19 maggio 1980 Grottaglie (TA). Pompea Argentiero, 16 anni, Lucia Altavilla, 17 anni, e Donata Lombardi, 23 anni, muoiono in un incidente stradale; erano in 16 su un furgone omologato per 9 posti.

Il 19 maggio 1980 tre giovani donne di Ceglie Messapica (BR) vengono coinvolte in un tragico incidente stradale sulla superstrada Taranto – Brindisi, nei pressi di Grottaglie (TA). Muoiono Pompea Argentiero (16 anni), Lucia Altavilla (17 anni) e Donata Lombardi (23 anni), braccianti reclutate per la raccolta delle fragole al di fuori del Collocamento tramite il caporale. Viaggiavano su un Ford Transit da 9 posti dove erano stipate – forse in 16 o più – sedute le une sulle gambe delle altre. Lo schianto le coglie nella loro fragile insicurezza.

Fonte:  vivi.libera.it

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 21 maggio 1980
Un intero paese accusa il «caporalato»
di Italo Palasciano
A Ceglie sciopero per le tre braccianti morte nel pullman
È gravissimo il giovane ferito nell’incidente – Il pianto e la rabbia delle compagne di lavoro.
Troppe vittime del racket della manodopera in Puglia – Solo i sindacati contrastano il fenomeno.

BARI – Ancora in vite umane il prezzo pagato al racket della mano d’opera. Anche questa volta le vittime sono tre donne braccianti reclutate da un caporale che in un pullmino, un Ford Transit, carico di 15 lavoratrici al posto delle nove consentite, trasportava mano d’opera femminile da Ceglie Messapico, in provincia di Brindisi, nientemeno che in Basilicata – a Scanzano, a più di 120 chilometri di distanza – per la raccolta delle fragole.

Le braccianti, Donata Lombardi di 23 anni, Pompea Argentiero di 19 anni e Lucia Altavilla sono rimaste schiacciate nel pullmino tamponato sulla superstrada per Grottaglie, in provincia di Taranto. Pietro Lombardi, fratello di Donata, è stato ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Lecce.

Nell’ospedale di Grottaglie le compagne di lavoro piangono disperate queste altre vittime del «caporalato» contro cui le organizzazioni bracciantili si battono da anni. Sono giovanissime anche le braccianti rimaste miracolosamente illese: Maria Gioia e Grazia L. hanno appena 16 anni, Maria B. ne ha 17.

Le tre braccianti rimaste uccise nel pullmino del «caporale», Giorgio A. di 30 anni da Ceglie Messapico (costituitosi ieri) venivano reclutate, con le altre, in questo comune del Brindisino, ove maggiormente si concentra, insieme a quella della vicina Cisternino, l’azione di reclutamento. I «caporali» si fanno infatti complici e strumento di agrari del Metapontino in Basilicata (e anche di altre zone della Puglia) che violano la legge sull’avviamento al lavoro della mano d’opera in agricoltura.

In questi ultimi anni, nonostante l’impegno delle organizzazioni sindacali nel combatterlo, il caporalato si è andato sviluppando di pari passo con l’introduzione di nuove coltivazioni in seguito all’irrigazione in Puglia ed in Basilicata, dove più urgente quindi si presenta il fabbisogno di mano d’opera generalmente femminile.

La catena delle vittime è lunga e la rabbia fra le lavoratrici si è sentita ieri mattina durante lo sciopero generale (tutto il paese è sceso in piazza) che è stato proclamato a Ceglie dalle organizzazioni sindacali, dopo una riunione straordinaria del consiglio comunale a cui avevano partecipato i dirigenti sindacali. Un’interrogazione è stata presentata dal PCI al Senato.

Questa catena di morte iniziò nel lontano luglio del 1974 sulla statale adriatica, nei pressi di Monopoli. Anche allora morirono tre giovani braccianti. Altre sei ragazze rimasero ferite e tra queste due minorenni. Seguirono altri incidenti che non sempre hanno avuto l’onore della cronaca se non quello, gravissimo del settembre 1977 quando in uno scontro tra un pullmino carico di lavoratrici e un autocarro rimasero ferite ben trenta lavoratrici.

