni della Locride, di Confindustria Calabria. Per i giudici di primo grado il colpevole è Tommaso Costa.
La famiglia di Gianluca ha scelto di ribellarsi al dolore. Il sacrificio di Gianluca non è stato inutile. Prima il padre Mario poi la sorella Roberta sono diventati pungolo costante della società civile calabrese. Sul sito www.gianlucacongiusta.org sono contenute notizie sul processo e sui principali fatti di 'ndrangheta della Locride. Soprattutto è presente l'elenco - sempre aggiornatissimo - dei morti ammazzati della Locride. A Gianluca Congiusta è dedicato il libro di Paola Bottero Ius Sanguinis. (Stopn'drangheta.it)

 

26 Maggio 2009 Napoli Quartiere Montesanto. Petru Birladeanu, ucciso da proiettili vaganti durante una sparatoria tra camorristi.
Il giorno 26 maggio 2009 Petru Birladeanu è ucciso in una sparatoria presso la stazione della Cumana di Montesanto tra i vicoli della Pignasecca, rione popolare di Napoli.
Otto persone in sella alle proprie moto sparano all'impazzata ferendo anche un 14enne poi ricoverato al Vecchio Pellegrini.
Birladeanu era un musicista di fisarmonica rom conosciuto nella zona, una persona gentile che si guadagnava da vivere portando la sua arte sui vagoni della Cumana accompagnato sempre dalla sua compagna.
La sua morte si inserisce nell'ambito delle azioni dimostrative per l'affermazione del predominio dei clan della zona, da un lato i Marino-Elia-Lepre, dall'altra i Ricci-Sarno.
Dopo aver seguito diverse piste, gli agenti della Squadra mobile di Napoli, diretti da Vittorio Pisani, hanno fermato Marco Marino, ex boss dei Quartieri Spagnoli.
Nel mese di marzo 21012 si è concluso il processo contro gli assassini di Petru. Condannati a 30 anni di reclusione Mario Ricci e Salvatore e Maurizio Forte, con il riconoscimento dell'articolo 7 della legge antimafia del 1991 che prevede l'aggravante per aver agito per agevolare il clan di riferimento.
I giudici hanno previsto il pagamento di una provvisionale a favore delle parti civili costituitesi, la famiglia Birladeanu e la famiglia Pirone. La famiglia Pirone è stata coinvolta perché il ragazzo, figlio unico, allora minorenne, rimase ferito durante la sparatoria.
Contro gli imputati si sono schierati anche la Regione Campania e il Comune di Napoli. (Fondazione Pol.i.s.)

 

27 Maggio 1944 Ragabulto (EN) ucciso Santi Milisenna, segretario della federazione comunista
Santi Milisenna era il segretario della federazione comunista di Enna. Venne ucciso il 27 maggio 1944, a Regalbuto (Enna), durante un tumulto per un raduno separatista. (Liberanet.org)

 

27 Maggio 1993 Firenze. Strage Via dei Georgofili, Galleria degli Uffizi. Un'autobomba provoca la morte di cinque persone: Angela Fiume, il marito Fabrizio Nencioni, le Figlie Elisabetta di 8 anni e Caterina, di 50 giorni, e lo studente Dino Capolicchio.
Il 27 maggio 1993, pochi minuti dopo l'una del mattino, a Firenze, in via dei Georgofili, si verificò una terribile esplosione, che sconvolse il centro storico della città. L’esplosione distrusse la Torre dei Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili. Sotto le sue macerie morirono la custode dell'Accademia, Angelamaria Fiume in Nencioni, e i componenti della sua famiglia. Si incendiò inoltre un edificio di via dei Georgofili e tra le fiamme morì Dario Capolicchio. Trentotto persone rimasero ferite. Subirono gravi danni numerosi edifici della zona, la Chiesa di S. Stefano e Cecilia e il complesso artistico monumentale della Galleria degli Uffizi. Dipinti di grande valore furono distrutti mentre il 25% delle opere presenti in Galleria subì danni. A determinare l'esplosione fu una miscela ad alto potenziale collocata all'interno di una vettura.
I processi hanno accertato che i mandanti e gli autori materiali della strage erano esponenti della mafia e che ad ispirarla era stata l'avvenuta formale deliberazione di «una sorta di stato di guerra contro l'Italia» da attuarsi utilizzando una precisa strategia di tipo terroristico ed eversivo, che andava oltre i consueti metodi e le consuete finalità delle varie forme di criminalità organizzata. Con essa si intendeva «costringere lo Stato Italiano praticamente alla resa davanti alla criminalità mafiosa». Le sentenze hanno ricordato che - dopo i fatti del 1992, che avevano determinato la morte dei magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle persone addette alla loro tutela - lo Stato aveva reagito elaborando normative penitenziarie di rigore a carico degli esponenti di mafia (il noto art. 41-bis dell'ordinamento penitenziario) e normative di favore per quegli esponenti della criminalità organizzata che decidevano di collaborare con gli organi di polizia o giudiziari. Si trattò, come si legge nelle sentenze, di una svolta nell'atteggiamento statale, che servì a intaccare la «presunzione di onnipotenza e di libertà» dei capi di mafia. Da qui, la scelta di tentare di "ammorbidire" lo Stato minacciando i suoi organi che «perseverando nella linea dura intrapresa avrebbero provocato al Paese lutti e distruzioni a non finire».
A indurre negli esponenti della mafia l'idea di ricorrere alle nuove forme di attentato contro il patrimonio artistico, fu un trafficante di opere d'arte. Spiegò ai capi di mafia che «ucciso un giudice questi viene sostituito, ucciso un poliziotto avviene la stessa cosa, ma distrutta la torre di Pisa veniva distrutta una cosa insostituibile con incalcolabili danni per lo Stato». Fu in questa ottica e seguendo le medesime modalità esecutive, che la mafia fece seguire alla strage di via dei Georgofili, quella al Padiglione di Arte Contemporanea di via Palestro a Milano, il 27 luglio 1993, e, il giorno successivo, 28 luglio, a distanza di cinque minuti tra loro, gli attentati ai danni della Basilica di San Giovanni e della chiesa di San Giorgio a Velabro a Roma. A differenza della strage di via dei Georgofili e di quella di via Palestro, questi ultimi due attentati non provocarono morti, ma il ferimento di oltre venti persone e il danneggiamento di edifici e luoghi di culto. (Foto delle vittime e nota da:  memoria.san.beniculturali.it)

 

27 Maggio 2003 Sant'Ilario dello Ionio (RC). Antonio D'Agostino, 59 anni, gestore di un distributore di carburanti. Viene ucciso perché ampliando la propria attività avrebbe fatto concorrenza ai clan.

 

29 Maggio 1982 Cava dei Tirreni. Simonetta Lamberti aveva 11 anni. E' stata uccisa da un killer della camorra nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina.
Simonetta Lamberti è stata uccisa all'età di 11 anni, da un killer della camorra nel corso di un attentato, il cui obiettivo era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina, con il quale stava rincasando a Cava de' Tirreni.
L'uccisione è avvenuta per pura casualità, una coincidenza sinistra: uno dei proiettili indirizzati al padre rimbalza sulla testa della piccola, uccidendola.
Simonetta Lamberti è ricordata come la prima di una serie di bambini vittime innocenti, uccisi per caso o per particolare crudeltà durante le guerre di camorra degli anni '80.
A Simonetta è stato subito intitolato un monumento eretto in suo onore a Cava, monumento in seguito rimosso a causa dei lavori per alcune opere pubbliche e che solo dopo circa dieci anni è stato ripristinato.
A Simonetta Lamberti è intitolato lo stadio di Cava de' Tirreni e sono state dedicate diverse iniziative. (Fondazione Pol.i.s.)

 

Bivona (AG) 30 Maggio 1994 Ucciso Ignazio Panepinto, titolare di un impianto di calcestruzzo. 19 Settembre 1994 Uccisi Calogero Panepinto, fratello di Ignazio, e Francesco Maniscalco, operaio di 42 anni, presente all'agguato.
Ignazio Panepinto era un imprenditore,  fu ucciso a Bivona (AG) il 30 maggio del 1994. Gestiva una cava e un impianto per la frantumazione delle pietre. Probabilmente si era rifiutato di sottostare alle richieste della mafia, che imponeva un monopolio delle forniture per i lavori nella zona. Il 19 settembre sarà ucciso anche il fratello Calogero e un operaio, Francesco Maniscalco, che in quel momento era con lui.

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

Leggi tutto...
 
Le Vittime che commemoriamo, mese: GIUGNO PDF Stampa E-mail

 

1 Giugno 1982 Lucito (CB). Colpito a morte Giovanni Pepe, appuntato dei Carabinieri di 40 anni.
Durante un posto di blocco nella notte del 1 Giugno 1982, i carabinieri della locale stazione di Lucito (CB), intercettarono un'autovettura rubata con quattro passeggeri a bordo.
All'atto del fermo, tre dei quattro occupanti si diedero alla fuga, mentre i carabinieri riuscirono ad acciuffare il quarto uomo e lo accompagnarono alla vicina caserma, dove prestava servizio Giovanni Pepe che incitò i suoi due colleghi a continuare la ricerca degli altri tre malviventi che si erano dati alla fuga.
"Andate che forse riusciamo a bloccarli tutti!A questo ci penso io..." L'arrestato, a questo punto, tentò disperatamente la fuga dalla caserma e prima ancora che Giovanni lo perquisisse nuovamente, estrasse una pistola non rilevata all'atto del fermo e fece fuoco più volte contro Giovanni.
Cinque proiettili raggiunsero mortalmente il Giovanni ed altri due vennero trovati sul pavimento.
Alla scoperta della tragedia, si aprì un'enorme caccia all'uomo che vide coinvolte tutte le Forze dell'Ordine del Molise, Abruzzo, Campania e Puglia.
Tre dei quattro malviventi originari di Andria, furono catturati il giorno successivo, l'assassino invece cinque giorni dopo.
L'assassino, Sgarra Vincenzo, originario di Andria, fu condannato alla pena dell'ergastolo.
Giovanni Pepe originario di Calvi Risorta in provincia di Caserta, lasciò la moglie Nicolina di 33 anni e due figli, Raffaele e Nicolina rispettivamente di 13 e 8 anni.

 


1 Giugno 1989 San Luca D'Aspromonte (RC). Ucciso Don Giuseppe Giovinazzo, parroco di Moschetta di Locri. Forse si era prestato come mediatore del rapimento di Carlo Celadon.

l primo giugno del 1989 mentre sta facendo rientro a casa dopo aver trascorso il pomeriggio nel santuario di Polsi, don Giuseppe Giovinazzo (parroco di Moschetta, a Locri) viene trucidato a colpi di lupara. L'omicidio resterà impunito.



4 Giugno 1976 Melicuccà (RC). Muoiono L'avvocato e possidente Alberto Capua (ex sindaco) e il suo autista Vincenzo Ranieri, in un tentativo di sequestro
Reagiscono al tentativo di rapimento e la banda li uccide. Muoiono cosi a Melicuccà il 4 giugno del 1976 l'avvocato Alberto Capua e il suo autista Vincenzo Ranieri. Un episodio che sarà chiarito solo dopo diversi anni, grazie alle dichiarazioni del superpentito Pino Scriva. Accuse che porteranno alla sbarra il gotha della ndrangheta calabrese, in quello che passerà alla storia come il processo alla "Mafia delle tre province". Si fa luce anche su diversi sequestri di persona (Vincenzo Cannatà, Salvatore Fazzari, Francesco Napoli, Vincenzo Macrì che non è più tornato), e sull'omicidio di Giuseppe Valarioti. (Stop'ndrangheta.it)

 

4 Giugno 1979 Montevago (AG). Ucciso da dei rapinatori il Brigadiere Baldassare Nastasi.
Il 4 giugno del 1979 a Montevago (AG) viene assassinato Baldassare Nastasi, brigadiere dei Carabinieri mentre si accingeva alla identificazione di due individui, presunti autori di una rapina.
Medaglia d'argento al valor Militare con la seguente motivazione:
"Addetto a Nucleo operativo e radio­mobile di compagnia, in occasione di rapina perpetrata in Istituto di Credito della zona, si poneva con militare dipendente alla ricerca di autori e mentre si accingeva ad identificare due individui, successivamente risultati responsabili del crimine, veniva fatto segno a numerosi colpi di pistola esplosi da brevis­sima distanza, benché mortalmente ferito, trovava la forza di reagire con la pistola in do­tazione fino a quando si accasciava al suolo esanime. Luminoso esempio di attaccamento al dovere spinto fino all'estremo sacrificio".


5 Giugno 1981 Napoli. Ucciso Agostino Battagli, appuntato del Corpo degli Agenti di Custodia
Agostino Battagli - Appuntato del Corpo degli Agenti di Custodia – nato a Portici (NA) il 18 ottobre 1945 in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
Il 5 giugno 1981 intento nell’acquisto di merce all’interno di un esercizio commerciale della città, veniva attinto mortalmente da alcuni colpi di arma da fuoco, sparati da tre giovani che irrompevano con violenza nel negozio.
Agostino Battagli è stato riconosciuto “Vittima del Dovere” ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell’Interno.

 

5 Giugno 1997 Ribera (AG). Sonia Nakladolova, 20 anni, assassinata per errore con due colpi di lupara.
Sonia Nakladolova, 20 anni, di origine ceca, assassinata a Ribera (AG) ol 5 giugno 1997, con due colpi di lupara. Il delitto è avvenuto nel piazzale di un residence, il Parco degli Aranci, lungo il litorale agrigentino, a pochi chilometri da Ribera, dove la ragazza viveva da un anno e mezzo. Sonia Nakladolova è stata raggiunta dai pallettoni mentre stava aprendo la portiera dell’auto del fidanzato. Probabilmente un tragico errore dei killer. Il vero obiettivo sarebbe stato proprio l’uomo, 50 anni, sposato, titolare di una catena di discount in varie zone della Sicilia, e prossimo all’apertura di altri due supermercati. Sarebbe entrato nel mirino della criminalità organizzata per la sua notevole espansione commerciale. Secondo i primi accertamenti la ragazza sarebbe uscita nel cuore della notte avviandosi verso l’auto dell’amico, una Mercedes, quando nell’oscurità sono partite le scariche di lupara che l’hanno ferita a morte. (da L'Unità del 6 giugno 1997)

 

6 Giugno 1982 Palermo Ucciso Antonino Peri, perché scambiato per un poliziotto.
Antonino Peri, ex carabiniere in pensione, fu ucciso a Palermo il 6 giugno del 1982.
Come hanno raccontato alcuni collaboratori di giustizia, aveva inseguito una macchina che aveva tamponato la sua autovettura; a bordo erano due mafiosi che facevano da scorta a un'altra autovettura nel cui bagagliaio c'era il corpo di un uomo appena ucciso. I mafiosi l'hanno scambiato per un poliziotto. (C.tro sic. di doc.zione G. Impastato)


6 Giugno 2003 Bagnara Calabra (RC). Ucciso a coltellate Paolo Bagnato, proprietario di una pizzeria. Si era rifiutato di pagare il pizzo
“Tre individui, dopo aver consumato due arancini, un sandwich e bevuto tre birre, avvisano la cameriera di non aver alcuna intenzione di pagare il conto. La ragazza informa il proprietario. Bagnato si avvicina al tavolo, chiede spiegazioni. La discussione si fa accesa, i quattro si allontanano e vanno a discutere davanti alla porta d’ingresso. La situazione degenera e i tre clienti lo accoltellano, colpendolo quattro volte all’addome e al torace. Paolo, sottovalutando le ferite, si ferma a riprendersi preso la casa di un vicino, nelle vicinanze della pizzeria. Dopo un’ora, improvvisamente, le sue condizioni peggiorano. Cinquantuno anni, Paolo Bagnato muore la sera del 6 Giugno 2003.”

 

6 Giugno 2005 Casapesenna (CE). Ferito a morte Nicola Sammarco, guardia giurata di 62 anni.
Nicola Sammarco, 62 anni, viene ucciso da un proiettile calibro 9, colpito alle spalle da sicari nel territorio di Casapesenna dove lavorava come vigilantes della cooperativa "Lavoro e Giustizia", presso le antenne della Omnitel, oggi Vodafone.
La stessa sorte toccherà nel settembre del 2006 ad un suo collega, Michele Landa, il cui corpo verrà ritrovato nella sua auto carbonizzata nel Mondragonese.
Le indagini si concentrano sui continui furti delle costose attrezzature degli impianti dell'azienda di telecomunicazioni, per le quali spesso venivano poi richiesti "riscatti" con i cosiddetti cavalli di ritorno.
Forse le vittime potrebbero essersi opposte alla pretese estorsive. Gli inquirenti scavano soprattutto nell'ambito dei clan locali. (Fond. Pol.i.s.)

 

6 Giugno 2008 Pagani (SA). Ucciso Marco Pittoni, sottotenente dei Carabinieri, in uno scontro con dei rapinatori in un Ufficio Postale.
Intorno alle 9:30 del 6 giugno 2008, l'ufficiale dei carabinieri Marco Pittoni resta gravemente ferito nel corso di un conflitto a fuoco con tre malviventi. Soccorso in ospedale, il militare morirà poco dopo. Per questioni di servizio, Marco si trovava quel giorno in un ufficio postale di Pagani intento a parlare con il direttore. Improvvisamente tre rapinatori fanno irruzione nel locale ed esplodono diversi colpi di pistola. Il sottotenente che era con Pittoni risponde al fuoco, ne nasce un conflitto armato nel corso del quale l'ufficiale dell'Arma non utlizzerà la sua pistola di ordinanza per non mettere in pericolo l'incolumità dei presenti. In pochi giorni le indagini hanno condotto all'arresto dei responsabili: si tratta di Giovanni Fontana, Fabio Prete, Gennaro Carotenuto e di un minore, Carmine M., figlio di un affiliato al clan Gionta e autore materiale del delitto. Nel 2011 la Corte di Cassazione ha confermato le condanne di primo grado a 30 anni per Fontana e Prete, a 20 per Carotenuto e a 17 anni per Carmine M.

 

7 Giugno 1945 Trabia (PA) ucciso il sindacalista Nunzio Passafiume.
A Trabia (Palermo)il 7 giugno del 1945 viene ucciso il sindacalista Nunzio Passafiume. La mafia della zona Trabia-Casteldaccia non tollera la crescita del movimento contadino e popolare ed è tra le prime a percorrere la strada della violenza omicida. (C.tro sic. di doc.zione G. Impastato)

7 Giugno 2000 Bari. Uccisa da un proiettile vagante Maria Colangiuli, casalinga.
Maria Colangiuli, 70 anni, di Bari, è la vittima innocente di un regolamento di conti. E' morta il 7 giugno del 2000,dopo essere stata ferita da uno dei colpi di pistola sparati da appartenenti a clan rivali del quartiere San Paolo, alla periferia cittadina, mentre si trovava sul balcone della propria abitazione al terzo piano, intenta a preparare la cena all'interno di un cucinino.


7 Giugno 2016 Napoli (Ponticelli). Resta ucciso Ciro Colonna, 19 anni, in un raid contro il capo di un clan locale.

Ciro Colonna era un ragazzo di 19 anni, il 7 Giugno 2016 si trovava, insieme a degli amici, in un circolo ricreativo del quartiere Ponticelli di Napoli, a pochi passi dalla propria abitazione, quando due persone a volto coperto sono entrate ed hanno iniziato a sparare. L'obiettivo del raid era Raffaele Cepparulo, ritenuto elemento di spicco dei Barbudos, gruppo criminale che mira al controllo dello spaccio tra i vicoli del centro storico di Napoli e in guerra da mesi contro il clan Giuliano-Sibillo. Ma tra Raffaele dei Barbudos e i sicari, "nel posto sbagliato", c'era Ciro. E' morto "per errore".


8 Giugno 1982 Isola Delle Femmine (PA). Ucciso l'imprenditore Vincenzo Enea. Non aveva voluto "un socio occulto" nella sua impresa edile.
"Il movente dell’omicidio, secondo la testimonianza di Pietro, è legato all’attività imprenditoriale del padre, il quale era stato avvicinato da Francesco Bruno per proporgli di diventare socio occulto della sua impresa edile, in quanto aveva soldi da investire, ma Vincenzo Enea si era rifiutato. Un’altra ragione di attrito fra i due era dovuta alla lite per il frazionamento di un terreno con la società BBP (dei Bruno e del loro socio Pomiero), proprietaria della “Costa Corsara”, terreno limitrofo alle palazzine costruite dalla ditta di Enea. A causa di questa lite Vincenzo Enea subì l’incendio di un bungalow, il pestaggio del cane da guardia, il danneggiamento del materiale edile e l’incendio di un magazzino. Benedetto D’Agostino, legato a Vincenzo, tentò una mediazione fra i litiganti, andando così incontro alla morte. Dopo pochi giorni la stessa sorte toccò anche a Vincenzo. Pietro raccontò anche delle intimidazioni che ricevette perché rimanesse in silenzio e le telefonate minatorie alla madre (“…ci dica a suo figlio Pietro che la finisca di scavare altrimenti gli facciamo fare la stessa fine di suo padre…”), che lo indussero ad allontanarsi da Isola delle Femmine e a trasferirsi negli Stati Uniti."

