14 Febbraio 1989 Niscemi (CL). Ucciso Francesco Pepi, titolare di un’industria conserviera, “per i suoi no al racket”

Foto dal Video YouTube sottolinkato

Francesco Pepi, titolare di un’industria conserviera, venne ammazzato in pieno centro di Niscemi (CL) il 14 febbraio del 1989 “e nessuno vide”.
Giovane mezzadro, Pepi aveva comprato terre e poi, per primo in paese, macchinari. Aveva inventato un ingegnoso sistema per la produzione di peperoni arrostiti, pomodori seccati, melanzane, carciofi. Aveva fondato «la fabbrica», la Paic Sud, era socio di società del nord Italia, aveva contatti con i mercati generali di Roma, vendeva a grossi marchi come Ortobuono e la Arimpex di Pescara gli aveva commissionato un Tir di carciofi arrostiti alla settimana.
Francesco Pepi, persona generosa che aiutava sempre chi si trovava nel bisogno, fu ucciso perché si era ribellato alla coercizione, si era rifiutato di scendere a patti con il racket delle estorsioni.

 

 

 

Tratto dall’articolo:  Carciofi, delitti e miliardi
di Enrico Deaglio
7 maggio 1997
Fonte: dust.it

Francesco Pepi venne ucciso il 14 febbraio 1989, giorno di San Valentino, con sette colpi sparati da un motorino. La figlia venne avvertita a Rimini dove stava festeggiando con clienti americani un contratto per la vendita di carciofi in scatola. Giovane pastore, Pepi aveva comprato terre e poi, per primo in paese, macchinari. Aveva inventato un ingegnoso sistema per la produzione di peperoni arrostiti, pomodori seccati, melanzane, carciofi. Aveva fatto «la fabbrica», la Paic Sud, era socio di certi Pisoni di Caravaggio e Fumagalli del bergamasco, aveva contatti con i mercati generali di Roma, vendeva a grossi marchi come Ortobuono, la Arimpex di Pescara gli aveva comissionato un Tir di carciofi arrostiti alla settimana. Chi lo ammazzò non si è mai saputo, ma certo per il paese fu il segnale che «troppo era meglio non fare».

Così ci fu una grande folla al funerale, suonò la banda comunale per la morte di un benefattore, ma poi la fabbrica chiuse e il Banco di Sicilia la ipotecò. Da allora è chiusa, con i macchinari accatastati. Nessuno ha mai più pensato di lavorare i prodotti della terra: i carciofi oggi si prendono, si caricano sui camion della ditta Di Trapani e si vanno a vendere in Puglia. Anzi, a svendere.Dopo otto anni, Franca Pepi ha ricevuto il certificato di parente di vittima della mafia: cento milioni e un posto di lavoro all’ufficio di collocamento. È stata una lunga e faticosa istruttoria, in cui sono saltate fuori delle carte, che dicevano che il vecchio Pepi era chiamato il «colonnello» perché passava informazioni ai carabinieri, che negli ultimi giorni era agitatissimo perché gli avevano chiesto di trasportare sui camion, insieme ai carciofi, anche qualcos’altro. (Ai tempi si parlava di armi e di droga, con voci di una raffineria in zona). Franca Pepi vorrebbe ancora oggi riaprire la fabbrica: dice che lo Stato glielo deve, come ha aiutato la fabbrica di Libero Grassi.

 

 

 

CON NOI, LA MAFIA HA PERSO 
“Dedicato a Francesco Pepi, Nino Agostino, e Ida Castelluccio”. (Franco Naselli )

 

 

Foto da Dedicato Alle Vittime Delle Mafie (Gruppo Facebook)

Articolo di La Repubblica del 6 Aprile 1997
ECCO NISCEMI – SICILIA DOVE IL CIELO È ROSSO SANGUE
di Emanuela Audisio

NISCEMI – Vi diranno che è un Far West vicino, domestico, coltivato a carciofi. Anzi a cacocciole. Vicino mica tanto, sono cento chilometri da Catania, ma due ore e mezza di treno, con la strada provinciale per Gela, quasi sempre interrotta per frane. Vi diranno che in questo Far West a trecento metri sul livello del mare se chiamate il comune c’è la segreteria telefonica con Louis Armstrong che canta “What a Wonderful World” e c’è un belvedere con un tramonto stupendo: il cielo insanguinato più bello d’Italia.

Se solo avete il fegato di godervelo, se solo riuscite a dimenticare: un incendio ogni due giorni, macchina o portone, per sgarri o vendette, roghi assicurati, perché i pompieri qui non esistono, bisogna aspettare che salgano da Gela, mezz’ora quando va bene. E naturalmente nella denuncia si mette la parola “autocombustione”, il sud si sa è caldo, così l’assicurazione paga, così non si è costretti a fare i nomi di nessun nemico.

Negli ultimi quattro anni i tentativi di estorsione denunciati sono stati solo due. Non tutti hanno avuto il coraggio di Francesco Pepi, titolare di un’ industria conserviera, che nell’ 89 venne ammazzato in pieno centro e nessuno vide, per i suoi no al racket. Vi diranno che è un Far West perché si è molto sparato, perché c’è paura, perché dall’ 89 al ’91 ci sono stati 30 morti ammazzati, perché la signora Azzolina non se l’è più sentita di vivere, senza tetto né legge, e s’è stretta il collo con una corda di nylon, dopo che si erano presi la vita di suo marito e di suo figlio, perché 800 risparmiatori, dall’elettricista al falegname, si sono fatti rapinare 60 miliardi da un signore simpatico, ora in prigione, che ti prendeva sottobraccio, ti offriva un caffè, perché lui Francesco Carrubba, che aveva un ufficio accanto alla piazza più importante del paese, prometteva anche il 20 per cento di interesse, la terra promessa, a chi vede l’oro verde, il carciofo scendere di prezzo, perché il raccolto dell’anno scorso è andato invenduto.

