21 settembre 1982 Paola (CS). Mario Lattuca, operaio di 40 anni, fu ucciso per errore, aveva accettato un passaggio.

Mario Lattuca – Foto dal quotidianodelsud.it

Mario Lattuca, operaio presso il cantiere “Condotte d’Acqua”, il 21 settembre del 1982, come ogni sera, stava tornando a casa dal lavoro, insieme a due colleghi di lavoro, Santo Mannarino e Domenico Molinaro. La vettura dove viaggiavano i tre operai, improvvisamente, viene colpita da alcuni proiettili che, immediatamente, inducono Mannarino e Molinaro ad abbassarsi per cercare riparo. Lattuca, invece, rimane ferito e non segue gli altri passeggeri che abbandonano la vettura. All’arrivo dei soccorsi, viene trovato senza vita. Bersaglio di quell’agguato era il proprietario della vettura, Domenico Molinaro, legato al clan di Basile Nelso, operante nella zona di San Lucido (CS).
Fonte:  vivi.libera.it/it

 

 

Mario Lattuca, operaio di Paola, venne ucciso il 21 settembre del 1982, mentre tornava a casa dal lavoro.
Aveva 40 anni. Un suo collega alla fine del turno gli offrì un passaggio in auto. Ma dopo aver percorso un breve tragitto, un killer che era in attesa in una zona buia e isolata, iniziò a sparare all’impazzata cercando di colpire il proprietario della “Giulia super”.
In macchina con loro c’era anche un altro operaio che era seduto a fiancodel guidatore. Mario Lattuca si era sistemato sul sedile posteriore ed ebbe la peggio perché i suoi compagni di lavoro riuscirono a schivare i colpi abbassandosi immediatamente e riuscendo persino ad aprire lo sportello e darsi alla fuga. Lui rimase l’unico ad essere raggiunto dai proiettili che gli venivano sparati contro.
L’operaio morì immediatamente.
Dinanzi alla Corte D’Assise di Cosenza vennero processate due persone. Ma furono entrambe assolte per insufficienza di prove dall’accusa di essere gli esecutori materiali del delitto anche se fu ritenuto “altamente probabile il concorso morale” nell’evento, ipotizzando che quell’agguato potesse essere una risposta a un altro attentato che si era verificato due settimane prima. Questi elementi, tuttavia, sono stati ritenuti insufficienti per una condanna.
L’omicidio di Mario Lattuca, ucciso per errore, ancora oggi è senza colpevoli.
(Articolo dal quotidianodelsud.it)

 

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Fonte:  wikimafia.it

Mario Lattuca (Paola, 1° marzo 1932 – Paola, 21 settembre 1982), è stato un operaio ucciso dalla ‘ndrangheta per errore durante un agguato.

Biografia
Nato a Paola, in provincia di Cosenza, Mario Lattuca iniziò presto a lavorare come operaio. Dopo il matrimonio con Antonietta Giacometti, Mario decise di emigrare in Svizzera per garantire un futuro migliore ai propri figli, come fecero molti altri suoi conterranei. Per dodici anni tornò a casa poche volte all’anno, durante i giorni di festa, per riabbracciare i suoi cari e la moglie Antonietta che decise di non seguirlo per non abbandonare la madre.
Dopo la morte prematura di Santo, il loro quinto figlio, Mario decise di ritornare definitivamente a Paola in modo da placare anche il dolore della moglie per la tragica perdita; fu così che trovò lavoro presso una ditta edile per la quale collaborò prima alla costruzione della statale 107 e poi alla realizzazione delle gallerie che avrebbero permesso il collegamento ferroviario tra la costa tirrenica e l’entroterra cosentino.