9 Giugno 1989 Vittoria (RG). Ucciso Salvatore Incardona, dirigente della cooperativa Agriduemila, perché si era rifiutato di pagare il pizzo.
Salvatore Incardona è un grossista al mercato ortofrutticolo di Vittoria (RG).
Senza dare nell’occhio cerca di convincere i colleghi a non pagare più il pizzo, a firmare tutti insieme una denuncia collettiva contro la banda degli estorsori.
Incardona non si sente un eroe, vuole soltanto difendere il proprio lavoro, non accetta più di sottostare a una soperchieria che lo priva di una parte del suo onesto guadagno.
Il 9 giugno del 1989 lo aspettano con i fucili a pompa all’uscita da casa: venne crivellato di colpi mentre era al volante della sua auto.

 

9 giugno 2000 Napoli (Rione Don Guanella). Muore, dopo diversi giorni di agonia, Maurizio Cernacchiaro, vittima innocente di una sanguinosissima guerra di camorra.
Il 9 giugno 2000, dopo diversi giorni di agonia, muore Maurizio Cernacchiaro, vittima innocente di una sanguinosissima guerra di camorra consumatasi nel cuore di Napoli. Il tentativo dell'Alleanza di Secondigliano di espandere la sua egemonia su tutto il territorio metropolitano rompe i delicati equilibri tra clan, provocando una ferocissima faida che vede dieci morti in dodici giorni. Il 28 maggio 2000, nell'agguato contro Ciro Velardi, affiliato dei Sarno, viene colpito per errore un passante del rione don Guanella, Maurizio Cernacchiaro, 38 anni, incensurato. Ricoverato nell'ospedale San Giovanni Bosco, morirà qualche giorno dopo. (Fond. Pol.i.s.)

 

10 Giugno 1922 Erice (TP). Ucciso Sebastiano Bonfiglio Sindaco di Monte San Giuliano
Sebastiano Bonfiglio, sindacalista socialista, Sindaco di Erice dal 3 ottobre 1920, venne ucciso in un agguato dalla mafia il 10 giugno 1922.
Suo padre, nel 1893, fu membro dei fasci dei lavoratori siciliani locali e portò con sé anche il figlio giovanissimo. Per questo Sebastiano dovette interrompere presto gli studi per seguire il padre, finché non trovò lavoro in una falegnameria. Fu qui che aderì al movimento socialista. In seguito riprese gli studi come autodidatta riuscendo a conseguire prima il diploma di insegnante elementare e poi quello di perito agrario.
Al momento della morte faceva parte della Direzione del Partito Socialista Italiano, nella quale era stato eletto al Congresso di Livorno del gennaio 1921(Tratto da Wikipedia)

 

10 Giugno 1984 Marano (NA) Salvatore Squillace, imbianchino di 28 anni, viene colpito da un proiettile alla testa, mentre era con amici davanti ad un bar, durante una sparatoria tra clan rivali.
Salvatore Squillace, 28 anni, nato a Marano in provincia di Napoli, viene ucciso da proiettili vaganti, dopo l'uccisione del boss di Marano, Ciro Nuvoletta.
Gli assassini di Nuvoletta, per inquinare le possibili piste, hanno sparato all'impazzata e poi sono fuggiti.
Intercettati da una macchina con all'interno persone sconosciute, spinti nel centro di Marano di Napoli, sono coinvolti in un conflitto a fuoco nel quale il povero  Squillace resta vittima.
Squillace, incensurato, sta parlando con un amico al bar.
Viene soccorso e trasportato all'Ospedale Cardarelli di Napoli.
Le sue condizioni sono gravissime perché una pallottola gli ha spappolato il cervello. Dopo un'importante intervento chirurgico, muore. (Fond. Pol.i.s.)

 

10 Giugno 1997 Taranto. Raffaella Lupoli, 11 anni, resta uccisa al posto del padre.
Era il 10 giugno del 1997 quando entrarono in azione i sicari. I killer volevano colpire il padre di Raffaella Lupoli, un metalmeccanico disoccupato che aveva più problemi con la droga che con la giustizia. Passeggiava con lui nel quartiere Tamburi di Taranto. Tre colpi di pistola la colpirono a morte all’età di 11 anni. (Liberanet.org)

 

10 Giugno 2000 Acerra (NA). Ucciso Hamdi Lala per un posto di lavoro precario da tre connazionali albanesi.
Hamdi Lala, bracciante albanese in Italia con un regolare permesso di soggiorno, perde la vita ucciso a coltellate da alcuni suoi connazionali. I fatti si sono svolti ad Acerra, città nel cui circondario si concentra un alto numero di immigrati clandestini alla ricerca di lavoro. Roberto e Kastriot Hoxa avevano imposto a Lala di lasciare al fratello più piccolo, Fidajet Hoxa, il suo lavoro nei campi di tabacco. A questa prepotenza Hamdi risponde però con un secco rifiuto, gesto di coraggio che purtroppo gli costerà la vita. La discussione degenera infatti in violenza e il giovane bracciante viene colpito con forza al petto. Un amico che era con lui riesce fortunatamente a cavarsela con una lieve ferita. Dopo il delitto, i tre assassini trovano rifugio nell'appartamento di alcune amiche romene e proprio qui gli inquirenti li sorprendono e catturano. Il gruppo di fratelli aveva cercato di nascondere sotto i letti le magliette intrise del sangue di Lala. (Fond. Pol.i.s.)

 

11 Giugno 1948 Partinico (PA) Marcantonio Giacalone ed il figlio Antonio, uccisi dai banditi della Banda Giuliano
A Partinico (PA), l'11 giugno del 1948, i banditi della banda Giuliano uccidono il possidente Marcantonio Giacalone e il figlio Antonio: si erano rifiutati di sborsare una somma di denaro.

 

11 Giugno 1980 Rosarno (RC). Assassinato Giuseppe Valarioti, dirigente del PCI, il "più importante martire dell`antimafia calabrese, ben più che un politico onesto".
Giuseppe Valarioti viveva a Rosarno, in Calabria. Era un insegnante precario. Pensava che la politica e la cultura fossero strumenti per sconfiggere la 'ndrangheta e offrire un'opportunità ai giovani del suo paese. E' stato ucciso a trent'anni, la notte tra il 10 e l'11 giugno 1980, mentre usciva dalla cena con cui il Pci festeggiava la vittoria alle elezioni. E' il primo omicidio politico in Calabria, quello che affossa il movimento anti 'ndrangheta. È il battesimo di sangue della Santa, la nuova 'ndrangheta, che cambia il destino della Calabria. Per sempre. Una vicenda giudiziaria lunga undici anni: testimonianze coraggiose e ritrattazioni repentine, un superpentito che parla e non viene creduto, interi faldoni smarriti e un omicidio senza giustizia. (Il caso Valarioti di Danilo Chirico e Alessio Magro)


11 Giugno 1990 Grotteria (RC). Ammazzati in un agguato gli imprenditori edili Nicodemo Panetta, di 37 anni, e Nicodemo Raschellà, di 41 anni.
11 Giugno 1990 Grotteria (RC). Ammazzati in un agguato gli imprenditori edili Nicodemo Panetta, di 37 anni, e Nicodemo Raschellà, di 41 anni.
"Aveva osato accusare e lo chiamavano cadavere ambulante: sfidare le cosche, o più semplicemente difendersi dalla 'ndrangheta facendo nome e cognome di chi ti tartassa, da queste parti significa sottoscrivere la propria condanna a morte. Nicodemo Panetta, 37 anni, piccolo imprenditore edile di Grotteria, un paesino della locride, lo sapeva e viveva nell'incubo, viaggiando su un'auto blindata (la sua bara da vivo, diceva) e facendosi vedere poco in luoghi esposti. Dei soprusi non ne poteva più. Anni fa gli avevano fatto saltare i mezzi della propria impresa, lo avevano sfiancato con richieste di denaro, gli avevano sparato mentre in auto viaggiava con la moglie e la figlioletta Daniela, allora di pochi anni. E si era stufato. Era andato dai carabinieri, aveva raccontato per filo e per segno quel che gli stava accadendo, aveva spedito in galera una cinquantina di mafiosi cancellando così, di colpo, la 'ndrangheta della vallata del Torbido guidata dalla famiglia Ursini. Ma in quello stesso momento venne pronunciata la sentenza mafiosa nei suoi confronti, eseguita a distanza di anni. Trenta colpi di mitra, forse sparati con un mab di quelli in dotazione alla polizia di Stato, hanno falciato l'imprenditore e un suo inseparabile amico, Nicodemo Raschillà, 41 anni, di Mammola, altro centro caldo della locride. I carabinieri sul luogo del delitto hanno ritrovato i bossoli di un intero caricatore... " (P. Sergi)

 

11 Giugno 1997 Napoli. Silvia Ruotolo, 39 anni, viene colpita alla tempia da un proiettile destinato ad un camorrista, mentre rientrava nella propria abitazione.
E' l'11 febbraio del 1997, Silvia Ruotolo è di ritorno nella sua casa di Salita Arenella a Napoli. Con lei, il figlio Francesco che Silvia aveva prelevato da scuola. Alessandra, la figlia maggiore, li guarda dal balcone. In un momento l'inferno: qualcuno spara all'impazzata.
L'obiettivo era Salvatore Raimondi, affiliato al clan Cimmino, avversario del clan Alfano.
Quaranta proiettili volarono dappertutto ferendo un ragazzo e uccidendo sul colpo Silvia.
L'11 febbraio 2001 la quattordicesima sezione della Corte di Assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i responsabili dell'omicidio: i boss Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace e Mario Cerbone.
Negli anni Alessandra, Francesco e Lorenzo, il marito di Silvia, hanno percorso giorno dopo giorno la strada della memoria. Nel 2007 nasce il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti di criminalità e Lorenzo Clemente ne assume la presidenza.  Il 29 giugno 2011 viene istituita la Fondazione Silvia Ruotolo onlus– Tutto ciò che libera e tutto ciò unisce. La famiglia ha inteso in questo modo destinare parte del fondo di solidarietà per le vittime di reato di tipo mafioso (l. 512/1999) ad un impegno concreto contro la cultura criminale.
La Fondazione, alla cui presidenza c'è Alessandra, si pone l'obiettivo di contrastare ogni forma di sub-cultura deviante e ciò attraverso progetti di integrazione sociale rivolti a giovani, e prima ancora a bambini, che vivono in contesti disagiati. (Fond. Pol.i.s.)

 

11 Giugno 2004 San Paolo Belsito (NA). Ucciso Francesco Graziano, 32 anni, insieme allo Zio Antonio, per vendetta nei confronti di parenti coinvolti in una faida. Uccisi per il loro cognome.
Francesco Graziano viene ucciso a San Paolo Belsito, vicino Napoli, insieme allo zio Antonio, con il quale gestiva alcuni supermercati nella  provincia di Avellino, l'11 giugno del 2004.
I due Graziano non avevano precedenti penali, ma erano imparentati con l'omonima famiglia camorristica di Quindici.
Secondo gli inquirenti, Francesco e suo zio sono stati uccisi perché considerati "bersagli" facili, molto più avvicinabili rispetto ai vertici della famiglia.
La storia di Francesco è ricordata nel " Dizionario enciclopedico delle mafie in Italia" edito da Castelvecchi nel 2013. (Fond. Pol.i.s.)

 

11 Giugno 2006 Briatico (VV). Fedele Scarcella, imprenditore agricolo, ucciso ed il corpo dato alle fiamme. Aveva denunciato i suoi estortori.
Fedele Scarcella di 71 anni, possidente terriero di Briatico (Vibo Valentia), originario di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria, ucciso e dato alle fiamme l'11 giugno 2006.
Pagò con la vita le sue denunce contro la ‘Ndrangheta. Il suo corpo fu ritrovato dentro la sua macchina, una Punto blu, parcheggiata davanti alla spiaggia di Punta Safò, a Briatico.  Faceva parte dell’associazione antiracket "SOS Impresa" di Reggio Calabria e da anni aveva preso posizione contro il racket e l’estorsione in Calabria. Era proprietario di diversi terreni, anche nella Piana di Gioia Tauro. Vittima di furti, danneggiamenti ed estorsioni, denunciò ai Carabinieri e fece arrestare due pluripregiudicati appartenenti alla cosca mafiosa dei Piromalli-Molé.

 

13 Giugno 1983 Palermo. Agguato Via Scobar. Uccisi il capitano Mario D'aleo e i carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici.
13 giugno 1983, a Palermo, in via Scobar ci fu una strage. Bersagli furono tre giovani carabinieri: il capitano Mario D’aleo, 29 anni, comandante della compagnia carabinieri di Monreale, massacrato dai criminali di “Cosa Nostra” sotto la sua abitazione, l’appuntato Giuseppe Bommarito ed il carabiniere Pietro Morici, uccisi in macchina, a poca distanza dal portone.
Il capitano D’aleo aveva preso il ruolo di comandante della compagnia dopo la morte del capitano Emanuele Basile, ucciso tre anni prima, il 4 maggio 1980, sotto gli occhi della moglie e della figlia, e ne aveva ereditato le indagini sui traffici illeciti gestiti dai clan di San Giuseppe Jato, Altofonte e Monreale.
Nel 2001 i giudici della prima sezione della Corte d'Assise del Tribunale di Palermo hanno stabilito che ad ordinare l'uccisione del capitano Mario D'Aleo furono i capimafia che formavano allora la Cupola di Cosa nostra e per questo delitto sono stati condannati all'ergastolo Salvatore Riina, Michele Greco, Pippo Calò, Nené Geraci, Bernardo Provenzano e Giuseppe Farinella.

 

13 Giugno 1991 Catania. Uccisione di Vincenzo Leonardi, rappresentante sindacale del consorzio agro - alimentare.
13 giugno 1991 a Catania omicidio di Vincenzo Leonardi. Lavorava al mercato ortofrutticolo,  "nel consorzio, la vittima era un rappresentante sindacale", ed era titolare di un'impresa di trasporti.

 

14 Giugno 1985 Avola (SR) Ucciso l'imprenditore Giuseppe Spada

 

15 Giugno 1876 Bagheria (PA). Ucciso Giuseppe Aguglia, caporale guardie campestri, che si opponeva apertamente alla mafia della zona.

 


15 Giugno 1987 Vibo Valentia. Antonio Civinini, carabiniere di 28 anni, viene ucciso nella piazza principale della città.

Antonio Civinini, carabiniere di 28 anni, originario della provincia di Palermo e in servizio presso la compagnia speciale che ha sede all'ex aeroporto di Vibo Valentia, venne ucciso la sera del 15 giugno del 1987, davanti a decine e decine di persone che nonostante l'ora tarda (erano circa le 22) affollavano Piazza Municipio. L'omicida, a cui aveva chiesto i documenti, gli scaricò quasi un intero caricatore uccidendolo sul colpo, riservando l'ultima pallottola al commilitone, Vincenzo Cataldo, ventunenne di bari, che fu ferito all'inguine ma si salvò.


16 Giugno 1982 Palermo. "Strage della Circonvallazione" in cui perirono i carabinieri Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e Giuseppe di Lavore, autista del furgone.

È definito strage della circonvallazione l'attentato mafioso che venne messo in atto il 16 giugno 1982 sulla circonvallazione di Palermo.
L'attentato era diretto contro il il boss catanese Alfio Ferlito, che veniva trasferito da Enna al carcere di Trapani e che morì nell'agguato insieme ai tre carabinieri della scorta, Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e al ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Di Lavore ebbe la medaglia d'oro al valor civile.
Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio etneo. (Wikipedia)

 

 

17 Giugno 1983 Roma. Viene arrestato Enzo Tortora con l'accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Accuse che si basavano su rivelazioni di un pentito. Enzo Tortora morirà di cancro il 18 maggio 1988.
Venerdì 17 giugno 1983: il volto di “Portobello”, Enzo Tortora, viene svegliato alle 4 del mattino dai Carabinieri di Roma che lo arrestano per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Con queste parole del Tg2, quel giorno, l’Italia segue le immagini che mostrano il celebre presentatore in manette: “Enzo Tortora è stato arrestato in uno dei più lussuosi alberghi romani, il Plaza; ordine di cattura nel quale si parla di sospetta appartenenza all’associazione camorristica Nuova Camorra Organizzata (N.C.O), il clan cioè diretto e capeggiato da Raffaele Cutolo: un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga e dei reati contro il patrimonio e la persona”. [...]L'accusa si basa su un’agendina, trovata nell’abitazione di un camorrista, con sopra un nome scritto a penna ed un numero telefonico: in seguito le indagini calligrafiche proveranno che il nome non era Tortora bensì Tortona e che il recapito telefonico non era quello del presentatore.[...]
La sentenza di assoluzione arriverà il 17 giugno del 1987, esattamente 4 anni dopo l’arresto. [...]
Enzo Tortora morirà di cancro un anno dopo, il 18 maggio 1988. (Da La Storia siamo noi)


18 Giugno 1975 Roccamena (PA). Ucciso Calogero Morreale, 35 anni, sindacalista ed attivista socialista.
Calogero (Lillo) Morreale era un dirigente socialista dell'Alleanza contadina. Colpevole di aver sospettato imbrogli che giravano intorno ai lavori per l'invaso Garcia. "Una grande abbuffata" che ha favorito potenti "famiglie" siciliane. Diga per la quale morirono anche il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo e il suo amico-confidente Filippo Costa (20/08/77) e il giornalista (cronista giudiziario del Giornale di Sicilia) Mario Francese (26/01/79) che aveva scritto sull' "affare" della diga.

 

Niscemi (CL). 18 Giugno 1983 - scompare Patrizia Scifo, 19 anni. 18 Luglio 1983 viene assassinato Vittorio, padre di Patrizia, che stava cercando la figlia.
A Niscemi (CL) Patrizia Scifo, figlia diciassettenne di Vittorio, all'epoca famoso come Mago di Tobruk, si era innamorata di Giuseppe Spatola, sposato, affiliato ad una delle due cosche mafiose locali, impegnate in una faida per il controllo di appalti pubblici. Spatola scappò con la ragazza per poi tornare a chiedere il consenso dei genitori di lei, una volta che avesse ottenuto la separazione dalla moglie. Vittorio Scifo e la moglie glielo negarono, ma la figlia Patrizia continuò a vivere con Spatola, anche quando, ben presto, i rapporti si guastarono e cominciarono i pesanti maltrattamenti che portarono a una denuncia di lei, poi ritirata dopo che dalla relazione era nata una bambina. La sera del 18 giugno 1983 Patrizia Scifo portò la figlia a casa di sua madre dicendo che sarebbe tornata a prenderla il giorno dopo. Ma non tornò mai più. Durante le indagini Spatola, l'ultimo a vederla, fu fermato ma esibì solidi alibi e fu rilasciato. Vittorio Scifo tornò subito a Niscemi e cominciò a cercarla insieme alla moglie, seguendo ogni voce, anche nei bassifondi. Ma il 18 luglio, mentre era seduto davanti al suo bar intorno alle 21,30, fu affrontato da uno sconosciuto che, chiamandolo per nome, lo aggredì sparando fino a colpirlo al volto uccidendolo. (Chilavisto.rai.it)

 

19 Giugno 1991 Corleone (PA).Stefano Siragusa, 32 anni, e Gaspare Palmeri, 61 anni, operai della Forestale, furono assassinati insieme a Domenico Parisi, cognato di Lorenzo Greco, nella guerra tra i "corleonesi di Totò Riina e il clan alcamese dei Greco.
Gaspare Palmeri aveva 61 anni ed era di Castellammare del Golfo. Venne ucciso in un agguato la sera del 19 giugno 1991 a Corleone. L’uccisione è collegata al tentativo dei corleonesi di allargare il proprio controllo sulla cittadina trapanese di Alcamo. Nello stesso agguato morirono Stefano Siracusa di 32 e Domenico Parisi di 41, entrambi di Alcamo.

19 Giugno 1991 Capaci (PA). I fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa, piccoli impreditori Edili, uccisi e sciolti nell'acido
I fratelli Giuseppe e Salvatore Sceusa, imprenditori di Cerda (PA), vennero uccisi e poi sciolti nell' acido il 19 giugno del 1991 perché si erano ribellati al pagamento del pizzo che gli veniva imposto dalla cosca mafiosa di Nino Giuffrè .

19 Giugno 1997 Palermo. Ucciso il costruttore Angelo Bruno.
Ucciso  il 19 giugno del 1997, a Palermo, il costruttore Angelo Bruno. Si pensa che avesse avuto richieste estorsive a cui non aveva potuto far fronte. I familiari dicono che è morto come Libero Grassi, ma l'imprenditore non aveva mai parlato di estorsioni neppure con loro; negli ultimi tempi aveva mostrato qualche preoccupazione, anche per la crisi del settore edilizio. Si fa l'ipotesi che ad uccidere il costruttore sia stato Salvatore Grigoli, arrestato qualche ora dopo, ma Grigoli negherà di avere compiuto il delitto.(C.tro Sic. di Docum. G. Impastato)

 

20 Giugno 1945 San Cipirello (PA). Ucciso Filippo Scimone, maresciallo dei carabinieri.
A San Giuseppe Jato (PA), il 20 Giugno del 1945, la banda Giuliano uccide il maresciallo dei carabinieri Filippo Scimone.