Il miracolo per chi alle spalle ha una vita di stenti: lavoro nei campi di mattina, pane e cipolla di sera, niente vacanze, niente pizze, niente dottori. Ci sono cascati in tanti, anche il nonno di Carrubba: 50 milioni a testa e via, al grido: l’ Albania siamo noi, noi che non abbiamo o che non sappiamo vedere il futuro, noi che per una volta vogliamo vincere al gran gioco della vita.

Niscemi, quasi 30 mila abitanti, un punto della Sicilia verso sud, prima di arrivare al mare, è uno strano Far West: fino a poco tempo fa l’acqua potabile arrivava solo ogni 27 giorni, e al venerdì sera puntualmente, quando mancava il personale per la riparazione, c’era chi faceva saltare le condutture. Nel frattempo l’acqua andava comprata e il costo della sete era 30 mila lire per 1500 litri, per tre giorni di consumo. Con la giunta progressista oggi l’acqua arriva, ma non chiedete di vedere i contatori. Sono tutti ossidati, non funzionano, si paga una quota all’anno, 311 mila lire e via, apri il rubinetto. Il Comune si è anche accorto che l’ Eas, Ente acquedotto siciliano, per una svista mai notata dalla precedenti amministrazioni fatturava due volte la bolletta, e ha avviato una vertenza giudiziaria.

Nel vero Far West si è tutti contro tutti, ma non ci sono solo i cattivi. Ci sono anche quelli pronti a dare una mano, a Niscemi il volontariato è forte. Ma il Far West da dove cominci a pulirlo? In metà del paese che è abusivo la luce non arriva, il piano-regolatore non esiste, il consiglio comunale l’ha finalmente adottato, ma deve ancora arrivare l’approvazione del comitato regionale urbanistico: le strade sono bucate, le abitazioni sono casacce, tirate su senza nemmeno il parere del geometra, ma l’affitto è una pacchia, 400 mila lire per 130 metri quadri, e qui gli annunci mortuari costano solo 500 lire, anche se da 20 anni le tombe al cimitero erano bloccate.

Da dove cominci a spazzarlo il Far West? L’ufficio di collocamento è soprannominato “la capanna dello zio Tom”: lo stabile è stato dichiarato due volte inagibile. Niente vetri, niente infissi, niente riscaldamento (“che siamo a Milano?”). Il responsabile Salvatore Pardo si porta il computer da casa, si compra le matite di tasca sua, il telefono e fax sono suoi, indica quella roba rossa che corre lungo i pavimenti. “È per ammazzare i topi, mi vergogno, siamo un posto di frontiera”. I disoccupati iscritti a registro sono oltre seimila, quelli veri, che non fanno niente tutto l’anno sono meno di duemila. Le liste di qui oggi finiscono in una circoscrizione che comprende Gela, Riesi, Mazzarino, Butera, un pentolone che ribolle di 50 mila disoccupati: il lavoro a quelli di Niscemi non tocca quasi mai, una volta su sette, ci sono padri di famiglia che da più di otto anni non vengono chiamati. Ti fermano davanti al bar con le facce da Verga: piene, spigolose, cotte dal sole: “Siamo alla disperazione”. Strano Far West di terra, di nirvia che è l’ indivia, di aggei che sono le costine, di taglielassi che sono i broccoletti, di ciliegino che è il pomodorino pregiato, molto zuccherato, di serre, di primizie, di gente che alle cinque di mattina è pronta ad offrire le sue braccia.

Di pensionati che dopo 30 anni di lavoro bestiale in Germania sono tornati per riscaldare la loro vecchiaia e per investire la liquidazione. La sede del Banco Ambroveneto di Niscemi è la seconda nella classifica italiana per depositi bancari: gestisce quasi 400 miliardi di risparmi locali. Perché qui si lavora, e in silenzio si mette da parte quasi tutto, nessuno si fida di avviare un’attività, perché si è lasciati soli come cani. Non si fa una gran vita a Niscemi: c’ è un solo cinema, a luci rosse (tranne il sabato e la domenica), dove questa settimana hanno dato “Premio d’amore”.

Un Far West dove in molti hanno creduto alla pozione magica: povera gente e commercianti, analfabeti e laureati, contadini e poliziotti. C’è cascata la moglie di Totò, che senza denti e con più di sessant’anni sulle spalle, va in giro con il carretto a vendere piselli: “Mia moglie andava a servizio da Carrubba, chiedeva il mensile, ma lui ci diceva di non preoccuparsi, che ci pensava lui a investire i soldi, a farli crescere”. Già, a crescerli come carciofi. Ci sono cascati il barbiere Carlo Ania, l’emigrante Salvatore Minardi, il negoziante Carmelo Valenti. Ma non vogliono sentirsi dare degli albanesi, Niscemi come Valona, degli ignoranti che non leggevano i contratti, che non sapevano di entrare in partecipazione, come soci, anche delle perdite della finanziaria. E ora accusano: “Ci dipingono come venali, avidi, creduloni, ma perché lo Stato non ci ha tutelati, perché la Finanza ha fatto visita solo una volta al signor Carrubba e ha trovato tutto regolare, perché gli hanno permesso di mantenere un pastificio con undici operai che era un vero insulto alla logica aziendale tanto era evidente il falso in bilancio?”.