L’omicidio
La sera del 21 settembre 1982, dopo aver concluso il suo turno di lavoro delle 13 – 22 presso la società Condotte d’Acqua, Mario Lattuca si avviò verso casa. Il tragitto che lo conduceva alla sua abitazione era solito farlo in auto con un collega; quel 21 settembre invece accettò un passaggio da un altro lavoratore della ditta perché il suo abituale conoscente era assente per problemi di salute. Nell’auto, una Giulia super, si trovarono in tre: alla guida c’era Domenico Molinaro (32 anni) proprietario dell’auto, vicino il conducente vi era Santo Mannarino (41 anni) e Mario, seduto sul sedile posteriore.
Percorsi pochi metri, in località Pantani, una zona buia e a ridosso di una curva che collegava la zona del cantiere alla strada statale, il conducente dell’auto fu costretto a rallentare in quanto il passaggio era ostruito da una 131 posteggiata sulla destra; qualcuno stava aspettando la Giulia e vista arrivare iniziò a sparare: Mario venne investito da una pioggia di proiettili. Il conducente dell’auto che era il vero obiettivo del killer insieme all’altro collega ebbero la prontezza di abbassarsi riuscendo a schivare i colpi e dopo aver aperto lo sportello abbandonarono il veicolo, fuggendo via. Mario, che era seduto nel sedile posteriore, divenne un parafulmine naturale: venne raggiunto da molti colpi che lo ferirono mortalmente.
Quella sera ad aspettare Mario per la cena c’erano sua figlia Anna con i suoi due fratelli più piccoli: “Mia madre era ricoverata in ospedale perché aveva avuto problemi di pressione e io aspettavo mio padre mentre guardavo in televisione il Festivalbar ma lui tardava ad arrivare […] Si presentò a casa nostra un mio zio, avvisato dell’accaduto, e disse che papà era in ospedale e che era grave. Pare si fosse sentito male in galleria. Io volevo subito raggiungerlo ma lui mi consigliò di restare per prendermi cura dei miei fratelli più piccoli, Romeo e Sandro. Aggiunse che avrei potuto andare da lui anche il giorno dopo”. Mario fu raggiunto da un’ambulanza con a bordo anche un suo familiare che prestava servizio come infermiere anche se ormai non vi era più nulla da fare.
Mario Lattuca morì quel 21 settembre 1982 lasciando la moglie Antonietta Giacometti (51 anni) e i suoi sei figli Maria (24 anni), Francesco (23 anni), Anna (21 anni), Rita (20 anni), Romeo (14 anni) e Sandro (10 anni).
Il suo corpo fu preso in custodia dalle forze dell’ordine e a nessuno fu permesso di vederlo, neanche alla moglie: “Mamma mi chiedeva piangendo dove fosse mio padre. Dopo molte insistenze fui costretta a dirle che era al cimitero. Prese per la mano Sandro, il mio fratello più piccolo, e uscì di casa per andare da lui. In molti provarono a fermarla ma lei con passo spedito arrivò prima di tutti. Davanti al cancello c’erano i carabinieri che le chiesero chi fosse e chi stava cercando. Lei urlando rispose che voleva vedere suo marito. Le fu chiaramente impedito di entrare e intanto un fratello la portò via con la forza”.

Le indagini e il processo
Subito dopo l’accaduto, iniziarono le indagini. Sul posto dell’omicidio arrivarono il sostituto procuratore della repubblica di Paola, la squadra della polizia giudiziaria dei carabinieri e gli uomini del locale Commissariato della polizia di Stato. Furono attivate battute a largo raggio per trovare i killer ma senza esiti positivi.
Dalle prime supposizioni e dagli interrogatori rivolti ai due uomini sopravvissuti all’accaduto, si capì subito che si trattava di un agguato.
La Giulia, guidata dall’operaio, collega di Mario Lattuca, a ridosso dell’incrocio che collegava la zona cantiere alla strada statale, in località Pantani, fu costretta a rallentare perché la carreggiata di destra era occupata da una Fiat 131 Racing, posteggiata volontariamente per intralciare il cammino degli operai. E’ stato in quel momento, infatti, che i killer, presumibilmente due, nascosti nell’oscurità e nella vegetazione, iniziarono a sparare verso gli occupanti dell’auto a distanza ravvicinata. Il destinatario di quella mattanza sembrava essere il passeggero che sedeva nel sedile posteriore dell’auto perché i colpi d’arma raggiunsero principalmente lui: Mario Lattuca, secondo il medico legale, morì dopo che due proiettili gli trapassarono la testa.

Da ulteriori indagini si scoprì poi che sulla Fiat 131 Racing, utilizzata per rallentare il percorso degli operai, era stata apposta una targa falsa e asportata ad un’altra Fiat 126 a San Pietro di Amantea (CS) qualche tempo prima; inoltre, la Fiat 131 Racing risultò anch’essa rubata a Nocera Terinese (CZ) e dentro l’auto furono ritrovati una custodia per binocolo, due paia di scarpe da tennis e una busta in plastica con 24 cartucce per pistola calibro 9 lungo ed altre 3 cartucce per pistola calibro 357 Magnum.
L’assassinio di Mario Lattuca con il tempo venne classificato ad opera di ignoti e inserito, senz’altra etichettatura, nel contesto della lotta fra bande lungo la fascia tirrenica cosentina. Smentendo quindi le prime supposizioni avanzate dai giornali locali, le autorità riconobbero nell’omicidio un errore di persona e che il destinatario dell’azione delittuosa poteva essere invece un altro occupante dell’autovettura (Domenico Molinaro) in quanto sospettato di appartenere alla banda di Nelso Basile contrapposto a quella dei Serpa. Come fu riportato nella sentenza di condanna, “Di questa faida Mario Lattuca è inconsapevole vittima che non ha avuto la prontezza, che ha, invece, caratterizzato, nell’occorso, il comportamento del Mannarino e del Molinaro, di accovacciarsi subitamente, sul fondo della autovettura, fingendosi morti, per come dagli stessi dichiarato”.
L’omicidio tornò alla ribalta delle cronache più volte, ad esempio nel 1983, quando, a seguito della perquisizione presso l’abitazione di un ricercato indagato per racket (Massimo Chianello – vicino alla ‘ndrina dei Serpa) e delle sue dichiarazioni, vennero ritrovate le targhe originali e i documenti della Fiat 131 rubata e utilizzata per l’agguato, oltre a 5 cartucce per pistola cal.38 nascoste in un foro di un muretto di fronte l’abitazione di Osvaldo Serpa, nel rione Cancello di Paola.
Di questo omicidio, Mario Serpa rimase gravato per il sol fatto di essere il capo dell’organizzazione criminale in formula dubitativa, per poi essere assolto insieme ad Osvaldo Serpa.