 

21 Giugno 1980 Cetraro (CS). Ucciso Giovanni (Giannino) Losardo, Ex Sindaco di Cetraro- Militante comunista- Segr. Capo Procura Rep. Tribunale di Paola.
Giannino Losardo era un comunista, segretario giudiziario della procura di Paola e assessore comunale a Cetraro, paese della costa tirrenica cosentina. E' stato ucciso il 21 giugno del 1980 mentre a bordo della sua auto stava rientrando a casa dopo una seduta del consiglio comunale. Come mandante viene arrestato Franco Muto, di Cetraro, il "Re del pesce". Il presunto boss viene assolto con sentenza passata in giudicato. L'omicidio di Giannino non ha colpevoli.

 

22 Giugno 1947 Partinico (PA). Restano colpiti a morte Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono, durante un attacco alla locale sezione del Partito Comunista
A distanza di pochi mesi dalla terribile strage di Portella della Ginestra a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi si verificarono delle azioni terroristiche armate contro i militanti e le sedi della Cgil e del Pci, che provocarono morti, feriti e terrore. Gli autori furono esponenti della banda Giuliano, mafiosi e neofascisti, che continuarono così l’offensiva contro il movimento contadino e le forze della sinistra, che lottavano per il diritto al lavoro e per la riforma agraria.
Il raid più grave si svolse a Partinico, dove furono uccisi Giuseppe Casarrubea, ebanista di 47 anni, e Vincenzo Lo Jacono, 38 anni, e furono ferite altre 4 persone, anche in modo grave.

23 Giugno 1967 Strage al mercato di Locri (RC). Carmelo Siciliano resta ucciso in una sparatoria tra clan rivali.
23 Giugno 1967 Strage al mercato di Locri. Strage ad opera della 'ndrangheta nella piazza del mercato di Locri, durante una guerra tra i clan Cordì e Cataldo.
Muoiono 3 persone e due restano gravemente ferite. "Carmelo Siciliano, 39 anni, deve la sua morte ad una pura coincidenza. Il poveretto infatti si trovava al mercato per acquistare frutta ed ortaggi per conto di alcuni albergatori del centro termale di Antonimina e stava caricando alcuni cesti su un camion, quando è stato raggiunto al petto e alla testa da quattro proiettili di mitra." (dal La Stampa del 23.06.1967)

 

25 Giugno 1990 Siculiana (AG). Restano uccisi Giuseppe Bunone e Marco Bonsignore, due ragazzi seduti a mangiare una pizza, in una incursione contro uno stiddaro, scampato all'agguato.
Il 25 giugno del 1990 un commando fece irruzione in una pizzeria di Siculiana. Dentro c'era Gaspare Mallia, uno della Stidda. Era lui l'obiettivo dei killer, ma non riuscirono a scalfirlo. I proiettili, invece, raggiungono due ragazzi seduti a mangiare una pizza. Uno si chiamava Marco Bonsignore di Siculiana: un ragazzo buono e semplice che per trovare un lavoro aveva lasciato la casa dei genitori per stabilirsi all'estero. Era appena tornato per le vacanze estive. L'altra vittima era di Porto Empedocle: Giuseppe Bunone, un operaio. (dal libro Senza Storia di Alfonso Bugea e Elio Di Bella)

 

25 Giugno 1994 Licata (AG). Ucciso Salvatore Bennici, imprenditore edile vittima del racket.
Salvatore Bennici, 60 anni, imprenditore edile di Licata ucciso il 25 giugno 1994. Due killer incappucciati l’hanno ucciso alle 7.30 del mattino mentre si dirigeva al lavoro in compagnia del figlio Vincenzo, 26 anni. Un’ esecuzione spietata: uno dei sicari ha immobilizzato il giovane puntandogli la pistola alla tempia, mentre il compare sparava senza affanno all’ imprenditore. Il figlio ha gridato come un forsennato, tentando di divincolarsi. Tutto inutile: il giovane è stato costretto ad assistere impotente all’agghiacciante spettacolo di morte. A missione compiuta i killer sono fuggiti a bordo di un’ Alfa 75 che dopo qualche ora e’ stata ritrovata bruciata. Salvatore Bennici era titolare di una piccola impresa edile. Si occupava di subappalti e movimento terra: per chi conosce un po’ le cose siciliane sa benisismo che questi sono pascoli tradizionali della mafia. Di recente aveva anche ottenuto un incarico per il completamento di una strada nel comune di Palma di Montechiaro. E proprio questo subappalto potrebbe aver fatto scattare gli appetiti del racket. (Liberanet.org)


25 Giugno 1995 Reggio Calabria. Ucciso Peter Iwule Onyedeke, nigeriano di 33 anni, studente di architettura

Anche l'africano Peter Iwule Onyedeke è una vittima della 'ndrangheta. Nigeriano di 33 anni, studente di Architettura, è stato assassinato inspiegabilmente il 25 giugno 1995 a Reggio Calabria. Per arrotondare le misere entrate (dava una mano in un mobilificio della periferia), faceva il parcheggiatore abusivo. Quella notte stava nello spiazzo di fronte ad una discoteca del quartiere Gallico Marina. Chiedere dei soldi ad uno 'ndranghetista è inopportuno, se poi a farlo è un africano si tratta di un'offesa. Piovono sei colpi di pistola calibro 45, tutti al torace, poi la fuga a bordo di un'auto rubata dei soliti ignoti che nessuno ha visto.
Peter era sposato e aveva due figli in Nigeria, che manteneva. A Reggio viveva col fratello, anche lui studente. La criminalità, Peter, l'ha conosciuta in Calabria. Lui viveva in tranquillità, frequentando la comunità nigeriana (in quegli anni erano molti gli universitari) e la gente di una città che sa essere anche accogliente. E solidale: in tanti reagirono, scesero in piazza contro la violenza mafiosa. Una protesta che per una volta ebbe il sostegno delle istituzioni, con un piccolo gesto: le spoglie di Peter tornarono alla sua famiglia grazie all'intervento del Comune. (Stop'ndrangheta.it)

 

26 Giugno 1959 Palermo. Uccisa Anna Prestigiacomo, 15 anni, forse per vendetta nei confronti del padre ritenuto confidente dei carabinieri.
Anna Prestigiacomo, aveva 15 anni, quando venne uccisa una sera d’estate nel giardino di casa sua nel rione San Lorenzo, a Palermo. Era il 26 giugno 1959.
Una sorellina di Anna, Rosetta, di 11 anni, vide in volto il killer e lo riconobbe: agli investigatori indicò il nome del vicino di casa, il pregiudicato Michele Cusimano. Ma questi negò tutto, venne arrestato con il padre e rinviato a giudizio. Il padre, invece, fu prosciolto in istruttoria. Il processo si concluse con la clamorosa assoluzione dell’imputato. Il verdetto venne ribaltato in Corte d’Assise e di Appello e Cusimano venne condannato con la concessione, però, di alcune attenuanti. (Liberanet.org)

 

26 Giugno 1975 Eupilio (CO). Rapita Cristina Mazzotti , 18 anni, il suo corpo fu ritrovato in una discarica.
Si può morire a 18 anni, solo per danaro.
Si può morire senza colpa, crudelmente.
Si può morire e finire gettata in una discarica, tra carrozzine rotte e sacchi della spazzatura, come ulteriore oltraggio.


E’ quello che accadde a Cristina Mazzotti, rapita la sera del 26 giugno 1975 davanti al cancello della villa dei genitori a Eupilio, in provincia di Como, e ritrovata morta il primo settembre dello stesso anno, dopo un atroce e insensata prigionia fatta di stenti e soprusi, di overdose di eccitanti mescolati a tranquillanti. (Art. Paolo Benetollo)

 

26 Giugno 1983 Torino. Ucciso il Magistrato Bruno Caccia. Indagava sul "Clan dei calabresi" e sui mafiosi catanesi operanti nel Nord Italia.
Bruno Caccia, procuratore capo a Torino indagava sul "Clan dei calabresi" e sui mafiosi catanesi operanti nel Nord Italia e diede un contributo di fondamentale importanza per contrastare la ferocia del terrorismo. Grazie alla sua opera, la Procura instituì i primi processi ai capi storici di Br e Prima linea. Il lavoro di Bruno Caccia in Procura fece vacillare le basi del dominio malavitoso imperante tra Torino e Provincia. Era un vero uomo delle istituzioni che non si poteva corrompere. La malavita lo sapeva e decise di eliminarlo. Bruno Caccia venne freddato con diversi colpi di pistola sotto casa il 26 giugno del 1983.
Domenico Belfiore è stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.


26 Giugno 1985 Casapesenna (CE). Ucciso dalla camorra Mario Diana, imprenditore di 49 anni. Volevano impadronirsi della sua azienda.
Il 26 giugno 1985, a Casapenna, viene ucciso Mario Diana.
L'imprenditore è stato assassinato per aver difeso dalla camorra la sua impresa di trasporti.
La verità è stata ricostruita grazie a Domenico De Simone e Giuseppe Quadrano, autoaccusatisi del delitto e condannati a 14 anni di reclusione.
La terza sezione della Corte d' Assise di Santa Maria Capua Vetere, presieduta da Elisabetta Garzo, ha accolto le richieste del pm Antonio Ardituro condannando all'ergastolo anche Antonio Iovino detto "' O ninno".
Antonio e Nicola Diana hanno dichiarato di aver ottenuto finalmente giustizia:
"La magistratura ha dato una risposta di giustizia al nostro immenso dolore", dichiarano Antonio e Nicola Diana, che insieme alle due sorelle si sono costituiti parte civile. «Viene così premiata la nostra ricerca della verità». (a.t.)
I figli ricordano anche Willy, il loro pastore tedesco, che, spezzata invano la catena per soccorrere il padrone, pianse per due giorni e due notti sulle macchie di sangue.
La storia di Mario è raccontata nel libro "Come nuvole nere" di Raffaele Sardo edito da Melampo nel 2013. Mario è anche ricordato nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013. (Fondazione Pol.i.s.)

 

 

26 Giugno 1990 San Lorenzo (RC). Ucciso Antonino Pontari, assessore del comune. Si era rifiutato di presentare le dimissioni impostegli dal clan

Aveva 42 anni, assessore socialista all’urbanistica al Comune di San Lorenzo (Rc), responsabile dell’ufficio tecnico dell’ospedale “Morelli” di Reggio Calabria, Antonino Pontari fu assassinato con quattro colpi calibro 9 alla testa. L’agguato avvenne il 26 giugno del 1990 lungo la superstrada ionica, nei pressi dell’aeroporto “Tito Minniti”, dove Pontari, a bordo della sua Bmw, era fermo a un semaforo. A sparare, un killer a bordo di una moto, guidata da un complice. Secondo il racconto di alcuni pentiti, l’omicidio di Pontari avvenne su mandato del boss di San Lorenzo Domenico Paviglianiti, che però fu assolto in appello. A sparare sarebbe stato Santo Maesano, in sella alla moto guidata da Enzo Di Bona. Il supporto logistico fu invece assicurato da Domenico Testa e Giovanni Riggio, quest’ultimo poi collaboratore di giustizia e tra gli accusatori di Paviglianiti. Il racconto dei pentiti sulla morte di Pontari coincideva con le dichiarazioni della sorella di questo, che aveva chiaramente indicato quale movente dell’omicidio la volontà di Paviglianiti di imporre sul territorio di San Lorenzo la supremazia della cosca e il controllo sugli appalti. (memoriaeimpegno.it) (foto da quotidianodelsud.it)

 

26 Giugno 2005 Bovalino (RC). Ucciso Pepe Laykovac Tunevic, 36 anni, slavo, in mezzo a innumerevoli persone in un mercato. Nessuno ha visto e sentito.
Il 26 Giugno 2005 a Bovalino (RC) viene ucciso Pepe Laykovac Tunevic, 36 anni, slavo. L’uomo da anni viveva nel campo nomadi di Gioia Tauro. Al momento dell’agguato Tunevic era in compagnia della moglie e dei figli e stava cercando di vendere ai commercianti del mercato alcune miniature in legno. La vittima è stata avvicinata da due persone che, secondo quanto si è appreso, hanno sparato diversi colpi di pistola e sono poi fuggite a bordo di uno scooter. Nessuno ha visto e sentito.

 

26 Giugno 2012 Casoria (NA). Ucciso Andrea Nollino, colpito da un proiettile vagante mentre stava spazzando davanti al bar di cui è uno dei titolari. I killer, a bordo di uno scooter, stavano inseguendo un'auto.
Poco dopo le 8:00 del 26 giugno 2012 Andrea Nollino, 42enne di Casoria,  si trova all'esterno del bar di sua proprietà. Pochi attimi e Andrea cade colpito a morte da colpi di arma da fuoco. L'uomo è vittima della camorra, ucciso a causa di un terribile scambio di persona. Andrea, sposato con Antonietta e padre di tre figli, era infatti persona onesta, estranea a qualsiasi contesto criminale. (Fondazione Pol.i.s.)

 

27 Giugno 1991 Agrigento. Ucciso Vincenzo Salvatori, metronotte, durante un tentativo di rapina al furgone portavalori di cui era alla guida.
Era il 27 giugno del 1991. Per Vincenzo Salvatori, Ignazio Salemi e Carmelo Cinquemani era una giornata di lavoro come tante altre. Alle 9:00 erano partiti dalla Banca d'Italia di Agrigento con il furgone della ditta di trasporto valori per cui lavoravano. Avevano preso in consegna i plichi con i soldi e avevano imboccato la strada per Favara per fare le consegne. Giunti nei pressi di contrada Petrusa, da una traversa sbucò fuori un autocarro, che si mise davanti il furgone blindato. Salvatori, che era alla guida del portavalori, tentò invano la fuga. La strada gli venne sbarrata da una Citroen Bx bianca. Dal camion scesero quattro malviventi col volto coperto, si avvicinarono al furgone e spararono in direzione di Salvatori che aveva il vetro del finestrino abbassato: il metronotte morì all'istante. Fu colpito anche Salemi che sedeva accanto a lui, ma miracolosamente fece da scudo al suo cuore il portafogli che aveva messo nella tasca della giacca dove il proiettile si conficcò; un altro proiettile lo raggiunse ad un braccio lasciandolo ferito. Il terzo metronotte, che sedeva dietro, Carmelo Cinquemani, riuscì con la radio ricetrasmittente ad avvisare la centrale. I malviventi capirono di avere poco tempo a disposizione, tentarono il colpo, ma quando capirono che era diventato rischioso si diedero alla fuga senza riuscire a rubare una sola lira. Quando arrivano carabinieri e polizia per Salvatori non ci fu nulla da fare. Aveva 38 anni, lasciò due bambini e la moglie Concetta Mantisi, di 32 anni. La tentata rapina era stata decisa in un summit della Stidda.(comunicalo.it)

 

28 Giugno 1946 Riesi (CL). Ucciso Pino Camilleri, sindaco socialista di Naro (AG)
Pino Camilleri (Naro, 20 giugno 1918 – Naro, 28 giugno 1946) è stato un politico italiano, sindaco socialista di Naro (AG) ucciso dalla mafia.
Il 28 giugno 1946, a soli 27 anni, già riconosciuto come capo contadino in una vasta zona a cavallo tra le province di Caltanissetta e Agrigento, fu colpito dalla lupara mentre cavalcava da Riesi (CL) verso il feudo Deliella, aspramente conteso tra gabelloti e contadini. (Wikipedia)

 

29 Giugno 1982 Termini Imerese (PA). Ucciso Antonio Burrafato, Brigadiere Polizia Penitenziaria . Ucciso per aver fatto il proprio dovere.
Antonino Burrafato (Nicosia, 13 giugno 1933 – Termini Imerese, 29 giugno 1982) è stato un poliziotto italiano, vice-brigadiere in servizio presso la Casa Circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese. Fu assassinato da mano mafiosa il 29 giugno 1982.
Lavorava presso l'ufficio matricola del penitenziario dove nel 1982 il boss Leoluca Bagarella, in transito presso i Cavallacci, stava tornando a Palermo a causa della morte del padre, nel frattempo gli doveva essere notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere e quindi non sarebbe potuto andare a trovare il padre. L'arduo compito toccò al brigadiere Burrafato, uomo che osservava alla lettera il regolamento e che quindi impedì al Bagarella di recarsi al funerale del padre. Dopo un acceso alterco il boss giurò di vendicarsi, cosa che poi avvenne qualche tempo dopo. (Wiipedia)

 

30 Giugno 1963 Villabate (PA). Il panettiere Giuseppe Tesauro e Pietro Cannizzaro, custode di un garage, restano uccisi nell'esplosione di un'auto bomba.
La notte del 29 giugno 1963 il panettiere Giuseppe Tesauro, 41 anni, padre di quattro figli, si trovava a Villabate (PA) nel panificio in cui lavorava e, come ogni notte estiva, mentre aspettava che il forno raggiungesse la giusta temperatura, ne approfittava per prendere un po’ di aria fresca. Mentre aspettava, insieme ad un altro panettiere, Giuseppe Castello, a circa 50 metri (nei pressi di corso Vittorio Emanuele) vide del fumo che fuoriusciva da un’automobile che era parcheggiata davanti ad un garage chiamato “Gatto verde”. Al che Tesauro andò a chiamare Pietro Cannizzaro, custode del garage, avvisandolo della situazione. A questo punto i due si avvicinarono all’automobile per cercare di spegnare il fuoco ma quando Cannizzaro provò ad aprire l’auto questa esplose perché imbottita di tritolo.
Pietro Cannizzaro e Giuseppe Tesauro morirono sul colpo, mentre Giuseppe Castello rimase ferito.
La bomba era indirizzata a Giovanni Di Peri, a cui era destinata anche l'auto, abbandonata sulla strada che da Ciaculli porta a Villabate, e che nell'esplosione provocò la morte di due artificieri dell'esercito, di quattro carabinieri e di un maresciallo di Pubblica Sicurezza.

 

30 Giugno 1963 Palermo. Strage di Ciaculli. Dilaniati da un'auto bomba Mario Malausa, Silvio Corrao, Calogero Vaccaro, Eugenio Altomare, Marino Fardelli, Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci.
La Strage di Ciaculli-Villa Sirena, località sita sulla stradale Gibilrossa-Villabate (Palermo], avvenne il 30 giugno del 1963 e fu il culmine di una serie di omicidi di boss di primo piano e a Villabate, poche ore prima, di due vittime innocenti, Giuseppe Cannizzato e Giuseppe Tesauro, con l'esplosione di un'altra auto che avrebbe dovuto uccidere un'altro boss.
"A metà mattinata, arrivò una telefonata alla questura di Palermo, durante la quale l’interlocutore diceva che c’era un’automobile abbandonata in aperta campagna. La polizia si precipitò subito sul luogo, a Ciaculli dove trovò un’Alfa Romeo Giulietta, con gli sportelli aperti e una ruota a terra. Si capì subito che si trattava di un’auto bomba, anche perché nelle prime ore della stessa mattinata era scoppiata un’altra Giulietta a Villabate uccidendo un fornaio e un meccanico. Due ore dopo arrivarono gli artificieri che controllarono la macchina e dopo aver tagliato la miccia, leggermente bruciata di una bombola di gas situata al suo interno, dissero che ci si poteva avvicinare perché non c’era più pericolo.
Ma quando, il tenente Mario Malausa, aprì il bagagliaio per ispezionarlo, si provocò l’innesco della grande quantità di tritolo che c’era al suo interno. Si ebbe una grande deflagrazione che provocò una strage: morirono, dilaniati dalla defraglazione il tenente dei carabinieri Mario MALAUSA, i marescialli Silvio CORRAO e Calogero VACCARO, gli appuntati Eugenio ALTOMARE e Mario FARBELLI, il maresciallo dell'esercito Pasquale NUCCIO, il soldato Giorgio CIACCI.
Con questo atto criminoso si ebbe la conclusione della “prima guerra di mafia” nella Sicilia martoriata dal secolare terrorismo mafioso.
Le indagini, all’epoca, si concentrarono su un attentato fallito nei confronti del boss di Ciaculli Salvatore Greco, da parte dei rivali della cosca La Barbera, ma nessuno venne mai formalmente rinviato a giudizio per la strage.
Successive indagini investigative e giornalistiche avevano ipotizzato che obiettivo dell’attentato fossero gli stessi Carabinieri della Tenenza di Roccella e soprattutto il loro comandante, tenente Mario Malausa, autore di un rapporto alla magistratura sugli intrecci tra mafia e politici locali. In ogni modo, ancora oggi autori e mandanti della strage di Ciaculli sono ignoti e il caso,quindi, viene, ad oggi, considerato insoluto.
La strage, però, provocò una forte reazione dell'opinione pubblica e in particolare delle forze dell'ordine: le vittime erano tutti servitori dello Stato. Il governo procedette a centinaia di denunce e arresti, in Parlamento vennero varate alcune misure urgenti. Ma soprattutto si mise al lavoro la Commissione Antimafia. Costituita a febbraio dello stesso anno la commissione era rimasta inoperante. Ma sull'onda delle reazioni popolari e politiche alla strage di Ciaculli, il 6 luglio del '63 era già insediata. Le audizioni della commissione si tennero dal 15 al 18 gennaio del '64 al Palazzo dei Normanni di Palermo, sede dell'Assemblea regionale. Davanti ai membri della commissione furono convocati i maggiori esponenti della magistratura, della polizia, dei carabinieri, rappresentanti della stampa e delle istituzioni siciliane.
E’ diventato un cold case. Un silenzio grave che ancora oggi reclama verità".(mazaracult.blogspot.it)

 

30 Giugno 1983 Figline Vegliaturo (CS). Ucciso il ristoratore Attilio Aceti. Non aveva sottostato a ricatti e aveva fatto arrestare gli estorsori.
Il 30 giugno del 1983 scompare da Figline Vegliaturo (CS), il ristoratore Attilio Aceti, 62 anni. Il suo corpo fu ritrovato due giorni dopo in un terreno di sua proprietà.
La pista subito imboccata è quella del sequestro per vendetta. Aceti, infatti, aveva subito alcuni mesi prima delle pressanti richieste estorsive, condite con l'incendio di due auto. Volevano venti milioni dal ristoratore, per "proteggerlo" dai pericoli. D'accordo coi carabinieri, Aceti aveva messo in scena un'imboscata. Fingendo di accettare l'estorsione, aveva fissato la consegna di un prima rata di cinque milioni, un pacchetto lasciato nei pressi di una fontana in una strada di provincia. al ritiro assistono i militari, che arrestano subito la banda di estorsori.
E' uno smacco al quale, forse, la banda ha reagito con una punizione esemplare.
Le indagini finiranno in un nulla di fatto. (fonte: "Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta" di Danilo Chirico e Alessio Magro)

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

Leggi tutto...
 
