24 marzo 1990 Bollate (MI). Assassinato Domenico (Mimmo) Falcone, 22 anni, perché si trovava sulla strada di un killer in fuga.

Foto da bollate.netweek.it

Bollate (Milano), 24 marzo 1990 – Bar Caruso, Via Ospitaletto 21. Un uomo entra ed esce in pochi minuti. Non è un cliente. È andato dritto da uno degli avventori e gli ha sparato con la pisola. Mentre corre verso l’uscita si trova davanti un ragazzo di 22 anni, Domenico Falcone, che in famiglia chiamano Mimmo. È il figlio del gestore. Il killer gli spara in faccia come niente fosse e poi si dà alla fuga. Quell’uomo si chiama Liborio Trainito, è uno dei protagonisti della faida mafiosa di Niscemi, che si spinge fino là, fino a Bollate. Dentro quel locale c’era Mario Di Corrado, che Trainito uccide perché suocero del suo nemico Luigi Di Modica. Il ragazzo è solo un danno collaterale.

Ma Trainito non è propriamente un sicario dal sangue di ghiaccio. Poco tempo dopo, per una lite a pistolettate con il compagno della sua ex moglie, finisce nelle mani della polizia, e i genitori di Mimmo Falcone lo riconoscono. Morale: gli danno l’ergastolo. Però non si dà per vinto. Diventa collaboratore di giustizia, ottiene la protezione statale, un appartamento e perfino un cellulare. Quindi evade. Una mattina, nel dicembre del 1995 lo aspettano in tribunale a Milano, un’udienza per il processo di Appello, ma lui non si fa vedere. Scompare nel nulla. Tornerà a far parlare di sé nelle cronache del mantovano, dopo che i carabinieri lo arrestano in seguito a una rapina, una delle tante, a un distributore di benzina a Castenedolo. Ufficialmente era a regime di detenzione domiciliare a Calvisano, provincia di Brescia.

Fonte: Italia Giallo e Nera di Emanuele Boccianti, Sabrina Ramacci – Newton editrice

 

 

 

Articolo del 16 Settembre 1990 da ricerca.repubblica.it
MILANO, ‘BATTAGLIA’ TRA BANDE RIVALI UCCISI DUE PASSANTI
di Luca Fazzo

MILANO – Morire ammazzati alle tre di un sabato pomeriggio, senza altra ragione che la violenza cieca di due bande di criminali impegnate in un regolamento di conti. Un portinaio padre di famiglia e un pensionato sono caduti ieri pomeriggio sotto i colpi esplosi all’impazzata da tre sconosciuti in una strada di Bresso, un comune industriale alle porte di Milano. Piombati su due auto di grossa cilindrata nel centro della cittadina i due gruppi rivali si sono affrontati a duello in mezzo alla gente prima ancora che qualcuno potesse capire cosa stava accadendo. Le pallottole sparate dai revolver dei giovanissimi banditi hanno costretto decine di persone a gettarsi a terra, riparandosi dietro le auto e tra i tavolini di un bar. Una pallottola è andata a conficcarsi nel parabrezza di un camion, un’altra nel sedile di un’auto. Due hanno ucciso due passanti innocenti. Le vittime designate sono riuscite a fuggire incolumi, gli assassini sono spariti nel nulla lasciando i feriti ad agonizzare sui marciapiedi.

Via Roma è una strada stretta del centro storico di Bresso, costruita prima che il paese venisse ingoiato dalla metropoli. Alle tre di ieri pomeriggio, quando scoppia l’inferno, la strada è ancora sonnacchiosa. Le saracinesche dei negozi sono quasi tutte abbassate. La gente è raccolta di fronte al bar Roma, all’angolo della strada. Dentro, a giocare a briscola con tre amici, c’è anche Pietro Carpita, 46 anni, sposato e padre di due figlie. È il marito della portinaia del palazzo. Attilio Mento, ferramenta, era il suo avversario di partita: “Avevamo finito di giocare – racconta, ancora pallido – io avrei dovuto andare ad aprire il negozio, invece ho tardato un po’ ed è stata la mia fortuna. Pietro invece si è alzato, ha preso un caffè ed è uscito per andare a comprare le sigarette. Un attimo dopo è scoppiata l’iradiddio, abbiamo sentito i colpi e abbiamo cercato di ripararci. Poi gli spari sono cessati ed è rientrato il Pietro, aveva un buco sopra il cuore e diceva chiamate un’ambulanza, aiutatemi”. L’abbiamo fatto appoggiare a una sedia. Poi non ho più avuto la forza di guardare.

Negli stessi istanti, sul marciapiede di fronte, un uomo di settant’anni in sella ad una bicicletta smette di pedalare, impallidisce e si porta una mano all’addome. Si chiama Luigi Recalcati, è un pensionato nato a Bresso ma che ora vive a Milano; è partito mezz’ora prima da casa per venire a trovare i parenti. Deve arrivare al numero 56 di via Roma, è a un passo dalla casa quando una pallottola lo coglie in pieno fegato. Non cade neppure, resta in piedi per qualche minuto mormorando incredulo: Mi hanno sparato. Poi lo convincono a sedersi sul bordo del marciapiede, attende per dieci minuti l’arrivo dell’ ambulanza senza perdere conoscenza. Ma quando Recalcati arriva finalmente nella sala operatoria dell’ospedale di Niguarda i chirurghi scoprono che la pallottola ha avuto effetti devastanti. Luigi Recalcati muore sotto i ferri.