Se andate nello studio legale di Vincenza Rando, vicesindaco e avvocato, incontrate gli altri truffati, che si sono costituiti parte civile e che intendono come protesta incatenarsi nella piazza del municipio. Donne appena dimesse dall’ospedale perché gli si era crepato il cuore, mogli che si sono sacrificate, che non si sono mai comprate un vestito, vedove che volevano comprare una tomba per il marito, che adesso sono disperate. Tutto quello che avevano, l’hanno dato di nascosto a quel farabutto simpatico, perché mai che siano antipatici i tipi così. Che faranno ora? Una vecchia domestica ha scritto al sindaco Salvatore Liardo e si è firmata “una mamma in pena”. Quei 20 milioni le servivano per curare il figlio malato. Il sindaco è preoccupato: “Mezza città è in ginocchio, io non mi arrendo, stiamo lavorando bene, ma attorno a me sento venti negativi. Abbiamo segnalato alcuni appalti irregolari, ci sono stati 22 arresti in tutta la Sicilia, abbiamo toccato interessi economici importanti”. E sospira. Provate a mandarlo giù voi il tramonto dal belvedere di Niscemi.

 

 

 

 

23° anniversario della morte di Francesco Pepi

Tratto dal Video:

Francesco Pepi

In data 14.02.1989 è stato ucciso in una strada di Niscemi il Signor Pepi Francesco.
La figura di quest’uomo è una di quelle persone che fanno parlare di se nel campo dell’iniziativa privata e pubblica; ma è anche una di quelle  persone che il mondo vuole dimenticare subito perché l’opera loro, essendo vistosa ed estesa, fa ombra agli altri che nel lavoro cercano il “se”. Il Signor Pepi cercava anche “l’altro”: l’uomo che ha bisogno di realizzarsi attraverso il lavoro. E molti fece lavorare nella sua azienda. E questo è il maggior merito del Signor Pepi. Cercava di estendere il campo della sua attività facendo lavorare, e lavorando lui stesso, con le proprie mani e soprattutto con la sua intelligenza.

Giovane appena si mise a lavorare le terre a mezzadria: ingaggiò pochi uomini che lavoravano con lui; poi molti uomini. Poi le terre cominciavano ad essere sue. E il lavoro inizialmente consisteva nella commercializzazione di carciofi, arance, peperoni, ecc…
Quindi cominciò a far lavorare i prodotti della sua terra ed altri prodotti che gli fornivano altri lavoratori.
Allora cominciò a legalizzare la sua attività istituendo una piccola società ar.l. una fabbrica di prodotti sott’olio conservati (carciofi, peperoni, peperoni arrostiti, ecc. ecc.) che venivano commercializzati sia in Italia che all’estero con il marchio della sua azienda: “PAIC SUD di Francesco Pepi”.
Gli affari andavano discretamente, pur in mezzo alle difficoltà economiche che gli italiani comuni trovano.
Ebbe anche il tempo di far crescere e educare i suoi figli, di cui uno (Liborio) è medico, l’altra (Francesca) dirigente aziendale nella propria azienda.

L’evento si è svolto perché il Signor Francesco Pepi veniva ricattato da gruppi malavitosi che tentavano di estorcere quanto più potevano.
E’ stato un errore: Il Signor Pepi aveva un cuore d’oro, generoso anche e soprattutto quando si accorgeva di chi aveva bisogno. Lo faceva quale cristiano credente e vicino a chi è nella precarietà e come uomo che conosceva cosa fosse la povertà e la miseria avendola vissura sulle sue spalle. Non c’era bisogno di ucciderlo così barbaramente dentro la sua macchina, davanti la Parrocchia ‘S. Giuseppe’ nel momento di svoltare dalla via Mazzini alla V. Crescimone. Si poteva cercare con calma e chiedere qualsiasi cosa e sarebbe stato generoso come sempre.
Ma si era rifiutato al ricatto di chi coartava non tanto i soldi, quanto la volontà. E fu ucciso.

Le indagini sull’uccisione di Francesco Pepi sono state continuate fino ad ora e da tempo il delitto è stato accertato come opera e azione di malavitosi, mafiosi organizzati.

La mia famiglia con semplicità e umiltà ha scritto questa lettera che manifesta l’animo vero, addolorato, esacerbato e ferito negli affetti più cari, ma con rassegnazione cristiana ha superato l’evento umano, pur rimanendo in essa una ferita aperta e irrimarginabile.
Francesco Pepi non sapeva dir di no. Ma di fronte all’unico “no” che manifestò, la mafia gli fece costare tale rifiuto con la vita.

La moglie e i figli.

 

 

 

Articolo del 7 Aprile 2014 da  canicattiweb.com
Sicilia, scoperti dopo 25 anni gli assassini di Francesco Pepi a Niscemi: si era opposto al pizzo, 12 arresti
Nel 1989 fu uno dei primi commercianti ad opporsi al pizzo, il primo nella Sicilia centrale. A distanza di 25 anni, la Polizia ha scoperto gli assassini di Francesco Pepi, il commerciante che fu ucciso da Cosa Nostra proprio nel 1989 per questo motivo.

Sono 12 le ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti soggetti, tutti già detenuti. Le indagini della squadra mobile hanno anche consentito di individuare gli autori di altri due omicidi e di un tentato omicidio maturati a cavallo degli anni ’90.