Le Vittime che commemoriamo, mese: LUGLIO PDF Stampa E-mail

 

1 Luglio 1982 Giugliano (NA) Ucciso Giuliano Pennacchio, assessore al personale del Comune.
Giuliano Pennacchio, 45enne, segretario di una scuola media e assessore al Personale del comune di Giugliano (Campania) è stato ucciso nel luglio del 1982 mentre tornava a casa a piedi, in via Meristi.
Ha da poco parcheggiato la macchina quando, a bordo di un'auto, due killer gli hanno sparato.
Giuliano Pennacchio svolge un'importante attività politica cercando tra l'altro di rendere più efficaci ed efficienti i servizi comunali.
Secondo le indagini il Pennacchio si è probabilmente intromesso in faccende illecite che gli hanno costato la vita.
In quel periodo era sindaco del comune Giuliano Granata, ex segretario particolare di Ciro Cirillo, sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1981 per 89 giorni.
Il sequestro fu al centro di durissime polemiche, infatti, la Democrazia Cristiana optò per la trattativa con i terroristi.
La sua liberazione avvenne tramite intrecci mai chiariti del tutto, che videro probabilmente anche la mediazione di Raffaele Cutolo. (Fond. Pol.i.s.)

 

2 Luglio 1949 Palermo. Strage di Portella della Paglia (Monreale - PA): Perirono sotto i colpi della Banda Giuliano le guardie P.S.: Carmelo Agnone, Candeloro Catanese, Carmelo Lentini, Michele Marinaro e Quinto Reda.
Erano in forza al Reparto Autonomo Guardie di P.S. presso l'ispettorato Generale di P.S. per la Sicilia e componenti del Nucleo Mobile di San Giuseppe Jato (PA), un avamposto istituito per la repressione del banditismo e la cattura della banda del famigerato Salvatore Giuliano.Verso le 20,30 del 2 luglio, a bordo di una camionetta Fiat 1100 il Commissario dr. Mariano Lando, 35 anni, funzionario dell’Ispettorato e le Guardie Carmelo Gucciardo, 24 anni, autista, Carmelo Agnone, 28 anni, Carmelo Lentini, 23 anni, Michele Marinaro, 26 anni, Candeloro Catanese, 29 anni, Quinto Reda, 27 anni e Giovanni Biundo, 22 anni, partirono alla volta di Palermo, per recarsi all’Ispettorato, ove era stata convocata un’urgente riunione di servizio. Pochi chilometri dopo, allorchè il veicolo giunse in località Portella della Paglia, un gruppo di una decina di fuorilegge aprì il fuoco con raffiche di mitra, lanciando anche alcune bombe a mano. Le prime raffiche falciarono Agnone, Lentini e Reda, che morirono all’istante. Gli altri si precipitarono fuori dal mezzo e, facendosene scudo, risposero al fuoco con le armi automatiche. La sparatoria si protrasse per circa mezz’ora; i malviventi cercarono di accerchiare il veicolo per trucidare i poliziotti, che si difesero strenuamente, riuscendo a metterli in fuga e a chiamare i soccorsi. Purtroppo, quando questi arrivarono, trovarono sul terreno quattro feriti: Gucciardo e Biundo in modo serio, ma non mortale, mentre Marinaro e Catanese lo erano gravemente e versavano in evidente pericolo di vita. Immediatamente trasportati in ospedale, i quattro agenti furono sottoposti alle cure del caso, che però per due di essi furono disperate e vane: il Marinaro cessò di vivere poco dopo, mentre il Catanese si spense il 4 luglio, dopo due giorni di agonia.Sul posto della sparatoria il giorno dopo confluirono diverse autoblindo della P.S. e dei Carabinieri e, durante il sopralluogo, furono rinvenute centinaia di bossoli e bombe a mano inesplose, che avrebbero potuto uccidere tutti i componenti della squadra.Le indagini non accertarono se il gruppo dei banditi si fosse appostato lì diverse ore prima ovvero si trovasse in quel luogo per pura coincidenza, certo si fece strada il sospetto che essi sapessero della convocazione a Palermo ed avessero pianificato l’agguato con cura. Il grave sospetto che la banda potesse contare su strumenti di intercettazione telefonica o su delatori o, peggio, traditori spinse il Ministro Scelba a disporre una commissione d’inchiesta, che però non apportò alcun risultato. (Cadutipolizia.it)


2 Luglio 1962 Bagheria (PA) Ucciso il bracciante agricolo Giacinto Puleo.
2 luglio 1962 a Bagheria (PA): “Giacinto Puleo era bracciante. Come tanti era emigrato in Germania. Con una idea fissa in testa. Risparmiare abbastanza per tornare al paese, comprare un pezzo di terra e mettersi per conto suo. C’era quasi riuscito. Con un amico aveva preso un pezzo di limoneto a mezzadria. Era mancato anni. Non sapeva che in quel limoneto non raccoglieva più il padrone, ma un mafioso. Non glielo dissero subito, ma solo alla vigilia del raccolto. Vattene! Gli consigliarono. Giacinto non ci volle sentire: troppi sacrifici gli era costato quel pezzetto di giardino. Lo aspettarono di primo mattino, mentre andava a lavorarci e gli spararono due colpi di lupara”.

 

2 Luglio 1975 Palermo Ucciso Gaetano Cappiello, Guardia di Pubblica Sicurezza
Il proprietario di un noto laboratorio fotografico era stato più volte oggetto di minacce ed estorsione da parte di banditi che chiedevano soldi in cambio di protezione. Il commerciante si rivolge alla Polizia, che organizza un servizio per catturare gli estortori. Dopo numerosi appostamenti, andati a vuoto per la particolare cautela adoperata dai banditi, l'ultimo appuntamento, quello decisivo è previsto per le ore 21,30 del giorno 2 Luglio, davanti alla Chiesa della Resurrezione nel quartiere “Villaggio Ruffini”. La zona è circondata da agenti e sottufficiali in borghese, mentre un furgoncino civetta è posteggiato ad una ventina di metri dal luogo dell'appuntamento. L'agente Cappiello si trova nella macchina dell’imprenditore per proteggerlo durante la consegna del denaro e poi lasciare intervenire i colleghi. Alle ore 21,15 i banditi telefonano a Randazzo dicendogli di attendere il loro arrivo in macchina. Quando si avvicinano, Cappiello esce improvvisamente dalla vettura, dichiarandoli in arresto, ma viene raggiunto da cinque colpi al petto. Morirà poco dopo all'ospedale di Villa Sofia, tra le braccia del suo capo della mobile, Bruno Contrada.
Cappiello, 28 anni, lasciò la Moglie e un figlio in tenera età. (cadutipolizia.it)

 

2 Luglio 1982 Marano di Napoli. Assassinato Salvatore Nuvoletta, 20 anni. Carabiniere.
Salvatore Nuvoletta aveva compiuto da qualche giorno 20 anni. Era nato a Marano (Napoli) il 22 giugno del 1962.
Viene ucciso dalla barbarie della camorra il 2 luglio del 1982, mentre stava seduto, tenendo un bambino in braccio, davanti all’esercizio commerciale di un parente nella sua città natale. Carabiniere a soli 17 anni, Salvatore era stato destinato alla caserma di Casal di Principe. I killer lo avevano chiamato per nome e cognome per accertarsi che fosse proprio lui, Salvatore intuì che qualcosa stava per accadere e lanciò il bambino che aveva in braccio distante da lui, fu colpito da una pioggia di colpi mortali. Questa morte inspiegabile viene chiarita anni dopo a seguito delle confessioni di Carmine Schiavone. L’assassinio fu la risposta della camorra alla morte di Mario Schiavone, avvenuta pochi giorni prima, durante un conflitto a fuoco con gli stessi carabinieri della stazione di Casal di Principe. Una vera e propria ritorsione anche se a pagare fu Salvatore Nuvoletta che nel giorno del conflitto a fuoco era a riposo. I casalesi per questo omicidio chiesero il “permesso” alla famiglia Nuvoletta di Marano e furono proprio i Nuvoletta, per mano di Antonio Abbate, ad eseguire la condanna a morte. Per Salvatore arriva la Medaglia d’oro al Merito Civile, una lapide lo ricorda nel Parco Don Diana a Casal di Principe.


2 Luglio 1990 Milazzo. Ucciso Giuseppe Sottile, 13 anni. Vittima innocente di un regolamento di conti.
Giuseppe Sottile, un ragazzino di 13 anni, aveva appena trascorso, in paese, una serata serena con la propria famiglia, il papà, la mamma e le due sorelline, quando un commando, appostato davanti alla loro abitazione, al loro rientro, ha aperto il fuoco senza pietà. Il padre ha tentato di proteggerlo con il proprio corpo ma una pallottola lo ha colpito al petto e quando è arrivato in ospedale ormai non c'era più nulla da fare. Il padre, anche se gravemente ferito, si è salvato.


3 Luglio 1975 Lamezia Terme (CZ). Assassinato il magistrato Francesco Ferlaino. Era avvocato generale della Corte d'appello di Catanzaro.
Francesco Ferlaino era avvocato generale della Corte d'appello di Catanzaro. Come magistrato era stato eletto al "Comitato Direttivo Centrale" dell'Associazione Nazionale Magistrati per il gruppo di "Magistratura Indipendente". È stato Presidente della Corte d'assise d'appello di Catanzaro ed in tale carica ha presieduto il processo alla mafia siciliana,processo che era stato trasferito a Catanzaro per legittimo sospetto.
Venne ucciso a colpi di fucile, in prossimità della sua abitazione di Nicastro, da sicari rimasti sconosciuti appartenenti alla malavita organizzata, il 3 Luglio del 1975.
Al suo nome è dedicato il palazzo di giustizia di Catanzaro, l'aula della Corte d'Assise d'appello di Catanzaro ed una via di Lamezia Terme. (Wikipedia)

 

3 Luglio 1981 Torino. Lorenzo Crosetto, Imprenditore 61enne, rapito, il suo corpo trovato sepolto in un campo
Lorenzo Crosetto, 61 anni, venne rapito la sera del 3 luglio 1981. Stava giocando a scopa nel bar Ponte Barra, in barriera di Casale, locale con atmosfera anni Cinquanta nella vecchia Torino di Cesare Pavese schiacciata tra il Po e la collina. Un mese e mezzo dopo era morto, esaurito dagli stenti e dal calore: lo avevano nascosto in una baracca di lamiera nelle campagne di Asti dove sotto il solleone di luglio la temperatura saliva anche a 50 gradi. I banditi vollero lo stesso il denaro: 672 milioni. Poi più niente. Solo silenzio fino al 31 maggio 1983, quasi due anni dopo, quando un pentito della ' ndrangheta avrebbe portato il sostituto procuratore della Repubblica di Torino Marcello Maddalena sulla tomba di Crosetto: quattro palmi di terra tra una vigna e un campo di granoturco, a Sessant, alla periferia di Asti. (Fonte La Repubblica)

 

4 Luglio 1986 Torre Annunziata (NA). Ucciso Luigi Staiano, giovane imprenditore, titolare di una impresa di costruzioni. Vittima del racket.
Luigi Staiano, giovane imprenditore edile di Torre Annunziata (NA), venne ucciso il 4 luglio 1986, quando aveva 35 anni, mentre andava dal fruttivendolo. A sparare due giovani su una moto, i volti coperti dai caschi.
Luigi Staiano era sposato, padre di una bambina che all’epoca aveva tre anni. Fu il primo che ebbe il coraggio di dire no alla camorra delle estorsioni presentando denuncia in Questura.
La storia di Luigi Staiano è raccontate nel libro di Emanuele Boccianti e Sabrina Ramacci "Italia giallo e nera" edito da  Newton Compton nel 2013. La vicenda di Luigi è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013.

 

4 Luglio 1990 La Seconda strage di Porto Empedocle. Restarono uccisi, vittime innocenti, Giuseppe Marnalo e Stefano Volpe
Seconda strage di Porto Empedocle. Era il 4 luglio del 1990. I killer stiddari arrivati a Gela dovevano lavare col sangue la morte dei Grassonelli assassinati nel settembre del 1986 (prima strage). I colpi di mitra spezzarono però anche la vita di due ragazzi che erano dentro quella maledetta officina, non per fatti di mafia. Giuseppe Marnalo era un operio. Per la verità era legato a Sergio Vecchia (l'obiettivo dei killer) da un rapporto di parentela, essendone il cognato. Ma in quel posto era andato per fare compagnia all'altro cognato, Calogero Palumbo, rimasto ferito. Stefano Volpe, invece, era il figlio del titolare dell'officina dove si consumò la strage. Era lì per aiutare il padre, mentre il resto della famiglia abitava al piano di sopra. Lo ricordano come un ragazzo sveglio e socievole. Era componente di un gruppo folcloristico di Agrigento. Gli piacevano la musica e la vita. (Senza Storia di A. Bugea e E. Di Bella)

 

4 Luglio 1990 Strongoli (CZ). Resta ucciso in una sparatoria, il giovane Arturo Caputo, 16 anni, mentre era in pizzeria con gli amici.
Il 4 luglio del 1990 è il giorno della semifinale Inghilterra-Germania e a Strongoli, nell'alto Cotronese, la pizzeria è piena di gente. Sul grande televisore piazzato a un lato della sala vanno in onda le prodesse di "Gazza" Gascoigne, inutili contro gli imbattibili tedeschi. Arturo Caputo, 16 anni,  mangia una pizza con gli amici e beve tranquillamente una birra. Il killer comincia a sparare appena messo piede nel locale. Ha un grosso fucile a pompa, e lo fa vibrare a ripetizione. Sei colpi per uccidere il bersaglio, il pregiudicato Salvatore Scalise. Si gettano tutti a terra, per scampare il pericolo e per non vedere. L'uomo col fucile insegue la sua vittima fino all'ingresso del bagno e lì pone fine alla sua fuga disperata. Poi scappa insieme al complice che gli copre le spalle fuori dalla pizzeria. La scena è raccapricciante. La gente che affolla il locale si ritrova in una confusione di tavoli e sedie, stoviglie e posate. Non si rialzano da terra tre sedicenni. I pallettoni sono volati in ogni direzione e hanno colpito in tre tavoli diversi. Due ragazzi sono solo feriti, ma per Arturo non c'è niente da fare.
E' la guerra tra i Dima e i Castiglione e delle venti persone che hanno assistito all'agguato nessuno sarà disposto a testimoniare. (Tratto da Dimenticati - Vittime della 'ndrangheta di D. Chirico ed A. Magro)

 

4 Luglio 1992 Napoli. Ucciso Giorgio Ascolese durante una rapina nel negozio in cui lavorava.
Giorgio Ascolese lavorava come commesso in un negozio di elettronica in via Calata San Marco a Napoli.
Pochi minuti prima delle 14 del 4 luglio del 1992, due malviventi costringono Giorgio e il suo collega Rocco Nutricati a consegnare l'incasso della mattinata. Non ancora soddisfatti di un bottino pari a 4 milioni di lire, i rapinatori cercano di impossessarsi anche di parte della merce. È proprio a questo punto che  i due commessi reagiscono. L'esito di questa azione sarà purtroppo la morte di Giorgio Ascolese e il ferimento del suo collega a causa dei colpi esplosi dai killer.

 

5 Luglio 1948 Trapani. Scompare Tommaso Triolo, fratello minore di Nicasio, dirigente DC.
Il notaio Tommaso Triolo era il fratello minore del Dr. Nicasio, dirigente DC, componente del Movimento dei Focolari.
Fu rapito a Trapani il 5 luglio del 1948. Di lui, dopo alcune lettere con la richiesta di un riscatto di 100 milioni, all'epoca cifra che la famiglia mai avrebbe potuto mettere insieme, scritte dallo stesso Tommaso, la famiglia non ne seppe più nulla. Nemmeno il corpo gli fu reso.
"La scomparsa di Maso, vittima di «lupara bianca», una storia mai chiarita, cambia la vita della famiglia. Nicasio non si rassegna, non si rassegnerà mai. Si mette alla triste ricerca almeno del corpo del fratello, va persino a trovare il mafioso Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano, nel carcere Ucciardone di Palermo. Silenzio. Non riesce poi a cancellare dagli occhi quella scena del processo in cui gli incriminati del sequestro furono assolti per insufficienza di prove. Non sopportanto quella messinscena era uscito sbattendo la porta." (Tratto da: "Una vita per vincere. Biografia di Nicasio Triolo" Di Gaetano Minuta)

 

5 Luglio 1993 Ragusa. Assassinato il giovane Andrea Castelli, 23 anni, perché aveva difeso la sorellina.
Andrea Castelli, 24 anni, elettricista di Ragusa, era "colpevole" di essere intervenuto, il giorno prima, in soccorso di alcune ragazzine che venivano molestate, tra cui c'era anche la sorellina di tredici anni, sulla spiaggia di Caucana, presso Santa Croce Camerina (RG), dove erano in villeggiatura.
La sera dopo, lunedi' 5 Luglio 1993, il molestatore Filippo Belardi, un pericoloso pregiudicato del clan Madonia di Gela, ha bloccato il giovane Castelli sotto casa mentre era in compagnia della fidanzata e di altri conoscenti. Deciso a farsi giustizia ha gridato: "Chi e' quello s... che ieri mi ha minacciato?". Quindi lo ha freddato con un colpo di pistola a bruciapelo alla testa. Prima di fuggire ha sparato ancora ferendo a una gamba una giovane donna.
Belardi e' stato arrestato poche ore dopo l'omicidio. Era gia' ricercato per associazione mafiosa. Ad accusarlo sono state decine di testimoni che quella sera hanno assistito all'omicidio.

 

5 Luglio 1998 Catania. Enrico Chiarenza, 18 anni. Suicidio per mafia.
Morto a Catania, il 5 luglio del 1998, Enrico Chiarenza, nipote diciottenne di un ex collaboratore di giustizia e figlio di Clemente, ucciso nel 1995 in un agguato mafioso. Il giovane, sconvolto per l'uccisione del padre, nel marzo precedente aveva tentato il suicidio ingerendo dell'acido muriatico che gli aveva provocato danni irreparabili. (Fonte:  centroimpastato.it)

 

5 Luglio 1998 Acerra (NA). Antonio Ferrara, 21 anni, ucciso da due ragazzi diciassettenni (uno figlio di un camorrista) che hanno sparato al termine di una lite, a cui lui era estraneo.
Il 5 luglio 1998 due diciassettenni aprono il fuoco nella piazza principale di Acerra, quella dedicata a Falcone e Borsellino. I minorenni, di cui uno appartenente a famiglia camorrista, volevano vendicarsi dell'offesa subita la sera precedente da parte di un loro coetaneo. In realtà, nulla più di una futile questione legata ad una festa di compleanno finita in rissa.  
I due sbagliano tuttavia obiettivo e colpiscono Antonio Ferrara, un giovane di 21 anni, assolutamente estraneo all'intera vicenda. (Fondazione Pol.i.s.)

5 Luglio 1999 Palermo. Ucciso Filippo Basile, funzionario regionale
Viene ucciso a Palermo, il 5 luglio del 1999, Filippo Basile, funzionario regionale, capo del personale dell'Assessorato all'Agricoltura.
Reo confesso del delitto l'esecutore Ignazio Giliberti, che accusa come mandante il funzionario Antonino Velio Sprio. Basile, quale capo del personale dell'Assessorato dell'Agricoltura, aveva istruito la pratica di licenziamento di Sprio, condannato per associazione a delinquere e per tentato omicidio.
"Le parole quali trasparenza, efficacia ed efficienza, non sono per Filippo Basile solamente delle parole, ma significano ricerca del cambiamento. Cambiamento che non può avvenire se non attraverso le coscienze degli individui, perché per quante regole possa adottare l’Amministrazione, se non cambiano gli individui, non è possibile cambiare mai il sistema complessivo della macchina burocratica".