La lotta dei braccianti indusse la giunta regionale ad organizzare sia pure in fase sperimentale, un servizio di trasporto pubblico da alcuni Comuni del Brindisino ai magazzini per la lavorazione di prodotti ortofrutticoli dei centri della costa meridionale barese. Contro questa iniziativa si schierarono i «caporali», con tutti i mezzi, dalla minaccia al ricatto verso le lavoratrici; mentre dal canto loro i padroni iniziarono una azione di isolamento di quelle lavoratrici che si servivano del mezzo di trasporto pubblico. Oltre questa iniziativa, strappata dalle organizzazioni sindacali, la giunta regionale non è andata.

«Le parole di cordoglio perdono ogni senso. È da anni che i lavoratori agricoli – ha dichiarato la compagna    Donatella Turtura – della segreteria nazionale della Cgil – si battono per il potenziamento del collocamento ma i ministri del lavoro hanno sempre deliberatamente ignorato il problema».

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 21 maggio 1980
Sciopero e proteste per tre ragazze morte mentre in pulmino vanno al «lavoro nero»
La terribile piaga del «caporalato» ha fatto nuove vittime in Puglia

TARANTO — Tre ragazze morte e quattro feriti in un pulmino finito contro un camion fermo. Viaggiavano in sedici, compreso l’autista che è fuggito, su un automezzo abilitato al trasporto di otto persone. Vittime e superstiti erano braccianti reclutati, senza il rispetto delle norme di legge, per la raccolta delle fragole. E’ il sistema del «caporalato», un vero e proprio imbarbarimento del mercato del lavoro ancora molto radicato in certe zone del Mezzogiorno.

Un mediatore va in giro per le campagne a reclutare giovani, che vengono pagati al di sotto delle tariffe contrattuali e senza alcuna copertura assicurativa, da impiegare a ore nella raccolta della frutta. Il mediatore trasporta poi queste «braccia» nelle varie cascine e intasca delle tangenti. Le vittime dell’incidente avvenuto lunedì sera sono Lucia Altavilla, 17 anni, Pompea Argentiero di 16 e Donata Lombardi, di 23; i feriti Pietro Lombardi, 17 anni, fratello di Donata e tre sorelle dell’Argentiero, Vita, 18 anni, Anna, di 19 e Maria di 20. Tutti guariranno in un mese. Le ipotesi’ sull’incidente sono o distrazione o colpo di sonno del conducente.

Le cause comunque si collegano al fenomeno del «caporalato»: autista e braccianti si alzano all’alba, percorrono centinaia di chilometri per raggiungere il posto di lavoro e poi il ritorno a casa in piena notte. E’ quanto è accaduto ieri: il furgone era alle porte di Grottaglie, su una strada a quattro corsie, in un tratto rettilineo. L’autista,’ Giorgio Albanese, 30 anni, di Ceglie Messapico, è finito in pieno contro lo spigolo del rimorchio di un camion fermo per un guasto sulla corsia di emergenza.

Il grave incidente ha provocato manifestazioni di protesta in tutta la zona. A Ceglie Messapico, paese dove risiedevano le vittime, centinaia di persone hanno partecipato a un corteo svoltosi in paese, nell’ambito di uno sciopero generale proclamato dai rappresentanti sindacali Cgil Cisl UIL.

Alla manifestazione hanno aderito anche la giunta comunale e rappresentanti delle amministrazioni comunali di vari paesi vicini, interessati al fenomeno del «caporalato». La manifestazione si è conclusa con discorsi di vari rappresentanti sindacali, che hanno espresso condanna per la situazione di lavoro delle braccianti agricole e la mancanza di una regolamentazione in materia.

Analoghe prese di posizione sono contenute in un ordine del giorno della giunta comunale e in manifesti fatti affiggere in paese dai sindacati e dai partiti politici. In particolare la giunta — in una riunione svoltasi l’altro ieri sera — ha deciso di proclamare una giornata di lutto cittadino per il giorno dei funerali (che si svolgeranno a spese del Comune) delle tre giovani.

Durante la riunione sono state ricordate le iniziative — risultate spesso inutili — per regolamentare il trasporto delle braccianti, promosse in precedenza dagli amministratori comunali e gli incontri avuti con gli stessi «caporali».

