Venti anni dopo lo stesso silenzio che causò la morte di Patti e di Parisi – di Luca Tescaroli

Venti anni dopo lo stesso silenzio che causò la morte di Patti e di Parisi
di Luca Tescaroli

Articolo del 23 febbraio 2005

Bastarono cinque giorni a cosa nostra per spazzare via due imprenditori non graditi. Era il mattino del 23 febbraio 1985 quando un nutrito commando di uomini d’onore assassinò il titolare dell’ Icem s.p.a., la società che, sin dal 1970, aveva in appalto la manutenzione degli impianti di illuminazione pubblica della città di Palermo. L’ingegner Roberto Parisi morì con il suo autista Giuseppe Mangano, mentre si trovava a bordo di un’autovettura Fiat 131, di colore blu, in via Partanna Mondello. I killers li investirono con una vera e propria gragnola di colpi. Dopo il delitto, alcuni esecutori si allontanarono tranquillamente in autobus. Parisi era divenuto noto per la sua carica di presidente della società Palermo Calcio e pensava di affrancarsi impunemente dall’egida dei mafiosi, rifiutando di sottomettersi alle richieste estorsive di Pino Greco.

Il 28 febbraio, ancora una volta, il sangue tornò a sgorgare a Palermo. Nel quartiere di Brancaccio, un padre di famiglia, imprenditore dell’industria manifatturiera palermitana, Pietro Patti, venne freddato davanti alla scuola delle Ancelle di via Marchese Ugo, perché si era rifiutato di pagare mezzo miliardo di lire per avere la “protezione” dei corleonesi. Nell’ agguato rimaneva ferita la figlia Gaia, che stava accompagnando a scuola. Aveva solo nove anni. Un dettaglio per gli uomini delle cosche impegnati a dare una lezione forte a tutti coloro che avevano osato (o intendevano) sfidare il racket od opporsi ai disegni di cosa nostra. Bisognava cancellare ogni forma di ribellione alla legge del pizzo. Erano gli anni in cui qualche esperto di cose siciliane ricollegava la matrice dell’esecuzione di Pietro Patti al terrorismo internazionale.

Erano anni in cui le indignazioni per le ferite inferte si sbiadivano con la stessa velocità delle immagini che accompagnano i funerali di Stato e raramente approdavano ad iniziative concrete e durature. Le uccisioni degli imprenditori che non volevano subire e cercavano di resistere (si pensi ai nomi dimenticati dei costruttori Piero Pisa, Francesco La Parola e Francesco Paolo Semilia, del direttore del cantiere palermitano della Ferrocemento Donato Boscia, di Paolo Bottone) scivolavano tra le notizie di cronaca. Chi rappresentava un ostacolo veniva annientato come insetto fastidioso in una torrida estate. Una lunga sfilza di croci, un macabro stillicidio di esecuzioni necessario ai signori dell’onorata società per riaffermare il proprio potere.

Quel passato non tanto lontano non va dimenticato, così come si deve serbare memoria degli assassini di quel febbraio di sangue di venti anni fa. Un doveroso omaggio alle vittime e ai loro cari, quanto mai necessario perché oggi cosa nostra è ritornata ad essere così forte da non avere nemmeno bisogno di uccidere. Controlla il territorio senza difficoltà, mentre autorevoli esponenti delle istituzioni si avventurano in analisi proiettate a minimizzare ad ogni costo la pericolosità della situazione ed attribuiscono l’apparente calma ad un, asserito, continuativo efficace contrasto. I segnali di vitalità dell’apparato repressivo non sgretolano il muro dell’omertà, che viene rimosso solo dalla fantasia di coloro che negano l’evidenza.

Intanto, appartenenti alle classi dirigenti mostrano turbamento per la denigrazione dell’immagine del Paese e dell’Isola di fronte a un racconto televisivo (il reportage di Rai tre mandato in onda lo scorso mese) che si è limitato, con obiettività, a dare atto della penosa realtà che costruttori, gestori di piccoli locali e commercianti sono stati e sono costretti a vivere quotidianamente perché oppressi dalla tassa mafiosa del pizzo.