 

6 Luglio 1919 Resuttano (CL). Muore Costantino Stella, arciprete, dopo essere stato accoltellato.
Arciprete di Resuttano (Cl) si batteva contro i soprusi esercitati dai clan della zona sulla popolazione e aveva dato il via ad importanti attività in campo sociale e nel sostegno dei contadini siciliani. Venne accoltellato il 19 giugno da un membro di una potente famiglia mafiosa locale. Morì, dopo diciotto giorni di agonia, il 6 luglio 1919 a Resuttano (Cl). (Liberanet.org)

 

7 Luglio 1976 Catania. Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro vennero trucidati come dei boss. Il più grande aveva 15 anni.
E' una afosa mattinata d'estate, il 7 luglio del 1976, e quattro ragazzini di San Cristoforo (Catania) scompaiono misteriosamente. Qualche giorno prima, uno di loro, aveva scippato la borsa alla madre di Benedetto Santapaola. I loro nomi: Giovanni La Greca, Lorenzo Pace, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro. Erano tutti giovanissimi, tra i tredici e quindici anni, erano poco più che bambini.
"Ricorda Antonino Calderone: Quando arrivai in quella specie di stalla di Ciccio Cinardo, a Mazzarino, quei quattro ragazzini erano legati come salami in mezzo al fango. Cinardo era arrabbiato perché non voleva tenerli lì... poi nella stalla entrò Salvatore Santapaola e, in quello stesso momento, si prese la decisione di uccidere i quattro bambini. Antonino Calderone spiega perché: Uno di loro riconobbe Santapaola e, sperando in un suo intervento, gridò: Guardate, guardate c'è Turi di San Cristoforo.... Un'ora dopo i quattro ragazzini erano sulle colline di San Cono, morti". (Fonte: La Repubblica)

 

7 Luglio 1986 Napoli. Ucciso Vittorio Esposito, Agente della Polizia di Stato, mentre si accingeva ad intervenire in un conflitto a fuoco tra camorristi.
La sera del 7 luglio 1986,  sicari della Camorra sparano all'impazzata  nei pressi di alcune abitazioni  in Via Montagna Spaccata. Obiettivo dell'agguato mortale è il pregiudicato Claudio Volpe. Vittorio Esposito, sposato e padre di un bambino di quatto anni, era un agente in servizio presso il garage della Questura di Napoli. Quella sera si trovava con la moglie e il figlioletto, oggi divenuto poliziotto come il padre, a casa di un suo amico.
Al rumore dei colpi esplosi, Vittorio si affaccia e cerca di impugnare la pistola d'ordinanza.
I sicari non perdono tempo e colpiscono il giovane poliziotto in piena fronte.
L 'agente muore lungo il tragitto verso l'Ospedale San Paolo.
La storia di Vittorio Esposito è raccontata nel libro di Raffaele Sardo "Come nuvole nere" edito da Melampo nel 2013. La vicenda di Vittorio è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013. (Fondaqzione Pol.i.s.)

 

7 Luglio 1992 Molfetta (BA). Ucciso Giovanni (Gianni) Carnicella, sindaco della città.
Il 7 Luglio del 1992 a Molfetta veniva ucciso il sindaco Giovanni (Gianni) Carnicella da un "organizzatore di pubblici spettacoli", tale Cristoforo Brattoli che, reo confesso, fu condannato a 24 anni di carcere.
Motivo ufficiale dell'omicidio, scaturito dal dibattimento processuale, fu la mancata concessione dell'autorizzazione comunale all’organizzazione di un concerto del cantante napoletano Nino D’Angelo.
Ma le persone che conoscevano il Sindaco Carnicella, i stessi familiari, sono stati sempre convinti che le motivazioni erano ben altre.
Il Sindaco Carnicella aveva portato correttezza, rispetto della legalità e trasparenza nell'amministrazione del Comune, e questo, nel paese, non era gradito da molti.


8 Luglio 1949 Alcamo (TP). Assassinato Leonardo Renda, contadino, segretario DC e assessore al comune.
ALCAMO. Leonardo Renda nasce ad Alcamo nel 1906, frequenta la scuola per 6 anni, cosa che per i tempi equivale ad un livello quasi superiore rapportato ad oggi; ebbe modo di partecipare alla vita politica del tempo anche grazie alla sua amicizia con Bernardo Mattarella. Fu segretario DC e consigliere comunale e  probabilmente pagò con la sua vita le connessioni tra mafia e  politica del tempo. Era conosciuto in paese per la sua rettitudine e per le sue innate doti di politico serio al servizio dei cittadini. La sera dell’otto luglio del 1949, dopo una giornata di duro lavoro in campagna, quattro  uomini , qualificatisi come Carabinieri, lo identificano e lo invitano  a seguirli alla più vicina caserma, ben presto si rivelano essere assassini. Nei giorni seguenti al funerale , a cui partecipò una folla immane,  il consiglio comunale gli tributerà gli onori dovuti mentre  l’inchiesta viene archiviata come omicidio per motivi di confini. (alqamah.it)


8 luglio 1985 Reggio Calabria. Gianluca Canonico, 10 anni, muore dopo cinque giorni di agonia, unica vittima di uno scontro a fuoco tra bande
Gianluca Canonico, fu ucciso davanti casa da un proiettile vagante esploso nel corso di una sparatoria avvenuta in via Fratelli Spagnolo al Rione Pescatori. Gianluca, aveva solo 10 anni, quando, la sera del 3 luglio 1985, rimase gravemente ferito. Trasportato in ospedale in stato di coma per la grave ferita alla testa, morì dopo cinque giorni.

 

8 Luglio 2008 Castellammare di Stabia (NA). Resta ucciso Raffaele Gargiulo in un tentativo di rapina.
Raffaele Gargiulo, originario di Lettere, viene ucciso a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, durante un tentativo di rapina il 13 luglio del 2011. In compagnia di un'amica, Raffaele   vede la propria auto affiancata improvvisamente da un gruppo di persone intenzionate a rapinarlo. Uno dei malviventi spara in direzione di Raffaele quando questi cerca di mettere in moto l'auto e di sfuggire così all'aggressione. Il proiettile esploso colpisce parti vitali e, ormai senza controllo, l'auto rischia di precipitare in una scarpata. Saranno due alberi a trattenere il veicolo e a salvare in questo modo la donna che si trovava con Raffaele. Cristiano Valanzano, l'autore materiale del delitto, all'epoca dei fatti ventenne, si è scoperto poi essere legato agli ambienti camorristici di Castellammare, nonché in contatto con la 'Ndrangheta calabrese. (Fondazione Pol.i.s.)

 

9 Luglio 2009 Poggiomarino (NA). Ucciso Nicola Nappo, 23 anni, perché somigliava al vero obiettivo dell'agguato.
È di chiaro stile camorristico l'agguato nel quale un giovane di 22 anni, Nicola Nappo, è rimasto ucciso ed una ragazza ferita a Poggiomarino, in provincia di Napoli il 9 luglio del 2009.
I due giovani, amici e non fidanzati come era stato detto in un primo momento, si trovavano su una panchina a Piazza de Marinis quando due persone si avvicinano e  sparano almeno sei colpi all'indirizzo del ragazzo. Il colpo mortale è stato probabilmente quello che lo ha preso in faccia. Di rimbalzo, uno dei colpi ha ferito la ragazza che è stata portata all'ospedale di Scafati dove le è stato estratto il proiettile.
«Nicola Nappo fu ucciso al posto mio». È questa la rivelazione choc del  collaboratore di giustizia Carmine Amoruso. Il 27enne del clan Giugliano avrebbe confermato una delle tesi degli inquirenti, ovvero quella dello scambio di persona.
Nappo risultava incensurato e del tutto estraneo a fatti di camorra o delinquenza. Per questo la sua morte - probabilmente decretata dai clan di Boscoreale - apparve subito un giallo, che i carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata furono chiamati a risolvere.
La ragazza che si trovava con Nappo era la ex fidanzata di Amoruso. Proprio questa circostanza, secondo quanto avrebbe riferito il pentito ai magistrati della Dda napoletana, avrebbe indotto in errore i due uomini che, con il volto camuffato da barbe finte, esplosero sette colpi di pistola diretti al torace e alla nuca di Nicola. Ciò che resta da scoprire è il movente, ma soprattutto l'identità di assassini e mandanti. I racconti di Amoruso, che descrivono il suo ruolo nelle attività illecite gestite dal clan Giugliano e i dettagli forniti sui rapporti tra le cosche rivali della provincia napoletana, tra cui quelli della vicina Boscoreale, potrebbero essere decisivi.
A distanza di tre anni, nel novembre del 2012, si conosce l'identità del mandante del delitto di Nicola Nappo.
Si tratta di Antonio Cesarano, 32 anni, affiliato al clan Sorrentino o dei "Campagnoli", attivo nella zona di Scafati. I carabinieri di Torre Annunziata gli hanno notificato un'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gup Ludovica Mancini, su richiesta del PM Gianfranco Scarfò.
Ad accusare Cesarano è la vittima mancata, Carmine Amoruso. Ulteriori elementi probatori sarebbero emersi dalle intercettazioni di alcune conversazioni  tra Antonio Cesarano e i familiari avvenute nel suo periodo di reclusione nel carcere di Poggioreale.
Cesarano avrebbe dato l'ordine di ammazzare Amoruso, colpevole di aver avuto una lite, alcune settimane prima, con Sebastiano Sorrentino figlio del boss Giuseppe, e di aver prestato la propria auto ai killer.
Il processo con rito abbreviato per l'omicidio di Nicola Nappo, si conclude nel 2014 con la condanna all'ergastolo per Antonio Cesarano, considerato il mandante dell'omicidio,  e l'assoluzione dell'altro imputato Giovanni Battista Matrone. Il gup Carola riconosce, inoltre, il risarcimento dei danni per i familiari della vittima e per la Fondazione Pol.i.s. costituitesi parti  civili. (Fondazione Pol.i.s.)

 

10 Luglio 1988 Gioia Tauro (RC). Ucciso in un agguato Pietro Ragno, giovane carabiniere di 28 anni.
Era un giovane carabiniere di 28 anni, sposato e padre di una bimba, Vanessa, di appena 11 mesi. Originario di Messina era in servizio a Gioia Tauro da tre anni. Il giovane, il 9 luglio 1988 aveva cenato presto, salutato la moglie Stefania Lopresti, una ragazza di appena 19 anni, e baciato la figlioletta, per effettuare un servizio notturno assieme al commilitone Giuseppe Spera, 32 anni, campano di San Cipriano Picentino, anche lui sposato e padre di due figli. Poco dopo mezzanotte, dallo svincolo di Losarno, i due carabinieri hanno imboccato l’ autostrada per fermarsi a fare rifornimento di benzina e quindi rientrare in caserma. Si stavano per immettere a bassa velocità sulla Statale 111 che congiunge Gioia Tauro all’Aspromonte, quindi al versante ionico della provincia di Reggio Calabria quando, da dietro un cespuglio, hanno incominciato a sparare con fucili automatici calibro 12 caricati a pallettoni. Pietro Ragno che era alla guida riuscì a estrarre la pistola ma morì prima di poterla usare. Il suo compagno si salvò solo perché si trovava chino sull’apparecchio radio per avvertire la centrale operativa del loro rientro. (Liberanet.org)

 

10 Luglio 1991 Reggio Calabria. Assassinato Antonino Cordopatri. Si era rifiutato di cedere le terre ai capi della 'ndrangheta.
A Reggio Calabria, il 10 luglio 1991, ucciso il propietario terriero Antonino Cordopatri. Si era rifiutato di cedere le terre ai capi della 'ndrangheta. La sorella dell'ucciso, Teresa, che ha denunciato Francesco Mammoliti, poi condannato all'ergastolo, è stata costretta a svolgere personalmente i lavori agricoli, aiutata da volontari delle associazioni antimafia, perché non riusciva a trovare manodopera per le intimidazioni dei mafiosi. Nel 2004 le è stata inviata una richiesta di risarcimento danni in seguito ad un suo esposto a Csm in cui chiedeva spiegazioni su "disattenzioni", che a suo avviso c'erano state, da parte degli inquirenti nel periodo precedente alla morte del fratello, quando erano stati denunciati i Mammoliti. L'esposto che doveva rimanere riservato, è diventato di dominio pubblico e quattro magistrati, che si sono ritenuti calunniati e diffamati, hanno intrapreso azione legale. (Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato")

 

10 Luglio 1994 Catania. Assassinate Liliana Caruso, 28 anni, e Agata Zucchero, moglie e madre di un collaboratore di giustizia.
Liliana Caruso ha 28 anni, suo marito è Riccardo Messina, membro del clan Savasta. Quando l’uomo decide di pentirsi, Liliana non ha dubbi: non lo disconoscerà come tante hanno già fatto in questi casi con i loro compagni, decidendo di rimanergli accanto nel suo percorso di collaboratore. Pagherà con la vita questa scelta. Il 10 luglio 1994 viene uccisa nel pieno centro di Catania: due killer le sparano al volto. Altri due criminali uccidono sua madre Agata Zucchero, poco distante da lei.
Per gli investigatori non è difficile trovare un movente: per fare desistere Messina, il clan Savasta aveva inviato degli emissari da Liliana con lo scopo di convincerla a fingersi ostaggio della mafia con il resto della sua famiglia, obbligando così l’uomo a ritrattare. Liliana non solo si era rifiuta di assecondarli, ignorando le minacce, ma era andata dai giudici a denunciare. Soltanto due giorni prima di morire, convinta di non dover temere per la sua vita, si era recata in carcere dal marito per metterlo in guardia, temendo per lui.
Messina, dopo l’atroce vendetta trasversale, continuerà a collaborare con la giustizia. La procura di Catania trova i mandanti del delitto e ordina un arresto e sette fermi per associazione mafiosa e omicidio. (sdisonorate.it)

 

10 Luglio 1996 Potenza. Ucciso l'agente Francesco Tammone mentre inseguiva un pregiudicato.
Il 10 luglio 1996 perse la vita in uno scontro a fuoco l’agente scelto della Polizia di Stato Francesco Tammone di 28 anni. Guidava la volante sulla quale ricevette la segnalazione di una lite tra alcuni uomini in un bar di Rione Cocuzzo, a Potenza, nel famoso quartiere denominato “Serpentone”. Giunto sul posto insieme ad un collega individuò un noto pluripregiudicato della zona, in regime di semilibertà che in serata doveva far rientro nel penitenziario dove stava scontando la pena a quattro anni per rapina. Alla richiesta dei documenti al fine dell'identificazione, l'ispettore collega di Tammone ottenne un rifiuto dall’uomo il quale cominciò a scappare inseguito dallo stesso ispettore. Tammone poi proseguì l’inseguimento alla guida della volante. In via Ionio il pregiudicato tese un’imboscata all’ispettore aggredendolo alle spalle e colpendolo al collo. Gli sfilò la pistola dalla fondina e sparò verso Francesco Tammone appena arrivato sul posto. Prima di morire l’agente scelto ebbe il tempo di affrontare in uno scontro a fuoco l’uomo che venne ferito al collo nella sparatoria. All’arrivo dei soccorsi per l’agente scelto non ci fu più nulla da fare. L’assassino venne arrestato e condannato all’ergastolo. Francesco Tammone era sposato. Da due mesi era diventato padre di una bambina.

 

11 Luglio 1979 Milano. Uccisione dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, Liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona.
Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese ed esperto in liquidazioni coatte amministrative, fu nominato negli anni Settanta commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona. Iniziò così ad indagare sulle attività bancarie a New York e in Italia del banchiere siciliano, scoprendo gravi irregolarità e illegalità. A queste scoperte seguirono minacce, intimidazioni e forti pressioni anche dal mondo politico che non fermarono Ambrosoli nelle sue indagini, il quale a conclusione delle stesse avrebbe dovuto firmare una relazione formale. Il giorno stabilito per l'atto era il 12 luglio 1979.
La sera prima, l'11 luglio, Giorgio Ambrosoli venne assassinato, come aveva temuto e previsto in una lettera inviata alla moglie, sotto il portone della sua abitazione. Ad ucciderlo fu William Joseph Aricò, un sicario fatto appositamente venire dagli Stati Uniti.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ha la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona. Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.

 

11 Luglio 1989 Camporeale (PA). Restano uccisi Paolo Vinci, 17 anni, e Calogero Loria, 26 anni, in un agguato non a loro destinato.
Paolo Vinci era un ragazzo di 17 anni. L’11 luglio 1989 stava aiutando Calogero Loria, di 26 anni, e il cugino Filippo a caricare di legname un autocarro in contrada Serpi nelle campagne di Camporeale, un paese a 50 chilometri da Palermo. Poco prima delle 21:00 un commando di killer arrivò al podere dei cugini Loria per uccidere Filippo. Calogero e Paolo furono trucidati mentre Filippo fuggiva. (liberanet.org)

 

11 Luglio 1990 Mondragone (CE). Scompare Antonio Nugnes, imprenditore agricolo e assessore al comune.
Il giorno 11 luglio 1990 è brutalmente assassinato il vicesindaco di Mondragone Antonio Nugnes.
l clan dei "Chiuovi", cosca al tempo organica al cartello dei "Casalesi", aveva intenzione di infiltrarsi nella gestione di una clinica appartenente al vicesindaco.Ma Nugnes non è disposto a cedere e per questo motivo diventa un ostacolo da eliminare.Nel 2003 le rivelazioni di alcuni pentiti, fatte emergere dal pm Cantone, permettono di ricostruire i fatti.Giacomo Diana, prestanome e consigliere scelto dal capocosca La Torre per entrare nella clinica della vittima, decide la morte del politico.La sera dell'11 luglio Nugnes è attirato in un tranello mortale. La vittima viene accompagnata da un uomo di sua conoscenza in una masseria nella zona di Falciano. Ad aspettare qui Antonio si trova Augusto La Torre e il sicario da questi ingaggiato, Girolamo Rozzera.Compiuto il delitto, Il corpo del vicesindaco viene gettato in un pozzo profondo oltre 40 metri.Il pm Cantone ha chiesto e ottenuto 7 ordinanze di custodia.La storia di Antonio Nugnes è raccontata nel libro di Gigi Di Fiore "L'impero dei Casalesi" edito da Rizzoli nel 2008; nel testo di Raffaele Cantone "I Gattopardi" pubblicato da Mondadori nel 2010. La vicenda di Antonio è anche ricordata nel "Dizionario Ebciclopedico delle Mafie in Italia" edito da Castelvecchi nel 2013. (Fondazione Pol.i.s.)

 

11 Luglio 2002 Curinga (CZ). Scompare Santo Panzanella, 29 anni. Forse era l’amante della moglie di un boss. Vittima di lupara bianca.
Santo Panzanella aveva 29 anni quando il 10 luglio 2002 scomparve nel nulla da Curinga (CZ), uno dei paesi del cosiddetto "triangolo della lupara bianca" per i tanti scomparsi. L’ultima volta che lo videro era alla guida della sua Alfa Romeo 164 trovata poi incendiata nei pressi di un fiume.
Si dice fosse l’amante della moglie di un boss. Per questo è stato assassinato e il suo cadavere, fatto a pezzi, è stato fatto scomparire.
Da intercettazioni telefoniche ed ambientali è emerso che il giovane sarebbe stato attirato con una scusa in un’area nella zona industriale ex Sir di Lamezia e qui gli sarebbe stato sparato un colpo di pistola in pieno viso. Egli non sarebbe morto sul colpo e, ancora vivo, sarebbe stato caricato nel bagagliaio di un’auto. Dopo qualche chilometro i sicari, accortisi che era ancora cosciente, si sarebbero fermati per dargli il colpo di grazia. Poi, il cadavere, sarebbe stato scaricato in una zona montagnosa tra Curinga (Catanzaro) e Filadelfia. C'è stato un processo ai presunti colpevoli ma, nonostante le rivelazioni di un pentito, che avrebbe assistito all'omicidio, sono stati prosciolti dall'accusa.

 

11 Luglio 2008 Marina di Varcaturo (NA). Ucciso Raffaele Granata, 70 anni. "Viveva per il suo lavoro". Vittima del racket.
Una vendetta per non aver pagato il pizzo e un segnale rivolto agli imprenditori della zona perchè non pensino di potersi ribellare ai diktat del clan dei Casalesi. Queste sono le piste prevalenti nelle indagini sull'omicidio di Raffaele Granata, 70 anni, titolare dello stabilimento balneare ''La Fiorente'' e padre di Giuseppe, sindaco di Calvizzano, ucciso l'11 luglio del 2008 a Napoli. Proprio il figlio della vittima aveva confermato le minacce estorsive rivolte al padre nell'ultimo periodo della sua vita. Raffaele aveva già denunciato alle autorita' intimidazioni e richieste di denaro nel 1992, sempre da parte dei Casalesi, organizzazione camorristica egemone sul litorale domizio, tra Castelvolturno e i territori del Napoletano confinanti.
Il sindaco e tutta la sua famiglia si sono costituiti parte civile. Il 22 febbraio 2013 la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere ha emanato una condanna all'ergastolo per Setola, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Carlo Di Raffaele; ventotto per Ferdinando Russo, cinque per Loran John Perham e dodici anni a Oreste Spagnuolo. Una prima commemorazione del sacrificio di Raffaele c'è stata nell'aprile 2012, quando la bretella intercomunale nata per congiungere i centri di Villaricca, Mugnano, Miano e Calvizzano è stata proprio intitolata all'imprenditore ucciso.
La storia di Raffaele Granata è raccontata nel libro di Gigi Di Fiore "Impero" edito da Rizzoli nel 2010 e in quello di Bruno De Stefano "L'Italia del pizzo e delle manette" pubblicato da Newton Compton nel 2008. La vicenda di Raffaele è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" edito da Castelvecchi nel 2013. (Fondazione Pol.i.s.)

