20 Agosto 1977 Corleone (PA). Uccisi Giuseppe Russo, Tenente colonnello dei Carabinieri e Filippo Costa, insegnante, mentre passeggiavano nella frazione di Ficuzza.

Giuseppe Russo     –     Filippo Costa    (Per la foto di Filippo Costa si ringrazia Giovanni Perna di Dedicato Alle Vittime Delle Mafie )

La sera del 20 agosto 1977, il tenente colonnello dei Carabinieri, Giuseppe Russo, 47 anni stava passeggiando per Ficuzza, piccola frazione di Corleone, insieme all’insegnante e suo intimo amico Filippo Costa, che di anni ne aveva 57, quando da una Fiat 128 scesero tre o quattro uomini che, a viso scoperto, spararono ed uccisero i due amici.
Il tenente colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, che al momento del fatto era in congedo da alcuni mesi, venne ucciso perché “scomodo”, in quanto essendo stato comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Palermo, conosceva approfonditamente la mafia ed i suoi capi e perché le sue inchieste avevano portato nelle patrie galere molti boss e loro gregari.
Del duplice ed efferato omicidio, fino al 1994, furono incolpati tre poveri pastori siciliani, i quali sono rimasti in carcere, ingiustamente, per ben 16 anni. Successivamente, le dichiarazioni di alcuni pentiti, tra cui e soprattutto quella di Gaspare Mutolo, svelarono la verità “vera”. Il 29 ottobre 1997, cioè vent’anni dopo, la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo ha condannato definitivamente all’ergastolo Leoluca Bagarella, Totò Riina e Bernardo Provenzano.

 

 

 

Fonte Wikipedia

Giuseppe Russo (Cosenza, 6 gennaio 1928 – Ficuzza, 20 agosto 1977) è stato un carabiniere italiano.

Tenente colonnello dei carabinieri, era tra gli uomini di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed era il comandante del Nucleo Investigativo di Palermo quando fu assassinato dalla mafia mentre si occupava del caso Mattei.

Quando fu ucciso era a Ficuzza, frazione di Corleone, dove stava trascorrendo le vacanze, e stava passeggiando con l’insegnante Filippo Costa, 57 anni, pure lui ucciso insieme a Russo per non lasciare testimoni dell’omicidio.

Per il suo assassinio erano stati inizialmente condannati come mandante Rosario Cascio e come esecutori i pastori Rosario Mulè, Salvatore Bonello e Casimiro Russo, ma nel 1997 sono stati assolti. In verità, si seppe in seguito, i mandanti del delitto furono Totò Riina e Bernardo Provenzano, mentre il commando che assassinò il colonnello Russo era formato da Leoluca Bagarella, Pino Greco, Giovanni Brusca e Vincenzo Puccio.

 

 

 

 

La Stampa del 21 agosto 1977

 

 

Fonte: archiviolastampa.it
Articolo del 22 agosto 1977
Aveva colpito la mafia il colonnello ucciso
di Vincenzo Tessadori
I tre killer hanno agito a viso scoperto fra decine di passanti – Sotto i colpi muore anche l’amico dell’ufficiale – La seconda vittima, maestro, aveva già ricevuto un avvertimento – Un’ipotesi : l’obbiettivo del commando non era il colonnello Russo.

Palermo, 21 agosto. È stato assassinato un colonnello dei carabinieri e forse non si saprà mai il perché. Delitto di mafia si dice qui a Palermo, e significa tutto e niente. Prima dei responsabili occorre trovare un movente. Ma sembra impossibile, perché di moventi non paiono esservene o ce ne sono troppi. Di certo si sa che è stata una esecuzione feroce e fredda, condotta da killers spietati, esperti, che hanno agito con calma. L’ufficiale aveva a fianco un vicino di casa, non lo hanno risparmiato.

Uccisi sono il colonnello Giuseppe Russo, 49 anni; viveva a Palermo con la moglie Mercedes, una bella signora bionda, e la figlia Odette, di 9 anni. Con lui hanno abbattuto Filippo Casta, £0 anni, insegnante non di ruolo alle scuole elementari di Misilmeri, anch’egli sposato e padre di tre maschietti. L’agguato è avvenuto al Bosco della Ficuzza, una splendida località a una quindicina di chilometri da Corleone, ieri alle 22,20.

È il cuore pulsante della mafia: a Corleone è nato Luciano Leggio, detto «Liggio». Di Corleone era il medico mafioso Michele Navarra che proprio Liggio spazzò brutalmente dalla sua strada. C’era tregua ieri sera in questo tormentato angolo di Sicilia. Come sempre, Russo è uscito da casa per prendere il fresco. Parlava con Costa, stava per andare al caffè e in mano stringeva una sigaretta. Sono arrivati in macchina, una «128». L’auto compie quattro giri intorno alla radura circondata da alberi secolari. Sembra una delle tante macchine di turisti.

Quando si ferma, nessuno gli presta attenzione. Neanche il colonnello che pure ripeteva di stare sempre in guardia. Gli piombano alle spalle, un colpo alla nuca un altro al torace; gli sparano in tre, sembra, e sotto l’uragano di piombo cade anche Costa.

Gli assassini risalgono sull’auto. Li vede un testimone sulla cui identità si mantiene geloso silenzio: si teme per lui. Indisturbati i tre killers e l’autista si allontanano verso Palermo. L’auto, rubata, è trovata sul ciglio della strada alcuni chilometri dopo, ormai divorata dalle fiamme.

L’ufficiale dal 1969 al 1976 aveva comandato il nucleo investigativo di Palermo: abile, capace, brillante, aveva fatto decine di inchieste e alcune lo avevano portato a contatto, con gli esponenti più illustri della nuova mafia. Quando a Palermo la Legione era comandata dal colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’allora maggiore Russo aveva condotto le indagini sull’omicidio del procuratore generale Pietro Scaglione, un altro delitto di mafia, un altro mistero insoluto. L’inchiesta più tardi venne diretta da Francesco Coco, procuratore generale di Genova.

Nell’estate del 1971 l’ufficiale scrisse un voluminoso rapporto che inviò alla procura della Repubblica: una specie di radiografia della Palermo violenta degli ultimi 5 anni, contenente nomi di mafiosi riconosciuti o presunti, sospettati dei maggiori misfatti. Da quel documento si sviluppò una istruttoria che si concluse con il rinvio a giudizio di 114 persone. Erano secondo l’accusa, gli esponenti della «nuova mafia». Molti al processo vennero assolti con la comoda formula del dubbio.