 

 

 

Mario Lattuca – Fonte: vivi.libera.it

Fonte: vivi.libera.it
Articolo del 20 settembre 2017
Oggi posso dire di conoscerti un po’ di più, nonno.
di Sabrina Lattuca, nipote di Mario
Il ricordo di Mario Lattuca a 35 anni dal suo omicidio

Ricordare qualcuno che non c’è più non è una cosa semplice, ancor più qualcuno che non hai mai conosciuto. Quando sei piccola non dai molto peso alle mancanze, ti distrai facilmente. Ho sempre conosciuto mio nonno come una persona elegante, in giacca e cravatta, con i baffi e i folti capelli scuri, perché così era ritratto in una foto sul comò della sala da pranzo di mia nonna. Poi diventi grande e inizi a porti delle domande. E mio nonno ho iniziato a conoscerlo un po’ di più.

Ora so che non eri solo un uomo elegante ma anche un marito che per 12 anni ha vissuto lontano da casa, emigrato come tanti in Svizzera, tornavi dalla tua famiglia poche volte all’anno. Un uomo dallo sguardo profondo che amava la sua terra e lì eri tornato per lavorare come operaio, specializzato nei cantieri edili.

Con le tue grandi mani sapevi fare il vino buono. Ti piaceva stare in compagnia e per questo, a casa, tenevi nascosta una scorta di bevande da offrire nelle riunioni di famiglia durante le giornate di festa o a chiunque ti venisse a fare visita.

Eri un padre severo ma premuroso; legato agli affetti familiari, hai visto sposarsi due delle tue figlie femmine e speravi per tutti gli altri un futuro migliore con un lavoro stabile, per questo ti impegnavi ogni giorno.

Quest’anno compi 49 anni per la trentacinquesima volta e di cose ne sono cambiate. Oggi, la tua memoria la vedo riflessa negli occhi di mio padre e credo che saresti orgoglioso dell’uomo e del padre che lui, a sua volta, è diventato; a dire il vero, saresti fiero dei valori che sei riuscito a trasmettere a tutti i tuoi figli, loro che ora sono diventati delle donne e degli uomini che vivono a pieno la loro vita consapevoli del suo grande significato. Maria e Rita, come te, sono andate a vivere in Svizzera e sono madri e nonne amorevoli così come Anna. Francesco alla fine ce l’ha fatta a diventare ferroviere e ogni giorno percorre con il treno quel tratto di gallerie che tu hai contribuito a costruire; Romeo amava la vita e ti somigliava molto, orgoglioso della sua famiglia e dal cuore grande, ha dato il tuo nome al suo primo figlio maschio, uno dei suoi tanti modi per ricordarti fin quando gli è stato possibile; il piccolo di casa, Sandro, l’hai lasciato che aveva poco più di dieci anni, ne ha fatta di strada sempre a testa alta con una valigia in mano, ha imparato ben quattro lingue, ha girato il mondo e adesso vive a Barcellona dove lavora per una grande azienda!

Da quel 21 settembre, a tutti loro la vita è mutata. Anche la nonna Antonietta, sai, da donna forte e determinata quale era non si è mai rassegnata alla tua perdita, ha dovuto lottare contro una vita di sacrifici, rimasta sola, giorno dopo giorno si è spenta, logorata dal dolore per la tua tragica e ingiustificata perdita. Certo è che tutti hanno dovuto fare i conti con la perdita di un padre e di un marito che aspettavano per cena ma che non è mai rientrato a casa. Oggi però, credo saresti felice di vederli tutti insieme durante le giornate d’estate, nella casa paterna, a scherzare davanti un bicchiere di vino, perché le tradizioni non passano e le origini non si dimenticano.

Magari avresti potuto insegnarmi la briscola, so che ti piaceva giocare a carte e io non ho mai imparato; magari insieme saremmo potuti andare al cinema, so che era una delle cose che amavi fare nelle serate libere; magari avremmo potuto discutere sulla dubbia profondità delle canzoni d’oggi, so che ti piaceva ascoltare musica e avresti potuto mostrarmi la tua collezione di dischi.

In questi anni, Libera ci ha permesso di conoscere molte storie di vittime innocenti di mafia che in alcuni casi hanno trovato giustizia mentre in altri ancora la conoscono a metà come nel tuo caso; abbiamo incontrato familiari che si sono visti sconvolgere la loro normalità proprio come è successo alla tua di famiglia e ha permesso a me di avere molte più risposte; Libera, infatti, è stata il mezzo grazia al quale la tua memoria ha iniziato a prendere forma nella mia mente in modo consapevole e responsabile. Oggi posso dire di conoscerti un po’ di più, nonno.