 

12 Luglio 1992 Villa di Briano (CE). Restano uccisi Luigi Sapio e Egidio Campaniello, due pensionati, in un raid contro un boss di camorra.
Egidio Campaniello e Luigi Sapio erano amici di lunga data, entrambi pensionati e residenti nel paesino di Villa di Briano. Il 12 luglio 1992, all'uscita dalla Chiesa di via Sant'Agata, i due amici vengono coinvolti nell'agguato diretto a colpire Nicola Cecoro, uno degli ultimi "sopravvissuti" di quella Camorra che aveva sfidato Francesco Schiavone. Un agguato tra la folla, la macchina di Cecoro bersagliata dai proiettili piomba sulle persone  in uscita dalla chiesa. Egidio e Luigi, investiti dall'auto rimasta senza controllo, verranno inoltre colpiti da proiettili alla testa e alle gambe. La storia di Egidio Campaniello e Luigi Sapio è raccontata nel libro di Sabrina Ramacci ed Emanuele Boccianti "Italia giallo e nera" edito da  Newton Compton nel 2013. La vicenda di Egidio e Luigi è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013. (Fond. Pol.i.s.)

 

12 Luglio 2001 Bari. Michele Fazio, 16 anni, vittima innocente di un commando che voleva colpire un boss del clan barese Strisciuglio.
Michele Fazio morì a soli 16 anni, il 12 luglio del 2001, nei pressi della sua abitazione nel centro storico di Bari. Vittima innocente di una guerra di mafia.
Stava tornando a casa dopo una serata con gli amici, quando si trovò in mezzo ad uno scontro a fuoco tra i clan rivali Capriati e Strisciuglio.

 

13 Luglio 1980 Palermo. Ucciso Pietro Cerulli, agente di Custodia presso il carcere Ucciardone di Palermo.
Pietro Cerulli, agente del Corpo degli Agenti di Custodia, nato a Miano (NA) il 26/05/1950 in servizio presso la Casa Circondariale di Palermo, fu ucciso il 13 luglio 1980, mentre rincasava alla guida della propria autovettura da appartenenti all'associazione criminale denominata Cosa Nostra. L'Agente è stato riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 466/1980.
Pietro è stato la terza vittima della polizia penitenziaria a cadere nella città di Palermo dopo Attilio Bonincontro e Calogero Di Bona.
A Pietro Cerulli, il Comune di Palermo ha intitolato la piazza antistante l'istituto penitenziario di Pagliarelli a Palermo.

 

13 Luglio 1990 Ardore (RC). Raffaella Scordo resiste ad un tentativo di rapimento e viene uccisa a martellate.
Raffaella Scordo, insegnante di 39 anni, fu vittima di un tentato sequestro nella notte tra il 12 ed il 13 luglio nel giardino della propria abitazione di Ardore (Reggio Calabria).
Stava rincasando, dopo una passeggiata, insieme al marito, Franco Polito, 49 anni, e ai due figli, Maria Antonietta ed Antonio, 16 e 13 anni. La donna reagì all'aggressione, fu colpita alla testa con un corpo contundente, forse il calcio di una pistola. Arrivò all'ospedale già in coma. Morì il 31 luglio, senza aver ripreso conoscenza.

 

13 Luglio 1996 Locri (RC). Giosafatte (Giosuè) Carpentieri, 25 anni, resta ucciso in un incidente con un'auto di scorta del magistrato Nicola Gratteri.
Giosué Carpentieri, 25 anni, primogenito di una modesta famiglia di Locri morì il 13 luglio 1996, investito dalla "Croma" blindata che scortava il magistrato Nicola Gratteri, sostituto procuratore distrettuale di Reggio Calabria, mentre percorreva con la sua Vespa il corso Vittorio Emanuele, la principale arteria della cittadina. nell'urto, violentissimo, il giovane fu catapultato in aria e nella ricaduta sbattè la testa contro il marciapiedi. Morì all'istante.
"Non sono stati i killer , questa volta, a seminare morte. È stato quel micidiale impasto di casualità e perenne «stato di guerra» nel quale ormai non vive solo più la Sicilia ma, fatte le debite proporzioni, ogni pezzo del nostro territorio nazionale. Dunque, anche se indirettamente, il peccato originale di questa tragedia resta pur sempre la mafia e il suo spietato controllo del territorio" (Saverio Lodato da L'Unità del 19 Novembre 1996, articolo sulla morte di Maria Savona e del suo bambino di appena un mese, morti a Trapani nello scontro con l'auto di scorta del procuratore capo di Sciacca).
Ricordiamo anche l'incidente del 25 novembre 1985 nel centro di Palermo, causato da un’auto della scorta dei magistrati Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta, che per evitare un‘utilitaria che non si era accorta dell’alt del vigile, travolse degli studenti del liceo Classico «Meli» che stavano aspettando l'autobus per tornare a casa. Biagio Siciliano, 14 anni, morì subito. Giuditta Milella, 17 anni, figlia di un dirigente di polizia, morì dopo una settimana di agonia. Venti studenti furono ricoverati in ospedale.

 

13 Luglio 2007 Palermo. Filippo Salvi, 36 anni, maresciallo dei carabinieri, è morto precipitando in un burrone del monte Catalfano durante la ricerca di un latitante.
"Morire per senso del dovere: non vi è migliore definizione per spiegare un fatto doloroso che altrimenti non avrebbe spiegazione. Filippo Salvi è un maresciallo ordinario della Sezione Anticrimine di Palermo. Sempre il primo a lavorare e sacrificarsi, non si smentisce nemmeno nell’ultimo giorno della sua giovane vita. È il 13 luglio quando con altri militari si trova in territorio di Bagheria per un servizio di natura investigativa. L’appuntamento con la morte è un piede in fallo, il ciglio di un burrone sul monte Catalfano, nella zona di Aspra. Scivola, precipita. La routine di un giorno di ordinario pericolo si trasforma in tragedia." (carabinieri.it )


14 Luglio 2000 Francavilla Fontana (BR). Resta ucciso Antonio Dimitri, 32 anni, maresciallo dei Carabinieri, in un conflitto con due malviventi.
Antonio Dimitri, Maresciallo dei Carabinieri, 33 anni, originario di Castellammare di Stabia morì a Francavilla Fontana il 14 luglio del 2000.
"Erano circa le tre del pomeriggio quando il Maresciallo Dimitri ed un suo collega, impiegati nell’ambito dell’Operazione Primavera, intervennero per bloccare i rapinatori che avevano assaltato la Banca Commerciale Italiana, all’angolo di viale Lilla e via San Francesco a Francavilla Fontana. I malviventi armati di taglierino, dopo essersi impossessati di circa venti milioni di lire, stavano tentando la fuga con due ostaggi. In quel momento davanti alla banca giunse l’auto con a bordo i due carabinieri di servizio in borghese. Dimitri non esitò un attimo ad intervenire, ma alle sue spalle sbucarono altri complici armati con fucili a pompa e pistole,  che non esitarono a fare fuoco. Sette colpi ferirono a morte Dimitri, colpito alla nuca e alla schiena. Fu inutile ogni tentativo di soccorso del militare." (Ass. Naz. Carabinieri Sez.Castellammare di Stabia)

 

15 Luglio 1977 Griffith (Australia) Scompare il deputato Donald Bruce Mackay
Donald Bruce Mackay (Griffith, 13 settembre 1933 – Griffith, 15 luglio 1977) è stato un deputato australiano, politico liberale del Nuovo Galles del Sud e attivista anti-droga, morì a soli 44 anni per omicidio.
Preoccupato del crescente traffico di droga nella zona in cui viveva e a conoscenza di un grande campo di marijuana nei pressi di Coleambally, Mackay informò la squadra antidroga di Sidney che procedette a diversi arresti portando in carcere quattro persone di origini italiane.
Il 15 luglio 1977, Mackay scomparve dal parcheggio di un hotel dopo aver bevuto con gli amici e non fu più trovato. La sua auto fu trovata vuota e contenente tracce di sangue e proiettilli calibro 22. La sua scomparsa fece notizia e molti credettero che il responsabile fosse l'esponente della 'ndrangheta australiana Robert Trimboli.

 

15 Luglio 1982 Napoli. Ucciso il Vice questore Antonio Ammaturo e l'Agente Pasquale Paola, suo autista.
Probabilmente Antonio Ammaturo, coriaceo dirigente della Squadra Mobile di Napoli, aveva intuito un contatto forte tra camorra e brigate rosse. Relazionò su quei fatti, ma non fece in tempo a proseguire le sue indagini, nel pomeriggio del 15 luglio del 1982 fu trucidato insieme a Pasquale Paola, il poliziotto che aveva al suo fianco. Ammaturo, irpino, nato a Contrada l’11 luglio del 1925, una laurea in legge ed una serie di concorsi vinti in Polizia e Magistratura, era il poliziotto per antonomasia, fiuto, carattere, cuore. Scelse la Polizia non a caso, prima a Bolzano, perchè forte conoscitore della lingua tedesca, poi ad Avellino, Benevento, Potenza, Giugliano, Gioia Tauro, Siderno, Cassino, quindi ai Commissariati di Mercato e Montecalvo di Napoli prima del suo passaggio alla Mobile. Visse uno degli anni tristi di Napoli, quello della lotta a Raffaele Cutolo, del terremoto, della rivolta di Poggioreale, degli assassini degli assessori regionali Amato e Delcogliano. I Brigatisi Rossi, ma forse anche i camorristi con i quali si erano alleati, lo freddarono a Piazza Nicola Amore a pochi passi da casa. Con lui scompare una delle figure forti del poliziotto servitore dello Stato.

 

16 Luglio 2000 Marano di Napoli. Ucciso Gaetano De Rosa, 36 anni, perché cercava di difendere la propria auto.
È da poco passata la mezzanotte di sabato 16 luglio 2000 e Gaetano De Rosa, maitré  dell'Holiday Inn di Pineta Mare sul litorale casertano,  ha appena finito il suo turno di lavoro. Lungo la strada di casa, l'auto di Gaetano viene affiancata da due criminali in sella ad uno scooter. I rapinatori volevano con tutta probabilità impossessarsi dell'auto, ma Gaetano trova il coraggio di ribellarsi, di opporsi a quel  sopruso. È a questo punto che diversi colpi vengono esplosi, alcuni raggiungeranno Gaetano al torace e all'addome. La sorte decide che a soccorrere, inutilmente, Gaetano sia il fratello, Antonio. I due vivevano nello stesso stabile e quella sera Antonio seguiva il fratello con la macchina. Ai carabinieri l'uomo ha detto di essersi fermato lungo il tragitto per parlare con un conoscente, di aver poi sentito gli spari e visto una persona riversa sull'asfalto: «Sono corso ad aiutarla, mi sono avvicinato e solo allora mi sono accorto che era lui, era mio fratello». Vìa, verso l'ospedale, ma neppure un intervento chirurgico ha potuto impedire il peggio.

 

Niscemi (CL). 18 Giugno 1983 - scompare Patrizia Scifo, 19 anni. 18 Luglio 1983 viene assassinato Vittorio, padre di Patrizia, che stava cercando la figlia.§
A Niscemi (CL) Patrizia Scifo, figlia diciassettenne di Vittorio, all'epoca famoso come Mago di Tobruk, si era innamorata di Giuseppe Spatola, sposato, affiliato ad una delle due cosche mafiose locali, impegnate in una faida per il controllo di appalti pubblici. Spatola scappò con la ragazza per poi tornare a chiedere il consenso dei genitori di lei, una volta che avesse ottenuto la separazione dalla moglie. Vittorio Scifo e la moglie glielo negarono, ma la figlia Patrizia continuò a vivere con Spatola, anche quando, ben presto, i rapporti si guastarono e cominciarono i pesanti maltrattamenti che portarono a una denuncia di lei, poi ritirata dopo che dalla relazione era nata una bambina. La sera del 18 giugno 1983 Patrizia Scifo portò la figlia a casa di sua madre dicendo che sarebbe tornata a prenderla il giorno dopo. Ma non tornò mai più. Durante le indagini Spatola, l'ultimo a vederla, fu fermato ma esibì solidi alibi e fu rilasciato. Vittorio Scifo tornò subito a Niscemi e cominciò a cercarla insieme alla moglie, seguendo ogni voce, anche nei bassifondi. Ma il 18 luglio, mentre era seduto davanti al suo bar intorno alle 21,30, fu affrontato da uno sconosciuto che, chiamandolo per nome, lo aggredì sparando fino a colpirlo al volto uccidendolo. (Chilavisto.rai.it)

 

18 Luglio 1990 San Leone (AG). Ucciso Giuseppe Tragna, ex direttore Banca PopolareSant'Angelo (AG).
Giuseppe Tragna, 49 anni, sposato e padre di tre figli, direttore dell’Agenzia 2 della Banca Popolare Sant’Angelo di Agrigento, venne assassinato in un agguato mafioso il 18 luglio 1990 in via Gela a San Leone, davanti alla propria abitazione, con due colpi di pistola.
Gli inquirenti hanno analizzato a fondo la pista legata all’attività professionale di Tragna. Pare che il bancario, ritenuto un incorruttibile funzionario della Sant’Angelo, avesse scoperto un traffico di denaro illecito da parte di alcuni esponenti di Cosa Nostra.


19 Luglio 1992 Palermo. Strage di Via D'Amelio. Un'autobomba uccide il magistrato Paolo Borsellino ed i suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina.
Il 19 Luglio del 1992 a Palermo, in Via D'Amelio una Fiat 126 imbottita di tritolo esplose nel momento in cui il giudice Paolo Borsellino suonava al citofono della madre. Persero la vita, oltre al giudice antimafia, all'epoca Procuratore della Repubblica a Marsala, i componenti la sua scorta: il caposcorta Agostino Catalano (43 anni. Sposato, aveva perso la moglie ed era rimasto solo con i suoi figli) e gli agenti Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e prima agente della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli (22 anni, il più giovane della pattuglia. Da tre anni nella Polizia di Stato, aveva ottenuto pochi mesi prima la nomina ad agente effettivo), Walter Eddie Cosina (30 anni. Era nato in Australia. Morto durante il trasporto in ospedale. Lasciava la moglie Monica) e Claudio Traina (26 anni. Arruolato in Polizia giovanissimo, dopo essere stato a Milano e Alessandria, aveva ottenuto da poco il trasferimento nella sua città: Palermo). L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in gravi condizioni.
Erano trascorsi 57 giorni dalla strage di Capaci, in cui era stato ucciso il giudice Giovanni Falcone, amico e collega di Borsellino, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia.
Non è mai stata definita l'organizzazione della strage, nonostante il giudice fosse a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per essere utilizzato contro di lui.
Dopo l'attentato, l'agenda che il giudice portava sempre con sé e dove era solito annotare le informazioni sulle indagini, diventata famosa come l'agenda rossa (dal colore della sua copertina), non fu mai ritrovata.

 

20 Luglio 1996 San Giorgio a Cremano (NA). Ucciso Davide Sannino, 19 anni, il giorno del suo diploma, per uno sguardo.
Davide Sannino non ha avuto paura di guardare dritto negli occhi chi, con la violenza, gli ha portato via lo scooter. Il 19 luglio 1996 a Massa di Somma, in provincia di Napoli, Giorgio Reggio intima con la pistola a Davide di cedere il proprio scooter. Davide rimane calmo, consegna le chiavi al delinquente ed ha il coraggio di guardarlo negli occhi.
Davide e gli amici erano andati a festeggiare in pizzeria il diploma di odontotecnico appena conseguito. La settimana prima il ragazzo si era anche diplomato maestro di solfeggio e, superati i quiz, era stato chiamato alla visita medica per entrare nell'Arma dei Carabinieri.
Davide è stato ucciso soltanto perché ha osato guardare con senso di sfida il rapinatore. Lo ha confessato proprio l'assassino, il ventitreenne Giorgio Reggio: "Mi ha chiesto che diritto avevamo di comportarci così e in quel suo sguardo fiero, di un uomo che in quel momento non aveva paura di me nonostante fossi armato, mi ha fatto perdere la testa, così ho sparato." Nel 2006 un parco giochi è stato dedicato alla memoria di Davide nella zona ex-Insud di San Giorgio a Cremano. Una scuola di Ponticelli porta il nome di Davide. La storia di Davide Sannino è raccontata nel libro di Sabrina Ramacci ed Emanuele Boccianti "Italia giallo e nera" edito da  Newton Compton nel 2013.

 

20 Luglio 1998 Pomigliano D'Arco (NA). Alberto Vallefuoco, Rosario Flaminio e Salvatore De Falco, giovani operai, uccisi perché scambiati per altri.
Alberto Vallefuoco, Rosario Flaminio e Salvatore De Falco vengono uccisi in un agguato di Camorra il 20 luglio 1998, davanti al bar nei pressi del pastificio Russo dove lavoravano.  I giovani stanno per entrare in macchina, quando tre sicari a bordo di una "Lancia Y" sparano circa quaranta colpi uccidendo all'istante i tre colleghi e ferendo di striscio la cassiera. 
I nomi delle vittime non dicono nulla a Carabinieri e Polizia. Nessuna segnalazione, nessun precedente, niente di significativo dal punto di vista criminale. Gli investigatori subito ipotizzano che si sia trattato di un clamoroso errore. Alberto, Rosario e Salvatore  sono stati scambiati per appartenenti al clan in guerra con quello dei killer. Per questo triplice omicidio sono stati condannati all'ergastolo Modestino Cirella, Giovanni Musone, Pasquale Cirillo, Pasquale Pelliccia e Cuono Piccolo come mandanti ed esecutori. Al collaboratore di giustizia Carmine Franzese sono stati invece inflitti 22 anni di reclusione.
La famiglia di Alberto Vallefuoco è impegnata nel Coordinamento dei familiari delle vittime innocenti della criminalità e porta la propria testimonianza ai giovani campani perché, con il ricordo di Alberto, le persone prendano coscienza dell'assurdità di simili tragedie. Il papà di Alberto, Bruno,  in un'intervista per "Storia Criminale. Camorra e bande criminali nella città di Napoli", documentario di Aldo Zappalà promosso dalla Fondazione Pol.i.s per la trasmissione "la Storia Siamo noi", afferma quanto segue: "Mio figlio e i suoi amici non si trovavano al posto sbagliato al momento sbagliato - come molti sostengono -, sono "loro", quelli che li hanno uccisi, che si trovavano al posto sbagliato al momento sbagliato. Sono loro che se ne devono andare". (Fond. Pol.i.s.)

 

20 Luglio 2002 Disastro a Rometta Marea (ME) dell'Espresso "Freccia della laguna". Muoiono 8 persone e cinquantotto sono i feriti, alcuni gravissimi.
Sul contesto storico-criminale in cui è maturata la strage dell’Espresso ‘Freccia della Laguna’ ricadono altre gravi ombre. Quelle della cosiddetta "ecomafia", degli enormi disastri ambientali e delle irrimediabili lacerazioni del territorio collinare dei Peloritani, originati dai lavori per la realizzazione del raddoppio ferroviario.  "Dietro la strage di Rometta Marea, infatti, ci sarebbe anche una nuova storia di corruzioni e collusioni, di appalti e tangenti, sorta all’ombra delle grandi commesse delle ferrovie italiane. Una storia che in Sicilia non poteva non avere la sua appendice di piccoli-grandi interessi della criminalità organizzata. Strage di Stato, ma anche Strage di Mafia, l’hanno opportunamente definita i coraggiosi giornalisti de La città di Barcellona e dell’agenzia IMG Press di Messina. Una storia di cui necessariamente deve esserne descritto il contesto. Perché in Sicilia "si è consumata la solita storia di mafia e appalti, di negligenze e collusioni, di omertà e di inutili proteste"
Le vittime:
ALI ABDELHAKIM 33 anni, nato ad El Gara, Marocco
HANJA ABDELHAKIM Marocco
MILOUDI ABDELHAKIM 75 anni, nato ad El Maaiz, Marocco
FATIMA FAUHREDDINE 59 anni, Marocco
PLACIDO CARUSO 76 anni, originario di Milazzo, residente a Messina
STEFANO LA MALFA 51 anni, impiegato comunale di Milazzo
GIUSEPPINA MAMMANA 22 anni, siciliana residente in Germania
SAVERIO NANIA 43 anni, macchinista di San Filippo del Mela
(Fonte Ecomancina.com)
Nel mese di febbraio 2014 sono stati condannati, pena condonata, per disastro colposo, solo il capo tronco dei lavori, sulla linea ferroviaria tra Venetico e Milazzo, e il tecnico  operante sulla stessa tratta.

