DIETRO OGNI LAPIDE. MORTI PER MAFIA, VIVI PER AMORE di Alessandro Chiolo

DIETRO OGNI LAPIDE. MORTI PER MAFIA, VIVI PER AMORE di Alessandro Chiolo
Navarra Editore, 2020
Collana: Officine

Sono oltre 1000 i nomi delle vittime della mafia; alcune storie sono note, altre sconosciute o dimenticate: accanto a poliziotti, magistrati, politici e giornalisti ci sono le vittime civili, uccise per un fatale errore, una vendetta o interessi economici. Alessandro Chiolo, dopo il successo di “Squadra Mobile Palermo”, ci guida alla scoperta di questa nuova dolorosa pagina di storia.

Storie di vita comune distrutte dalla mafia dagli anni ’60 al 2000, vittime “non illustri” qui raccontate per la prima volta, con rigore metodologico ed empatica partecipazione, da Alessandro Chiolo che ha intervistato i loro cari: perché non esistono vittime di serie A o di serie B.

Né giudici, né poliziotti, né giornalisti, né uomini dello Stato, ma uomini “comuni” che, per motivi diversi, si trovarono dinanzi alla ferocia di Cosa Nostra: persone colpite da proiettili indirizzati non a loro ma a chi del loro corpo si faceva scudo, o uccise perché scambiate per altri, o rapite e torturate nonostante la loro completa estraneità nei confronti della mafia. E ancora storie di imprenditori che ebbero il coraggio di non piegarsi alla violenza mafiosa.

Storie di vita comune che dimostrano quanto le mafie non escludano nessuno dal loro tiro, di famiglie distrutte dal dolore che hanno dovuto rivedere la loro esistenza alla luce di eventi fino ad allora inimmaginabili; drammi dettati dalla vergogna di vedere i propri cari additati come mafiosi o tragedie nelle tragedie prodotte da un dolore soffocante che ha spinto i familiari al suicidio. Ma anche storie di coraggio, quelle di chi ha deciso di combattere per tenere vivo il ricordo dei propri cari.
Perché “Dietro ogni lapide” ci sono storie di vita e non di morte.

 

 

Fonte:  repubblica.it
Articolo del 27 gennaio 2021
Quei ribelli del pizzo: vite dimenticate di vittime della mafia
di Marta Occhipinti

Palermo bruciava come un alambicco sul fuoco. Agosto, 1982. Traversa di via Castelforte, quartiere Pallavicino: dentro una macchina un uomo sta accasciato in una pozza di sangue. Si sentono solo le urla della moglie, nel buio di una via silenziosa. La vittima è Vincenzo Spinelli, ex grossista di corredi di 46 anni, proprietario del raffinato “ValTiz” di via Valderice, oggi via Spinelli.

Non è facile fare l’imprenditore a Palermo. Di pizzo non si parlava ancora ma la mappa del potere mafioso della città sviscerata dal “Rapporto 162” parlava già chiaro: chi si ribella, muore. « Non tutti poi cercano la mediazione e Spinelli è uno di questi », confesserà il boss Francesco Di Carlo, che con Spinelli prendeva il caffè ogni giorno nello stesso bar. Non erano bastate le rapine negli anni precedenti per quel negoziante ribelle, Spinelli aveva denunciato anche un pezzo da novanta della malavita, il nipote di Pino Savoca, uomo d’onore di Brancaccio. Il clan Riccobono di Pallavicino mise a posto così il commerciante che disse no al pizzo. La stessa lezione la impartì due mesi prima a Vincenzo Enea, imprenditore edile di Isola delle Femmine che non volle trasformarsi in garzone della mafia. “ Killer per un costruttore”, titolò L’Ora l’ 8 giugno del 1982 con una foto orribile di Vincenzo riverso davanti al cancello del “ Center Bungalow”, il modesto villaggio di casette prefabbricate realizzato con poca spesa sugli scogli di Isola delle Femmine: chiuso d’inverno ospitava gratuitamente famiglie di extracomunitari.

Storie di uomini scomodi, come avrebbe insegnato nove anni dopo Libero Grassi, e di papà coraggiosi come Carmelo Iannì, ucciso due anni prima all’hotel Riva Smeralda. La sua colpa? Avere dato una mano ai poliziotti che utilizzarono l’albergo di cui era titolare per infiltrarsi e seguire i movimenti del perito chimico marsigliese, e noto trafficante, Andrè Bousquet ingaggiato da Cosa nostra per insegnare ai picciotti palermitani la raffinazione della droga. Il suo omicidio fu ordinato dal carcere, la sua morte fu una delle prime “esemplari” di Cosa Nostra.

«La mafia è un po’ come un cane che dorme, se non lo importuni ti lascia tranquillo e non ti fa male». Eppure di uomini e di donne che la importunarono ce ne sono stati tanti; come Carmelo Iannì ci furono Ferdinando Domè e Salvatore Zangara, uomini buoni uccisi « per sbaglio » , « danni collaterali » che come un effetto domino lacerano di colpo le esistenze di affetti e famiglie.

Ricorda dieci storie tra oltre mille di vittime di mafia, Alessandro Chiolo, insegnante prestato alla scrittura, che dopo aver esaminato le vicende della Squadra mobile dalla morte di Boris Giuliano al maxiprocesso, continua la sua opera di ricostruzione di biografie dimenticate nel libro “Dietro ogni lapide. Morti per mafia, vivi per amore” (Navarra).

È un’antologia- ponte tra vivi e morti, tra memorie lucide e carte giudiziarie sotterrate: « Libri come questo chiudono un’epoca e ne avviano un’altra. Chiudono il capitolo di una storia fin troppo inflazionata, votata alla retorica e cominciano a scriverne un altro » , scrive il giornalista Piero Melati nella sua prefazione alla raccolta.

Riavvia tante storie Chiolo e ricordandole ne fa Storia collettiva: l’effetto è un amaro sorriso. La memoria è più forte della morte, perché è presenza. Insegna questo il racconto- intervista di Chiara Frazzetto, figlia del primo imprenditore a ribellarsi al pizzo a Niscemi, Salvatore Frazzetto, detto Totò, ucciso nel suo negozio, “ Papillon”, insieme al figlio Mimmo, il 16 ottobre del 1996. Cinque mesi dopo, la moglie Agata si impicca per il dolore. Certi dolori « sono condanne all’ergastolo » , il tempo fa il suo lavoro come il mare che leviga le pietre, la giustizia accelera la maturazione della perdita, anche quando a questa non c’è spiegazione: è il caso di Giuseppe D’Angelo, ’u patri ri puvirieddi, freddato da dodici colpi di pistola per uno scambio di persona col boss di Tommaso Natale, Bartolomeo Spatola.

Chiolo racconta di vittime relegate in serie B, e sceglie il modo più autentico per farlo: attraverso le voci dei loro parenti, racconti in prima persona, interviste dai lunghi silenzi che gettano parole nuove nel racconto sulla mafia. Il risultato è un inedito memoriale di “eroi normali” che hanno amato così tanto da vivere anche dopo la morte.