Russo si era poi trovato ad affrontare altri insolubili enigmi: la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro; gli sporchi traffici della «cosca» che faceva capo a Luciano Liggio con i legami fra i mafiosi trapiantati al Nord, nel ricco triangolo industriale, e i sequestri di Luigi Rossi di Montelera a Torino e Luciano Cassina a Palermo.

E c’è l’altra vittima di questa truce storia: l’insegnante Filippo Costa. Per dare una ragione dell’agguato si fruga anche nei risvolti del suo passato. E alcune cose lasciano perplessi gli inquirenti. Nel pomeriggio il maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, che ha sostituito Russo al comando del nucleo investigativo, diceva: «Costa non era un pregiudicato, ma certo era un “controindicato” e la sua presenza in questa vicenda può indurci a chiederci se l’azione sia stata rivolta contro di lui e non contro il colonnello Russo. Ma purtroppo fino a prova contraria dobbiamo credere che l’azione sia stata fatta contro Russo». E un altro ufficiale in mattinata aveva commentato: «Il colonnello Russo aveva diecimila nemici».

Alludeva agli arrestati, a coloro che sono stati proposti per l’invio a domicilio coatto, alle centinaia di indagini che avevano fatto saltare sporchi traffici.

Ma accanto all’ufficiale torna ad affacciarsi ambigua e sconcertante la figura dell’insegnante. Aveva avuto legami con esponenti dell’«onorata società». Si risale indietro negli anni, soprattutto la polizia segue questa pista improbabile forse ma non impossibile. Diciassette anni or sono un suo amico, Salvatore Patinella, pregiudicato, venne abbattuto a colpi di lupara; l’anno successivo al maestrino fu dato un avvertimento esplicito: il 30 maggio gli bruciarono la «600». Inoltre nel 1964, dicono ancora gli inquirenti, «venne coinvolto nelle indagini per il favoreggiamento del mafioso Giusto Bonanno di Misilmeri».

È una inchiesta frenetica. È coordinata dal generale Carlo Casarico. C’è stato un vertice a palazzo di giustizia: vi hanno partecipato il procuratore aggiunto dottor Gaetano Martorana, l’avvocato generale Ugo Viola e ufficiali dei carabinieri.

 

 

 

Fonte: archiviolastampa.it
Articolo del 22 agosto 1977
Intendeva ritirarsi perché “era stanco” il colonnello ucciso nel tragico agguato
di Antonio Ravidà

Palermo, 21 agosto. Non è facile dire in breve chi era «in effetti» Giuseppe Russo, Nini per gli intimi, il colonnello dei carabinieri assassinato nel feroce agguato nel bosco della Ficuzza a Corleone. Il suo passato scorre praticamente su un unico filo: una vita dedicata a combattere la mafia giorno e notte, senza orari né lesina di fatica, e a contrastare la delinquenza di piccolo cabotaggio. Diceva: «Partono come banditelli di mezza tacca, ma poi diventano boss. Quindi, è meglio fregarli subito».

Era un ufficiale tutto d’un pezzo. Veniva dall’artiglieria e non aveva frequentato l’Accademia, perciò, se non le ignorava, aborriva le civetterie del protocollo e non aveva alcuna inclinazione ai rapporti politici o diplomatici. Questo farebbe escludere che il suo presente fosse stato aperto da una svolta, magari un incarico “speciale” nei servizi segreti. Russo era un tipico investigatore, sapeva tutti i “trucchi” del mestiere, le astuzie, i trabocchetti da tendere alle sue “vittime” che poi erano quelli che le vittime adoperano.

Come tutti della «investigativa» indossava rare volte la divisa e, solo per obbligo, nelle cerimonie o quando testimoniava come “verbalizzante” nei processi, molto spesso in quelli ai mafiosi.

I chirurghi di solito cercano di distinguersi dagli altri medici per i modi un po’ sbrigativi, essenziali di chi, insomma, è abituato a tagliare corto e ad avere in pochi istanti la vita altrui nelle proprie mani. E Russo parlava sciolto, puntava al sodo. Forse voleva andarsene dall’Arma anche per questo. Della vita militare accettava solo i risvolti pratici dell’efficienza e della disciplina. Prima che con i dipendenti, era severo con se stesso. «Testardo come un calabrese» lo definivano. Ed era di Cosenza.

Negli ultimi tempi era deluso. Si era messo in aspettativa otto mesi fa per motivi di salute. «Malanni contratti in servizio, tipici di chi sta sulla breccia notte e giorno», ha detto oggi il suo successore, il maggiore Antonio Subranni, dopo di lui comandante del nucleo investigativo dell’Arma a Palermo.

Ma agli amici aveva confidato altre cose. «Sono stanco, sono stufo, voglio cambiare vita», mi aveva detto pochi giorni fa per strada. E non rimpiangeva la «trincea», il gusto del rischio? «No, proprio no. Mi sono restituito alla famiglia». Aveva rivelato come una confessione, più che come una ammissione, che la moglie e la figlia quando era «tornato» a casa senza più il diaframma della caserma e dei «posti del delitto», erano finalmente felici. La figlia Odette di nove anni, l’unica figlia, quando si era «messo in malattia», gli aveva sussurrato: «Papà mi sento sicura. Ogni volta quando uscivi la notte, avevo una grande paura».

Russo spiegava di voler diventare uno come gli altri. Un cittadino comune. Impresa non facile — s’è visto ieri sera nella radura del bosco di Ficuzza — ad un uomo per venti anni in prima linea nella guerra alla mafia, a chi aveva firmato migliaia di denunce contro i boss più famosi e temuti, parecchi dei quali ora al camposanto o al soggiorno obbligato.

Nel nostro ultimo incontro, mi aveva detto di essere in contatto con un gruppo industriale. «Basta di fare l’ufficiale, farò il funzionario». Ma di che cosa, in quale settore non l’aveva spiegato. Oggi si parla, a Palermo, di una fabbrica di tubi di plastica per cui si sarebbe trasferito a porto Empedocle. È un particolare da tener presente nella prospettiva del metanodotto Algeria-Sicilia resto d’Italia.