 

21 Luglio 1979 Palermo. Ucciso Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile, con sette colpi di pistola alle spalle.
Giorgio Boris Giuliano (Piazza Armerina, 22 ottobre 1930 – Palermo, 21 luglio 1979) è stato un poliziotto italiano, investigatore della Polizia di Stato e capo della Squadra Mobile di Palermo.
Diresse le indagini con metodi innovativi e determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni settanta, iniziarono un'autentica lotta contro la mafia dopo che, nella deludente stagione degli anni sessanta, troppi processi erano falliti per mancanza di prove.
Venne ucciso dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli sparò sette colpi di pistola alle spalle.
Il Vice Questore Giuliano era il Capo della Squadra Mobile di Palermo. Era uno dei principali avversari della mafia siciliana, avendo contribuito all’arresto di numerosi criminali e indagato sul traffico di denaro e sui suoi proventi.
Poco prima di morire aveva appunto avviato un’inchiesta sul riciclaggio del denaro sporco, iniziando a dipanare la ragnatela di complicità finanziarie ed imprenditoriali creata dalla mafia intorno a questi flussi di denaro. Fu questa tenacia a condannarlo a morte.
Mandanti ed esecutori dell’assassinio vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo.
Boris Giuliano lasciò la moglie ed un figlio il quale, anni dopo, si arruolò nella Polizia di Stato, seguendo le orme del padre. (Cadutipolizia.it)

 

21 Luglio 1991 Soccavo (NA). Ucciso Fabio De Pandi, 11 anni, da un proiettile vagante.
Il 21 luglio 1991 a Soccavo, quartiere periferico di Napoli, viene ucciso Fabio De Pandi, 11 anni appena compiuti
Fabio stava rincasando con la famiglia dopo che questa aveva fatto visita ad alcuni amici nel Rione Traiano. Mentre era intento a salire in auto, Fabio è colpito alla schiena da un proiettile vagante.
A pochi metri di distanza dall'auto della famiglia De Pandi, due clan camorristici si danno battaglia per il controllo degli affari legati alla droga.
Fabio ha avuto solo il tempo di comunicare al padre il forte dolore che avvertiva al braccio. La pallottola gli aveva ormai trapassato il braccio e, penetrata nel torace, aveva leso gli organi vitali.
"Eravamo stati a casa di un mio amico di infanzia al Rione Traiano, io e la mia famiglia, e stavamo per entrare in macchina per fare ritorno a casa, quando successe l'inferno", racconta Gaetano De Pandi, papà di Fabio. "Un commando del clan Puccinelli, composto da quattro persone, sparò all'impazzata con lo scopo di colpire un esponente del clan rivale dei Perrella. Uno dei proiettili ammazzò Fabio. Mio figlio ebbe solo modo di dire che sentiva un forte bruciore al braccio, mentre lo trasportavamo in ospedale mi accorsi che ormai non c'era più niente da fare", ricorda il papà del piccolo. I componenti del commando e i mandanti dell'agguato sono stati tutti condannati, ma non basta certo questo a consolare Gaetano, da anni attivamente impegnato nel Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità. "Il mio impegno è principalmente teso al ricordo di Fabio. In un attimo sono stati distrutti tutti i sogni e i progetti che avevo fatto su di lui: più passa il tempo, più mi manca la sua presenza fisica e tutte le cose semplici ma belle della vita che avremmo potuto fare assieme. Fabio era un bimbo molto sensibile, sono convinto che oggi sarebbe stato un uomo perbene". A Gaetano piace parlare di Fabio, soprattutto ai giovani. Lo testimoniano i suoi numerosi incontri con gli studenti delle scuole campane nella sede della Fondazione Pol.i.s.: "La mia attività nel Coordinamento dei familiari vuole assumere anche una funzione sociale. Racconto il dramma che continuo a vivere quotidianamente per evidenziare quanto possa essere assurdo e inaccettabile perdere una persona cara per mano criminale. Spero che i giovani di oggi non seguano cattivi esempi, è importante ricordare tutte le vittime innocenti perchè il loro sacrificio non sia vano. Dopo diciannove anni posso affermare che il dolore non si è affievolito, tutt'altro. Ma cerco di trasformarlo in impegno, ogni giorno. La tragedia che mi ha portato via Fabio non deve essere dimenticata e deve servire da monito per i ragazzi in modo che non si lascino affascinare dal potere dei clan". È così che Gaetano quotidianamente prova ad elaborare il lutto,  ovvero cercando di dare un senso alla scomparsa del figlio con una operazione di memoria tanto individuale, quanto collettiva. Lo testimonia l'avvocato Domenico Ciruzzi, membro del Comitato Scientifico della Fondazione Pol.i.s., che ha seguito gli sviluppi della vicenda giudiziaria legata all'omicidio del piccolo Fabio: "Da circa venti anni assisto la famiglia De Pandi, ed in questo lungo lasso di tempo ho avuto modo di ammirare la compostezza, la dignità ed il rigore etico con cui Gaetano De Pandi e la sua splendida famiglia hanno affrontato con fiducia, senza mai cedere a sentimenti di odio e di vendetta, un evento così tragico come la morte assurda ed ingiusta del loro bambino". (Fond. Pol.i.s.)

 

21 Luglio 1991 San Cipriano D'Aversa (NA). Ucciso Angelo Riccardo, 21 anni, mentre viaggiava in auto con degli amici.
Il 21 luglio 1991 Angelo Riccardo, muratore incensurato, viene ucciso a San Cipriano D'Aversa mentre si reca ad una funzione religiosa con alcuni amici. Tre sono i colpi che centrano Angelo in pieno viso, gli altri occupanti dell'auto rimangono invece feriti. Dalle indagini si è appurato che l'obiettivo dei sicari era un'altra auto con a bordo dei pregiudicati, Angelo e i suoi amici sono stati vittima di uno scambio di persona. Il delitto sarà occasione per la vibrante denuncia di alcuni sacerdoti della zona, tra i quali Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe poi assassinato nel 1994. In occasione dell'evento "Una fiaccola per la legalità", nel 2009 Libera Campania si è attivata per celebrare il ricordo di Angelo Riccardo. La storia di Angelo Riccardo è raccontata nel libro di Gigi Di Fiore edito da Rizzoli nel 2009. La vicenda di Angelo è anche ricordata nel "Dizionario enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013.



21 Luglio 2000 Bovalino (RC). Ucciso Saverio Cataldo, commerciante di 47 anni, per non aver voluto cedere l'attività.
Saverio Cataldo, 47 anni, e’ stato ucciso poco dopo la mezzanotte del 21 luglio del 2000 a Bovalino (Reggio Calabria). Gli hanno sparato  alla schiena quattro colpi di fucile caricato a lupara. Si era rifiutato di vendere la sua attività commerciale, una tabaccheria con annesso negozio di generi alimentari, in contrada Bosco Sant’Ippolito, a quattro passi da San Luca. Nell’agguato è rimasta gravemente ferita anche la moglie, Teresa Cataldo di 53 anni. (Liberanet.org)

 

21 Luglio 2004 Paola (CS). Ucciso Antonio Maiorano perché scambiato per un noto boss
Ucciso a Paola (Cosenza) l’operaio forestale Antonio Maiorano, 46 anni, incensurato e senza alcun tipo di legame con la criminalità. Gli inquirenti ipotizzano che gli assassini lo abbiano scambiato per qualcun altro, perché nella zona si trovavano alcuni pregiudicati, ma specialmente perché la vittima era molto somigliante ad un suo compagno di lavoro, ritenuto appartenente al locale clan Serpa della ‘ndrangheta. (Liberanet.org)

 

 

22 Luglio 1970 Gioia Tauro (RC). Strage Direttissimo Palermo-Torino. Sei morti, di cui cinque donne, e settantadue feriti, molti dei quali con gravi conseguenze invalidanti.
Con strage di Gioia Tauro si indica comunemente la conseguenza del procurato deragliamento al treno direttissimo Palermo-Torino (detto treno del Sole) del 22 luglio del 1970, avvenuto a poche centinaia di metri dalla stazione di Gioia Tauro.
Il disastro provocò la morte di sei persone - che si stavano recando a Lourdes - e il ferimento di altre 70 circa. Nella prima fase delle indagini, si ritenne che il fatto fosse stato dovuto al cedimento strutturale di un carrello del treno; più tardi, alla negligenza del personale che era alla sua guida. Solo molti anni dopo sentenze definitive accerteranno che si era invece trattato di un attentato dinamitardo, compiuto collocando esplosivo sui binari ferroviari e accettando «il rischio del deragliamento e delle sue conseguenze mortali». Accerteranno anche che il fatto era stato organizzato nell'ambito dei moti verificatisi a Reggio Calabria a causa della designazione di Catanzaro a capoluogo della Regione, e nel corso dei quali elementi della criminalità organizzata collegati a frange dell'estremismo di destra avevano ideato e organizzato azioni dirette a colpire le vie di comunicazione e gli elettrodotti realizzando oltre quaranta attentati a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie. Due di questi interessarono anche la linea ferroviaria Gioia Tauro-Villa San Giovanni, appena qualche mese dopo la strage sulla Freccia del Sud. Anche per ragioni strettamente procedurali o per la morte di alcuni imputati, i processi celebrati in relazione all'attentato del 22 luglio 1970 non hanno condotto alla condanna degli esecutori materiali e dei presunti mandanti.
I nomi delle vittime:  Rita Cacicia, 35 anni da Bagheria (Palermo), Adriana Vassallo, 49 anni da Agrigento, Letizia Palumbo, 48 anni da Casteltermini (Agrigento), Nicolma Mazzocchio, 70 anni anche lei di Casteltermini, Rosa Fazzari, 68 anni da Catania, Andrea Cangemini, 40 anni da Palermo.
Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più coperti dal segreto di Stato e sono perciò liberamente consultabili da tutti". (Wikipedia/memoria.san.beniculturali.it)

 

22 Luglio 1993 Bovalino (RC) Adolfo Cartisano, fotografo, rapito, è morto per un colpo mal assestato alla nuca, il suo corpo ritrovato dopo dieci anni, grazie a una lettera anonima
Adolfo Cartisano detto Lollò, fotografo di Bovalino (RC) venne sequestrato il 22 luglio 1993 davanti alla sua casa al mare. I sequestratori sorprendono Cartisano e la moglie Mimma in macchina. La moglie viene stordita con un colpo in fronte e abbandonata, mentre il marito viene sequestrato.
Nonostante il pagamento di un riscatto, il fotografo non viene riconsegnato alla famiglia. La famiglia decide allora di mobilitarsi e di far sentire la propria voce, scendendo più volte in piazza. Il clamore porta per la prima volta la Commissione parlamentare Antimafia a recarsi a Bovalino, dove i sequestri della 'ndrangheta a scopo estorsivo erano stati già 18. Dopo pochi mesi dal rapimento vengono arrestati i sequestratori, ma non si riuscirà mai ad arrivare ai carcerieri.
Dopo i molteplici appelli della famiglia e le lettere scritte annualmente dalla figlia Deborah, nel 2003 giunge alla famiglia la lettera anonima di un carceriere che si dichiara pentito e implora il perdono della famiglia. Il carceriere indica il punto, fra Bovalino e San Luca, dove è sepolto il corpo di Lollò e imputa la sua morte ad un incidente di percorso. Il medico legale, infatti, dichiara come causa della morte un colpo alla nuca, causato da una caduta o da un colpo mal inferto. La famiglia risponde al pentito con una lettera aperta, come da lui richiesto, concedendogli il proprio personale perdono, ma chiedendogli di consegnarsi alla giustizia. La vicenda non ebbe seguito, ma gli avvocati dei condannati per il sequestro Cartisano dichiararono che poteva trattarsi della confessione di una persona in punto di morte. I funerali di Lollò Cartisano si sono svolti a Bovalino il 3 agosto 2003. (Wikipedia)


23 Luglio 1980 Giugliano (NA). Resta ucciso Pasquale Russo, contadino di 82 anni, era nella traiettoria di proiettili destinati a un noto boss locale.
Nonostante l'età, Pasquale Russo quotidianamente era solito raggiungere il mercato di Giugliano. Guidando il suo vecchio moto-ape, l'anziano contadino preferiva vendere direttamente i prodotti della sua terra. Il 23 luglio 1980 Pasquale viene colpito da alcuni proiettili vaganti. Ricoverato al Cardarelli per le ferite riportate alle gambe, Pasquale muore dopo poche ore. L'obiettivo dei killer era un boss della zona, Enrico Sciorio.Poco prima dell'attentato due giovani su una grossa moto avevano fatto un primo sopralluogo, successivamente uno dei due killer raggiunse a piedi la persona da eliminare e, dopo averlo chiamato per nome, cominciò a sparare all'impazzata. Nonostante l'età, Pasquale Russo quotidianamente raggiungeva il mercato di Giugliano, guidando il suo vecchio moto-ape, per vendere i prodotti della sua terra.La storia di Pasquale Russo è raccontata nel libro di Raffaele Sardo "Come nuvole nere" edito da Melampo nel 2013. La vicenda di Pasquale è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013 (Fond. Pol.i.s.)

 

23 Luglio 1991 Prima strage di Racalmuto (AG). Ahmed Bizguirne, ambulante di 26 anni, vittima innocente di una guerra di mafia.
Ajmed Bizguirne, ventisei anni, di Casablanca (Marocco), aveva studiato nel suo paese ma non era riuscito a trovare lavoro. Così era venuto in Italia, in Sicilia, a Racamulto, dove faceva l'ambulante vendendo tappeti.
La sera del 23 luglio del 1991 la piazza del paese era piena di gente. La tragedia arrivò all'improvviso: due killer della mafia, pistole in pugno, raggiunsero la Matrice. Avevano un obiettivo preciso, si chiamava Luigi Cino che cadde davanti il portale di ferro della Chiesa Madre. I killer non avevano ancora finito la loro missione. C'era dell'altro sangue da versare, quello di Salvatore Gagliardo, camionista. Fuggì vedendo l'amico Cino stramazzare a terra. Di corsa scese le scale che portano in piazza Castello. I killer, però, avevano osservato i suoi movimenti. Lo seguirono colpendolo con determinazione, ma poca precisione e i proiettili colpirono e ferirono Mustafà Rammouva (un marocchino amico di Ajmed), insieme ad un racalmutese. Il commando spara ancora, stavolta contro un altro camionista del paese, Diego Di Gati, di 37 anni. Compiuta la missione di morte i killer si dileguarono infilandosi in una stradina dove pronto ad attenderli c'era un complice. Al loro arrivo l'auto sgommerà verso la statale 640. In piazza la gente è nel panico per quella mattanza. Cerca un riparo, fugge, si guarda intorno allibita. Si scopre che c'è un altro corpo vicino ai gradini della chiesa, dietro una delle bancarelle dei vu'comprà. Sopra un larga macchia di sangue c'è Ajmed Bizquirne. I riccioli neri sono diventati rosso scarlatto. Un proiettile vagante lo ha fulminato alla testa portandosi dietro le speranze del giovane studente di Casablanca con in tasca neppure i soldi per il funerale. (Fonte: Senza Storia di Alfonso Bugea e Elio di Bella)

 

24 Luglio 1991 Sessa Aurunca (CE). Assassinato Alberto Varone , commerciante di 49 anni con 5 figli. Non si era piegato alle richieste della camorra.
L'imprenditore Alberto Varone è ucciso a Francolise, in provincia di Caserta, dal clan camorrista Muzzoni di Sessa Aurunca il 24 luglio del 1991. Alberto non aveva voluto cedere le sue attività di mobiliere e distributore di giornali, oltre ad un locale che interessava al capoclan Mario Esposito. Alberto era un gran lavoratore. Padre di 5 figli, si alzava ogni mattina alle 3 e con la sua Kadett rossa si spostava da Sessa Aurunca fino a San Nicola La Strada. Andava a prendere i giornali e  poi li distribuiva in una trentina di edicole della zona. Verso le 8, era infine con  la moglie presso il negozio di mobili che gestivano insieme. Alberto ha scelto di non piegarsi al ricatto e ha pagato questo suo gesto di coraggio e legalità con la vita. A Sessa Aurunca esiste la comunità " Alberto Varone", struttura sorta su un bene confiscato alla Camorra e gestita dalla comunità "Al di là dei Sogni". Il 24 luglio 2011 a Maiano di Sessa Aurunca, nell'ambito del Festival dell'impegno Civile, uno spettacolo teatrale ha commemorato il sacrificio di Alberto.
La storia di Alberto Varone è raccontata nel libro di Raffaele Sardo " La Bestia" edito da Melampo nel 2008. La vicenda di Alberto è anche ricordata nel "Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia" pubblicato da Castelvecchi nel 2013. (Fond. Pol.i.s.)

 

24 Luglio 2000 Castro Marina (LE). Restano uccisi Salvatore De Rosa e Daniele Zoccola, finanzieri. Erano impegnati in un’operazione di contrasto del turpe “traffico di esseri umani”.
Salvatore De Rosa e Daniele Zoccola, erano due agenti della Guardia di Finanza. Il 24 luglio del 2000 stavano contrastando il traffico di esseri umani nel Canale d’Otranto,
nelle acque antistanti le grotte di Zinzulusa di Castro Marina. Avevano intercettato uno dei barconi carichi di disperati, che cercavano di raggiungere le coste italiane. Ma gli scafisti, per sfuggire alla cattura, si erano tuffati in mare e avevano lanciato il gommone in direzione dell’unità navale della Guardia di Finanza, che fu travolta. (Liberanet.org)

 

24 Luglio 2007 Peschici (FG). Domenico De Nittis, Carmela e Romano Fasanella restano uccisi a seguito di un incendio che ha devastato le pinete del paese.
Il 24 luglio del 2007 a Peschici (FG) un terribile incendio mandò in cenere migliaia di ettari di macchia mediterranea e costò la vita a tre persone i fratelli Carmela e Romano Fasanella avvolti dalle fiamme mentre erano a bordo della loro autovettura e Domenico De Nittis, un venditore ambulante gravemente ustionato mentre cercava di salvare la sua bancarella, deceduto qualche giorno più tardi a Genova.
Ci furono sei indagati ma il caso fu archiviato per mancanza di prove.

 

26 Luglio 1988 Falconara Albanese (CS). Roberta Lanzino, mentre si recava al mare in motorino, viene selvaggiamente aggredita, seviziata, violentata ed uccisa.
Roberta Lanzino ha 19 anni, vive con la sua famiglia a Rende (provincia di Cosenza), è una studentessa universitaria al primo anno, studia Scienze economiche, è bella e ha un Sì della Piaggio di colore blu. È il 26 luglio del 1988 e Roberta, proprio con il suo motorino, va verso la casa al mare. I suoi genitori Franco e Matilde sarebbero partiti pochi minuti dopo a bordo della "Giulietta" di famiglia. Roberta quella mattina indossa dei jeans blu, una maglietta rosa salmone e gli occhiali da sole. Per questioni di sicurezza Roberta imbocca una strada secondaria. Purtroppo perde l'orientamento, si smarrisce. Due uomini con una Fiat 131 le stanno alle calcagna e al momento giusto le tagliano la strada, la violentano, la colpiscono senza pietà al collo e alla testa con un coltello, conficcandole poi in gola una spallina per strozzare le urla. Muore soffocata, Roberta. Il suo corpo viene ritrovato alle 6.30 del mattino dopo. Le indagini partono subito ma la verità arriverà soltanto nel 2007. Questa è una storia di violenza, di morte, di 'ndrangheta. (Roberta Lanzino Ragazza - graphic novel - roundrobineditrice.it)

26 Luglio 1991 Palermo. Resta ucciso Andrea Savoca, 4 anni.
Andrea Savoca era figlio di Giuseppe Savoca, rapinatore di tir. Era un bambino, perciò non svolgeva ancora un lavoro; era semplicemente insieme al padre e probabilmente, proprio per questo, si sentiva assolutamente sicuro. Lo ricordiamo perché, pur non avendo nessuna colpa, ha pagato con la vita gli errori del padre. Il piccolo Andrea, infatti, si trovava in braccio a suo padre quando questi venne ucciso nel luglio del '91. Il padre di Andrea, Giuseppe Savoca, era un semplice rapinatore di tir e fu ucciso per ordine dei capimafia Michelangelo La Barbera e Matteo Motisi per «uno sgarro fatto a qualcuno che non doveva essere toccato»; lo «sgarro» probabilmente consisteva in alcune rapine a tir che trasportavano merci appartenenti a mafiosi o a commercianti che pagavano il pizzo. Noi pensiamo che l'uccisione di un bambino sia il segno di una totale mancanza di regole nel mondo mafioso.
Andrea avrebbe dovuto essere risparmiato innanzitutto in quanto bambino e soprattutto perché estraneo ai fatti nei quali era coinvolto il padre. Forse i killer non lo hanno ucciso deliberatamente: suo fratello Massimiliano, infatti, pur essendo presente all'agguato, è rimasto illeso. Questo fatto documenta ancora una volta quanta poca considerazione sia riservata alla vita umana, anche quando essa è innocente e indifesa, da parte di chi vive nell'illegalità e nell'ingiustizia. (dal Giornale di Sicilia)

 

26 Luglio 1992 Roma. Si suicida Rita Atria, testimone di giustizia. "Con la morte di Paolo Borsellino era di nuovo orfana di padre e non lo sopportò".
Nel 1985, all'età di undici anni Rita Atria perde il padre Vito Atria, mafioso della locale cosca ucciso in un agguato.
Alla morte del padre Rita si lega ancora di più al fratello Nicola ed alla cognata Piera Aiello. Da Nicola, anch'egli mafioso, Rita raccoglie le più intime confidenze sugli affari e sulle dinamiche mafiose a Partanna. Nel giugno 1991 Nicola Atria venne ucciso e sua moglie Piera Aiello, che era presente all’omicidio del marito, denuncia i due assassini e collabora con la polizia.
Rita Atria, a soli 17 anni, nel novembre 1991, decide di seguire le orme della cognata, cercando, nella magistratura, giustizia per quegli omicidi. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu il giudice Paolo Borsellino (all'epoca procuratore di Marsala), al quale si legò come ad un padre. Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre testimonianze, permisero di arrestare numerosi mafiosi di Partanna, Sciacca e Marsala e di avviare un'indagine sull'onorevole democristiano Vincenzino Culicchia, per trent'anni sindaco di Partanna.
Una settimana dopo la strage di via d'Amelio, il 26 luglio 1992, Rita Atria si uccise a Roma, dove viveva in segreto, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo di viale Amelia, 23.
Rita Atria per molti rappresenta un'eroina, per la sua capacità di rinunciare a tutto, finanche agli affetti della madre (che la ripudiò e che dopo la sua morte distrusse la lapide a martellate), per inseguire un ideale di giustizia attraverso un percorso di crescita interiore che la porterà dal desiderio di vendetta al desiderio di una vera giustizia. Rita (così come Piera Aiello) non era una pentita di mafia: non aveva infatti mai commesso alcun reato di cui pentirsi. Correttamente ci si riferisce a lei come testimone di giustizia, figura questa che è stata legislativamente riconosciuta con la legge 45 del 13 febbraio 2001.
« Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta» (Wikipedia)

 

26 Luglio 1993 Scanzano (MT). Vincenzo De Mare, autotrasportatore, ucciso per aver rifiutato un carico di rifiuti tossici.
Vincenzo De Mare, autotrasportatore di Scanzano (MT), è stato ammazzato con due colpi di fucile mentre era al lavoro nel suo podere in località Terzo Cavone il 26 luglio del 1993. Un efferato omicidio di cui ancora non si conoscono mandanti e autori ma su cui gli inquirenti continuano ad investigare.
L'ipotesi più accreditata è che sia stato ucciso perché si rifiutava di trasportare rifiuti tossici. Nel 2004 i Carabinieri trovarono dei bidoni di rifiuti chimici presso una delle aziende, da tempo chiusa, per cui Vincenzo De Mare lavorava. C'è stato un testimone che, ai carabinieri, fece delle rivelazioni in tal senso, facendo anche i nomi di due possibili killer, ma davanti al giudice ritrattò tutto.