I dodici destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare sono accusati, a vario titolo, di omicidio e tentato omicidio aggravati dalle modalità mafiose. I provvedimenti sono stati emessi al termine di una lunga indagine, sostenuta dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che ha consentito di fare luce su alcuni delitti avvenuti durante la guerra di mafia che si svolse in provincia di Caltanissetta negli anni novanta tra le famiglie nissene e quelle della stidda egemone nell’area di Gela.

Oltre ai mandanti e agli esecutori dell’omicidio di Francesco Pepi, al quale nel 2003 il Viminale ha riconosciuto lo status di vittima di mafia, sono dunque stati scoperti i responsabili dell’assassinio di Giuseppe Vacirca e Gaetano Campione, avvenuti tra il febbraio del 1989 e l’ottobre del 1990, e quelli del tentato omicidio di Rocco Filippo Riggio, tutti soggetti con precedenti specifici.

L’omicidio di Pepi fu l’unica cosa condivisa dalle cosche in guerra fra loro. Venne deciso per dare in segnale chiaro: nonostante mafia e stidda si confrontassero per il dominio del territorio soprattutto gelese , non sarebbe stato tollerato alcun gesto di dissenso contro il racket e le estorsioni.

Fra gli arrestati ci sono anche lo storico boss di Cosa nostra Piddu Madonia e Antonio Rinzivillo. Le indagini della squadra mobile hanno infatti accertato che l’omicidio di Francesco Pepi fu eseguito con la diretta approvazione dei vertici di Cosa Nostra, in primis proprio di Madonia. Tra i destinatari dei provvedimenti, oltre a Madonia e Rinzivillo, figurano altre figure storiche della mafia nissena tra cui Alessandro Barberi, 62 anni, al vertice dell’organizzazione operante su Gela, e i fratelli Pino e Vincenzo Cammarata, capi famiglia di Riesi.

BlogSicilia

 

 

 

Articolo del 7 Aprile 2014 da  giornalesiracusa.com
Francesco Pepi: nel 1989 ucciso perchè non voleva pagare il pizzo, arrestati gli assassini dopo 25 anni
di Federica Monello

Mafia: era il 14 febbraio del 1989 quando sette colpi di pistola, sparati da un motorino, uccisero a Niscemi Francesco Pepi. Era un imprenditore che aveva messo su un’azienda conserviera di prodotti tipici siciliani come carciofi, peperoni, pomodori essiccati e melanzane. La Paic Sud era ben avviata, aveva partner sparsi per l’Italia. La situazione florida dell’azienda ovviamente fece gola alle famiglie mafiose nissene che cercarono di estorcergli denaro e favori. Pepi fu uno dei primi commercianti siciliani ribellatosi al pagamento del pizzo esortando anche gli altri commercianti a farlo.

Francesco Pepi era stato soprannominato il “Colonnello” per via delle informazioni che passava alle forze dell’ordine. Negli ultimi giorni della sua vita i familiari lo ricordano in uno stato particolare di agitazione. Gli era stato chiesto di trasportare nei camion insieme alle conserve altro materiale, armi o droga. Dopo la sua morte l’azienda fu chiusa e ipotecata dal Banco di Sicilia. Otto anni dopo la figlia, Franca Pepi, ricevette il certificato di parente di vittima della mafia, ottenendo cento milioni e un posto di lavoro all’ufficio di collocamento.

Oggi a 25 anni dal delitto, la Polizia ha scoperto gli assassini. Le ordinanze di custodia cautelare messe sono 12, con accuse di omicidio e tentato omicidio con l’aggravante mafiosa. L’indagine, lunga ben un quarto di secolo, si è avvalsa delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. L’inchiesta ha permesso anche di rendere più chiari delitti avvenuti nel nisseno proprio a cavallo tra anni ’80 e ’90. Anni in cui era viva la “guerra” tra le famiglie nissene e quelle della Stidda gelese. Impegnate in queste faide familiari le varie cosche operarono però congiuntamente nell’omicidio di Pepi per dare un segnale forte e chiaro a chi si opponeva al pagamento del pizzo. Mandante dell’omicidio è risultato Pippu Madonia.

Tra i destinatari delle custodie cautelari, anche Antonio Rinzivillo, esponente di spicco della cosca mafiosa gelese. Figurano altre figure storiche della mafia nissena tra cui Alessandro Barberi, 62 anni, al vertice dell’organizzazione operante su Gela, e i fratelli Pino e Vincenzo Cammarata, capi famiglia di Riesi.

 

 

 

San Valentino Revenge arrestati 12 capimafia per omicidi anni 90

Il Gip di Caltanissetta ha emesso 12 misure di custodia cautelare in carcere per l’omicidio di un commerciante, Francesco Pepi, avvenuto a Niscemi, 25 anni fa. L’uomo, venne ammazzato nel 1989, per non essersi piegato al pizzo. Individuati dalla Squadra Mobile di Caltanissetta, anche gli autori di altri due delitti avvenuti negli anni novanta. Sarebbero stati scoperti anche i responsabili dell’assassinio di Giuseppe Vacirca e Gaetano Campione, e quelli del tentato omicidio di Rocco Filippo Riggio.

 

 

 

Articolo del 9 Ottobre 2014 da caltanissetta.gds.it
Delitto Pepi, il Comune di Niscemi parte civile 
di Salvatore Federico

NISCEMI. Iniziata ieri, presso il Tribunale di Caltanissetta, giudice Salvucci, l’udienza preliminare del processo per l’omicidio dell’imprenditore niscemese Francesco Pepi, ucciso da Cosa Nostra il 14 febbraio del 1989. Solo di recente, grazie anche alle indagini riprese dalla Squadra Mobile di Caltanissetta e alle dichiarazioni di alcuni pentiti, conclusesi con l’operazione “San Valentino-Revenge”, si è fatta piena luce sull’efferato delitto dell’imprenditore, che aveva denunciato i suoi estortori facendoli arrestare.

