21 giugno 1993 Roma Scompare Domenico Nicitra, bambino di 11 anni, ucciso per vendetta trasversale o perché testimone dell’omicidio dello zio.

Foto: chilhavisto.rai.it

Domenico Nicitra, undici anni, era il figlio del boss di Palma di Montechiaro Salvatore Nicitra. Scomparve a Roma il 21 giugno del 1993 insieme allo zio Francesco. Al momento del rapimento, il padre del piccolo, siciliano di nascita ma da quasi sempre a Roma, era già in carcere. Era considerato il re delle bische ed era legato ad ambienti criminali. Il corpo di Domenico non è stato mai ritrovato. Due le ipotesi sulla sua morte: una vendetta trasversale o la sua eliminazione per evitare potessero sopravvivere testimoni dell’omicidio dello zio.
(Fonte:  memoriaeimpegno.it )

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 10 luglio 1993
UN RAPIMENTO DI SERIE B
di Guglielmo Pepe

UNA BRUTTA storia. Una violenta storia di guerra tra cosche rivali, di malavita, di criminalità, di boss e di piccoli delinquenti. Ma è anche la storia di un bambino di 11 anni, vittima innocente di una vendetta trasversale. La vicenda è poco chiara, i contorni del dramma non sono limpidi, una parte di verità è nascosta dal velo del silenzio, dall’omertà, dalla paura. Tuttavia una certezza c’è, ed è questa: un bambino è scomparso da quasi tre settimane e di lui più nulla si sa. Però Domenico Nicitra non è uguale agli altri coetanei. È un bambino “diverso” perché figlio di un malavitoso, di un presunto boss mafioso, finito nel carcere romano di Regina Coeli nel maggio scorso, quando sono stati arrestati (durante l’ operazione “Colosseo”) gli ultimi capi della famigerata Banda della Magliana. Il padre Salvatore, conosciuto nel giro come Totò, è uno che sa, conosce l’ ambiente del crimine romano, i traffici del mondo del gioco d’azzardo e del totonero. Salvatore vuole parlare? Vuole vuotare il sacco, come si dice nel gergo? È un pentito? Qualunque sia la risposta, un tempo si pensava che le colpe dei padri non dovevano ricadere sui figli. Una “regola” che la malavita (non la mafia) ancora rispettava: la legge dei criminali, quella particolare legge non scritta eppure comunemente accettata, diceva che le “creature” – se avevano padri carogne – non dovevano essere toccate. La regola è saltata e Domenico Nicitra è svanito nel nulla, insieme allo zio, il 21 giugno. E ora nessuno è in grado di stabilire se quel bambino sia ancora vivo, se sia stato preso in ostaggio per ricattare il padre, o invece sia vittima della tremenda lupara bianca. Ma con i traffici in cui è (anzi, sarebbe) coinvolto il padre, Domenico che c’entra? Eppure quel bambino di undici anni non è vittima soltanto della propria storia familiare; è anche vittima del silenzio che lo avvolge, della disattenzione – più o meno colpevole -, che circonda la drammatica vicenda. I giornali hanno speso poco, pochissimo spazio per spiegare cos’ è accaduto il 21 giugno; qualche quotidiano si è limitato a brevi articoli in cronaca locale; per la televisione il caso è quasi inesistente. Soltanto il Tg3, due giorni fa, ha registrato il triste appello della madre che ha lanciato un’ accusa, con parole molto dure: “Nessuno si occupa di mio figlio perché suo padre è un pregiudicato”.
PROBABILMENTE la madre di Domenico non ha torto. Gran parte dei mass-media si è dimostrata insensibile, comportandosi come se esistessero bambini di serie A e bambini di serie B, rapimenti di serie A e rapimenti di serie B. Non vogliamo fare paragoni con il sequestro del piccolo Farouk Kassam, quando tutta l’Italia si mobilitò: dalle lenzuola bianche appese alle finestre alle fiaccolate notturne, dagli appelli istituzionali ai commenti sulle prime pagine di tante “grandi firme” del giornalismo nazionale, dalle massicce operazioni di polizia e carabinieri all’intervento dell’ ex bandito Graziano Mesina. Certo, per una serie di combinazioni felici, con il rapimento di Farouk si era messo in moto un meccanismo irrefrenabile (e alla fine vincente, anche se a un anno di distanza molti punti restano da chiarire). Forse dietro il tam-tam dell’informazione, dietro l’emozione dei cittadini, dietro la sensibilità degli opinionisti, c’era un forte e diffuso desiderio di riscatto: come se la liberazione di Farouk Kassam rappresentasse la liberazione dell’intero Paese. Insomma sembrava la lotta del Bene (la società civile e onesta) contro il Male (la mafia, i delinquenti comuni, i delinquenti politici…). Nella scomparsa di Domenico Nicitra, non c’è nulla di tutto ciò. E poi ogni rapimento è una storia a sé. Inoltre il sequestro di Farouk non presentava lati oscuri: da una parte c’era un bambino, dall’altra una richiesta di riscatto. Invece le circostanze particolari della sparizione di Domenico lasciano aperti molti dubbi: rimangono perplessità sullo svolgimento dei fatti, non è stato chiesto un riscatto, è scomparso anche lo zio del bambino. Proprio per queste ragioni, bisognerebbe rompere la cortina del silenzio che circonda il sequestro. Il silenzio non è solo angosciante, ma perfino più pericoloso: il silenzio, per i sequestratori del “figlio del boss”, può trasformarsi in una cappa protettiva. Devono averlo capito anche i detenuti di Regina Coeli che in 182 hanno lanciato un appello chiedendo la libertà del piccolo Domenico. Tra i firmatari ci sono truffatori, rapinatori, forse qualche assassino. Ma tutti insieme hanno chiesto che quel bambino – appunto vittima innocente – non paghi per le colpe commesse dal padre.
ALTRE parole per Domenico Nicitra sono state spese da monsignor Diego Bona, vescovo della diocesi di Porto Santa-Rufina: “Domenico è un bambino innocente e deve essere rispettato. Deve tornare al più presto nella sua famiglia e ritrovare la sua serenità”. Come spesso accade, il mondo cattolico è in grado di far sentire la propria voce, quella della solidarietà, prima di tanti altri. Ma nel caso di Domenico somiglia a una voce nel deserto. Aiutare un bambino che viene tenuto in ostaggio da un gruppo di mascalzoni, non è compito esclusivo della chiesa, bensì di tutti: delle forze dell’ ordine, delle istituzioni, dei mass-media. I testimoni dicono che Domenico è un bambino mite, dolce, sensibile. Ebbene, non merita la solidarietà dei suoi coetanei? Non ci sono genitori e nonni disposti a mobilitarsi? I giornali e le televisioni possono trovare un pò di spazio e di tempo da dedicare all’ avvenimento?