 

27 Luglio 1992 Catania. Ucciso Giovanni Lizzio, 47 anni, Ispettore Capo della Polizia di Stato Questura Catania, per la pressante attività contro il racket delle estorsioni.
Giovanni Lizzio era ispettore capo della Squadra mobile della questura di Catania – responsabile della sezione anti-racket. Aveva iniziato nella sezione omicidi, per poi passare al nucleo anticrimine e, infine, da qualche anno, era diventato responsabile della sezione anti-racket: una sezione particolarmente importante visto che il 90% dei commercianti catanesi pagava il pizzo. L’ispettore non solo dirigeva la sezione antiestorsioni con grandi risultati, ma era un vero e proprio simbolo della questura etnea. Lizzio, sposato e padre di due figlie, era il poliziotto più conosciuto della città, la memoria storica; era colui che conosceva le dinamiche di Cosa Nostra, le vecchie leve e gli esponenti emergenti. Aveva rapporti con pentiti e si sia occupato di importanti indagini grazie alle loro rivelazioni. Poco prima di morire, il 18 luglio, aveva condotto un’operazione che aveva consentito la cattura di 14 uomini del clan Cappello, proprio grazie alle rivelazioni di un pentito. Fu ammazzato a soli 47 anni, la sera del 27 luglio 1992, a Catania nel quartiere periferico di Canalicchio, mentre era fermo in auto davanti a un semaforo. (Cadutipolizia.it)

 

27 Luglio 1993 Milano. Strage di Via Palestro. Restano uccisi Driss Moussafir, Alessandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno. Un cittadino marocchino, tre Vigili del Fuoco e un Vigile
urbano: cinque vittime innocenti.

La strage di via Palestro è stato un attentato dinamitardo avvenuto la sera del 27 luglio 1993 tramite l'esplosione di un'autobomba in via Palestro a Milano, presso la Galleria d'arte moderna e il Padiglione di arte contemporanea.
La sera del 27 luglio l'agente di Polizia Locale Alessandro Ferrari notò la presenza di una Fiat Uno (che risulterà poi rubata qualche ora prima) parcheggiata in via Palestro, di fronte al Padiglione di arte contemporanea, da cui fuoriusciva un fumo biancastro e quindi richiese l'intervento dei Vigili del fuoco, che accertarono la presenza di un ordigno all'interno dell'auto; tuttavia, qualche istante dopo, l'autobomba esplose ed uccise l'agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l'immigrato marocchino Moussafir Driss, che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina.
L'onda d'urto dell'esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti e danneggiò anche alcuni ambienti della vicina Galleria d'arte moderna, provocando il crollo del muro esterno del Padiglione di arte contemporanea. Durante la notte esplose una sacca di gas formatasi in seguito alla rottura di una tubatura causata dalla deflagrazione, che procurò ingenti danni al Padiglione, ai dipinti che ospitava e alla circostante Villa Reale. (Wikipedia)

 

 

27 Luglio 2009 Cassano allo Ionio (CS). Ucciso Fazio Cirolla perché somigliava al vero bersaglio dell'agguato. Stava acquistando un'auto, con lui c'era suo figlio.
Il 27 luglio 2009 a Cassano sullo Jonio, in provincia di Cosenza, l'operaio 42enne Fazio Cirolla si trova dentro un autosalone. E' in compagnia del figlio di 7 anni e sta acquistando un'automobile. I killer entrati in azione lo scambiano per un altro e lo ammazzano con un colpo di pistola alla fronte. Il vero obiettivo era il titolare della concessionaria, ritenuto il contabile della cosca Forestefano. (Stopndrangheta.it)

 

 

28 Luglio 1981 Salerno. Ucciso Antonio Caputo, 39 anni, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia.
Antonio Caputo, Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia in servizio presso la Casa circondariale di Salerno,  cade vittima di un agguato mentre rientra nella propria abitazione a Salerno. I killer attendono che Antonio parcheggi l'auto e al momento di chiudere la portiera gli sparano con fredda determinazione alle spalle. Nel corso delle sue mansioni carcerarie è possibile che il brigadiere sia  entrato in contrasto con qualche "boss" che poi ha deciso di vendicarsi. Il 27 giugno 2013 la casa circondariale di Salerno è stata intitolata ad Antonio Caputo.
Antonio Caputo è stato riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della legge 466/1980 dal Ministero dell'interno. (Fond. Pol.i.s.)

 

28 Luglio 1985 Porticello (PA) . Assassinato il commissario Giuseppe (Beppe) Montana
Giuseppe Montana, meglio conosciuto come Beppe Montana 34 anni, commissario della squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia.
Venne ucciso il 28 Luglio 1985 a Porticello (PA) da due killer della mafia.
Il commissario Montana era il dirigente della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo. Investigatore tenace e deciso. Amico e stretto collaboratore del vice questore Antonino “Ninni” Cassarà aveva diretto le operazioni che avevano portato agli arresti di molti boss mafiosi. Nell’ultima irruzione, avvenuta il 24 Luglio a Bonfornello (PA), il commissario Beppe Montana aveva arrestato un boss latitante e altri due importanti mafiosi, oltre a sette “gregari”.
La vendetta della mafia scattò quattro giorni dopo, mentre il funzionario di Polizia si trovava al mare con gli amici e la fidanzata. I due assassini (almeno altri tre mafiosi parteciparono all’omicidio con compiti di copertura) gli piombarono alle spalle freddandolo a colpi di pistola.
Entrambi gli assassini vennero in seguito eliminati per ordine della stessa mafia. I mandanti dell’omicidio vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo. (cadutipolizia.it)

 

28 luglio 1989 Collecchio (PR). Rapita Mirella Silocchi. "Fu lasciata morire di fame e di sete all’interno di una fossa subendo maltrattamenti di rara ferocia".
Mirella Silocchi, moglie di un facoltoso industriale del ferro, Carlo Nicoli, venne rapita alle 8,30 del 28 luglio 1989 nella sua villa di campagna a Stradella di Collecchio. I banditi, uno in divisa di finanziere, bussarono alla porta, mentre lei parlava al telefono con una parente e la portarono via.
Dalle indagini successive si scoprì che fu rapita da una banda di sequestratori che pretendevano cinque miliardi di riscatto per il suo ritorno a casa. Ma a casa non ritornò mai, perché fu lasciata morire di fame e di sete all’interno di una fossa subendo maltrattamenti di rara ferocia. Si scoprì in seguito che Mirella Silocchi era finita in mano ad una strana aggregazione di pastori e latitanti sardi, e da un gruppo di anarchici composto da elementi della malavita siciliana e calabrese, da una hostess americana e da un libico di origine armena. Un intreccio tra anarchia e banditismo comune che univa anche un elemento di internazionalità.

 

28 Luglio 2000 Torre del Greco (NA). Ucciso Giuseppe Falanga, imprenditore edile. Vittima del racket.
C'è il racket dietro l' omicidio di Giuseppe Falanga, un imprenditore edile di 47 anni ammazzato a Torre del Greco, in provincia di Napoli.
Falanga stava dirigendo i lavori di ristrutturazione di una palazzina all' interno di un parco nei pressi della litoranea, quando due killer gli hanno sparato.
C'erano gli altri operai, c'erano quelli che abitano lì. Ma loro hanno agito ugualmente. A bordo di un ciclomotore e con i caschi in testa, hanno varcato il cancello del parco "Merola" e percorso una breve discesa fino a un muretto dal quale si vede il mare. Lì c' era una palazzina circondata dalle impalcature di ferro che gli operai avevano fissato per lavorare sulla parete esterna. Giuseppe ha scorto i due sicari quando ormai era   troppo tardi per scappare.
L' imprenditore ucciso abitava in una zona isolata, un posto dove nessuno avrebbe visto niente se gli avessero teso un agguato. Invece, hanno voluto ammazzarlo davanti a più gente possibile. Un chiaro segnale da parte della camorra: una punizione esemplare ha più effetto se vi assistono in tanti, se la voce corre in paese, se diventa il fatto del giorno.
L'impresa di Falanga non era grande. Aveva vinto qualche gara bandita dal Comune, ma l' attività era piuttosto limitata. Lui stesso dirigeva i lavori e vi partecipava in prima persona. Insomma, non era un imprenditore da appalti miliardari e ciononostante la camorra ha voluto dare un segnale preciso.
Giuseppe Falanga è riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata con decreto del Ministero dell'Interno. Falanga ha lasciato la moglie e quattro figli. (Fond. Pol.i.s.)



28 Luglio 2014 Portici (NA). Ucciso Mariano Bottari, pensionato di 75 anni, mentre tornava a casa dalla moglie invalida. Un'altra vittima innocente.
La mattina del 28 luglio 2014 Mariano sta per rientare a casa a piedi e si trova a pochi metri dalla sua abitazione, precisamente in via Scalea a Portici, quando proprio su quella strada quattro uomini in sella a due grosse motociclette, parlando tra di loro in maniera coincitata e violenta, ingaggiano un conflitto a fuoco. Un proiettile vagante colpisce Mariano alla gola.
L'anziano si accascia a terra, perde tantissimo sangue e muore immediatamente senza che si possa far nulla per soccorrerlo.
Mariano Bottari, 75enne pensionato, padre di sei figli, da anni si prendeva cura della moglie invalida e ogni mattina usciva di casa per la spesa e per sbrigare commissioni per la famiglia.
Sul posto, ad avviare le indagini, i carabinieri del gruppo di Torre Annunziata, con il capitano Alessandro Amadei. Il fascicolo finisce anche sulla scrivania del pm Claudio Siragusa, della DDA di Napoli, che coordina le indagini insieme al procuratore aggiunto Filippo Beatrice.
Le indagini dei carabinieri hanno una svolta decisiva quando un imprenditore, proprietario di tre punti vendita di carburante nell'area di San Giovanni a Teduccio, racconta ai carabinieri di essere scappato in via Scalea per sfuggire ai rapinatori proprio il 28 luglio, quando viene colpito Mariano Bottari.
Il vero obiettivo dei killer era dunque l'imprenditore che percorreva via Scalea come sempre per depositare gli incassi.
I funerali di Mariano sono stati celebrati nella chiesa del Santissimo Rendetore in una chiesa affollatissima: presente il sindaco di Portici Nicola Marrone, tantissimi cittadini, amministratori, sacerdoti e sindaci con la fascia tricolore.
Il 13 febbraio 2015 viene emessa un'ordinanza di custodia cautelare dal Gip di Napoli su richiesta del pm Raffaello Falcone, per Franco Russo, 22 enne di Portici. Franco Russo sarebbe responsabile delle tre rapine, avvenute il 2 agosto nell'arco di 12 ore, la prima a Pomigliano d'Arco e le altre due a Portici. Nell'ordinanza che ha colpito Russo non ci sono riferimenti alla vicenda di Bottari, ma la polizia ha sequestrato delle armi nella casa del padre dell'altro indagato Vincenzo Caccavo, arrestato subito dopo i fatti. Ora quelle pistole sono al vaglio della scientifica e saranno sottoposte ai test per stabilire se siano stae utilizzate anche nella rapina che costò la vita all'anziano Mariano. (Fond. Pol.i.s.)



29 Luglio 1983 Palermo. Strage di Via Pipitone Federico. Persero la vita il magistrato Rocco Chinnici, i Carabinieri della scorta Maresciallo Mario Trapassi e l' Appuntato Salvatore Bartolotta, ed il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi.
Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, è stato ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all'età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore che provocò l'esplosione fu il killer mafioso Pino Greco. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico Stefano Li Sacchi.
In Assise il giudice Antonino Saetta si contraddistinse per le dure pene inflitte ai killer; fu anche lui ucciso, insieme al figlio Stefano, in un tragico attentato il 25 settembre 1988 a Caltanissetta.

 

30 Luglio 1982 Bianco (RC) Ucciso Stefano Adolfo Ceratti, guardia campestre nel comune di Caraffa del Bianco, padre di sette figli. Dopo due anni chiuse le indagini senza neppure darne comunicazione alla famiglia.
Stefano Adolfo Ceratti, ex agente della polizia penitenziaria, guardia campestre nel comune di Caragga del Bianco, fu ucciso, con modalità prettamente mafiose, la sera del 30 luglio 1982 a Bianco (RC), mentre portava a spasso il proprio cane.
Dopo due anni gli organi inquirenti chiusero le indagini senza neppure informarne i familiari (la moglie e sette figli).
Anche se sono passati più di trenta anni la famiglia non si è rassegnata: Chiede verità e giustizia per il proprio congiunto.

 

30 Luglio 1986 Salerno. Ucciso Antonio Sabia, agricoltore, in un agguato ad un boss della camorra.
Antonio Saiba, agricoltore di Salerno, fu ucciso il 30 Luglio 1986 in un agguato contro Vincenzo Marandino nella guerra di camorra tra gli uomini della Nco di Raffaele Cutolo e i membri della Nuova Famiglia.

 

30 Luglio 2000 Pianura (NA). Giulio Giaccio, muratore di 26 anni, rapito non si è saputo più nulla di lui. Si pensa ad uno scambio di persona.
Giulio Giaccio viene rapito nel quartiere di Pianura, periferia di Napoli, intorno alle 22:30 del 30 luglio 2000.  Secondo la testimonianza di un amico che era presente al momento del rapimento, Giulio sarebbe stato avvicinato da alcuni uomini in auto presentatisi come agenti di polizia. I falsi poliziotti caricarono con la forza Giulio nell'auto e gli intimarono di seguirli in Questura. Particolare rilevante in questa oscura vicenda è il fatto che i rapitori cercassero un uomo di nome Salvatore, tragicamente identificato proprio con Giulio. Si sospetta che il vero obbiettivo del rapimento fosse un membro del clan Marfella. Riscontro giudiziario che al momento validerebbe questa ricostruzione è l'omicidio, due mesi prima di quel 30 luglio, di un altro affiliato ai Marfella. Quando il giovane muratore è stato rapito, a Pianura si combatteva una sanguinosa guerra tra cosche  per il controllo di appalti legati al risanamento del quartiere. Tragiche conseguenze di quella faida furono anche le morti di Paolo Castaldi e Gigi Sequino. Un'indagine di polizia giudiziaria, condotta agli inizi del 2013, ha chiarito ulteriormente quale tipo di relazione potrebbe essere intercorsa tra il rapimento di Giulio e la faida di Camorra scoppiata a Pianura. Il rapimento e il probabile omicidio di Giulio sarebbero stati compiuti da affiliati ai Casalesi, clan in quegli anni alleato con i Lago di Pianura nella lotta contro la cosca Marfella. (Fond. Pol.i.s.)

 

30 Luglio 2001 Aversa. Giovanni Tonziello, titolare di una tabaccheria ad Aversa, è stato ucciso mentre era in macchina con suo figlio di 10 anni.
Giovanni Tonziello, titolare di una tabaccheria ad Aversa, viene ucciso il 30 luglio del 2001 mentre  si trova in auto con il figlio di 10 anni.  I rapinatori aggrediscono Giovanni mentre il tabaccaio rientra dai Monopoli di Stato con un carico di sigarette. I due rapinatori affiancano la golf di Giovanni e gli ordinano di fermarsi.  Giovanni sceglie  di opporsi alla rapina e, anziché fermare l'auto, accelera. È proprio a questo punto che un proiettile esploso dai malviventi colpisce mortalmente l'uomo. Toccherà proprio al piccolo Enzo, il figlio di Giovanni, dare l'allarme con il cellulare del padre. (Fond. Pol.i.s.)

 

31 Luglio 1979 Limbadi (VV). Assassinato Orlando (Nando) Legname, agricoltore, 31 anni. Non sottostava alla legge della 'ndrangheta.
Orlando "Nando" Legname aveva 31 anni, era sposato e aveva un figlio piccolo. E' stato assassinato con una azione di vera guerra nel suo podere di Limbadi (VV) il 31 luglio 1979.
Si era riscattato dal lavoro di bracciante con il suo tormentato vagare da emigrante, prima in Germania e poi in Argentina, diventando un coltivatore diretto, impegnato nel lavoro e nella lotta politica contro la mafia, per una agricoltura rinnovata. Per questo, per l'attaccamento al lavoro e alla terra, alle bestie che allevava, era da tutti stimato.
" Da qualche tempo la situazione, però, è diventata invivibile. Si respira un'aria strana. E non è soltanto un'impressione: le richieste delle cosche si sono fatte più pressanti e, soltanto nelle ultime settimane, i clan si sono fatti vivi con l'incendio di un trattore e il furto di una motopompa. Capita così di fare un po' più tardi la sera, per controllare, per dare l'idea che in azienda ci sia sempre qualcuno, per cercare di scongiurare missioni notturne dei picciotti dei clan. La famiglia Legname, in paese lo sanno tutti, non accetta prepotenze e prevaricazioni. Le cosche lo capiscono e per questo decidono di dare una lezione. Lo fanno in azienda, per chiarire da subito qual è il motivo, qual è l'obiettivo. Per dimostrare che nessuno può sottrarsi alla legge della 'ndrangheta." (tratto da Dimenticati di D. Chirico e A. Magro)

 

31 Luglio 1982 Roccarainola (NA). Muore Filippo Scotti, 7 anni, colpito al cuore da un proiettile sparato contro il padre.
Una spietata vendetta della malavita ha coinvolto un bambino di sette anni, Filippo Scotti, che è stato assassinato assieme al padre, Luigi, un pregiudicato di 52 anni, intorno alle 9,30 del 31 luglio del 1982 a Roccarainola, un centro agricolo della provincia di Napoli al confine con quella di Avellino.

 

31 Luglio 1992 San Marcellino (CE). Ucciso Giorgio Villan, commerciante, vittima del racket.
Giorgio Villan, commerciante di abbigliamento originario della provincia di Venezia, a San Marcellino aveva trovato moglie e successo nel lavoro: gestiva, infatti, un grande negozio sempre pieno di clienti, lungo la provinciale per Villa Literno. Al Prezzaccio con pochi soldi si vestiva tutta una famiglia.
Probabilmente, come molti suoi colleghi, finché operava in Veneto si sarà lamentato delle tasse e del fisco, ma al sud pagava regolarmente il “pizzo”, come fosse una cosa normale, una specie di assicurazione sul negozio e sulla vita. Si è trovato invece stritolato nella guerra tra due bande rivali di taglieggiatori, finendo ucciso nel mese di luglio del 1992. (Storia tratta dal libro Ragazzi della terra di nessuno di Gianni Solino)

 

31 Luglio 1998 Piano Tavola (CT). Ucciso Giuseppe Messina, imprenditore, per difendere la paga degli operai.
Giuseppe Messina, 63 anni, un imprenditore edile di Piano Tavola (CT) è stato ucciso il 31 luglio del 1998 nel vano tentativo di difendere la paga dei propri dipendenti.

 

 

 

e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.

 

Leggi tutto...
 


Pagina 2 di 24

Menu

Sei  : Home