In aula erano presenti in aula, tramite collegamento in videoconferenza, gli imputati Giuseppe Madonia, originario di Vallelunga Pratameno; Alessandro Barberi; Antonio Rinzivillo; Salvatore Burgio (tutti di Gela); e i niscemesi Salvatore Calcagno; Antonino Pitrolo; Giancarlo Lucio Maria Giugno. Tutti gli imputati, ad eccezione di Antonino Pitrolo (che è sottoposto al Servizio Centrale di Protezione di Roma) sono in atto detenuti per altra causa presso diverse Case Circondariali sparse in tutta Italia.

In aula era invece presente personalmente solo l’imputato Vincenzo Minardi, di Gela. Gli imputati hanno quasi tutti scelto di essere giudicati con rito abbreviato. L’udienza è stata dedicata tutta alla costituzione di parte civile. Il giudice ha quindi rinviato la continuazione del processo alla prossima udienza fissata per il 29 di questo mese.
Si sono costituiti parte civile, anche per conto della madre Giuseppa Bartoluccio, deceduta il 7 febbraio scorso (appena sette giorni prima di apprendere degli arresti dei responsabili della morte del marito), i figli dell’imprenditore ucciso, Franca e Liborio Pepi, assistiti e difesi dagli avvocati Lucia Spata e Adelina Conti. Si sono costituiti parte civile anche il Comune di Niscemi, tramite l’avvocato Enzo Angarella, e l’Associazione antiracket Fai, presieduta dal dottor Caponnetto, presente all’udienza.

Francesco “Ciccio” Pepi, fu eliminato la sera del 14 febbraio del 1989 con sette colpi di pistola, sparati dal killer che lo aveva seguito su un ciclomotore, mentre faceva ritorno a casa a bordo della sua vettura.

 

 

 

Articolo del 10 Ottobre 2014 Fonte:  niscemionline.it
PROCESSO PER L’OMICIDIO FRANCO PEPI. UDIENZA PRELIMINARE PER 7 IMPUTATI
di Giuseppe Vaccaro

Fonte: La Sicilia 10/10/2014 – www.lasicilia.it
L’agguato avvenne a niscemi il 14 febbraio 1989

Niscemi. Ieri, presso il Tribunale di Caltanissetta, giudice dott. Salvucci, si è svolta l’udienza preliminare del processo per l’omicidio Francesco Pepi, l’imprenditore niscemese ucciso in un agguato, la sera del 14 febbraio 1989. Erano presenti in aula, tramite collegamento in videoconferenza, gli imputati, il boss Giuseppe Madonia, Alessandro Barberi; Antonio Rinzivillo; Salvatore Calcagno; Antonino Pitrolo; Salvatore Burgio e Giancarlo Giugno.

In aula era presente personalmente solo l’imputato Vincenzo Minardi. Gli imputati hanno quasi tutti scelto di essere giudicati con rito abbreviato.

Si sono costituiti parte civile, anche per conto della madre Giuseppa Bartoluccio, deceduta appena sette giorni prima di apprendere dell’arresto dei responsabili della morte del marito, i figli dell’imprenditore, Franca e Liborio Pepi, ai quali è stato già riconosciuto dal Ministero lo stato di vittime di mafia, assistiti dall’avv. Lucia Spata e dall’avv. Adelina Conti. Si sono costituiti, come parte civile anche il Comune di Niscemi e l’Associazione antiracket Fai. In aula era presente anche il dott. Renzo Caponnetti, presidente associazione Antiracket di Gela.

Dopo i preliminari l’udienza è stata rinviata al 29 ottobre prossimo.
Tutti gli imputati erano già stati raggiunti da ordinanza di custodia cautelare da parte del Gip di Caltanissetta. L’indagine è suffragata dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Gli imputati sono tutti accusati di avere deliberato e cagionato, in concorso tra loro, la morte di Francesco Pepi, in particolare Giuseppe Madonia, Alessandro Barberi, Antonio Rinzivillo, Salvatore Calcagno, avrebbero organizzato la fase esecutiva, prendendo cognizione delle abitudini della vittima, decidendo le modalità esecutive ed individuando il gruppo di persone che avrebbe dovuto agire, ossia gli stessi Barberi, Rinzivillo, nonché Burgio, Pitrolo e Minardi.

Il 14 febbraio 1989 Barberi, Rinzivillo, Burgio e Minardi, a bordo di una Peugeot e seguiti da Pitrolo alla guida del ciclomotore Piaggio «SI» 50, giungevano nei pressi del Circolo dei Commercianti e Agricoltori “Garibaldi”, dove si trovava Francesco Pepi, e all’uscita lo affiancavano presso la Chiesa San Giuseppe, e gli sparavano contro almeno sette colpi di pistola.

 

 

 

Articolo del 14 Febbraio 2015 da visionedioggi.it
Niscemi ricorda l’uccisione di Pepi

Niscemi – “Ventisei anni fa, proprio nel giorno di San Valentino in cui si festeggia l’amore e l’unione, veniva barbaramente spezzata in un agguato malavitoso, la vita di Francesco Pepi, ed oggi siamo di nuovo qui per fare memoria per continuare insieme la battaglia volta all’affermazione dei valori della legalità”.