Quel metanodotto per il quale, assicurano in molti a Palermo, fu «giocato» il potente ex senatore dc Graziano Verzotto che è latitante da quasi tre anni. I tubi di cui forse si sarebbe occupato il colonnello «riguardavano» il metanodotto?

Alto, magro, baffetti, gran fumatore e tiratore scelto. Sempre scortato quand’era comandante. E l’hanno abbattuto con una sigaretta in mano, occasionalmente disarmato, dacché non aveva più la scorta.

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 22 agosto 1977
Il colonnello assassinato dai killer a protagonista di scottanti inchieste sulla mafia
di Sergio Sergi
Tante piste dopo l’«esecuzione» dell’ufficiale dei  CC e del maestro elementare.
Aveva indagato sull’omicidio Scaglione, sulla scomparsa di De Mauro e sulle vendette dopo il sequestro Mandalà – Era destinato ai servizi di sicurezza?  – La figura dell’altra vittima e i rapporti con Bonanno.

PALERMO —  Una, dieci, cento piste, ognuna vale l’altra. Comunque, un delitto davvero inquietante che si aggiunge alla lunga catena di misteri e vicende tra le più scottanti degli ultimi anni a Palermo. La spietata esecuzione del colonnello Giuseppe Russo, 47 anni, sposato e padre di una bambina di 9 anni, ex partigiano, ex comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri, ricorda subito i più clamorosi fatti di sangue e di mafia, alcuni scottanti e ancora insoluti: dall’uccisione del procuratore Pietro Scaglione, alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, all’affare Verzotto, al sequestro del potentissimo esattore di Salemi Luigi Corteo, alla misteriosa sequela di omicidi e di vendette che si va allungando nel Trapanese, all’assassinio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina.

I fatti, cioè, nei quali il colonnello Giuseppe Russo si era per lungo tempo assiduamente impegnato e con una tale partecipazione da guadagnarsi la fama di ufficiale di «prima linea». L’agguato che un commando, composto, pare, da quattro persone, gli ha teso nella tarda serata di sabato nella piazzetta del villaggio al limitare del «Bosco della Ficuzza» (zona di villeggiatura di tanti palermitani, già residenza estiva dei Borboni, nel cuore di un territorio tradizionalmente dominio di agguerrite cosche mafiose), ha messo fine anche ad un certo alone di intoccabilità che circondava  l’investigatore Russo, nonostante i suoi delicatissimi incarichi, era spesso esposto ai rischi e alle vendette.

L’esecuzione, messa in atto con la vecchia ma quanto mai consolidata tecnica mafiosa, lo ha sorpreso in vacanza: il colonnello era in compagnia di un vecchio amico, Filippo Costa, 49 anni, sposato e padre di tre figli, insegnante elementare a Palermo, originario di Misilmeri, altro centro di operazione delle bande mafiose.

I due uomini avevano da poco finito di cenare nelle ville che occupavano da almeno dieci anni nel periodo estivo, in pieno bosco, in una località molto nota dell’entroterra palermitano, sulla strada che porta verso Agrigento. Per arrivarvi bisogna compiere una deviazione sulla statale 118 e   poi bisogna percorrere alcuni chilometri.

Il colonnello Russo è stato il primo a cadere: uno dei killer, sceso da una «Fiat 128» di color verde (poi ritrovata bruciata poco più in là), gli si è avvicinato e gli ha esploso un colpo di pistola alla nuca. L’ufficiale    non ha avuto il tempo di capire, né la possibilità di usare la pistola d’ordinanza che proprio sabato aveva lasciato a casa e dalla quale raramente si separava.  Poi si è scatenato il finimondo: a sparare con pistole e lupara sono stati tutti i componenti del commando. I proiettili hanno raggiunto anche Filippo Costa che è caduto a pochi centimetri dal colonnello, anch’egli ormai privo di vita.

La violentissima sparatoria è stata breve: il silenzio del bosco è stato interrotto appena poco dopo dalle grida della moglie di Russo e degli altri familiari accorsi (le case distano poche decine di metri). I banditi, prima di lasciare il teatro della loro impresa, hanno sparato in aria per spaventare la folla che intanto si era radunata nella piazza.

La moglie di Russo, la signora Mercedes, è stata tra i primi ad accorrere, ha vegliato a terra, in estrema compostezza, il cadavere del marito. Si è sfogata solo qualche momento dopo, ha gridato al capo della Mobile che la confortava: «Li dovete stanare, trovateli a tutti i costi!».  In effetti non è semplice imboccare   la strada giusta. L’ex comandante del Nucleo investigativo era stato al centro della mischia da quando praticamente mise piede nell’Arma dei carabinieri proveniente dai ruoli dell’Esercito. Le indagini, dal delitto più insignificante sino a quelli dai risvolti oscuri e impenetrabili – come sono stati i casi di Scaglione e De Mauro – le conduceva in prima persona.

Aveva smesso circa otto mesi fa di occuparsi direttamente delle vicende di cronaca nera: era in aspettativa, per un «periodo di riposo», come tengono a precisare alla caserma «Carini» dove ha sede il Comando del gruppo carabinieri e dove si trovavano gli uffici del colonnello.

Il colonnello aveva alzato bandiera bianca? Su questo interrogativo si innestano le prime supposizioni. Il    comandante del Nucleo investigativo, il maggiore Subranni, l’ufficiale che ha sostituito Russo e che custodisce adesso i «segreti» che il colonnello gli ha comunicato all’atto del passaggio delle consegne, è categorico: «Capita a tutti, specie in questo lavoro, di fare ad un certo punto un consuntivo.  Russo, evidentemente, era stanco, voleva dedicarsi alla famiglia».

Una giustificazione che, seppur valida, non ha sciolto alcuni dubbi. Come quello, ad esempio, che il colonnello assassinato avesse deciso di allontanarsi dai fatti di ogni giorno per ricoprire un incarico di estrema importanza, magari nei Servizi di sicurezza. Questo particolare è stato smentito dal comandante   Subranni: «Se Russo avesse ricevuto un incarico di questo tipo, ne sarei stato certo a conoscenza. È possibile in astratto, ma è molto improbabile».

Sulla personalità del professor Filippo Costa, c’è anche qualcosa da dire: l’uomo aveva un precedente: i carabinieri tengono a precisare che non si trattava di un pregiudicato, ma, come si dice in gergo, era un «controindicato», come ha affermato il maggiore Subranni con espressione indubbiamente singolare.

Filippo Costa, originario di Misilmeri, era stato incriminato nel ’64 per tentata procurata evasione dal carcere dell’Ucciardone del boss mafioso Giusto Bonanno. Era stato poi prosciolto. Come mai – ci si chiede – un ufficiale dei carabinieri s’accompagnava a una persona «schedata», pure anche per un fatto di poca importanza e ormai lontano nel tempo? I carabinieri dicono che è «normale» per un investigatore avere contatti con «controindicati».

Il rapporto con l’amico insegnante ha confermato comunque quanto si diceva in giro, tra i cronisti. Il colonnello Russo non disdegnava, nel suo lavoro, di servirsi di notizie e informazioni che gli potevano arrivare dal mondo della mala. Lo avrà fatto certamente anche per il caso Scaglione, per il caso De Mauro, per i numerosi delitti che sono seguiti, almeno undici finora, al sequestro del possidente Luigi Corleo, e a quello del medico Giuseppe Campisi, gli ultimi episodi che Russo seguì prima di lasciare il servizio attivo.

Una pista potrebbe essere questa, come potrebbe essere quella che il colonnello abbandonò nei giorni in cui si mise in aspettativa: la vicenda dei coniugi Quartuccio di Monreale, il sequestro di Graziella Mandalà e la catena di omicidi per vendetta che ne seguirono; infine l’incriminazione del marito della donna come mandante dell’assassinio dei sequestratori della moglie.

II colonnello fu nelle condizioni di tessere, filo dopo filo, l’intricatissima matassa della «nuova mafia», contribuendo a far celebrare il famoso processo contro i «114» dove i nomi di spicco erano La Barbera, Torretta e Mancino, come dire il fior fiore della mafia.

Che le difficoltà dunque siano grosse per chiarire quest’ultimo mistero palermitano, è indubbio. Lo confermano i primi risultati dell’indagine, qualche fermo avvenuto a Castelvetrano e Trapani ed anche in alcune città del continente (Torino). Ma i carabinieri piuttosto che di fermi parlano di «inviti in caserma».

 

 

 

 

Articolo del 19 Agosto 2010 da 19luglio1992.com
33 anni fa l’omicidio di Russo e Costa
di Serena Verrecchia

La mafia non va in vacanza, nemmeno la settimana di Ferragosto. Quando ci sono conti da regolare, tutto il resto passa in secondo piano. E di conti aperti con Cosa nostra, il tenente colonnello Giuseppe Russo ne aveva più di uno, in quel lontano 1977. Comandante del Nucleo Investigativo di Palermo e uomo di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’ufficiale calabrese era l’unico, insieme al giudice Cesare Terranova e al commissario Boris Giuliano, ad aver intuito la pericolosità dei Corleonesi di Totò Riina nell’organigramma criminale degli anni Settanta.

“Un nemico irriducibile dei mafiosi”, lo definivano i colleghi, che voleva mettere i bastoni tra le ruote a Cosa nostra nella sua brutale caccia ai subappalti, che gravitavano attorno alla costruzione della diga Garcia. L’affare del secolo per le cosche; ma non fu solamente quello a costargli la vita. Il fatto che fosse un mastino alle calcagna di Riina e Provenzano decretò la sua condanna a morte. Aveva persino finto dissidi con gli altri comandi del capoluogo, nella speranza di un aggancio con don Tano Badalamenti per una “soffiata” sui nascondigli dei due boss. Catturare i due Corleonesi era ciò che gli stava più a cuore e non lo si può certo biasimare se si pensa che, se fosse riuscito ad acciuffarli a quei tempi, l’Italia oggi avrebbe meno morti da piangere.

Il commando di morte, però, fu mobilitato ancora prima che i sogni di Giuseppe Russo potessero ben delinearsi. La sera del 20 agosto di trentatré anni fa, l’uomo di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa perse la vita davanti ad un bar di Ficuzza, frazione di Corleone, territorio dei boss. Il colonnello non fu l’unica vittima dell’agguato. Filippo Costa, un insegnante che non aveva niente a che fare col mondo della mafia, morì insieme all’ufficiale, colpevole solo di aver voluto fare quattro passi con un amico.

Ecco come ricordò quella tragica sera del 1977 il giornalista Mario Francese, sul “Giornale di Sicilia”, all’indomani dell’omicidio:

“Al bar entrò soltanto Russo per fare una telefonata, Costa attese fuori. Un minuto dopo i due amici riprendevano la loro passeggiata… Nello stesso momento vi fu chi si accorse di una ’128’ verde che procedeva lentamente per il viale principale, evidentemente controllando i movimenti di Russo e Costa… L’auto continuò la sua marcia fino alla parte alta della piazza, effettuò una conversione ad ’U’ e si fermò proprio davanti all’abitazione del colonnello Russo. I due amici erano vicini alla macchina degli assassini. Non se ne resero conto. Non potevano. Si fermarono, Russo tirò fuori dal taschino della camiciola una sigaretta e dalla tasca dei pantaloni una scatola di ’Minerva’. Russo non ebbe il tempo di accendere la sua ultima sigaretta.

Erano le 22,15. Dalla 128 scesero tre o quattro individui, tutti a viso scoperto. Lentamente, per non destare sospetti, camminavano verso i due.

Appena furono vicini aprirono il fuoco con le calibro 38. Sparavano tutti contro Russo, tranne uno, armato di fucile che aveva il compito di uccidere Costa. Erano killer certamente molto tesi. Al punto che uno di loro lanciandosi contro Russo per finirlo, gli cadde addosso. Si rialzò immediatamente e, come in preda ad un raptus, imbracciò il fucile sparando alla testa. Fu il colpo di grazia. Il killer voleva essere certo che l’esecuzione fosse completa e mirò anche alla testa dell’insegnante Filippo Costa. Fu il secondo colpo di grazia.

Si poteva andar via. Ma l’ultimo killer nella fuga perse gli occhiali che saranno ritrovati sotto il corpo senza vita del colonnello Russo.