In via Roma, intanto, nugoli di carabinieri cercano di ricostruire l’accaduto. E la scena che prende forma man mano è quella di un dramma che non ha precedenti nella storia recente di Milano. Questi comuni sono disseminati di morti, da anni piccoli e grandi pregiudicati vengono falciati nei regolamenti di conti nelle strade dei quartieri dormitorio. Ma mai si era letto nei comportamenti dei killer tanto feroce disprezzo per la vita degli altri, degli innocenti: l’unico precedente nelle cronache di questi anni è quello di Mimmo Falcone, il giovane barista fulminato a Bollate nel marzo scorso solo per avere tagliato la strada a un sicario che fuggiva dopo un’esecuzione. Ma la sparatoria di ieri pomeriggio è, se possibile, ancora più brutale. I protagonisti, questo è certo, sono tutti molto giovani: venti, venticinque anni. Facile pensare alle gang di spacciatori che si contendono con ogni mezzo il controllo del ricco mercato dell’eroina a nord di Milano.

Due di loro, le vittime predestinate, arrivano in via Roma a bordo di un’auto: si tratta probabilmente di una Porsche nera che resterà abbandonata al termine della sparatoria. I loro avversari li seguono a bordo di una Thema metallizzata e appena li vedono scendere dalla Porsche decidono di entrare in azione. Anche la Thema si ferma, scende un giovane che stringe in mano una calibro 9 e, incurante della gente ferma davanti al bar, apre il fuoco da almeno dieci metri di distanza contro i ragazzi della Porsche. Forse i due cercano di rispondere al fuoco (un testimone racconterà di averli visti armati) di sicuro badano soprattutto a scappare, sempre inseguiti dalle pallottole del killer. Ce li siamo visti passare di fronte – racconta Antonio, un altro degli uomini che avevano appena finito di giocare a briscola col portinaio – uno aveva una tuta, l’altro una camicia. Si sono infilati in un androne, poi hanno scavalcato una rete e hanno cercato di rubare l’auto a un ragazzo. Poi sono spariti. Anche l’uomo con la calibro 9 sparisce, a bordo della Thema lanciata verso Milano.

In via Roma restano le auto bucate dai colpi e i due uomini feriti a morte. Si precipita per strada dalla portineria anche la moglie di Pietro Carpita: Era un uomo buono, lavorava undici ore al giorno, è tutto quello che riuscirà a dire. Carpita lascia due bambine, di quattro e sette anni. Un’ora dopo, la polizia telefona anche alla anziana moglie di Luigi Recalcati: Signora, a suo marito è accaduto un incidente….

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 11 gennaio 1996
L’ERGASTOLANO SI ‘PENTE’ E POI EVADE

MILANO – Lo aspettavano per il processo d’appello ma Liborio Trainito, già condannato all’ergastolo, non si è presentato. L’hanno cercato al telefonino, ma non rispondeva. Un ergastolano col telefono portatile? Sì, perché Trainito è un pentito e gode del regime di protezione, lo Stato gli passa una casa, un assegno mensile, e dovrebbe controllarlo. Dovrebbe, ma, dal servizio centrale di protezione di Roma, interpellato ieri mattina dalla cancelleria della prima Corte d’assise d’appello, hanno risposto che dal 15 dicembre nessuno sa più dove sia. E’ evaso. E a Milano, dove Trainito ha ucciso due persone, dove da mesi semina minacce telefoniche a parti civili e avvocati, nessuno lo sapeva, né il pubblico ministero né il suo avvocato. Alla notizia, insieme al gelo, in aula è sceso il terrore: cosa ha da perdere un uomo condannato al carcere a vita? Che cosa può trattenerlo dal tornare a sparare per vendicarsi di chi lo ha fatto arrestare? Così, in aula, c’è stato chi ieri non ha potuto trattenere le lacrime. A Roma, dicono che la sua fuga era stata resa nota dal servizio centrale di protezione alla procura di Caltanissetta, che aveva chiesto per lui lo status di collaboratore, alla commissione per la revoca del programma stesso e al giudice di sorveglianza. Era il marzo ’90 quando Trainito, uno della faida di Niscemi, entrò in un bar di Bollate e uccise Mario Di Corrado, suocero del suo nemico Luigi Di Modica. Scappando sparò in faccia anche a Mimmo Falcone, poco più di vent’anni, figlio del gestore del bar. Venne arrestato qualche tempo dopo perché aveva cercato di ammazzare il nuovo compagno della madre di due dei suoi figli. Ne nacque una sparatoria, la sua foto finì sui giornali, i familiari di Falcone lo riconobbero e lo denunciarono. Ai processi di primo e secondo grado e in Cassazione, Trainito venne condannato all’ergastolo. Decise di pentirsi, si prese sulle spalle anche la responsabilità di un altro omicidio e di un tentato omicidio oltre che di estorsioni e di un attentato (i fatti che vengono giudicati da ieri in appello). Ma in carcere rimase ben poco: venne ammesso al programma di protezione e cominciò a presentarsi in Tribunale, per il primo processo scaturito dalle sue rivelazioni, con quel suo telefono cellulare. c s

 

 

 

Fonte:  bollate.netweek.it