E’ con queste parole che il parroco don Giuseppe Cafà, ha dato inizio al cimitero comunale di Niscemi, davanti la cappella gentilizia in cui si trova tumulata la salma dell’imprenditore Francesco Pepi, ucciso in un agguato da sicari il 14 febbraio del 1989 in via Vincenzo Crescimone mentre era alla guida della sua auto per essersi rifiutato di pagare “il pizzo” al racket delle estorsioni, la cerimonia di commemorazione del 26esimo anniversario della morte.

Presenti alla cerimonia commemorativa, organizzata dall’Amministrazione comunale, in collaborazione con l’associazione antiracket di Niscemi di cui è presidente Giuseppe Reina e la Federazione antiracket italiana (Fai), oltre ai figli dell’imprenditore niscemese ucciso Franca e Liborio Pepi, i  familiari, i parenti e gli  amici, il sindaco Francesco La Rosa con la fascia tricolore, l’assessore Massimo Conti, il comandante della Polizia municipale Salvatore Di Martino ed agenti del Comando, il comandante della locale stazione dei Carabinieri luogotenente Salvatore Tigano e militari dell’Arma, il dott. Gabriele Presti, dirigente del Commissariato e personale della polizia di Stato, nonché Renzo Caponetti, presidente dell’associazione antiracket di Gela, il quale ha omaggiato la memoria di Francesco Pepi ponendo una mazzo di fiori sopra la lapide del sepolcreto in cui riposa la salma, mentre il Comune con una corona di fiori.

In seguito alle indagini condotte per tanti anni dalla polizia che riuscì a risalire ai mandanti e responsabili della spietata esecuzione dell’imprenditore Francesco Pepi, nel 2003, il Viminale riconobbe allo stesso lo status di “Vittima di mafia”.

“La criminalità organizzata non può più trovare cittadinanza in questa città”, ha detto il sindaco Francesco La Rosa, “tanto è vero che il Comune di Niscemi continua a costituirsi parte civile nei processi di mafia, ed anche in quello riguardante l’uccisione di Francesco Pepi. Continueremo su questa strada fino a quando non sarà ripristinata la legalità”.

Renzo Caponnetti ha aggiunto:”non potremmo mai dimenticare in quegli anni quanto è accaduto a Gela e Niscemi nel periodo della guerra di mafia e sono qui per manifestare a Franca e Liborio la vicinanza e la solidarietà dell’associazione antiracket e della Fai.

I cittadini denunceranno sempre di più e con l’aiuto nostro, delle Forze dell’ordine continueremo a perseguire il cammino imboccato per l’affermazione della legalità”.

Franca Pepi, commossa, ha concluso:”è un onore per noi oggi ed è di conforto al nostro dolore la presenza  delle autorità civili e militari e di quanti hanno desiderato esserci come gente onesta per manifestarci solidarietà”.

 

 

 

Articolo del 7 Ottobre 2015 da da  livesicilia.it
Gli omicidi di 25 anni fa a Niscemi
Condannate otto persone
Carcere a vita per “Piddu” Madonia, Salvatore Calcagno, Antonio Rinzivillo, Giovanni Passaro e Pasquale Trubia. Trent’anni a Alessandro Barberi e Salvatore Burgio. Assolto Vincenzo Minardi. Pena ridotta per Antonino Pitrolo: 2 anni per un solo delitto.

CALTANISSETTA – Il gup di Caltanissetta David Salvucci ha condannato otto persone per tre omicidi commessi a Niscemi tra il 1989 e il 1990. Sono stati inflitti cinque ergastoli, due condanne a 30 anni ciascuna e una a 2 anni. Il carcere a vita è stato inflitto al boss Giuseppe “Piddu” Madonia, 69 anni, di Vallelunga Pratameno, a Salvatore Calcagno, 61 anni, di Niscemi, ai gelesi Antonio Rinzivillo, 58 anni, Giovanni Passaro, 59 anni e Pasquale Trubia, 48 anni. Condannati a 30 anni ciascuno i gelesi Alessandro Barberi, 63 anni, e Salvatore Burgio, 49 anni. Assolto da ogni accusa Vincenzo Minardi di Gela, 57 anni; pena ridotta per il collaboratore di giustizia niscemese Antonino Pitrolo, al quale sono stati inflitti 2 anni in continuazione con altre precedenti sentenze per uno degli omicidi. Per Pitrolo stesso e per l’altro collaborante di Niscemi imputato, Giancarlo Giugno sono stati dichiarati prescritti altri capi d’imputazione. Il processo, svoltosi con il rito abbreviato, riguardava gli omicidi dell’imprenditore di Niscemi Francesco Pepi – ucciso il 14 febbraio ’89 perché non aveva voluto pagare il pizzo e aveva cercato di convincere altri colleghi a ribellarsi ai mafiosi – e dei niscemesi Giuseppe Vacirca (ucciso il 19 agosto ’90) e Gaetano Campione (ucciso il 22 ottobre ’90), presunti stiddari vittime di agguati durante la guerra tra cosa nostra e stidda.

 

 

 

Articolo del 30 Novembre 2016 da  quotidianodigela.it
Il commerciante ucciso dalla mafia, c’erano anche i killer gelesi: Giugno nega di aver partecipato
di Rosario Cauchi
Versioni discordanti, almeno in base a quanto emerso in aula, sull’omicidio del
commerciante niscemese Francesco Pepi, freddato dai killer di mafia nel febbraio di ventisette anni fa.

