3 Settembre 1982 Palermo. Strage di Via Carini, in cui restarono uccisi il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, e fu ferito in modo grave l’agente Domenico Russo che morì dopo 13 giorni di agonia all’ospedale di Palermo.

Domenico Russo  –  Carlo Alberto Dalla Chiesa e, la moglie, Emanuela Setti Carraro

Palermo, Venerdì 3 settembre 1982, ore 21, il nuovo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sta andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, di scorta li segue un’Alfetta guidata dall’agente Domenico Russo.
Dalla ricostruzione della dinamica dell’attentato, resa possibile anche grazie alle rivelazioni degli ex boss, è emerso che l’ A 112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparò dando le spalle al parabrezza. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l’eventuale reazione dell’agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco “Scarpuzzedda” che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A 112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l’auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. L’ attrito tra le due macchine sarebbe provato da un profondo solco sulla fiancata dell’automobile di dalla Chiesa. La ricostruzione conferma che Greco giunse sul luogo del delitto quando i suoi complici avevano già fatto fuoco sul prefetto. Il particolare era stato raccontato agli investigatori dai pentiti Ganci e Anzelmo, secondo i quali Pino Greco avrebbe protestato per non essere riuscito a sparare per primo. “Me li avete fatti trovare morti”, avrebbe detto il killer.
Sul luogo dell’eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: “Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”.
Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: “Dum Romae consulitur… Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata – tuona dal pulpito – E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra”. E al termine della messa, volano insulti e monetine all’indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze.
‘Un delitto maturato in un clima di ‘solitudine’, come disse il Pm Nico Gozzo nella sua requisitoria del 2002 : ”Carlo Alberto Dalla Chiesa ? ha detto – fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’ espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo ‘abbandono’: ”Cosa Nostra – ha osservato il Pm – ritenne di poterlo colpire impunemente perchè impersonava soltanto sé stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l’ autorità dello Stato”.
(Fonte: La storia siamo noi)

 

 

 

Articolo del 29 Novembre 2009 da 19luglio1992.com
Dalla Chiesa: la strage di via Carini
di Serena Verrecchia – Angelo Garavaglia Fragetta

3 settembre 1982. Era un caldo venerdì sera e gli italiani si preparavano a trascorrere uno degli ultimi weekend estivi prima del rientro al lavoro: le famiglie si   preparavano per andare ad assaporare le ultime giornate di sole al mare e le coppiette si apprestavano ad uscire e a trascorrere un fine settimana all’insegna del divertimento. Anche Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie Emanuela Setti Carraro quella sera avevano avvertito la necessità di uscire a respirare la fresca aria di mare e avevano deciso di andare a mangiare in un ristorante di Mondello.

La A112 su cui salirono era seguita da un’Alfetta guidata dall’agente di scorta Domenico Russo.

Alle ore 21,15, mentre passavano da via Isidoro Carini a Palermo, una motocicletta, guidata da un killer che aveva alle sue spalle il mafioso Pino Greco, affiancò l’Alfetta di Russo e Greco lo uccise con un fucile AK-47. Contemporaneamente una BMW 518, guidata da Antonino Madonia e Calogero Ganci, raggiunse la A112 e i killer aprirono violentemente il fuoco contro il parabrezza con un AK-47 (Dalla Chiesa e la moglie rimasero uccisi da trenta pallottole). L’auto del prefetto sbandò, andando a sbattere contro il bagagliaio di una Fiat Ritmo ivi parcheggiata. Pino Greco scese dalla motocicletta e, girando attorno alla A112 crivellata dagli spari, controllò l’esito mortale dell’agguato. Oltre a questi sicari, vi erano sul posto altri criminali “di riserva” che seguivano con un’altra auto pronti a intervenire nel caso di una reazione efficace del Russo, che però non ebbe modo di verificarsi.
Subito dopo le due auto e la motocicletta servite per il delitto vennero portate in un luogo isolato e lì date alle fiamme.
Carlo Alberto Dalla Chiesa era un uomo, ma ancora prima di essere un uomo, egli era un generale e, come succede per tutti quegli uomini che rivestono onestamente un’alta carica al servizio dello Stato, doveva mettere al primo posto il suo lavoro, il suo dovere. Seguendo questa semplice filosofia che viene, o almeno veniva, inculcata nella mente di ogni soldato che operava in favore del suo Paese, Dalla Chiesa, come tanti altri, trovò la morte. Qualcuno, quella notte, si mise al di sopra di Nostro Signore e si arrogò il diritto di spezzare le vite di tre uomini, rei solo di aver vissuto a testa alta, seguendo il proprio dovere morale e semplicemente facendo il proprio lavoro.

“Il generale di ferro” lo chiamavano. Ottimo combattente, Dalla Chiesa era un po’ diverso dai soliti nomi che capita di sentire quando si parla di lotta a Cosa Nostra. Egli non era siciliano, ma aveva avuto a che fare con la realtà dell’isola quando era ancora molto giovane, indagando, a Corleone, su Lucianeddu e la sua banda di “viddani”, capeggiati Salvatore Riina. Dopo anni di esperienza in questo campo, il generale fu mandato ad eliminare un altro cancro del nostro Paese: il terrorismo delle Brigate Rosse. Ebbe un grandissimo successo e il suo contributo all’abbattimento di questo genere di criminalità organizzata fu essenziale.
Poi, però, nell’82 lo Stato gli affidò un altro compito. Qualcosa di molto più delicato e spaventoso: la lotta a Cosa Nostra.
Chi, in quegli anni, lo mandò nella terra maledetta, la Sicilia, era già consapevole della fine che avrebbe fatto.

