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18 Ottobre 1984 Palermo. Strage di Piazza Scaffa. Furono uccise 8 persone, per dare un segnale forte della "potenza criminale delle "famiglie" siciliane". PDF Stampa

Furono assassinati i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, commercianti di carne equina, proprietari di alcune macellerie in città. Assieme a loro c'erano il cugino Cosimo Quattrocchi, il cognato Marcello Angelini, il loro socio Salvatore Schimmenti. E poi Paolo Canale, Giovanni Catalanotti e Antonino Federico che si erano fermati a dare una mano.

 

Articolo di La Repubblica del 2 Dicembre 1984

ECCO KILLER E MANDANTI DELLA STRAGE DI PALERMO

di Giuseppe Cerasa

PALERMO - Gli autori e i mandanti della strage del 17 ottobre hanno nome e cognome. Dopo un mese e mezzo di indagini un dettagliato rapporto di polizia e carabinieri ha consentito l' arresto dei presunti killer che hanno eseguito il massacro all' interno della stalla di Cortile Macello. Gli ordini di cattura firmati dai sostituti procuratori della Repubblica di Palermo Guido Lo Forte, Dino Cerami e Paolo Giudici sono sei: le manette sono scattate ai polsi di Antonino Fisichella, grosso commerciante di carni equine, di Antonino Resina e Agatino Castorina, tutti di Catania, uomini del potente boss Benedetto Santapaola, latitante dall' estate del 1981 dopo aver partecipato all' omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari. Santapaola adesso è ricercato anche per la strage di Cortile Macello assieme ai boss palermitani Pietro Vernengo e a Carmelo Zanca, gli uomini che controllano la zona di Ponte Ammiraglio dove avvenne l' esecuzione degli otto uomini di Cortile Macello. E' di nuovo l' asse Palermo-Catania che rispunta, come nelle vicende più sanguinose della recente storia di mafia. Vernengo, Santapaola e Zanca di ritrovano insieme nell' inchiesta sull' omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Su di loro pende un mandato di cattura firmato dal giudice istruttore Giovanni Falcone che ha indicato nei super boss delle cosche vincenti i mandanti dell' esecuzione del prefetto di Palermo, della moglie Emanuela e dell' agente Domenico Russo. E ancora Santapaola è tra i protagonisti della strage della Circonvallazione di Palermo (estate ' 82) dove fu ucciso il boss catanese Alfio Ferlito, tre carabinieri e l' autista della Mercedes sulla quale viaggiavano.
Anche in quell' occasione è stato determinante l' "okay" della cosca che controllava la zona dell' agguato, a riprova dei solidi collegamenti esistenti tra le famiglie catanesi e quelle palermitane. Un' alleanza di fuoco che ha funzionato anche la sera del 17 ottobre scorso. Nella stalla di Cortile Macello verso le ore 21 c'erano otto uomini che stavano sistemando una partita di cavalli appena arrivati da Molfetta. Gli animali appartenevano ai fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, commercianti di carne equina, proprietari di alcune macellerie in città. Assieme a loro c'erano il cugino Cosimo Quattrocchi, il cognato Marcello Angelini, il loro socio Salvatore Schimmenti. E poi Paolo Canale, Giovanni Catalanotti e Antonino Federico che si erano fermati a dare una mano. L' azione dei killer è stata fulminea, spietata. L' obiettivo vero erano i fratelli Quattrocchi, ma si volle dare comunque un segnale inequivocabile sulla capacità di reazione della mafia. Pochi giorni prima infatti il potere delle cosche era stato incrinato dalle confessioni di Tommaso Buscetta e dai 366 mandati di cattura firmati dall'Ufficio istruzione di Palermo. La strage era la riprova della potenza criminale delle "famiglie" siciliane. Ma serviva anche a far capire che nonostante le retate l' influenza della mafia era ancora solida e non ammetteva deroghe. I fratelli Quattrocchi, infatti, avevano tentato di sfuggire al "giro" del clan dei catanesi che in Sicilia detiene il controllo del commercio equino. Sono loro gli intermediari inevitabili, gli uomini che tirano le fila di un business di diversi miliardi all' anno. Ma i Quattrocchi avevano provato a mettersi in proprio, profittando dell' estrema incertezza esistente all' interno della costellazione mafiosa e tentando un collegamento diretto con i gruppi di pugliesi.