L’omicidio del commerciante.
L’esercente, infatti, avrebbe detto no al pagamento della messa a posto. Dopo quanto emerso dalla ricostruzione del collaboratore di giustizia Antonino Pitrolo, è stato Giancarlo Giugno, ritenuto il vero capo di cosa nostra niscemese, ad escludere una sua personale partecipazione nel definire il progetto di morte. Giugno ha negato di essere entrato nell’organizzazione del piano, a differenza di quanto sostenuto, invece, da Pitrolo sempre davanti ai giudici della Corte di assise di appello di Caltanissetta. Le dichiarazioni sono state rese nel corso del giudizio di secondo grado scaturito dall’inchiesta “San Valentino Revenge”.

Gli imputati devono rispondere non solo dell’omicidio di Francesco Pepi ma anche di quelli di Giuseppe Vacirca e Gaetano Campione, ritenuti affiliati al clan della stidda. Ad entrare in azione, a supporto degli affiliati niscemesi, ci sarebbero stati anche i killer di cosa nostra gelese. Così, a processo ci sono il boss Giuseppe Madonia, Antonio Rinzivillo, Giovanni Passaro, Pasquale Trubia, Alessandro Barberi e Salvatore Burgio oltre proprio ad Antonino Pitrolo, Giancarlo Giugno e Salvatore Calcagno. Giancarlo Giugno, però, ha ammesso di aver avuto un ruolo nell’omicidio di Giuseppe Vacirca. Nel corso dell’udienza, è stato sentito anche un altro collaboratore di giustizia, il gelese Angelo Celona. Nel pool di difesa, ci sono gli avvocati Flavio Sinatra, Cristina Alfieri, Antonio Impellizzeri, Agata Maira, Rosita La Martina e Vania Giamporcaro. Parti civili, invece, i familiari di alcune delle vittime oltre alle associazioni antiracket. Si tornerà in aula a gennaio.

 

 

 

 

Fonte: today24.it
Articolo del 21 settembre 2018
Niscemi: l’omicidio dell’imprenditore Pepi, ergastolo a Rinzillo e Calcagno, 30 anni a Burgio e Barberi. Pene confermate in cassazione.
Condanne confermate in cassazione per l’omicidio di Francesco Pepi, l’imprenditore ucciso dalla mafia a Niscemi nel giorno di San Valentino del 1989. Dopo 29 anni la Suprema Corte scrive il verdetto definitivo nei confronti di tre gelesi e un niscemese: ergastolo a Salvatore Calcagno e Antonio Rinzillo, trent’anni ad Alessandro Barberi e Salvatore Burgio, oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia cautelare in carcere.

A squarciare il velo sul delitto del coraggioso imprenditore, capace di opporsi al pizzo, fu la Polizia, che nel 2014, a conclusione di un’inchiesta, arrestò i presunti autori e mandanti del delitto nel corso di un’0perazione battezzata con il nome “San Valentino-Revenge”, chiaramente riferita alla data dell’omicidio, appunto il 14 febbraio. La famiglia Pepi, già costituita quale parte civile e assistita nel processo dagli avvocati Lucia Spata del foro di Gela e Natalia Adelina Conti, era presente anche a Roma, all’ultima udienza pubblica, durante la quale la Corte di Cassazione – Prima sezione Penale, ha rigettato i ricorsi proposti dagli imputati.

È stato così definitivamente confermato il verdetto dell’ottobre 2015, pronunciato dal Gup di Caltanissetta, sentenza che era già stata confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta.

Francesco Pepi si era fatto strada da s0lo. Da giovane lavoratore, con una spiccata voglia di progredire, aveva iniziato a lavorare la terra. La sua vocazione imprenditoriale lo aveva portato a fondare la Paic Sud, azienda che era arrivata ad avere oltre 100 dipendenti.

Proprio la sua forza di carattere lo avevano portato a ribellarsi a Cosa Nostra, a dire no alle estorsioni di denaro, fatto che ne aveva segnato il destino.

Pepi fu uno dei primi commercianti siciliani a ribellarsi alla “legge del pizzo”, esortando anche altri commercianti a farlo e a operare in regola, collaborando costantemente con le forze dell’ordine. Risulta agli atti che, negli ultimi giorni di vita, gli era stato anche chiesto di trasportare nei camion, insieme alle conserve, materiale come armi o droga, e lui si era rifiutato.

Per il suo coraggio venne ucciso, quella maledetta giornata del 1989, con 7 colpi di pistola, mentre era a bordo della sua auto.

Alla famiglia il ministero dell’Interno ha già riconosciuto lo status di vittima di mafia. Purtroppo, dopo la morte l’azienda fu chiusa, nonostante i famigliari, in particolare la figlia Franca, abbiano cercato di portare avanti la produzione e proteggere il posto di lavoro dei tanti dipendenti.

Franca Pepi, anche dopo la morte del padre, ha continuato a subire minacce di morte ed intimidazioni, rimanendo essa stessa vittima di episodi criminosi, perché sempre alla ricerca della verità sul padre. Uno sforzo ripagato con la conclusione della vicenda giudiziaria, che ha assicurato alla giustizia gli autori e i mandanti di quel delitto efferato.

Segno che lo Stato è vicino a chi denuncia.

 

 

 

 

Fonte interno.gov.it

Francesco Pepi

Francesco Pepi fu un giovane intraprendente lavoratore, con una spiccata voglia di progredire sempre.
Iniziò lavorando le terre, per poi ingaggiare altri uomini a lavorare con lui.
Successivamente acquistò le terre dove lavorava e cominciò a commercializzare i prodotti coltivati.

Ben presto e con tanta fatica creò una piccola società a responsabilità limitata, denominata “PAIC SUD di Francesco Pepi”: una piccola industria conserviera per la trasformazione dei prodotti sott’olio (carciofi, peperoni, peperoni arrostiti e pomodori essiccati al sole), che venivano commercializzati, sia in Italia che all’estero.