 

 

 

Fonte: corriere.it 21 luglio 1993
IL RAPIMENTO DEL PICCOLO NICITRA

Sono trascorsi 31 giorni dalla scomparsa, nella zona della Giustiniana, del piccolo Domenico Nicitra, l’ undicenne figlio del boss Salvatore, detto “Toto’ “, uno degli ultimi capi della banda della Magliana. Domenico e’ stato rapito nella tarda mattinata del 21 giugno scorso, insieme allo zio Francesco, il fratello del padre, anche lui pregiudicato. Lo zio lo stava portando, in motorino, a comprare un giocattolo alla borgata Ottavia. A che punto sono le indagini? Va detto che ne’ la Squadra mobile romana ne’ la Criminalpol del Lazio hanno mai rallentato la loro azione di ricerca di una pista, di una traccia qualunque che possa portare ai rapitori del bambino, e dunque alla sua liberazione. Proprio la scoperta di una nuova “gang” di usurai, avvenuta nell’ ambito della indagine sul piccolo rapito della Giustiniana, sta a dimostrarlo. Ma va aggiunto che gli investigatori sono costretti, per certi versi, a muoversi a tentoni: non e’ infatti per nulla chiara la “matrice” del sequestro di Francesco Nicitra e del piccolo Domenico, e questo comporta una difficolta’ nell’ imboccare la pista giusta. Le ipotesi di “lavoro” della polizia sono due. La prima e’ la vendetta trasversale nei confronti di “Toto’ “, detenuto a Regina Coeli in seguito all’ operazione Colosseo che ha sgominato gli ultimi spezzoni della banda della Magliana: e in questo caso, per punire uno sgarro del boss, i suoi avversari potrebbero aver fatto scomparire i due rapiti col metodo della “lupara bianca”. La seconda riguarda invece una sorta di feroce “monito”, sempre a Salvatore Nicitra, affinche’ non apra bocca con la giustizia, non faccia il “pentito”; e in questo caso sia il bambino che lo zio sarebbero ancora vivi, prigionieri di qualche banda. L’ arresto dei due usurai sta anche a significare le le indagini . coordinate dai vicequestori Cavaliere per la Criminalpol e Ronconi per la Mobile . scendono in profondita’ nel mondo della malavita romana. Il reato dell’ usura, a Roma e nel Lazio, sta tra l’ altro diventando una sorta di “piovra” che investe quasi tutte le attivita’ commerciali. Un recente studio effettuato dalla “Commissione criminalita’ ” del consiglio regionale del Lazio ha offerto all’ attenzione di magistrati e funzionari di polizia un panorama inquietante di cifre e statistiche: l’ usura starebbe incidendo per quasi il 40% nel flusso economico delle attivita’ commerciali e artigiane del territorio, con parametri di crescita che rischiano di “strangolare” l’ economia di alcune categorie. A cura della Regione Lazio, inoltre, una proposta di legge verra’ presentata alla Camera affinche’ il reato d’ usura, non perseguibile se non a denuncia di parte (e quasi sempre le vittime, terrorizzate, non collaborano) venga invece considerato reato da perseguire d’ ufficio.

 

 

Articolo del 19 dicembre 1993 da ricerca.repubblica.it
MA MIMMO NON È PIÙ TORNATO
di Massimo Lugli

ROMA – C’ è un bambino, un altro bambino, che non torna a casa da quasi sei mesi. Un bimbo di 11 anni di cui nessuno parla, di cui tutti sembrano essersi dimenticati anche se non può esistere una graduatoria dei sentimenti per cui il figlio di un boss della mala vale meno di un adolescente di buona famiglia. Domenico Nicitra, detto “Mimmo”, un ragazzino bruno e sorridente, con la frangetta sugli occhi e un viso delizioso e sfacciato, scomparve assieme allo zio Francesco la mattina del 21 giugno scorso. L’ uomo e il ragazzo inforcarono un motorino e uscirono dal garage di una palazzina a due piani di via Mario Ascoli, nella zona della Giustiniana. Andavano a comprare un giocattolo per
Mimmo e, da quel momento, nessuno li ha più visti. Buio assoluto, un mistero su cui gli investigatori non sono riusciti a gettare neanche un raggio di luce. “Nessun contatto, nessuna telefonata, niente” conferma, con voce stanca, la madre, Andreina Croci. Il padre, Salvatore Nicitra, si è appena buscato una condanna a 6 anni e, in carcere, ha perso 15 chili. È un nome noto, Salvatore, nel “Whos’ who” dell’aristocrazia malavitosa capitolina. Originario di Palma di Montechiaro, si trasferisce a Roma assieme al fratello e, presto, si aggrega a quella holding della droga e dell’usura chiamata Banda della Magliana. Nel ‘ 91 gli sequestrano, in applicazione della legge Rognoni-La Torre, tre vilette, due appartamenti e parecchie auto di grossa cilindrata. Lo arrestano a maggio, durante una maxiretata della mobile chiamata, in codice, “Operazione Colosseo”. Poi la condanna. A chi gli chiede del fratello e del figlio continua a ripetere, a giurare, che non ne sa nulla, che non ha la più pallida idea di chi possa averli sequestrati, che nessun nemico potrebbe arrivare a una vendetta così atroce. Eppure… Eppure tra gli investigatori romani è ormai opinione comune che quello di “Mimmo” e di Francesco Nicitra non sia un vero rapimento. Della vicenda si è parlato, recentemente, anche in una seduta della commissione antimafia. Ma cosa c’ è allora dietro alla scomparsa di zio e nipote? Una faida di mala? Un ricatto rivolto al padre per impedirgli di passare tra le file dei “pentiti”? O, peggio, uno dei pochissimi casi romani di “lupara bianca”, come per il boss (anche lui della Gang della Magliana) Nicolino Selis? Quella di far sparire i corpi delle vittime è tattica inconsueta nella capitale dove i cadaveri (spesso bruciati e a volte sfregiati) servono spesso da macabro ammonimento. E allora? Non aiuta l’atteggiamento della madre, Andreina che, da sempre, non fa che negare. Nega tutto, perfino che il marito sia mai stato coinvolto in qualsiasi attività illegale. E del resto la mamma di Domenico si comporta in modo singolare anche con la stampa: dalla fase degli appelli a ripetizione passa a una strana ritrosia. Ieri, alla vigilia di una messa celebrata nella chiesa della zona, proprio in nome di Mimmo e Francesco Nicitra, la donna accorda un appuntamento al cronista. Poi svanisce nel nulla assieme alla suocera. “Si vedono pochissimo, ormai” dice un vicino di casa “Quando tornano, di rado, arrivano sempre a tarda sera”. Contatti segreti coi rapitori? O qualche altro mistero in una storia così intessuta di punti interrogativi? L’ impressione è quella che il caso Nicitra sia stato comunque sottovalutato, almeno rispetto al clamore, che sempre, accompagna i sequestri dei bambini, da Farouk a Giovanni Glorio. La scomparsa di un bimbo di 11 anni è sempre un delitto immondo, qualunque mano e qualunque trama lo abbia strappato alla sua famiglia, ai suoi affetti e ai suoi giochi. E nessun bambino può scontare le colpe dei suoi genitori.

 

 

Fonte: corriere.it 11 Gennaio 1994
di Bongini Piero
drammatico annuncio del questore di Roma
” il piccolo Domenico Nicitra vittima della lupara bianca “
Nicitra Domenico 11 anni, figlio del boss Nicitra Salvatore legato alla banda della Magliana, scomparso circa 7 mesi fa insieme allo zio Nicitra Francesco sarebbe stato ucciso. ricostruzione della vicenda

ROMA . Da un vertice della Commissione parlamentare antimafia arriva il piu’ forte colpo di piccone alla speranza che, nonostante ogni evidenza contraria, tiene in vita, nella memoria dei familiari, il piccolo Domenico Nicitra. Il figlio undicenne del boss di Palma di Montechiaro, scomparso in circostanze misteriose circa sette mesi fa assieme allo zio Francesco, e’ probabilmente rimasto vittima della “lupara bianca”. L’ agghiacciante ipotesi, che fino a ieri veniva appena sussurrata al di fuori degli ambienti investigativi, e’ stata fatta dal questore di Roma, Fernando Masone, durante una riunione sulla presenza della mafia nella capitale. Una presenza frammentaria, non ancora organizzata . e’ stato fatto notare anche dagli altri vertici romani delle forze dell’ ordine . che finora si e’ caratterizzata soprattutto in campi di attivita’ come il gioco d’ azzardo (il padre di Domenico, attualmente in carcere, e’ considerato il “re delle bische”), l’ usura e la corruzione finanziaria. Facendo riferimento alla vicenda del figlio e del fratello del boss detenuto a Rebibbia, il questore Masone ha ipotizzato anche una soluzione diversa dalla vendetta, ma ugualmente tragica: il bambino potrebbe essere stato eliminato in quanto testimone della fine dello zio. In pratica, ha detto il capo della Questura di Roma durante il vertice davanti alla Commissione parlamentare antimafia, Francesco Nicitra potrebbe essere andato a discutere di interessi connessi forse anche alla detenzione del fratello, portandosi appresso il bambino, per servirsene come “scudo”. Poi potrebbe essere avvenuto qualcosa che avrebbe indotto i suoi sconosciuti interlocutori a ucciderlo e quindi a sopprimere anche il nipote che avrebbe potuto “tradirli”. Le ipotesi degli investigatori, che dal giugno scorso indagano ininterrottamente per cercare di fare luce sulla misteriosa fine del figlio e del fratello di Salvatore Nicitra, non sono avvalorate da elementi concreti. L’ unico dato di cui possono dirsi certi e’ che la sparizione di zio e nipote non e’ legata a un sequestro di persona a scopo di estorsione. Nessuno si e’ mai fatto vivo per rivendicare il rapimento, ne’ per dare uno straccio di spiegazione ai genitori del bambino. Nonostante i tanti disperati appelli dal carcere di Salvatore Nicitra, della moglie Andreina Croce che non riesce a farsene una ragione, e delle manifestazioni popolari organizzate appositamente alla Giustiniana, il quartiere alla periferia nord di Roma dove il piccolo Domenico e’ nato e cresciuto. Il “rapimento” di Francesco e Domenico Nicitra risale alla mattina del 21 giugno dell’ anno passato. Gli ultimi a vedere zio e nipote insieme, mentre viaggiavano in sella a un motorino, furono alcuni negozianti del quartiere. Domenico, ha poi raccontato Andreina Croce, era uscito di casa raggiante perche’ lo zio gli aveva detto che andavano a comprare una bicicletta da cross: il regalo promesso per la promozione del bimbo in prima media. Il motorino venne poi trovato a qualche centinaio di metri di distanza, ma dell’ uomo e del bambino nemmeno una traccia. Nessun segno di colluttazione, nemmeno un testimone che li abbia visti allontanarsi a piedi o in macchina. Al momento del loro “rapimento”, il boss di Palma di Montechiaro era gia’ in carcere. Siciliano di nascita, ma da quasi sempre a Roma, Salvatore Nicitra, detto “Toto’ “, era stato arrestato all’ inizio di maggio, un mese e mezzo prima, nell’ ambito dell’ operazione “Colosseo”: una maxi retata della Squadra mobile romana, allora diretta dal vicequestore Nicola Cavaliere, durante la quale erano finiti in carcere oltre sessanta importanti elementi della malavita organizzata. Tra gli altri anche ex capi della “banda della Magliana”, tra cui appunto Salvatore Nicitra, affiliati alla mafia e alla camorra. L’ operazione era stata possibile grazie alla collaborazione di un altro boss, quel Maurizio Abatino che con le sue rivelazioni ha permesso di ricostruire con esattezza gli organigrammi della famigerata organizzazione malavitosa che prende il nome dal quartiere edificato al di sotto del livello del Tevere, i suoi collegamenti, tutte le sue attivita’ . L’ ultimo appello per il figlio, Salvatore Nicitra lo ha lanciato il 15 dicembre dell’ anno scorso, durante un’ udienza in Tribunale che si e’ conclusa con la sua condanna, per il reato di usura, a un anno e dieci mesi di carcere.

Ringraziamo amicidilibera.blogspot.com per l’aiuto nella ricerca di nomi e storie da non dimenticare

 

 

 

Fonte:  corriere.it
Articolo del 11 febbraio 2020
La storia di Domenico Nicitra, il figlio del boss sparito nel nulla con lo zio
di Roberto Zuccolini

Pubblichiamo un articolo uscito sul Corriere della Sera il 18 agosto 1993: il piccolo “Mimmo” Nicitra era sparito nel nulla da poco meno di due mesi.
L’11 febbraio 2020 il boss Salvatore Nicitra è stato arrestato insieme ad altre 37

Mountain bike, ultimo desiderio che ancora nessuno è riuscito ad esaudire. Perché da quel giorno, il più lungo dell’ anno, di lui non è arrivato un segnale, nemmeno una traccia. Domenico dal 21 giugno scorso è un bambino fantasma. Undici anni svaniti nel nulla. A che serve ricordare che è figlio di Salvatore Nicitra, considerato uno dei boss della banda della Magliana? La madre, Andreina Croci, 32 anni, ha deciso di chiudersi in un silenzio disperato: prima si lamentava perché faceva il confronto con la mobilitazione dell’opinione pubblica di fronte al rapimento del piccolo Farouk: «Perché per lui si é commossa mezza Italia quando per il mio piccolo, dopo due o tre giorni nessuno ne ha più parlato?».

Ora invece se la prende con i giornali che ricordano sempre il padre, i suoi precedenti con la giustizia, l’ ultimo arresto all’ interno dell’ operazione Colosseo, la maxi retata della mala romana che ha portato in carcere ottanta persone: «Basta, lasciateci in pace». Non accetta di manifestare i suoi sentimenti: al citofono di via Ascoli 28 la conversazione dura venti secondi. Non parla, però fa capire che il problema vero è parlare di suo figlio.

Chi si ricorda di lui? Il viceparroco dell’ Immacolata Concezione, la parrocchia della Giustiniana dove il piccolo Nicitra stava per prendere la prima comunione, è convinto che bisogna fare qualcosa di clamoroso: «Sono pronto – afferma don Ruggero Conti -. Chiederò a tutti gli abitanti del quartiere di bloccare il traffico della via Cassia». Un’ iniziativa di sicuro impatto sulla città , anche per la paralisi della circolazione che si creerebbe in tutta la zona. Don Ruggero vede ogni giorno Andreina Croci: «Mi viene a trovare, entra nella sacrestia, si siede e si mette a piangere. Ma continua a sperare, anzi è convinta che suo figlio sia ancora vivo». A differenza del padre, che da Regina Coeli ha tristi presagi sulla sorte di Domenico.

In casa il tempo sembra essersi fermato. C’è la stanza di Domenico, con i suoi poster e il suo “spazio vitale”, diviso a metà con la sorella più grande, Rita, tredicenne. Lui a scuola dalle Orsoline, lei alla suola media del quartiere. Non è un’abitazione di lusso: salone, due camere e doppi servizi. Al piano superiore della palazzina abitano altri parenti. Andreina non molla: attende che il telefono squilli. E che finalmente, un giorno lo squillo sia quello giusto, l’annuncio che la farà uscire da un incubo. Sta in casa e aspetta. Esce soltanto per andare a trovare il marito a Regina Coeli. È riuscita ad ottenere dal Gip di vederlo un giorno sì e un giorno no. Non è difficile immaginare quale possa essere l’ argomento della conversazione. Ma non sono tante le parole: è più grande la tensione, l’ansia per la sorte di Domenico.

Prima di chiudersi nel suo silenzio Andreina ha sognato: «Vorrei mio figlio qui, ora, davanti a me. E mio marito insieme, al mio fianco. “Statemi a sentire”, direi,”cambiamo vita. Andiamo via da Roma, ricominciamo”». La speranza. L’ aveva anche Domenico quel giorno che si era presentato in parrocchia con l’abito da festa. Ma senza fare la prima comunione come i suoi compagni: gli avevano detto che il padre era fuori per motivi di lavoro. Lo avrebbe atteso.

Chi lo conosce, lo descrive come un bambino tranquillo: «Timido, intelligente e molto sensibile – racconta don Ruggero – Ogni volta che mi incontrava si fermava a salutarmi. Poi riprendeva a giocare a pallone». E la famiglia? «Dimostrava un tenore di vita che non dava adito a nessun sospetto. Certo, non frequentavano la parrocchia, ma la madre veniva sempre a riprendersi Domenico, alla fine del catechismo».

La parrocchia dell’ Immacolata è il cuore della Giustiniana, quartiere di casette sparse nella campagna fra la Cassia e il parco di Veio. Da quando Domenico è scomparso durante tutte le messe si prega per lui mentre il vescovo Diego Bona si è persino offerto come intermediario, lanciando un appello ai rapitori: «Non è giusto che le colpe dei genitori ricadano sui loro figli». Ma finora non è giunta nessuna risposta. Nel frattempo è cresciuta la solidarietà attorno ai Nicitra. Alcune famiglie del quartiere fanno la spola per dimostrare la loro vicinanza ad Andreina: la vanno a trovare e spesso le preparano qualcosa da mangiare. Lei continua a sperare. È l’unica sua arma.

Se anche qualcuno chiedesse un riscatto, non potrebbe mai pagare: i beni della famiglia, calcolati in 15 miliardi, sono stati messi sotto sequestro, come anche la casa in cui abita. Ma non importa. Quando Domenico ritornerà sarà pronta la Mountain bike, quel regalo che lo zio Francesco, scomparso insieme a lui la sera del 21giugno scorso non ha mai potuto comprare. Era il giusto premio per la promozione in prima media. Come quello di tanti altri bambini che non hanno la stessa incolpevole sfortuna.

L’allarme in casa Nicitra scattò il 21 giugno scorso. Ma la polizia venne avvertita la sera seguente. Domenico e lo zio Francesco erano svaniti nel nulla. All’inizio la famiglia pensò chela faccenda potesse risolversi in poche ore. Magari sfruttando le amicizie del “giro”, quella banda della Magliana di cui il padre Salvatore, finito in carcere per l’“operazione Colosseo”, è considerato uno dei boss.

Domenico era uscito con lo zio, anche lui pregiudicato, per una promessa fattagli: un giocattolo da comprare. Ma qualcuno ha guastato la festa. Scattarono le indagini, con battute nella campagna attorno alla Cassia e alla Giustiniana. Niente da fare. Due le ipotesi. La prima, la più drammatica: i due sarebbero stati eliminati secondo il sistema della “lupara bianca”, importato dalla Calabria o dalla Sicilia (Salvatore Nicitra è originario di Palma di Montechiaro). La seconda possibilità, quella in cui credono ancora i famigliari di Domenico, è che qualcuno stia usando il duplice sequestro per ricattare il boss in carcere: le sue confessioni potrebbero dare un colpo forse mortale alla banda della Magliana già in difficoltà per i recenti arresti. Sono passati quasi due mesi senza nessun segnale, almeno “ufficiale”, da parte dei rapitori. Per Domenico si sono mobilitati anche i detenuti di Regina Coeli con un appello di 182 vicini di cella del padre per un atto «infame» e «senza pietà».