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 13 Aprile 1988

L' AGGUATO DI PIAZZA SCAFFA UNA STRAGE SENZA COLPEVOLI

di Umberto Rosso

PALERMO La strage di piazza Scaffa, la più feroce commessa a Palermo con otto morti, resta senza colpevoli. Anche nel processo d'appello i quattro imputati sono stati assolti. In un unico punto il verdetto pronunciato ieri dalla Corte di assise d' appello si differenzia con quello emesso nel processo di primo grado: il commerciante catanese Antonino Fisichella, indicato dall' accusa come il mandante del massacro, è stato scagionato per insufficienza di prove. Due anni fa venne assolto invece con formula piena. Confermata la sentenza per gli altri tre imputati: non hanno commesso il fatto, secondo la Corte presieduta da Antonio Saetta. Un verdetto di innocenza piena dunque per il boss catanese Nitto Santapaola (latitante, condannato all' ergastolo al maxiprocesso anche per il delitto Dalla Chiesa), per Carmelo Zanca (anche lui latitante, ritenuto esponente della cosca di corso dei Mille) e per Pietro Vernengo (rinchiuso all' Ucciardone per l' ergastolo inflittogli nel processone alla mafia). I giudici della I sezione della Corte d' assise d' appello non hanno ritenuto dunque fondate le richieste del Pg Domenico Signorino che per Santapaola e Fisichella aveva sollecitato la massima pena (per gli altri due l' accusa aveva chiesto l' assoluzione). Non c' è nessun elemento, hanno stabilito dopo tre ore di Camera di consiglio, che indichi i due come gli organizzatori della notte di sangue del 18 ottobre di 5 anni fa. Secondo la ricostruzione dell' accusa Fisichella, un commerciante di carni catanese, era da ritenersi il mandante della spedizione punitiva. Movente dell' agguato uno sgarro commesso dalla famiglia Quattrocchi: per acquistare i cavalli destinati alla macellazione si rivolsero ad un barese, provando a saltare l' intermediazione del Fisichella. Per vendicarsi dell' affronto, sempre secondo le conclusioni cui erano giunti prima il Pm e adesso il Pg nel processo d' appello, il commerciante si rivolse al boss Santapaola. Proprio il boss del clan dei catanesi avrebbe a questo punto organizzato il commando: il gruppo entrò in azione in una stalla all' interno di cortile Macello, facendo fuori 4 componenti della famiglia Quattrocchi e altre 4 persone che in quel momento si trovavano lì per accudire i cavalli. Una carneficina portata a termine con l' assenso dei boss palermitani della zona? Un' ipotesi che anche il Procuratore generale Signorino aveva escluso nella sua requisitoria, chiedendo infatti l' assoluzione per Zanca e Vernengo ritenuti personaggi non di primo piano nel territorio di corso dei Mille controllato invece da Filippo Marchese (ma del boss da molto tempo non si hanno più notizie). La Corte, ieri, ha accolto questa lettura dei fatti, ma anche per gli altri due imputati non ha riscontrato elementi di colpevolezza. E tuttavia, in qualche modo, in questo secondo processo per la strage le accuse lanciate dalla vedova di Cosimo Quattrocchi hanno avuto un certo peso. Pietra Lo Verso ha puntato il dito anche stavolta contro Fisichella, indicandolo come il mandante del delitto. Ha parlato delle pressioni che avrebbe esercitato sul marito per impedirgli di sganciarsi dal suo giro. E la Corte, assolvendo ma per insufficienza di prove Fisichella, ha avanzato dei dubbi sull' imputato probabilmente proprio in relazione alle dichiarazioni della vedova. Assolti infine, con formula piena, anche due imputati minori accusati di falsa testimonianza: Antonino La Torre (il fornitore barese di cavalli) e Biagio Amico.

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 16 Marzo 1992

un signore dell' eroina accusato di 100 omicidi, condannato per uno solo

di Enzo Mignosi

breve biografia del boss Vernengo Pietro evaso nell' ottobre scorso e arrestato ieri

PALERMO . Grandi traffici, grandi delitti, grandi parentele. C' era di tutto nella vita di Pietro Vernengo, uno dei padrini storici di Cosa nostra, cugino del pentito Mannoia, accusato di 100 omicidi e assolto da novantanove. Gli e' rimasto solo un delitto piccolo piccolo, quello di un picciotto di borgata che aveva il brutto vizio di frequentare i commissariati. Si chiamava Antonino Rugnietta e fu strangolato nella camera della morte di piazzetta Sant' Erasmo da Pietro Vernengo e da Vincenzo Sinagra, altro ragazzotto del clan. Ma anziche' essere disciolto nell' acido, come si usava in quegli anni di orrore, il cadavere venne chiuso nel baule di una 127 e lasciato davanti al comando della Guardia di Finanza. "Cosi' finiscono i confidenti", disse l' anonimo che telefono' al centralino dei carabinieri. Mai Pietro Vernengo avrebbe potuto immaginare che Sinagra un giorno si sarebbe pentito delle sue malefatte e, con una clamorosa chiamata di correo, gli avrebbe rovinato la carriera di uomo d' onore perche' dopo tanti processi, l' unica condanna che gli e' piovuta addosso e' riferita proprio all' omicidio di Rugnietta: un ergastolo nei due gradi del "maxi" diventato definitivo in Cassazione. E dire che a suo carico c' era roba ben piu' consistente: la strage Dalla Chiesa con tre morti, il massacro di piazza Scaffa con otto cadaveri, l'omicidio del medico legale Paolo Giaccone, del comandante dei carabinieri Mario D'Aleo, del poliziotto Lillo Zucchietto, di una ventina di amici e parenti del pentito Contorno e di un'infinita sequela di boss e gregari. Cento morti ammazzati, appunto, avevano contato i giudici istruttori che si erano soffermati anche su un ruolo del boss nel business dell' eroina. I laboratori della mafia erano controllati da Pietro e dal fratello Nino detto "u dutturi". Come si scopri' nel febbraio dell' 82, quando due villette di via Messina Marine furono circondate dai carabinieri arrivati con gazzelle ed elicotteri. Dentro, gli alambicchi e le attrezzature per la trasformazione della morfina.base in eroina. In quella occasione Pietro Vernengo si rese protagonista di una rocambolesca fuga: scappo' per i tetti, salto' su un' auto e spari' . Fu bloccato dalla polizia il 29 giugno ' 86 nel Golfo di Napoli su un motoscafo dove festeggiava il suo onomastico con gli amici della camorra. Una bella dinastia di mafia, quella dei Vernengo, presente in massa al maxiprocesso: ergastolo a Pietro, 16 anni al fratello Nino, 9 allo zio Cosimo, sei all' altro zio Ruggero, 8 e 6 anni a due cugini che portano lo stesso nome, Giuseppe. E poi parentele importanti: la moglie di Pietro Vernengo, Provvidenza Aglieri, e sorella di Giorgio, il cassiere della mafia morto suicida in carcere, e madre di Pietro detto "u signorino", il killer tirato in ballo da una telefonata anonima per l' omicidio di Lima.

 

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