Gli affari andavano bene, pur tra le difficoltà economiche della gente comune. La Paic Sud era ben avviata ed aveva partner sparsi per l’Italia, collaborando con ditte di rilievo nazionale, quali Arimpex, Berni, Sacla, Pisoni, Fumagalli Ortobuono.

Francesco Pepi era una persona onesta e laboriosa, che essendosi fatto da solo, conosceva e si immedesimava nello stato di bisogno degli altri, pensando sempre al prossimo prima che a sé stesso; cercava, infatti, di dare lavoro a più persone possibili, essendo anche convinto che l’uomo ha bisogno di realizzarsi attraverso il lavoro.  Tanti fece lavorare nella sua azienda, arrivando ad assumere oltre le 100 unità lavorative.

Cercava di ampliare il campo della sua attività, facendo lavorare, e lavorando lui stesso, con le proprie mani e soprattutto con la sua intelligenza.

La situazione florida dell’azienda ovviamente fece gola alle famiglie mafiose nissene, in particolare ad affiliati di “Cosa Nostra”, che cercarono di estorcergli denaro e favori.  Pepi fu uno dei primi commercianti siciliani ribellatosi al pagamento del pizzo, esortando anche gli altri commercianti a farlo e ad operare in regola, collaborando costantemente con le forze dell’ordine. Negli ultimi giorni della sua vita i familiari lo ricordano in uno stato particolare di inquietudine; risulta che gli era stato chiesto di trasportare nei camion, insieme alle conserve, materiale come armi o droga, e lui naturalmente si era rifiutato.

Il 14 febbraio del 1989 sette colpi di pistola, sparati da un motorino, lo uccisero barbaramente dentro la sua macchina, davanti la Parrocchia ‘S.  Giuseppe’ a Niscemi.

Francesco Pepi aveva un cuore d’oro, era generoso con tutti e lo era in particolar modo quando si accorgeva di qualcuno che aveva bisogno.  Lo faceva, perché conosceva cosa fosse la povertà e la miseria avendola vissuta personalmente e sicuramente le sue radici cristiane lo facevano sentire vicino a chi era nella precarietà. Non sapeva dire di no. Ma di fronte all’unico “giusto” no che manifestò, la mafia gli fece pagare tale rifiuto con la vita.

Lasciò due figli, di cui uno (Liborio) è medico, l’altra (Franca) dirigente nella propria azienda.

Soltanto dopo 25 anni sono stati scoperti gli assassini di Francesco Pepi: l’omicidio fu deciso con la diretta approvazione dei vertici di Cosa Nostra, in primis proprio da Madonia, storico boss di Cosa nostra, ma anche da Antonio Rinzivillo, esponente di spicco della cosca mafiosa gelese, volendo dare un segnale chiaro che non sarebbe stato tollerato alcun gesto di dissenso contro il racket.

Il G.I.P.  presso il Tribunale di Caltanissetta, dopo avere emesso 12 ordinanze di custodia cautelare, con l’accusa, a vario titolo, di omicidio e tentato omicidio aggravati dalle modalità mafiose, con successiva sentenza, pure confermata in appello, ha condannato gli esecutori materiali ed i mandanti dell’omicidio, soggetti tutti appartenenti a Cosa Nostra nissena, molti già condannati per reato di associazione mafiosa di cui all’art. 416 bis e già in stato di detenzione.

Figurano altri affiliati storici della mafia nissena tra cui anche Alessandro Barberi, 62 anni, al vertice dell’organizzazione operante su Gela, anche lui condannato all’ergastolo.
I provvedimenti sono stati emessi al termine di una lunga indagine, sostenuta dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che ha consentito di fare luce su alcuni delitti avvenuti durante la guerra di mafia che si svolse in provincia di Caltanissetta negli anni novanta tra le famiglie nissene e quelle della ‘stidda’ egemone nell’area di Gela.

Dopo la morte di Pepi quella florida realtà produttiva fu chiusa ed i figli, e soprattutto la figlia Franca, anche per rendere onore alla memoria del padre, cercò di portare avanti l’azienda, anche al fine di non dovere licenziare le persone che vi lavoravano, sebbene le banche furono pronte a tagliare i canali di credito, anche perché ai tempi non si compresero immediatamente le ragioni della morte del sig. Pepi e non si collegò alla triste realtà del racket;  quindi, nonostante gli sforzi compiti, la sig.ra Franca, ad un certo momento, fu anche costretta a fermare la produzione.

Otto anni dopo, la figlia Franca, grazie al riconoscimento dello  status di vittima del racket e vittima di mafia, ha ottenuto un risarcimento che l’ha aiutata a ristrutturare l’immobile dove si svolgeva l’attività industriale ed ancora oggi lotta per cercare di  riavviare l’azienda di famiglia, volendo dimostrare che la mafia non può vincere, perché lo Stato e la persona che denuncia e si affida alle autorità è garantita e riesce a sconfiggere chi invece la vorrebbe finita.

Oggi Franca porta nelle scuole la propria testimonianza per far conoscere anche ai ragazzi le fasi più drammatiche della sua storia, vissuta accanto al padre Francesco, analizzando con semplicità e passione cosa è stata la mafia per lei, autodefinendosi “una realtà vivente degli effetti della mafia”.

 

 

 

 

Intitolata una strada a Francesco Pepi, vittima di mafia servizio di Claudia Meli
RETE CHIARA – 14 feb 2020

 

 

 

 

 

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *