19 Marzo 1994 Casal di Principe (CE). Ucciso Don Giuseppe Diana

Foto da:  repubblica.it   

Alle 7.30 del 19 marzo del 1994, giorno del suo onomastico, don Giuseppe Diana viene assassinato nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari in Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare la Santa Messa. Due killer lo affrontano con una pistola calibro 7.65. e quattro proiettili vanno tutti a segno: due alla testa, uno in faccia e uno alla mano. Don Peppe muore all’istante.
L’omicidio, di puro stampo camorristico, fece scalpore in tutta Italia.
Don Peppe visse negli anni del dominio assoluto della camorra casalese, legata principalmente al boss Francesco Schiavone detto Sandokan. Gli uomini del clan controllavano non solo i traffici illeciti, ma si erano infiltrati negli enti locali e gestivano fette rilevanti di economia legale, tanto da diventare “camorra imprenditrice”.
Il barbaro omicidio, dicono gli atti processuali, maturò in un momento di crisi della camorra casalese. In questo periodo, una fazione del clan ordinò l’omicidio di don Peppe, personaggio molto esposto sul fronte antimafia, per far intervenire la repressione dello Stato contro la banda che ormai aveva vinto la guerra per il controllo del territorio.
Oggi Casal di Principe è la terra di don Diana e di quanti in lui si riconoscono. Numerose le iniziative in sua memoria, il Comitato don Peppe Diana, Libera e altri soggetti istituzionali hanno tracciato il percorso affinché nel settembre 2011 venisse costituita la prima Cooperativa Libera-Terra sui terreni confiscati ai casalesi. La cooperativa “Le Terre di don Peppe Diana – Libera-Terra”, costituita con bando pubblico, produce la mozzarella della legalità. La mozzarella di don Diana aggiunge al sapore gustoso della mozzarella il sapore della legalità, ecco perché i prodotti provenienti dai terreni confiscati sono “più buoni e più giusti”. (Fondazione Pol.i.s.)

 

 

“Don Peppino Diana” di Roberto Saviano (tratto dal libro Gomorra)

Quando penso alla lotta ai clan di Casal di Principe, di San Cipriano, di Casapenna e in tutti i territori egemonizzati da loro, da Parete a Formia, penso sempre ai lenzuoli bianchi.

Ai lenzuoli bianchi che pendono da ogni balcone, legati a ogni ringhiera, annodati a tutte le finestre. Bianco, tutto bianco, una pioggia di stoffe candide. Furono il rabbioso lutto issato quando si svolsero i funerali di don peppino Diana.

[…]

Don Peppino aveva studiato a Roma e lì doveva rimanere a fare carriera lontano dal paese, lontano dalla terra di provincia, lontano dagli affari sporchi. Una carriera clericale, da buon figlio borghese. Ma aveva d’improvviso deciso di tornare a Casal di Principe come chi non riesce a togliersi di dosso un ricordo, un’abitudine, un odore. Forse come chi ha perennemente la sensazione smaniosa di dover fare qualcosa e di non riuscire a trovare pace fin quando non la realizza o almeno tenta di farlo.

Don Peppino divenne giovanissimo sacerdone della chiesa di San Nicola di Bari, una chiesa dalla struttura moderna che sembrava, anche nell’estetica, perfetta per la sua idea di impegno. Girava per il paese in jeans e non in tonaca come era accaduto sino ad allora ai preti che si portavano addosso un’autorità cupa come l’abito talare. Don Peppino non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi, né andava confortando donne cornute, aveva cambiato con naturalezza il ruolo del prete di provincia. Aveva deciso di interessarsi delle dinamiche di potere: non solo dei corollari della miseria, non voleva solo nettare la ferita, ma comprendere i meccanismi della metastasi,, bloccare la cancrena, fermare l’origine di ciò che rendeva la sua terra una miniera di capitali e un tracciato di cadaveri. Fumava anche il sigaro ogni tanto in pubblico, altrove poteva sembrare un gesto innocuo. Da queste parti i preti tendevano ad avere atteggiamenti di finta privazione del superfluo e nelle loro stanze davano sfogo alle pigre debolezze. Don Peppino aveva deciso di lasciare somigliare la sua faccia sempre più a se stesso, come una garanzia di trasparenza in una terra dove i volti invece devono orientarsi in smorfie pronte a mimare ciò che si rappresenta, aiutati dai soprannomi che caricano il proprio corpo del potere che si vuole suturare alla propria epidermide. Aveva l’ossessione del fare, aveva iniziato a realizzare un centro di accoglienza dove offrire vitto e alloggio ai primi immigrati africani. Era necessario accoglierli, evitare – come poi accadrà – che i clan potessero iniziare a farne dei perfetti soldati. Per realizzare il progetto aveva devoluto anche alcuni risparmi personali accumulati con l’insegnamento. Attendere aiuti istituzionali può essere cosa così lenta e complicata da divenire il più reale dei motivi per l’immobilità. Da quando erasacerdote aveva visto l’avvicendarsi dei boss, l’eliminazione di Bardellino e il potere di Sandokan e di Cicciotto di Mezzanottte, i massacri tra bardelinniani e Casalesi poi tra i dirigenti vincenti.

[…]

Don Peppino comprese che era necessario programmare un piano di lotta.

Era necessario traccire apertamente un percorso da seguire, non più trestimoniare singolarmente, ma organizzare la testimonianza e coordinare un nuovo impegno delle chiese del territorio. Scrisse, firmandolo assieme a tutti i preti della foranìa di Casal di Principe, un documento inaspettato, un testo regligioso, cristinao, con una traccia di disperata dignità umana, che rese quelle parole universali, capaci di superare perimetri religiosi e di far tremare sin nella voce le sicurezze dei boss, che arrivarono a temere quelle parole più di un blitz dell’Antimafia, più del sequestro delle cave e delle betoniere, più delle intercettazioni telefoniche che tracciano un ordine di morte. Era un documento vivo con un titolo romanticamente forte: “Per amore del mio popolo non tacerò”.

Distribuì lo scritto il giorno di Natale, non appese le pagine alle porte della sua chiesa, non doveva come Lutero riformare nessuna chiesa romana, aveva altro cui pensare don Peppino.Tentare di comprendere come poter creare una strada trasversale ai poteri, l’unica in grado di mettere in crisi l’autorita economica e criminale delle famiglie di camorra.

Don Peppino scavò un percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi quella potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora concedere. Non ebbe l’indolenza intellettuale di chi crede che la parola ormai abbia esaurito ogni sua risorsa che risulta capace solo di riempire gli spazi tra un tmpano e l’altro. La parola come concretezza, materia aggregata di atomi per intervenire nei meccanismi delle cose, come malta per costruire, come punta di piccone. Don Peppino cercava una parola necessaria come secchiata d’acqua sugli sguardi imbrattati. Il tacere in queste terre non è banale omertà silenziosa che si rappresenta di coppole e sguardo abbassato. Ha molto più a che fare col “non mi riguarda”. L’atteggiamento solito in questi luoghi, e non solo, una scelta di chiusura che è il vero voto messo nel seggio dello stato di cose. La parola diviene un urlo. Controllato e lanciato acuto e alto contro un vetro blindato: con la volontà di farlo esplodere.

[…]

Don Peppino sfidò il potere della camorra nel momento in cui Francesco Schiavone, Sandokan, era latitante, quando si nascondeva nel bunker sotto la sua villa in paese, metre le famiglie Casalesi erano in guerra tra loro e i grandi affari del cemento e dei rifiuti divenivano le nuove frontiere dei loro imperi.

Don Peppino non voleva fare il prete consolatore, che accompagna le bare dei ragazzini soldato massacrati alla fossa e bisbiglia “fatevi coraggio” alle madri in nero. In un’intevista dichiarò: “Noi dobbiamo fendere la gente per metterla in crisi”. Prese anche posizione politica, chiarendo che la priorità sarebbe stata la lotta al potere politico come espressione di quello imprenditorial-criminale, che l’appoggio sarebbe andato ai progetti concreti, alle scelte di rinnovamento, non ci sarebbe stata alcuna imparzialità da parte sua. “Il partito si confonde con il suo rappresentante, spesso i candidati favoriti dalla camorra non hanno né politica né partito, ma solo un ruolo da giocare o un posto da occupare.” L’obiettivo non era vincere la camorra. Come lui stesso ricorda “vincitori e vinti sono sulla stessa barca”. L’obiettivo era invece comprendere, trasformare, testimoniare, denunciare, fare l’elettrocardiogramma al cuore del potere economico come un modo per comprendere come spaccare il miocardio dell’egemonia dei clan.

[…]

Don Peppino Diana aveva compreso che doveva tenere la faccia su quella terra, attaccarla sulle schiene, sugli sguardi, non allontanarsi per poter continuare a vedere e denunciare, e capire dove e come le ricchezze delle imprese si accumulano e come si innescano le mattanze e gli arresti, le faide e i silenzi. Tenendo sulla punta della lingua lo strumento, l’unico possibile per tentare di mutare il suo tempo: la parola.

E questa parola, incapace al silenzio, fu la sua condanna a morte.

I suoi killer non scelsero una data a caso. Il giorno del suo onomastico, il 19 marzo del 1994. Mattina prestissimo.

Don Peppino non si era ancora vestito con gli abiti talari. Stava nella sala riunioni della chiesa, vicino allo studio. Non era immediataemnte riconoscibile.

“Chi è don Peppino?”

“Sono io …”

L’ultima risposta. Cinque colpi che rimbombarono nelle navate, due pallottole lo colpirono al volto, le altre bucarono la testa, il collo e una mano. Avevano mirato alla faccia, i colpi l’avevano morso da vicino. Un’ogiva del proiettile gli era rimasta addosso, tra il giubotto e il maglione. Una pallottola gli aveva falciato il mazzo di chiavi agganciato ai pantaloni.

Don Peppino si stava preparando per celebrare la prima messa.

Aveva trentasei anni.

[…]

 

 

Articolo da La Repubblica del 18 marzo 2009
Don Peppino, eroe in tonaca ucciso dal Sistema dei clan
di Roberto Saviano

La mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. Era il suo onomastico. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava nella sala riunioni vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi nella navata, non vedendo un uomo vestito da prete, titubarono.

Chi è Don Peppino?

Sono io…

Poi gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Io ne avevo 15 e la morte di quel prete mi sembrava riguardare il mondo degli adulti. Mi ferì ma come qualcosa che con me non aveva relazione. Oggi mi ritrovo ad essere quasi un suo coetaneo. Per la prima volta vedo don Peppino come un uomo che aveva deciso di rimanere fermo dinanzi a quel che vedeva, che voleva resistere e opporsi, perché non sarebbe stato in grado di fare un’altra scelta.

Dopo la sua morte si tentò in ogni modo di infangarlo.

Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan. Appena muori in terra di camorra, l’innocenza è un’ipotesi lontana, l’ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell’esecuzione. Così distruggere l’immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. Don Diana era un camorrista titolò il Corriere di Caserta. Pochi giorni dopo un altro titolo diffamatorio: Don Diana a letto con due donne.

Il messaggio era chiaro: nessuno è veramente schierato contro il sistema. Chi lo fa ha sempre un interesse personale, una bega, una questione privata avvolta nello stesso lerciume. Don Peppino fu difeso da pochi cronisti coraggiosi, da Raffaele Sardo a Conchita Sannino, da Rosaria Capacchione, Gigi Di Fiore, Enzo Palmesano e pochi altri. Ricordarlo oggi – a 15 anni dalla morte – significa quindi aver sconfitto una coltre di persone e gruppi che pretendevano di avere il monopolio sulle informazioni di camorra, in modo da poterle controllare. Ricordarlo è la dimostrazione che anche questa terra può essere raccontata in modo diverso da come è successo per lungo tempo. Come dice Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe e amico di don Peppe, “è sempre complicato accettare l’eroismo di chi ci sta vicino, perché questo sottolineerebbe la nostra ignavia”. Don Peppino fu ucciso nel momento in cui Francesco Schiavone Sandokan era latitante, mentre i grandi gruppi dei Casalesi erano in guerra e i grandi affari del cemento e dei rifiuti divenivano le nuove frontiere dei loro imperi. Don Peppino non voleva fare il prete che accompagna le bare dei ragazzi soldato massacrati dicendo “fatevi coraggio” alle madri in nero. A condannarlo fu ciò che aveva scritto e predicato. In chiesa, la domenica, tra le persone, in piazza, tra gli scout, durante i matrimoni. E soprattutto il documento scritto assieme ad altri sacerdoti: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Distribuì quel documento il giorno di Natale del 1991. Bisognava riformare le anime della terra in cui gli era toccato nascere, cercare di aprire una strada trasversale ai poteri, l’unica in grado di mettere in crisi l’autorità economica e criminale delle famiglie di camorra.

“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della Camorra. – scriveva – La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone con violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario, traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti… “.

La cosa incredibile è che quel prete ucciso, malgrado tutto, continuò a far paura anche da morto. Le fazioni in lotta di Sandokan e di Nunzio di Falco cominciarono a rinfacciarsi reciprocamente la colpa del suo sangue, proponendo di testimoniare la loro estraneità a modo loro: impegnandosi a fare a pezzi i presunti esecutori della banda avversaria. Oltre a cercare di diffamare Don Peppino, dovevano cercare di lanciarsi dei messaggi scritti con la carne, per togliersi di dosso il peso dell’uccisione di quell’uomo. Così come era stato difficile trovare i killer disposti a farlo fuori. Uno si ritirò dicendo che a Casale lo conoscevano in troppi, un altro accettò ma a condizione partecipasse pure un suo amico, come un bambino che non ha il coraggio di fare da solo una bravata. Nel corso della notte prima dell’agguato, uno dei killer tormentati riuscì a convincere un altro a rimpiazzarlo, ma il sostituto, l’unico che non sembrava volersi tirare indietro, era l’esecutore meno adatto. Soffriva di epilessia e dopo aver sparato rischiava cadere a terra in convulsioni, crisi, bava alla bocca. Con questi uomini, con questi mezzi, con queste armi fu ucciso Don Peppino, un uomo che aveva lottato solo con la sua parola e che rivoluzionò il metodo della missione pastorale. Girava per il paese in jeans, non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi né andava confortando donne tradite. Aveva compreso che non poteva che interessarsi delle dinamiche di potere. Non voleva solo confortare gli afflitti, ma soprattutto affliggere i confortati. Voleva fare chiarezza sulle parole, sui significati, sui perimetri dei valori.

Scrisse: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime (…) Non permettere che la funzione di “padrino”, nei sacramenti che lo richiedono, sia esercitata da persone di cui non sia notoria l’onestà della vita privata e pubblica e la maturità cristiana. Non ammettere ai sacramenti chiunque tenti di esercitare indebite pressioni in carenza della necessaria iniziazione sacramentale…”.

Questo è il lascito di Don Peppino Diana, un lascito che ancora oggi resta difficile accogliere e onorare. La speranza è nelle nuove generazioni di figli di immigrati, e nuovi figli di questo meridione, persone che torneranno dalla diaspora dell’emigrazione, emorragia inarrestabile. Il pensiero e il ricordo di Don Peppino sarà per loro quello di un giovane uomo che ha voluto far bene le cose. E si è comportato semplicemente come chi non ha paura e dà battaglia con le armi di cui dispone, di cui possono disporre tutti. E riconosceranno quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. Realmente, non come metafore. Una parola che è sentinella, testimone, così vera e aderente e lucida che puoi cercare di eliminarla solo ammazzando. E che malgrado tutto è riuscita a sopravvivere. E io a Don Peppino vorrei dedicare quasi una preghiera, una preghiera laica rivolta a qualunque cosa aiuti me e altri a trovare la forza per andare avanti, per non tradire il suo esempio, offrendogli le parole di un rap napoletano. “Dio, non so bene se tu ci sei, né se mai mi aiuterai, so da quale parte stai”.

 

 

 

 

 

“Per amore del mio popolo non tacerò” di Don Peppino Diana
Da wikipedia it.wikipedia.org

“PER AMORE DEL MIO POPOLO”

Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.

Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra

La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche

E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.

Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.

Dio ci chiama ad essere profeti.

– Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);

– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);

– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

Appello

Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”

Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;

Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).

Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo – Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata – San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta – Villa Literno; M.S.S. Assunta – Villa di Briano; SANTUARIO DI M.SS. DI BRIANO )

 

 

Articolo del  19 marzo 2012 da dallapartedellevittime.blogspot.it
DON DIANA UCCISO DALLA CAMORRA DICIOTTO ANNI FA. IL RACCONTO DELLA MAMMA
di Raffaele Sardo

Sono già passati diciotto anni dalla sua uccisione per mano della camorra.  La morte di don Giuseppe Diana ha lasciato  un vuoto incolmabile nei familiari e in chi l’ha conosciuto più da vicino. La sua morte, però, ha avuto anche degli effetti positivi:  ha determinato la presa di coscienza di molta parte delle popolazioni  dell’agro aversano che oggi hanno più consapevolezza che la camorra è un cancro che va eliminato. Questi territori, una volta conosciuti solo come terre di Camorra, oggi si affermano come “LE TERRE DI DON PEPPE DIANA”. E’ il suo messaggio che penetra nelle coscienze delle persone. E’ stato lui a dire “Per amore del mio popolo non tacerò”. E il suo popolo sta rispondendo bene. Stamani, 19 marzo,  tutte le scuole della Regione Campania sono chiuse proprio per ricordare don Diana. Le manifestazioni che celebrano la sua figura, non si contano più. La Chiesa stessa comincia ad interrogarsi se è maturo il tempo per chiedere la sua beatificazione.  E’ un processo lungo quello che cammina verso il cambiamento. Ma  è possbile avviarlo se lo vogliono innanzitutto i concittadini di don Diana.
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Il racconto che segue, è tratto dal mio libroLA BESTIA. CAMORRA STORIE DI DELITTI, VITTIME E COMPLICI, edizioni Melampo.
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“Iolanda se ne stava zitta su una sedia nel centro dell’androne. Attorno a lei, seduti per terra a semicerchio, aveva una ventina di giovanissimi scout. A un certo punto iniziò a raccontar loro la storia di suo figlio. Partendo, come faceva sempre, da quella mattina del 19 marzo del 1994, quando il giorno del suo onomastico sentì Peppe uscire per l’ultima volta di casa. Si fece silenzio. I ragazzi, arrivati a Casal di Principe da Ivrea in un’assolata domenica d’agosto, la guardavano dal basso in alto, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa fra le mani. Con la faccia rapita come nipotini che guardino la nonna intenta a raccontar loro una favola. Iolanda esordì, come al solito, con un lamento doloroso, quasi una colonna sonora che avrebbe accompagnato il suo ricordo: «Che m’hann’ fatto, che m’hann’ fatto. Nun me passa. Nun me passa», ripeteva in dialetto, come una cantilena, mentre scuoteva la testa. I ragazzi non capivano ogni parola, ma le sue lacrime bastavano a coinvolgerli senza eccezioni. Piangeva come le accade sempre quando vede entrare nel suo cortile i pantaloncini corti e le camicie azzurre degli scout. È come se rivedesse il figlio che ritorna. Don Peppe, lo scout”.

Iolanda, madre di scout

Iolanda era scesa con fatica dalla sua casa al primo piano di via Garibaldi 29. Il marito, Gennaro Diana, l’aveva informata che il gruppo che aspettavano era arrivato. Lei era avanzata con il passo incerto per spostarsi fin sotto l’androne dell’abitazione. In quel cortile una volta si praticavano molte attività agricole, come certifica la classica tettoia per gli attrezzi ora inesistenti, sostituita da vasi di fiori e piante ornamentali, soprattutto cicas, una pianta sempreverde originaria dell’Asia che da queste parti è molto diffusa. Il marito anziano e i figli insegnanti hanno detto addio da tempo al lavoro dei campi, che aveva rappresentato a lungo per la famiglia l’unica fonte di reddito.

Osservata da vicino, Iolanda zoppicava vistosamente. Non aveva ancora assorbito i doppi postumi di un’operazione al femore e di un tumore al seno. Indossava, come al solito, maglia e gonna nera, il segno quotidiano del suo lutto. Portava un frontino grigio nei capelli bianchi e al collo l’inseparabile medaglina a forma di cuore, con dentro la foto del figlio “Pinuccio”. Cercava di nascondere l’emozione alla vista degli scout, ma con scarsi risultati. Quei ragazzi erano arrivati da così lontano fino a Casal di Principe in treno, con il sacco a pelo e alcune provviste al seguito, per conoscere la terra di don Peppe Diana, i suoi amici, la sua famiglia. La sera dovevano dormire al Santuario della Madonna di Briano, lì vicino. E lei, Iolanda Di Tella, la mamma di don Peppino, 76 anni e molti acciacchi, il portamento fiero di contadina, ancora una volta non si era tirata indietro. Pronta a mostrare il suo dolore, ma anche a comunicare il suo affetto a quei ragazzi. Battagliera come sempre. Soprattutto quando si è trattato di difendere la memoria di suo figlio. Molto di quel che si è fatto in proposito lo si deve anche a lei. Che non si è mai stancata di telefonare ai magistrati, agli amici, al vescovo di Caserta Raffaele Nogaro e a don Luigi Ciotti. Gli scout di Ivrea non la conoscevano. Chi partecipò ai funerali di don Peppe quel 21 marzo del 1994, quando ventimila persone attraversarono tutta Casal di Principe dietro il feretro, se la ricorda bene, invece. Dai balconi penzolavano centinaia di lenzuoli bianchi. Per una volta quei portoni impenetrabili come fortini assediati avevano mostrato un altro volto: più umano, sensibile e solidale. Tutta la città era fuori dalle case. Anche da quelle in stile hollywoodiano o piene di colonnati stile impero che imperversano in ogni dove. Che vorrebbero simboleggiare la grandezza e la potenza di chi le abita, ma raccontano solo il gusto kitsch e l’incultura diffusi con la nuova ricchezza.

Ai lati del corteo funebre la gente piangeva sinceramente mentre osservava quella fiumana di persone che avanzava lenta come un magma uscito d’improvviso da un vulcano. Pian piano la folla si spandeva per i vicoli stretti, li occupava, li copriva di uno spirito nuovo. Il vociare di sottofondo faceva uscire dalle case altra gente. E dai balconi si srotolavano lenzuoli bianchi che facevano da ala al funerale. Una scena che si ripeteva con l’avanzare del feretro del giovane parroco, portato a spalla dai suoi amici e dagli scout. L’uccisione di un sacerdote per mano della camorra era troppo anche per chi da anni era abituato a vedere e a subire decine di morti ammazzati.

Sembrava la madonna Addolorata, quel giorno, Iolanda. Con gli occhi asciutti rivolti verso il cielo, senza più lacrime da versare. Camminava con la testa quasi all’indietro, lo sguardo assente. «Pensavo solo al mio Peppe», avrebbe raccontato. Con il marito e i figli, Emilio e Marisa, se ne stette immobile nel piazzale del cimitero dove si celebrò il funerale. Uno slargo enorme, e tuttavia incapace di raccogliere le ventimila persone che accompagnavano suo figlio. I più dovettero accontentarsi di sostare nelle strade laterali e ascoltare la messa dagli altoparlanti. Lei era tutta chiusa nel suo abito nero. Teneva lo sguardo fisso nel vuoto, come se stesse chiedendo conto direttamente a Dio di quel che era accaduto al figliolo, che pure aveva scelto di servirlo.

«Sono passati tanti anni da quel giorno, ma il dolore non mi passa, non mi può passare e non mi passerà mai» continuava a ripetere sottovoce nell’androne, mentre gli scout la scrutavano commossi. Quasi si scusò e abbassò la testa per non farsi sentire. L’emozione contagiò tutti quanti. I ragazzi cercavano di resistere abbassando la testa. Qualcuno si girava di lato. Ma le lacrime di Iolanda non si fermavano. Fu Valerio Taglione, capo  scout dell’Agesci, responsabile provinciale di Libera e portavoce del comitato don Peppe Diana a rompere il ghiaccio e a togliere tutti dall’imbarazzo. «Su, adesso non facciamo di questo incontro solo un momento di dolore». «No, è che sono contentissima di vedere questi ragazzi – fece lei – Ma è che ho una fitta al cuore. Non mi può passare. Non me lo dovevano fare – continuava a ripetere – Non mi passerà mai». Quel giorno di agosto gli scout erano arrivati alla stazione ferroviaria di Aversa alle 9,00 del mattino. Ad attenderli c’era, appunto, Valerio Taglione. A lui si erano aggiunti Salvatore Cuoci, presidente della scuola di Pace “Don Peppe Diana”, e altri due scout di Aversa, Emiliano Addelio e Lucia Cacciapuoti.

«…La sera prima non aveva fatto molto tardi perché l’indomani doveva alzarsi presto, e non cenò nemmeno. Solamente un bicchiere di latte – Iolanda, sempre seduta sulla sedia sotto l’androne, riannodò per loro i suoi ricordi – Venne a salutarmi in cucina e poi si diresse verso la sua camera. È l’ultima immagine che ho di don Peppe. Il giorno dopo si alzò più presto del solito, alle 6,00. Era il suo onomastico. Aveva dato appuntamento al bar ai suoi amici, subito dopo la messa. Qui noi usiamo che si offre a tutti un caffè con una bella polacca calda, un dolce tipico di queste zone. Praticamente è un cornetto più elaborato, con al centro crema pasticcera e amarene. Stessa cosa avrebbe fatto poco più tardi all’Itis Alessandro Volta di Aversa, dove insegnava religione. Aveva già dato incarico ad alcuni suoi amici di far arrivare polacche per tutti i colleghi. Lo sentii che camminava per le stanze e, poco dopo, udii provenire dalla cucina i soliti rumori: il frigo che si apriva, il caffè che saliva, il profumo che invadeva la casa, le ante dei mobili che si chiudevano, la tazzina sul lavandino. Conoscevo a memoria quei rumori, perché ogni mattina erano uguali. Spesso ero io ad alzarmi prima di lui per preparagli il caffè. Poco dopo la porta si chiuse dietro di lui e sentii i suoi passi mentre scendeva le scale della cucina. Aprì il portone per uscire e si incamminò a piedi verso la sua parrocchia di San Nicola di Bari, che da qui dista dieci minuti. Immaginai il percorso che faceva, perché l’avrò fatto centinaia di volte. Lo seguii col pensiero. Ecco, adesso avrà girato l’angolo. Ora, magari, avrà salutato le prime persone mattiniere che ha incontrato sui suoi passi. Udii le campane che il sagrestano, Agostino Iaiunese, aveva incominciato a suonare. Pochi altri passi ed era arrivato nello slargo davanti alla parrocchia. Ad aspettarlo all’entrata della chiesa c’era il suo amico fotografo, Augusto di Meo, per fargli gli auguri. Le suore e una decina di donne anziane erano già dentro, sedute nei banchi a pregare. Entrò in sagrestia per prepararsi per la messa. Incominciò a indossare i paramenti sacri. Erano da poco passate le 7,20. Nel
frattempo anch’io mi ero alzata e stavo sistemando la sua stanza, come tutte le mattine. Prima di andare a scuola Peppe ripassava da qui e gli preparavo un altro caffè. Quella mattina non sarebbe tornato perché andava di fretta. Proprio in quei minuti arrivò anche il killer che non lo conosceva di persona. Indossava un giubbotto di pelle e aveva i capelli lunghi. La sua età poteva essere quella di una persona sulla trentina. Avanzò a passi veloci. Chiese a una vecchietta dove fosse il prete. E lei gli indicò la sagrestia. Pochi momenti prima era uscito il fotografo. Incrociò il killer, che entrò mentre Peppe stava ancora preparandosi. Mio figlio era girato di spalle. “Chi è don Peppe?”, chiese ad alta voce l’uomo appena entrato in sagrestia. E lui, sentendosi chiamato, si girò: “Sono io don Peppe”. Ebbe solo il tempo di dire queste parole e di guardare in faccia il suo assassino. Il killer tirò fuori dalla cintola una pistola, ed esplose quattro o cinque colpi. Due dei quali lo colpirono al volto, mentre gli altri, esplosi alla distanza di qualche metro, lo colpirono al capo, al collo e alla mano destra provocandogli una morte istantanea. Cadde all’indietro. Il sangue cominciò a scorrere sul pavimento. Il killer fuggì. In chiesa furono attimi di terrore. Accorsero le poche donne che erano lì, le suore, il sagrestano e Augusto il fotografo.

Le urla attirarono altre persone che in quel momento passavano fuori la chiesa. Qualcuno tentò di rianimarlo. Ma non c’era più nulla da fare. Era morto. Passarono pochi minuti e venne di corsa il sagrestano ad avvisarmi. Suonò il citofono in maniera concitata. Mi spaventai. Il cuore cominciò a battermi. Aprii il portone da sopra, con il pulsante elettrico. Mi affacciai alla balconata e vidi il suo volto pieno di disperazione. Ebbi paura: “Iolanda, Iolà – gridò – hanno levato ’a don Peppe ’a miézo”. Capii bene che voleva dire che l’avevano ucciso, ma non ci volevo credere. Mi sembrava una cosa così assurda, che risposi con scetticismo: “Ma che stai dicendo?”. “Sì, Iolanda, hanno ucciso a don Peppe”. Mi crollò il mondo addosso. Dovetti sedermi. Mi pareva una cosa talmente impossibile che stentavo a prenderla per vera. Ma quando vidi che fuori casa mia si faceva un vociare di persone che accorrevano dopo aver appreso la notizia, il mio cuore cominciò a sussultare forte. Sembrava che dal petto fosse passato alla gola e mi sentii scoppiare. Chiamai mio marito e mio figlio Emilio: “Gennaro…, Gennà…, Emilio…, correte…, correte, andate a vedere cosa hanno fatto a Pinuccio”. Aveva 36 anni e ancora tanto da vivere».

Gli sguardi dei ragazzi che ascoltavano immobili, in un silenzio assoluto, il racconto di Iolanda Di Tella, si velarono. Lei abbassò la testa. Si guardò l’immaginetta che portava appesa al collo con la foto del suo Pinuccio. La baciò, la strinse tra le mani e continuò con i ricordi delle prime ore dopo la morte. Quelle delle discussioni sul perché e sul percome era stato ucciso e su chi avrebbe avuto interesse a farlo. «In casa mia erano venuti un po’ tutti a portarmi le condoglianze. Anche quelli della famiglia Schiavone, con la quale c’è una parentela alla larga. I primi giorni girava la voce che era stato proprio il gruppo Schiavone a fare assassinare mio figlio. È stata dura in quei momenti. Pregai mio figlio morto di farmi rimanere calma. Feci ricorso a tutte le mie residue forze, altrimenti in quelle ore avrei cacciato quelli che mi erano stati indicati come i mandanti. Mi rivolsi ancora al mio Peppino che stava in una cassa da morto: “Fammi restare serena, non farmi prendere dall’odio”. Non so come, ma ebbi la forza per riuscirci. Questa ostilità nei confronti di quelli che io consideravo comunque colpevoli l’ho espressa apertamente. Tanto che per molto tempo la moglie di Francesco Schiavone, Giuseppina Nappa, cercò di parlarmi. Lei è coetanea di don Peppe. Si conoscevano. Erano andati a scuola insieme. Alcuni giorni dopo il delitto aveva cercato di contattarmi attraverso don Carlo Aversano, ma io avevo sempre declinato l’invito. Lei voleva chiarire che la famiglia del marito non c’entrava niente con la morte di mio figlio. Non gliene diedi l’occasione. Però, siccome abbiamo parenti in comune, avremmo potuto incontrarci casualmente da qualche parte. Ma ogni volta che c’era questo rischio, se io ero da un parente o c’era già lei, gli altri uscivano di casa e avvertivano: c’è la mamma di don Peppino, non ti vuole incontrare, non entrare. Qualche anno dopo, io mi trovavo a casa di una mia zia e arrivò anche lei, Giuseppina Nappa. Fu un incontro occasionale. Io non la conoscevo. C’era mio figlio Emilio che stava con me. Lei entrò e disse a Emilio che voleva parlarmi. Così si presentò e volle spiegarmi la sua versione dei fatti: “Voi avete pianto don Peppe perché è vostro figlio, ma il dolore nostro è stato altrettanto forte. Con don Peppe ci conoscevamo da piccoli, eravamo andati a scuola insieme e spesso ci incontravamo. Aveva battezzato un mio bambino. Mio marito, per come la pensa, non avrebbe mai ucciso un sacerdote, perché se avesse avuto qualcosa da dire, avrebbe anche avuto il coraggio di parlare con don Peppe e don Peppe faceva lo stesso. Dovete sapere che a casa ho l’immagine di don Diana con i fiori davanti”. Le risposi che a me non interessava quale fazione avesse ucciso mio figlio. Quelli che scelgono certe strade, per me sono tutti uguali. Poi mi hanno detto che il 19 marzo del 2004, quando c’è stato il corteo per il decennale della morte di don Peppe, era presente anche lei».

«Ora senza mio figlio la mia vita non è più la stessa – disse Iolanda – Avevo avuto sempre paura che gli potesse accadere qualcosa. Quando andavo a messa ed era lui a spiegare il vangelo, parlava spesso contro la camorra. Io mi sedevo sempre nelle ultime file dei banchi, quasi per non farmi vedere. Ma dopo la funzione andavo in sagrestia e con la scusa di prendergli i paramenti sacri per lavarli, lo prendevo da parte e gli dicevo: “Peppì, ma perché parli sempre di queste cose. Qui l’ambiente è difficile…”. “Mammà – mi rispondeva – ma è la Chiesa che mi dice di parlare così. La Chiesa di Roma”. Allora io, non convinta, quando andavo a casa accendevo il televisore e lo sintonizzavo dove facevano la messa. Volevo ascoltare con le mie orecchie se era vero che anche a Roma parlavano in quel modo o era lui che insisteva. Avevo paura per la sua incolumità. Poi a volte sentivo che anche in televisione parlavano come lui e mi calmavo. Pensavo che qui ai preti, in fondo, non li hanno mai toccati. Queste cose, fino a qualche anno prima, accadevano solo in America Latina. Solo che pochi mesi prima accadde una cosa che mi turbò molto, come turbò anche mio figlio. Il 15 settembre del 1993 venne ucciso a Palermo, nel quartiere di Brancaccio, don Pino Puglisi, nel giorno del suo compleanno. Me la ricordo bene quella sera in cui diedero la notizia in televisione. Stavamo in casa, in cucina, e c’era anche lui. Quando sentii che avevano ucciso un prete in Sicilia, mi sentii mancare. Era proprio accanto a me che preparavo la cena. Gli dissi: “Peppì, hai sentito? Ora se la prendono anche con i preti”. “Mammà – mi fece – ma perché ti preoccupi? Se ci ammazzano, in qualche modo dobbiamo esserne contenti, perché noi abbiamo fatto la scelta di servire il Signore. E, se è necessario, dobbiamo donare anche la vita per testimoniarlo”. Non risposi, ma ci restai male, perché vidi che lui parlava della morte come di una cosa che poteva accadere. Come mamma me ne preoccupavo. Avevo paura. Sapevo bene che aveva fatto la scelta di opporsi apertamente alla camorra. “Se hanno ucciso Gesù Cristo – mi ribadì – vuol dire che potranno ammazzare anche noi che seguiamo i suoi insegnamenti”. E io insistevo, per cercare di proteggerlo: “Ma tu porti anche questa barba che sembri un pregiudicato. Cammini a ogni ora del giorno e della notte. E se ti prendono per un malvivente?”. “Mamma, ma di che ti preoccupi – mi diceva – se mi fermano, io gli caccio il rosario, gli dico che sono un sacerdote, e se vogliono togliermi l’auto o i soldi, glieli do volentieri. Ma sono sicuro che vicino a me non ci vengono”. Lo diceva per tranquillizzarmi. Invece non è stato così».

A quel punto Iolanda abbassò la testa e mise le mani davanti agli occhi. Voleva nascondere le lacrime. Ma ancora una volta non ci riuscì (…)”

 

 

 

 

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Per amore del mio popolo Episodio 1

Don Giuseppe, per tutti don Peppe, è sacerdote a Casal di Principe, dove due famiglie di camorra si affrontano senza esclusione di colpi per il controllo del territorio.

 

Per amore del mio popolo Episodio 2

Il documento letto nelle Parrocchie di Casal di Principe suscita un grande clamore e lo stesso Vescovo appoggia, con la dovuta discrezione, l’iniziativa di Don Peppe Diana. I due clan camorristi, dopo essersi combattuti, cercano di stabilire una tregua per spartire appalti e affari, primo fra tutti quello dei rifiuti. Ma non rinunciano a dare una lezione a Don Diana.

 

 

 

 

 

 

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