Ci si convinse subito che si trattava di un duplice delitto di mafia. Un agguato preparato nei dettagli almeno da 26 giorni. La 128, trovata abbandonata a tre chilometri da Ficuzza, è stata rubata infatti a Palermo il 25 luglio, appunto 26 giorni prima. Non sarebbe stato più semplice per la mafia uccidere il colonnello Russo «in via Ausonia sotto casa a Palermo e il professor Costa a Misilmeri, dove abitava?– si chiede ancora il giornalista- No, perché la mafia voleva un’esecuzione spettacolare ed esemplare”

Per l’omicidio del tenente colonnello e del suo amico professore furono inizialmente condannati tre pastori: Salvatore Bonello, Rosario Mulè e Casimiro Russo; quest’ultimo, autoaccusatosi, aveva chiamato in causa gli altri due; ma nel ‘97 vengono assolti e la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo condanna definitivamente all’ergastolo Leoluca Bagarella, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano per l’assassinio di Giuseppe Russo e Filippo Costa.

Un’altra storia da non dimenticare in queste calde giornate estive.

Domani alle ore 10, nella frazione di Ficuzza del Comune di Corleone (Palermo),  verrà deposta una corona d’alloro sulla stele commemorativa dell’uccisione del tenente colonnello Giuseppe Russo e del professor Filippo Costa. Una rappresentanza dell’Arma parteciperà alla cerimonia.

 

 

 

Foto da: La Sicilia

Articolo del 19 Agosto 2011 da La Sicilia
Delitto firmato dai «corleonesi»
Domani ricorre il 34º anniversario dell’assassinio del ten. col. dei carabinieri Giuseppe Russo, che Cosa Nostra eliminò a Ficuzza la sera del 20 agosto 1977, per poter estendere i suoi tentacoli sull’appalto miliardario della diga Garcia.

Sembrava una serata d’estate come tante altre, quella del 20 agosto 1977 a Ficuzza, piccola borgata a due passi da Corleone. E invece fu una serata tragica. Erano circa le 21.30, quando il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo decise di uscire per fare due passi. Aveva appena
finito di cenare con la moglie Mercedes Berretti e la piccola Benedetta, nella casetta al primo piano che dava sulla piazza. Appena fuori, si unì all’amico professor Filippo Costa e, insieme, cominciarono a passeggiare lungo il porticato borbonico, diretti verso il bar. Russo era in maglietta e pantaloncini. “Al bar entrò soltanto Russo per fare una telefonata – scrisse Mario Francese (“Da Garcia a Russo a Garcia”, pubblicato postumo sul “Giornale di Sicilia” del 20 maggio 1979), ricostruendone gli ultimi minuti di vita – Costa attese fuori. Un minuto dopo i due amici riprendevano la loro passeggiata… Nello stesso momento vi fu chi si accorse di una “128” verde che procedeva lentamente per il viale principale, evidentemente controllando i movimenti di Russo e Costa… L’auto continuò la sua marcia fino alla parte alta della piazza, effettuò una conversione  ad “U” e si fermò proprio davanti all’abitazione del colonnello Russo. I due amici erano vicini alla macchina degli assassini. Non se ne resero conto. Non potevano. Si fermarono, Russo tirò fuori dal taschino della camiciola una sigaretta e dalla tasca dei pantaloni una scatola di “Minerva”. Ma non ebbe il tempo di accendere la sua ultima sigaretta.

Erano le 22,15. Dalla 128 scesero tre o quattro individui, tutti a viso scoperto. Lentamente, per non destare sospetti, camminavano verso i due. Appena furono vicini aprirono il fuoco con le calibro 38. Sparavano tutti contro Russo, tranne uno, armato di fucile che aveva il compito di uccidere Costa. Erano killer certamente molto tesi. Al punto che uno di loro lanciandosi contro Russo per finirlo, gli cadde addosso. Si rialzò immediatamente e, come in preda ad un raptus, imbracciò il fucile sparando alla testa. Fu il colpo di grazia. Il killer voleva essere certo che l’esecuzione fosse completa e mirò anche alla testa  ell’insegnante
Filippo Costa. Fu il secondo colpo di grazia. Si poteva andar via. Ma l’ultimo killer nella fuga perse gli occhiali che saranno ritrovati sotto il corpo senza vita del colonnello Russo”. “Numerose persone – concluse Francese – assistettero a queste drammatiche sequenze e, soprattutto, alla fuga perché i killer, a bordo della 128, passarono proprio davanti al bar. Ci si convinse subito che si trattava di un duplice delitto di mafia, anche perché l’agguato era stato preparato nei minimi dettagli…”.

In quell’estate di trentaquattro anni fa, il delitto Russo destò molto scalpore. L’ufficiale dei carabinieri, infatti, era un noto investigatore al centro di tante delicatissime indagini di mafia. Negli ultimi mesi, in particolare, aveva scoperto che l’ala “corleonese” di Cosa Nostra stava stendendo i suoi tentacoli sull’affare “diga Garcia” e sulle centinaia di miliardi che vi giravano attorno. E decisero di chiudere il conto con lo scomodo investigatore. Quella sera a Ficuzza, il gruppo di fuoco, composto da Pino Greco “Scarpuzzedda” e da Vincenzo Puccio, era capeggiato personalmente da Leoluca Bagarella, su mandato del cognato, Totò Riina, e dell’altro boss “corleonese” Bernardo Provenzano. Per il duplice delitto di Ficuzza, in un primo momento furono condannati tre pastori, Salvatore Bonello, Rosario Mulè e Casimiro Russo, che si era autoaccusato e aveva chiamato in causa gli altri due. Ma si trattò di depistaggio, “arte” in cui i “corleonesi” sono stati sempre molto abili. Finalmente, il 29 ottobre 1997, la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo ha condannato definitivamente all’ergastolo Bagarella, Riina e Provenzano.

Domani, sabato 20 agosto 2011, per ricordare il 34° anniversario di quel  duplice delitto, nella piazza di Ficuzza, dedicata al colonnello Russo, si svolgerà una cerimonia, alla quale parteciperanno i vertici dell’Arma, i familiari dell’ufficiale assassinato, il comune di Corleone, la Camera del lavoro, la coop sociale “Lavoro e non solo” con i giovani volontari che lavorano sui terreni confiscati alla mafia, e il sen. Giuseppe Lumia, della Commissione parlamentare antimafia.