La più ferma protesta verso l’operato del ministero del Lavoro, che «non ha neppure risposto ai sindacati che chiedevano di essere convocati dopo l’ultimo incidente mortale del 30 aprile scorso in provincia di Salerno, in cui ha perso la vita un’altra lavoratrice», viene espressa dalla segreteria nazionale della Federbraccianti-Cgil in un telegramma inviato al ministro del Lavoro, on. Foschi, in relazione all’incidente di Grottaglie.

Dopo aver denunciato «l’insensibilità e la responsabilità del ministero del Lavoro per il perpetuarsi di vergognosi sistemi di trasporto e di impiego di manodopera agricola», il telegramma conclude rilevando che «la segreteria della Federazione Iva impegnato le proprie organizzazioni locali a sviluppare una forte risposta di lotta verso il padronato e i poteri pubblici affinché siano adottati provvedimenti per stroncare l’intermediazione della manodopera agricola stagionale».

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 22 maggio 1980
In cinquemila ai funerali delle tre operaie a Taranto
Lutto cittadino ieri a Ceglie Messapico

BRINDISI — Lutto cittadino ieri a Ceglie Messapico, per i funerali di Donata Lombardi (19 anni), Lucia Altavilla (17) e Pompea Argentiero (16), morte in un incidente stradale avvenuto lunedì pomeriggio vicino a Grottaglie (Taranto). Le tre giovani rientravano al loro paese dal lavoro con altri 13 braccianti agricoli — quasi tutti rimasti feriti — a bordo di un «Ford Transit», guidato da un «caporale» (appaltatore clandestino di manodopera agricola). I funerali si sono svolti nel pomeriggio con enorme partecipazione di folla (oltre 5000 persone).

Si è appreso che il 23 aprile scorso la Regione Puglia aveva autorizzato il Comune di Ceglie Messapico a concedere licenze per il trasporto dei braccianti agricoli a coloro che ne facessero richiesta, purché si attenessero ai limiti di sicurezza previsti dai provvedimenti di omologazione dei mezzi. In particolare i furgoni, come il «Ford Transit» scontratosi a Grottaglie, non possono trasportare più di otto persone, oltre all’autista. La richiesta alla Regione per le autorizzazioni era stata rivolta dal comune in base a un accordo, siglato il 28 luglio 1979 tra amministrazione comunale e 20 trasportatori alla presenza di rappresentanti sindacali, nel quale si fissavano, tra l’altro, le tariffe per il trasporto di ciascun lavoratore.

«In precedenza — ha affermato il sindaco di Ceglie Messapico, dott. Elia — c’era stato il tentativo da parte della Regione di mettere autocorriere a disposizione delle lavoratrici. Ma queste, forse ostacolate dal “caporali”, non le avevano mai utilizzate».

Il segretario regionale della Federbraccianti-Cgil di Puglia, Giuseppe Trulli, ha affermato che «queste morti non sono accidentali, ma sono morti firmate: dall’avidità degli agrari e dei commercianti».

 

 

 

 

Pompea Argentiero, Lucia Altavilla e Donata Lombardi – Foto da la_terra_che_non_tace.pdf

 

 

Fonte: vivi.libera.it
Articolo del 18 maggio 2019
Pompea, Lucia e Donata: tre donne che sognavano un futuro libero, felice e indipendente.
di Gabriella Ciccarone
Presidio di Libera Ceglie Messapica

Il 19 maggio 1980 tre giovani donne di Ceglie Messapica (BR) vennero coinvolte in un tragico incidente stradale sulla superstrada Taranto-Brindisi. Persero la vita Pompea Argentiero (16 anni), Lucia Altavilla (17) e Donata Lombardi (23), braccianti reclutate per la raccolta delle fragole al di fuori del Collocamento tramite il caporale. Viaggiavano su un Ford Transit da 9 posti dove erano stipate – forse in 16 o più – sedute le une sulle gambe delle altre. Lo schianto le colse nella loro fragile insicurezza. A distanza di 11 anni dal 1980 un copione con troppi punti in comune si riproponeva, quando all’alba del 6 settembre del 1991 anche Cosima Valente (36 anni) e Domenica Apruzzese (47) morirono su un pulmino mentre andavano a lavorare.

All’epoca, durante le commosse e partecipate manifestazioni organizzate dai sindacati molti si chiesero “Abbiamo fatto abbastanza per eliminare questa brutale forma di sfruttamento?”. A distanza di 39 anni, ce lo chiediamo ancora e continuiamo a dirci, come allora, “questa società va cambiata!”.

È il motivo per cui noi del Presidio di Libera Ceglie Messapica abbiamo voluto dedicare il nostro impegno alla ricostruzione, attraverso un lavoro collettivo, di una complessa – benché ritenuta minore – trama storica, perché oggi di Pompea, Lucia, Donata, Cosima e Domenica rischiamo di perdere la memoria e perché ancora si muore di caporalato. Un lavoro collettivo durato anni durante i quali si è discusso in manifestazioni pubbliche di: “Lavoro, tra vecchio e nuovo caporalato. Braccianti, donne e migranti, raccontano” nel novembre 2015; “Ponti di memoria luoghi d’impegno” nel marzo 2016; “Intitolazione di cinque vie”, richieste formalmente al Comune nel 2016; “Sulle strade del 21 marzo” nel 2018 quando don Luigi Ciotti ha incontrato i familiari delle vittime, gli studenti e i cittadini.

Un lungo percorso, dunque, che si è concretizzato nella pubblicazione tra il 2018 e il 2019 delle biografie delle cinque donne nel libro La terra [che] non tace. Storie di braccianti agricole di Ceglie Messapica vittime del caporalato, a cura di Gabriella Ciccarone, Vita Maria Argentiero ed Emilia Urgesi. Storie di genere: di donne dignitose, capaci di amare e farsi amare, come testimoniano le parole dei familiari. Storie di sfruttamento: frutto marcio di un sistema illegale di reclutamento e di organizzazione della manodopera, contiguo a quello mafioso se non apertamente mafioso. Storie di impegno: quello dei tanti che hanno contribuito perché i nomi di ognuna delle cinque donne non vengano dimenticati. “L’ingiustizia non è mai così inaccettabile come quando s’incarna nella storia delle persone, quando calpesta, offende o tronca le loro vite – scrive don Ciotti nella prefazione, rivolgendo il suo sguardo attento alle donne che “sarebbe più giusto dire uccise”. Accidentali? No. Le loro vicende non sono state accidentali – come spesso si è voluto far credere – ma l’effetto tangibile di un meccanismo ben congegnato di sfruttamento.

Ancora oggi i diritti continuano ad essere barattati per privilegi. Il caporale vecchio stile è stato affiancato dal moderno manager che ha dismesso panni rozzi e rustici per indossarne altri più eleganti, trasformandosi in “agenzia interinale con sede a Milano”. Il sistema si è fatto più sofisticato. Nel frattempo sono arrivati a frotte lavoratori extracomunitari e comunitari con la loro disperazione, da sfruttare fino all’inverosimile. Il racket delle donne lavoratrici controllato anche dalla Scu – la mafia pugliese – ha subito un’inflessione, ma la crisi degli ultimi anni ha rimesso sul mercato le nostre braccianti.

Pompea, Lucia e Donata partivano alle 4 del mattino e rientravano tra le 18 e 19 della sera, rimanevano fuori di casa ogni giorno anche 14-15 ore. Guadagnavano da 6-8mila lire a fronte di una paga sindacale di 27mila lire. Gli agrari tuttavia pagavano molto meno per la giornata – 16/18mila lire – mentre una quota consistente la tratteneva il caporale. Schiave-ragazzine non potevano accampare alcun diritto. Il giorno dell’incidente non risultavano assunte, l’indomani però i datori di lavori si affrettarono a regolarizzarle retroattivamente. Pesanti orari fuori di casa da prima dell’alba a dopo il tramonto, ingaggi abusivi, bassi salari al di sotto delle tariffe contrattuali, trasporto improvvisato, costoso ma insidioso: queste le condizioni di lavoro cui erano giornalmente costrette.

È notte quando il 19 luglio si svegliano alle 3,00. Anche quel giorno accendono le luci al buio, preparano in fretta le gavette con il cibo ed escono di casa. Donata dà un ultimo sguardo alla sua piccola Isabella facendo piano per non svegliarla, la affida alla nonna, forse riuscirà a vederla nel tardo pomeriggio, se sarà ancora sveglia. Raggiungono le altre ragazze, mamme, anche nonne e attendono ai crocicchi finché il bagliore dei fari del pulmino illumina la strada. Il rito giornaliero si consuma. Gli scherzi e le battute con le amiche, troppo vicine per non prestare loro attenzione, qualche istante di sonno strappato, il lungo viaggio, tre ore all’andata e tre al ritorno. Poi il lavoro, faticoso, ininterrotto fino alle alla pausa per mangiare e poi ancora lavoro. Infine si risale sul pulmino per il rientro, ma quella volta non per tutte.

Nei racconti dolorosi dei familiari, grazie ai quali è stato possibile ricostruire le storie di ognuna, è tanta l’umana bellezza che traspare. Pompea, Lucia, Donata lavoravano duramente per dare il proprio contributo alle famiglie. “Sognavano un futuro libero, felice e indipendente”, volevano costruire con le proprie mani una vita dignitosa. Mentre dialoghiamo, chi tra i familiari prova a mettersi nei loro panni immagina le parole che ci avrebbero rivolto: “Lottate per i diritti dei lavoratori, per migliorarne le condizioni, chiedete più controlli, chiedete la legalità e fate in modo che il nostro sacrificio non sia stato vano”.

 

 

 

Fonte: brindisireport.it
Articolo del 18 maggio 2020
Brindisi: 40 anni fa la morte piombò sul pullmino delle braccianti
di Cosimo Zullo – segretario Associazione Di Vittorio
Il 19 maggio 1980 la tragica fine di Lucia Altavilla di 17 anni, Pompea Argentiero di 16 anni e Donata Lombardi di 23 anni

CEGLIE MESSAPICA – Si erano alzate alle 3 del mattino per farsi trovare pronte al punto di raduno. Un furgone le avrebbe trasportate in una azienda agricola fuori provincia per la raccolta delle fragole. Due di loro non avevano ancora raggiunto la maggiore età. A casa a Ceglie Messapica non tornarono mai più, morte tra le lamiere del pullmino del caporale che le aveva ingaggiate, sulla strada del rientro. Era il pomeriggio del 19 maggio 1980, e questo è un ricordo di Lucia, Pompea e Donata. Ci sono voluti 36 anni per avere una legge contro il caporalato, ma “loro” ci sono sempre: nella nostra provincia, a Latina, a Foggia, a Rosarno. Con una sola differenza: oggi molte, tante vittime e schiavi del lavoro nero vengono dal Sud del mondo.

Erano le ore 16 di 40 anni fa, il 19 maggio 1980, quando sulla superstrada Taranto-Brindisi nei pressi di Grottaglie, un pulmino che trasportava 15 braccianti agricole tentò il sorpasso ad un camion che sostava sul bordo della strada. Probabilmente sbandando, andò a finire con la fiancata destra sul camion.Tre ragazze sedute da quel lato del pulmino trovarono la morte. Lucia Altavilla di 17 anni, Pompea Argentiero di 16 anni e Donata Lombardi di 23 anni. Tutte e tre di Ceglie Messapica.

In quelle ore, oltre ai corrispondenti dei nostri giornali locali, La Gazzetta del Mezzogiorno e Quotidiano, arrivarono a Ceglie, per seguire le vicende successive a quel drammatico incidente, i giornalisti dei quotidiani nazionali. Ricordo gli inviati di Paese Sera, de l’Unità, de Il Manifesto, de L’Ora di Palermo. Tg2 Dossier inviò il compianto giornalista Giuseppe Marrazzo che allora seguiva importanti reportage sulla criminalità. Su Ceglie Messapica, per alcune settimane, si concentrò l’attenzione dell’Italia.

C’era molta tensione. Durante la preparazione della manifestazione sindacale organizzata in risposta a quelle tragiche morti del lavoro vi furono molte provocazioni da parte dei caporali. Sfidavano apertamente lo Stato e la legalità.

Il giorno dopo l’incidente, accompagnammo la segretaria generale della Federbraccianti, Donatella Turtura, a fare visita alle tre famiglie delle lavoratrici. Il dolore era impenetrabile! Quelle morti erano state causate da condizioni di lavoro ingiuste.