Sebbene le confische dei patrimoni mafiosi siano diminuite vertiginosamente, passando da oltre 900 del 2000 ad appena 48 nel 2003, il Governo introduce un disegno di legge delega (il n. 5362) sulla gestione dei beni sequestrati o confiscati alle organizzazioni criminali che offre la possibilità di chiedere, in ogni tempo, la revisione della confisca definitiva nel procedimento di prevenzione dei beni a chiunque vi abbia interesse (chi più del mafioso vi ha interesse?), anziché pensare a rafforzare il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, per creare opportunità di lavoro per i giovani e non solo, e per farne uno strumento ordinario di sviluppo economico del territorio.

Lo Stato sembra essere ritornato debole ed avere perso credibilità nei confronti delle vittime dell’estorsione, che preferiscono pagare in silenzio piuttosto che denunciare per tutelare l’attività economica delle loro imprese, rischiare la vita od accettare di essere deportati in regioni del centro-nord. Non riesce a stimolare efficacemente la collaborazione. Gli imprenditori disertano gli incontri pubblici sul tema dell’antiracket (si pensi a quanto avvenuto il mese scorso al teatro Biondo di Palermo, in occasione del simposio organizzato dall’ Associazione Nazionale Magistrati e da Sicindustria, risoltosi in una chiacchierata per pochi intimi); altri invocano il ricorso all’ anonimato per denunciare il pizzo; altri ancora ricorrono alla denuncia anonima.

Si pensi all’ iniziativa dell’affissione di alcuni adesivi listati a lutto, sui quali è stata riportata la frase: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, che i palermitani, qualche mese fa, si sono trovati a leggere sui muri della città. Un’iniziativa che cela il desiderio di riscatto dei siciliani onesti. Troppo pochi sono, però, coloro che hanno il coraggio della denuncia. è purtroppo l’inevitabile conseguenza del disimpegno sul fronte antimafia in Sicilia e della caduta di legalità che caratterizza il Paese e dell’incapacità di incidere efficacemente sui rapporti tra cosa nostra e gli appartenenti al mondo politico-finanziario e sulla rete vasta delle collusioni istituzionali.

Oggi come nel 1985 i venti dell’indifferenza sembrano essere ritornati ad accarezzare l’Isola, che appare stretta in una morsa di omertà, prigioniera della sua paura. La popolazione rassegnata e sfiduciata constata come le frequentazioni e i contatti tra uomini politici e uomini d’ onore in terra di Sicilia non vengono caricati di disvalore e di riprovazione sociale. Si rende conto che molti mafiosi, anche condannati in modo definitivo, ritornano in libertà e passeggiano in quelle stesse vie dove avevano esercitato il loro potere. Ma non solo: coloro che hanno cercato di contrastare le relazioni esterne sul piano giudiziario sono stati emarginati e fatti oggetto di insulti.

L’operatore economico è schiacciato e comprende che il consorzio mafioso genera e distribuisce ricchezza annientando le regole dell’economia legale, così divenendo inevitabilmente punto di riferimento per ogni iniziativa imprenditoriale. L’idea che tutto possa finire nel vortice di un eterno gattopardismo, in cui si finge di cambiare e poi tutto resta uguale, appare più che mai attuale. La pratica delle estorsioni e del conseguente drenaggio forzato delle risorse finanziarie nelle aree del Sud ed in Sicilia in particolare costituisce, nell’ immaginario collettivo nazionale e, soprattutto, nelle aree del centro-nord, un qualcosa di scontato come se tali tipi di crimini, avendo raggiunto un notevole tasso di espansione, si fossero trasformati in meri fatti sociali di degrado di aree di sottosviluppo con i quali si deve convivere.

Commemorare gli assassinii di Roberto Parisi e di Piero Patti, come tutte le vittime di mafia, può aiutare a riflettere, a far regredire il fenomeno del crimine organizzato e, forse, contribuire a rinsaldare i propositi di riscatto e di ribellione collettiva ed associata degli operatori economici per dare vita ad uno, cento, mille “Capo d’ Orlando”.

 

Fonte: ricerca.repubblica.it

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