 

 

 

Articolo del 20 Agosto 2012 da bagheriaweb.it
Anniversario uccisione Ten.Col. Russo e Prof. Costa: oggi la commemorazione a Ficuzza

Oggi, lunedì 20 agosto 2012 alle ore 10:00, nella frazione di Ficuzza del Comune di Corleone, nei pressi della Real Casina di Caccia del re borbonico Ferdinando IV, avrà luogo la deposizione di una corona d’alloro sulla stele commemorativa dell’uccisione del Ten.Col. Giuseppe Russo e del Prof. Filippo Costa, avvenuto il 20 agosto del 1977. Alla cerimonia parteciperà una rappresentanza dell’Arma.

Trentacinque anni fa in contrada Ficuzza di Corleone venivano uccisi il Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo (dagli amici chiamato “Ninì”) e il suo amico Prof. Filippo Costa, di Misilmeri.

L’Ufficiale da comandante del Nucleo Investigativo di Palermo, tra i primi, individuò gli interessi e le attività del gruppo mafioso che si stava organizzando intorno alle figure di Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, negli anni in cui si sarebbe consolidato il controllo della mafia sui finanziamenti pubblici e i grandi appalti per la ricostruzione del Belice, dopo il devastante terremoto del 1968.

Il Colonnello Russo è stato sicuramente uno dei primi investigatori a comprendere la necessità di spostare l’attività investigativa sui grandi appalti e sull’interesse che avrebbero inevitabilmente suscitato nel sodalizio criminale che stava per assumere il controllo di cosa nostra nelle tre province di Palermo, Trapani e Agrigento, che proprio in questa terra avrebbe avuto il suo centro nevralgico intono alle figure di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, i quali, dopo vent’anni dall’omicidio, nel 1997, sono stati riconosciuti e condannati come i mandanti dell’eccidio di Ficuzza.

Il suo generoso e profondo impegno ha così permesso che si realizzassero, con successo e anche in totale assenza di “collaboratori” esterni, vaste, ripetute, incalzanti operazioni investigative contro ogni forma di criminalità e, in maniera frontale, contro le varie organizzazione mafiose.

La sua figura è scolpita in un ponderoso rapporto del Nucleo Investigativo di Palermo, espressamente indicato nella sentenza-ordinanza del novembre 1985 contro Abbate Giovanni + 706 imputati, redatta dai valorosi giudici Falcone e Borsellino, in cui sono indicati movente, mandanti e esecutori del delitto.

L’omicidio avvenne in modo plateale perché la “mafia voleva una esecuzione spettacolare ed esemplare” come affermato sui quotidiani locali dal giornalista Mario Francese che da quella stessa mafia fu assassinato il 25 gennaio 1979. Un messaggio chiaro: chi prova ad intralciare i piani dei «corleonesi» muore!

 

 

 

Articolo del 30 settembre 2014 da  ilfattoquotidiano.it
Trattativa Stato-mafia: storia di Giuseppe Russo che si ribellò al patto
di Antonio Roccuzzo

La cronaca (e la storia) del dopoguerra in Italia è disseminata di “misteri”, protocolli riservati, patti segreti, strette di mano occulte. Ed è disseminata di  “indicibili intrecci” (copyright di Loris D’Ambrosio) in particolare sul fronte della lotta dello Stato alla mafia.

Noi parliamo ora, e da un paio di anni, della Trattativa Stato-mafia legata alla stagione delle stragi del 1992. Ma ci sono storie ed episodi che raccontano già nei decenni precedenti l’ombra della medesima continuità della pratica di “scambi” indicibili tra apparati e capimafia. In nome della pace sociale e dello status quo, pezzi degli apparati dello Stato hanno da sempre praticato la politica del baratto con i boss. E alcuni protagonisti di quelle pericolose relazioni ritornano in scena nei decenni e forse non sono mai usciti.

Esempio: prendiamo l’omicidio del colonnello Giuseppe Russo, alto ufficiale e investigatore di punta dei carabinieri, ucciso nella piazza di Ficuzza (vicino a Corleone) il 20 agosto 1977. Russo era uno tosto: indagava sul “mistero” della morte di Enrico Mattei e sulla stagione delle stragi mafiose a Palermo e provincia: anche allora, per dirimere i conflitti interni all’organizzazione, i mafiosi corleonesi e i palermitani si piazzavano autobombe (Giuliette Alfa Romeo per l’esattezza) e così risolvevano i loro conflitti.
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Russo era stato collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, negli anni 50 capitano a Corleone. Russo e Dalla Chiesa avevano iniziato a interrompere lo “scambio” indicibile per il quale, a fronte di notizie o di qualche arresto per “fare bella figura”, le forze dell’ordine si accontentavano di avere “pace sociale” sui territori. Niente omicidi, niente indagini: questa la sintesi del patto. Finché durava, non c’erano delitti, si arrestavano ladri e piccoli furfantelli, ma senza molestare traffici e indagare sulle relazioni tra politica, imprese e mafia.

Per decenni, la scena era stata questa: i vescovi che negano l’esistenza della mafia, i procuratori della Repubblica e i giudici di Corte d’Assise che alla fine assolvevano i mafiosi per insufficienza di prove (che nessuno cercava). Gli unici che facevano casino erano i capipopolo che occupavano la terra e si battevano per i diritti dei contadini e per questo molti di loro erano gli unici ad essere uccisi (vedi la strage di Portella e poi i delitti dei sindacalisti Corrado Carnevale e Placido Rizzotto). Questa è stata la storia dei 25 anni che in Sicilia seguirono alla seconda guerra mondiale.

Se un carabiniere si metteva in testa di “rompere” quel tacito patto di non belligeranza, rischiava. Russo lo fece, non si accontentò solo di fare qualche arresto: indagava sul caso Mattei, ma si era messo in testa  anche di scoprire gli affari economici dei corleonesi e voleva capire le nuove relazioni e il nuovo patto tra i corleonesi e la nuova classe politica e le imprese.

Quello del colonnello Russo fu forse il primo delitto di alta mafia. E tuttavia, grazie alle lacunose e frettolosissime indagini dei suoi colleghi, per quel delitto furono imputati e condannati un gruppo di pastori e qualche balordo ai confini dei sistema mafioso. Le motivazioni del delitto? Risibili, piccole storie locali.

Vent’anni dopo quel delitto, nel 1997, gli imputati saranno prosciolti e l’intera cupola di Cosa nostra (Riina, Provenzano, Bagarella e così via), saranno indagati e processati.  E saranno accertati i depistaggi degli apparati di intelligence per coprire le ragioni di quel delitto. Perché il colonnello Russo aveva infranto la “prassi” antica e consolidata della trattativa o dei patti scellerati tra Stato e mafia.

 

 

 

 

 

Il paginone de “La Sicilia” del 19 agosto 1997 dedicato a Russo
Fonte:  cittanuove-corleone.net

Fonte:  cittanuove-corleone.net
Articolo del 19 agosto 2019
Il colonnello Giuseppe Russo, un ufficiale scomodo.
Domani il 42° anniversario

di Dino Paternostro
Il colonnello dei carabinieri era un noto investigatore al centro di delicate indagini di mafia. Venne ucciso a Ficuzza il 20 agosto del 1977 con l’amico Filippo Costa. Domani l’Arma lo ricorderà ancora una volta nella piazza della borgata. Dietro l’esecuzione c’era l’affare della Diga Garcia. Tra il 1976 e il 1977 un’agghiacciante serie di delitti a Corleone.

Sembrava una serata d’estate come tante altre, quella del 20 agosto 1977 a Ficuzza, piccola borgata a due passi da Corleone. E invece fu una serata tragica. Erano circa le 21.30, quando il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo decise di uscire per fare due passi. Aveva appena finito di cenare con la moglie Mercedes Berretti e la piccola Benedetta, nella piccola casetta al primo piano che dava sulla piazza.
Appena fuori, si unì all’amico professor Filippo Costa e, insieme, cominciarono a passeggiare lungo il porticato borbonico, diretti verso il bar. Russo era in maglietta e pantaloncini. «Al bar entrò soltanto Russo per fare una telefonata – scrisse Mario Francese sul “Giornale di Sicilia” del 21 agosto 1997, ricostruendone gli ultimi minuti di vita -. Costa attese fuori. Un minuto dopo i due amici riprendevano la loro passeggiata… Nello stesso momento vi fu chi si accorse di una ’128’ verde che procedeva lentamente per il viale principale, evidentemente controllando i movimenti di Russo e Costa… L’auto continuò la sua marcia fino alla parte alta della piazza, effettuò una conversione ad ’U’ e si fermò proprio davanti all’abitazione del colonnello Russo. I due amici erano vicini alla macchina degli assassini. Non se ne resero conto. Non potevano. Si fermarono, Russo tirò fuori dal taschino della camiciola una sigaretta e dalla tasca dei pantaloni una scatola di ’Minerva’. Russo non ebbe il tempo di accendere la sua ultima sigaretta.

Erano le 22,15. Dalla 128 scesero tre o quattro individui, tutti a viso scoperto. Lentamente, per non destare sospetti, camminavano verso i due. Appena furono vicini aprirono il fuoco con le calibro 38. Sparavano tutti contro Russo, tranne uno, armato di fucile che aveva il compito di uccidere Costa. Erano killer certamente molto tesi. Al punto che uno di loro lanciandosi contro Russo per finirlo, gli cadde addosso. Si rialzò immediatamente e, come in preda ad un raptus, imbracciò il fucile sparando alla testa. Fu il colpo di grazia. Il killer voleva essere certo che l’esecuzione fosse completa e mirò anche alla testa dell’insegnante Filippo Costa. Fu il secondo colpo di grazia. Si poteva andar via. Ma l’ultimo killer nella fuga perse gli occhiali che saranno ritrovati sotto il corpo senza vita del colonnello Russo. Ci si convinse subito che si trattava di un duplice delitto di mafia. Un agguato preparato nei dettagli almeno da 26 giorni. La 128, trovata abbandonata a tre chilometri da Ficuzza, è stata rubata infatti a Palermo il 25 luglio, appunto 26 giorni prima».

In quell’estate di trent’anni fa, il delitto Russo destò molto scalpore. L’ufficiale dei carabinieri, infatti, era un noto investigatore al centro di tante delicatissime indagini di mafia. In quel periodo si trovava in convalescenza e, probabilmente, meditava di lasciare l’Arma. Ma questo, Totò Riina e Bernardo Provenzano, astri nascenti della mafia «corleonese», non l’avevano chiaro. Sapevano bene, però, che il colonnello Russo aveva intuito che Cosa Nostra stava stendendo i suoi tentacoli sull’affare del secolo, sull’affare «diga Garcia» e sulle centinaia di miliardi che vi giravano attorno. E decisero di chiudere il conto con lo scomodo ufficiale dell’Arma. Quella sera a Ficuzza, il gruppo di fuoco, di cui facevano parte Pino Greco «Scarpuzzedda» e Vincenzo Puccio, era capeggiato personalmente da Leoluca Bagarella, su mandato del cognato, Totò Riina, e dell’altro boss corleonese Bernardo Provenzano.
Per il duplice delitto di Ficuzza, in un primo momento furono erroneamente condannati tre pastori, Salvatore Bonello, Rosario Mulè e Casimiro Russo, che si era autoaccusato e aveva chiamato in causa gli altri due. Ma il 29 ottobre 1997, vent’anni dopo, la II sezione della Corte di Assise di Appello di Palermo ha condannato definitivamente all’ergastolo Bagarella, Riina e Provenzano.
Domattina alle 10 per ricordare il 42° anniversario di quel duplice delitto, nella piazza di Ficuzza, dedicata al colonnello Russo, si terrà una cerimonia, promossa dall’Arma dei Carabinieri, a cui parteciperanno gli amministratori comunali di Corleone e diverse associazioni.