Al funerale partecipò con intenso dolore e commozione l’intera cittadinanza. La manifestazione unitaria del sindacato si svolse dopo tre giorni. Parteciparono, con i gonfaloni, molti sindaci, i partiti politici, i consigli di fabbrica, le scuole ed associazioni.

In quei giorni, Rita Mastantuono, poetessa cegliese, scrisse una bella poesia dedicata alle tre giovani donne. “Non si può morire a 18 anni, ad interrompere la corsa sul prato appena iniziato. Non si può morire a 18 anni in un giorno radioso di maggio”…. Non si può morire a 18 anni, con l’odore dell’erba sul viso, alla prima nota d’un canto spiegato per quel pugno di fragole rosse rosse nel più rosso del sangue!…

Donatella Turtura in Piazza Plebiscito a conclusione del comizio aveva detto: “Questa società è così ingiusta, paga un calciatore tanti milioni e dà poche decine di lire a chi suda e lavora nei campi.” Dopo 40 anni, tale riflessione è ancora attuale. Soltanto dopo tante lotte ed anche dopo che si sono consumate altre vittime di caporalato, finalmente ad ottobre 2016 è stata approvata dal Parlamento la legge 199, contro lo sfruttamento nelle campagne.

Una legge che prevede una rete di qualità nel territorio per l’avviamento al lavoro, pene più severe per chi utilizza i caporali, un trasporto più adeguato. Il fenomeno del caporalato oggi è ancora forte e presente, soprattutto nelle fasi delle stagioni di raccolta della frutta e verdura.

Il problema riguarda anche le migliaia di lavoratori extracomunitari che vivono nelle campagne e sono molto spesso assoggettati ancora alle condizioni dettate dai caporali. E’ necessario vigilare perché sia attuata la legge. A 40 anni di quel tragico 19 maggio, anche così si onorano e si rispettano Lucia, Pompea e Donata.

 

 

 

Fonte: vivi.libera.it
Articolo del 19 maggio 2020
La terra che (non) tace

Pompea, Lucia e Donata erano tre giovani donne di Ceglie Messapica, un paese del brindisino. Il 19 maggio del 1980 era una giornata come le altre per loro. Sveglia prima che il sole sorgesse per andare a lavorare. Si perché per lavorare nei campi, alla giornata, a volte bisogna percorrere molti chilometri. E servirsi di pullmini spesso sgangherati e pieni di gente anche oltre il limite consentito. Un incidente si rivela mortale per chi viaggia in queste condizioni. È così è stato per queste tre giovani donne. La cui storia e la cui memoria è arrivata fino a noi grazie all’impegno di tanti, delle famiglie e dei volontari del Presidio di Libera di Ceglie Messapica. Che per ricordarle hanno realizzato una pubblicazione importante, vera, che racconta chi erano queste donne. E racconta tutto quello che è successo dopo, della ribellione di un paese. Di chi non ha voluto rimanere in silenzio e continua a non accettare condizioni di lavoro disumane, fino ad arrivare all’approvazione del ddl 199 contro il caporalato approvato il 29 ottobre del 2016.
E allora oggi queste tre giovani donne le vogliamo ricordare, vogliamo ricordare i loro nomi, la dolcezza e l’amore che hanno lasciato in chi è rimasto.
“La terra che (non) tace” racconta le loro vite, una pubblicazione curata da Gabriella Ciccarone, Vita Maria Argentiero ed Emilia Urgesi, che potete scaricare da oggi.

la_terra_che_non_tace.pdf

Ricordare queste donne, e con loro idealmente tutte le persone ancora vittime o “prigioniere” di questo sistema criminale, in Italia e in altre parti del mondo – nonché trasformare questa memoria in impegno – è il modo più efficace per rafforzarle, quelle gambe, per procedere insieme e più spediti verso un futuro di libertà e giustizia
don Luigi Ciotti – dalla prefazione de “La terra che (non) tace”

 

 

 

Leggere anche:

 

napolimonitor.it
Articolo del 18 maggio 2020
Quarant’anni fa la morte delle braccianti di Ceglie. I problemi non risolti nelle campagne italiane