Dietro l’esecuzione c’era l’affare della Diga Garcia
Non sarebbe stato più semplice per la mafia uccidere il colonnello Russo «in via Ausonia sotto casa a Palermo» e il professor Costa «a Misilmeri dove abitava?», si chiese il giornalista Mario Francese, che da quella stessa mafia sarebbe stato assassinato il 26 gennaio 1979. La risposta la trovò da solo: «No, perché la mafia voleva una esecuzione spettacolare ed esemplare». Nella grande piazza di Ficuzza, dunque. A due passi dalla famigerata Corleone, patria di Riina, di Provenzano e di Liggio. Un messaggio chiaro: chi prova ad intralciare i piani dei «corleonesi» muore! Il contenuto di alcuni appunti di Russo, trovati sulla sua auto, nella sua abitazione palermitana e negli uffici della Legione, imprimono immediatamente alle indagini un indirizzo preciso: la diga Garcia. Fu «questa la pista dei carabinieri, che si ritrovarono davanti alla formula: mafia-Garcia-sequestro Corleo», scrisse Francese. «Squadra mobile e Criminalpol indagarono, invece, sulle sue amicizie. Soprattutto una, quella dell’imprenditore di Montevago Rosario Cascio. Poi: il progetto di un’industria da realizzare in Liberia, alcuni suoi viaggi a Roma con Cascio, la sua partecipazione in una società, la Rudesci», aggiunse il giornalista. Infine, però, sia la polizia che i carabinieri concordarono su un punto: «Russo è caduto per aver cercato di ripristinare l’ordine ed evitare soprusi nella corsa dei gruppi mafiosi verso i remunerativi subappalti ruotanti intorno ai lavori per la costruzione della diga Garcia (costo: 300 miliardi circa)».

In sostanza, l’ufficiale dell’Arma «avrebbe tentato di non far perdere al suo amico Rosario Cascio il lavoro che si era legittimamente conquistato nella diga Garcia, da dove alcuni gruppi di mafia lo avevano cacciato con una serie di violenze. Il tentativo di Russo non è stato però gradito dalla mafia, che intravide nella sua intromissione un serio pericolo per la realizzazione dei programmi iniziati nel ’74 con alcuni sequestri-monstre, finalizzati al predominio assoluto nella zona di Garcia e nella valle del Belice. Un pericolo non infondato, perché i gruppi di mafia in fermento avevano già avuto modo di conoscere la tenacia di Russo, soprattutto nella lotta alla ’Anonima sequestri’».
Infatti, la Lodigiani, colosso imprenditoriale del Nord, che si era aggiudicato l’appalto plurimiliardario della diga Garcia, aveva estromesso da alcuni lavori la ditta Cascio, affidandoli alla «INCO», una società dell’imprenditore Francesco La Barbera di Monreale, Giovanni Lanfranca di Camporeale e il cognato di quest’ultimo, il geometra Giuseppe Modesto. «Ma l’offerta della INCO è spuntata dopo la morte di Russo e non posso neanche escludere che si tratti di un’offerta perfezionata in un secondo momento e, comunque, dopo i fatti di Ficuzza, magari per togliere da ogni imbarazzo i Lodigiani e i suoi tecnici», dichiarò Rosario Cascio. «Alla luce di queste parole appare verosimile che Russo chiedesse il rispetto della legalità a chi della legalità è irriducibile nemico, il rispetto della giustizia per Cascio a chi nell’ingiustizia prolifera». Ma perché i killer della mafia uccisero anche Costa? Forse perché temevano che Russo gli avesse parlatodell’affare «diga Garcia. Ammesso che Russo non avesse rivelato nulla a Costa, chi avrebbe potuto convincere gli assassini?», fu la conclusione di Francese.
Per l’acutezza della sua indagine giornalistica e per la sua capacità di capire il ruolo dei “corleonesi” dietro l’efferato crimine, la diga Garcia è stata intitolata a Mario Francese.

Un’agghiacciante serie di delitti a Corleone: Biagio Schillaci (27.7.1975), Giuseppe Zabbia (12.01.1976), Francesco Coniglio (13.02.1976), Giovanni Provenzano (04.05.1976), Rosario Cortimiglia (04.06.1976), Giuseppe Scalisi (09.01.1977), Onofrio Palazzo (09.07.1977), Giovanni Palazzo (23.07.1977)
L’assassinio Russo era stato preceduto da tre sequestri e da una agghiacciante serie di delitti. A Roccamena, l’8 settembre 1974, fu rapito il giovane enologo monrealese Franco Madonia, rilasciato il 15 aprile 1975, dopo il pagamento di un riscatto da un miliardo di lire da parte dello zio “don” Peppino Garda. Il 1° luglio 1975 fu sequestrato il docente universitario Nicola Campisi, che sarebbe stato rilasciato l’8 agosto, dopo il pagamento di settanta milioni di riscatto. Infine, il 17 luglio, la “madre” di tutti i sequestri: quello di Luigi Corleo, il re delle esattorie, che fu misteriosamente soppresso. Ai sequestri fece seguito una catena impressionante di delitti, iniziati a Corleone con l’omicidio di Biagio Schillaci (27 luglio 1975). Qualche giorno dopo, sempre a Corleone, a subire un attentato fu Leoluca Grizzaffi, fratello di Giovanni, figlio di Caterina Riina, sorella di “don” Totò, allora fedele luogotenente di Luciano Liggio, che aveva sposato segretamente la maestrina corleonese Ninetta Bagarella, sorella di Leoluca. Un “affronto” al clan Liggio, dunque, che provocò la rottura degli equilibri mafiosi. Infatti, l’attentato a Grizzaffi fu seguito il 12 gennaio 1976 dall’omicidio dell’autotrasportatore Giuseppe Zabbia. Il 13 febbraio fu ucciso, invece, Francesco Coniglio, impresario di pompe funebri, poi Giovanni Provenzano (4 maggio), Rosario Cortimiglia (4 giugno), il roccamenese Giuseppe Alduino (29 agosto), Giuseppe Scalisi (9 gennaio 1977). Il 9 luglio scomparve Onofrio Palazzo, il 23 luglio si ebbe la “pubblica esecuzione” di Giovanni Palazzo. Quindi la faida si spostò a Roccamena, da dove fuggì, il 29 luglio, dopo essere scampato ad un attentato, il cavatore Rosario Napoli, in rapporti con la Lodigiani. Il 30 luglio fu il turno di Giuseppe Artale, guardiano dell’impresa Paltrineri, assassinato sul ponte San Lorenzo. Il 10 agosto poi, il tiro dei killer si sposta a Mezzojuso, dove viene freddato Salvatore La Gattuta e, infine, la spirale si chiude a Ficuzza, con la duplice esecuzione del colonnello Giuseppe Russo e dell’insegnante Costa.

 

 

 

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Filippo Costa
Il maestro Filippo Costa ha pagato con la vita la sua amicizia con il colonnello Russo. Erano insieme a passeggiare la sera in cui furono uccisi. Quella sera, Cosa Nostra dichiarò guerra a chiunque cercasse di fermare la propria ascesa al potere.

 

 

 

 

 

 

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