Sì, perchè un conto è fare la guerra ai terroristi, uomini spregevoli e folli che desiderano la caduta dello Stato, altra cosa è invece scontrarsi con il potere mafioso che con lo Stato ci stringe accordi. Le cose, come si nota, sono ben diverse.

Il Governo aveva un serio bisogno di un uomo forte e capace come Dalla Chiesa per sconfiggere un’organizzazione che lo minacciava, ma non avvertiva la stessa necessità per combattere la mafia.

Semplicemente il generale fu abbandonato in quella terra, fu gettato nelle fauci della belva, lasciato solo.

Atterrato a Palermo, Dalla Chiesa aveva affermato: “Non guarderò in faccia a nessuno”; criminali di strada, boss, imprenditori o politici per lui non avrebbero fatto la differenza. In un altro contesto, in un altro mondo, sarebbe riuscito a sradicare persino la minaccia di Cosa Nostra, ne sono sicura, perchè il suo carisma, la sua forza e la sua determinazione avrebbero vinto sulla barbarie e sulla prepotenza. Purtroppo, però, il suo soggiorno in terra mafiosa durò solo cento giorni, un arco di tempo sufficiente a fargli capire che non avrebbe avuto lo stesso successo che aveva avuto con le BR, che era rimasto solo e che a coprirgli le spalle era rimasta solo la sua scorta e ad incoraggiarlo solo la sua famiglia. Un pezzo di entrambe le cose se ne andò con lui quella sera del 3 settembre del 1982.
Il giorno seguente alla strage, in via Carini comparve un cartello che arrecava la scritta: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. A Palermo, il 3 settembre era morta per l’Italia la speranza di libertà, la speranza di poter essere di nuovo inondata dai raggi del sole, dalla luce.
Quello stesso giorno fu assegnata al generale la medaglia d’oro al Valore Civile:
«Già strenuo combattente, quale altissimo Ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, della criminalità organizzata, assumeva anche l’incarico, come Prefetto della Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato Democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell’odio implacabile e della violenza di quanti voleva combattere.»
Quell’anno gli italiani conquistarono una coppa del mondo, ma in via Carini persero una cosa molto più importante, persero la speranza di vedere un mondo migliore, un’Italia migliore.

All’inizio del mese di aprile del 1982 Dalla Chiesa scrive al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini queste parole: “la corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la “famiglia politica” più inquinata da contaminazioni mafiose“. Un mese dopo viene improvvisamente inviato in Sicilia come prefetto di Palermo per contrastare l’insorgere dell’emergenza mafia, mentre il proseguo delle indagini sui terroristi passa in altre mani.

A Palermo lamenta più volte la carenza di sostegno da parte dello stato; emblematica e carica di amarezza rimane la sua frase: “Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì“. Chiede di incontrare Giorgio Bocca, uno dei giornalisti più importanti del periodo, per lanciare attraverso i media un messaggio allo stato, un messaggio che ha come obiettivo la richiesta di aiuto e sostegno da parte dello stato. Nell’intervista (7 agosto 1982) c’è la presa d’atto del fallimento dello Stato nella battaglia contro Cosa Nostra, delle connivenze e delle complicità che hanno consentito alla mafia di agire indisturbata per anni.
Di fatto la pubblicazione dell’articolo di Bocca non suscita la reazione dello stato bensì quella della mafia che aveva già nel mirino il generale carabiniere.

“Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere nè ai prevaricatori, nè ai prepotenti, nè ai disonesti. Potere può essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo. Ebbene, io l’ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l’interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti. E occorre che tutti, gomito a gomito, ci sentiamo uniti, perchè anche chi è animato da entusiasmo, anche chi crede, come crede colui che in questo momento vi sta parlando, ha bisogno di essere sostenuto, di essere aiutato, di sentire di vivere in mezzo a chi crede perché, tutti credendo, possiamo raggiungere la meta che auspichiamo: la tranquillità, la serenità”. Palermo, 1 maggio 1982 – Incontro con i Maestri del Lavoro il giorno dopo l’assassinio di Pio La Torre (tratto da: Carlo Alberto dalla Chiesa In nome del popolo italiano, a cura di Nando dalla Chiesa ­ Rizzoli, Milano 1997)

 

 

Tg1 Generale Dalla Chiesa

 

 

 

Mafia & Politica – intervista al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
Pubblicato il 10 ago 2012
In questa breve clip tratta dall’intervista di Enzo Biagi al generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, viene affrontato un tema di scottante attualità come i rapporti tra mafia e stato. L’intervista realizzata nel 1981 fu un evento poichè per un breve momento il Generale dei Carabinieri abbandonò la sua proverbiale riservatezza.
L’intervista che ha una durata totale di 80 minuti è un’esclusiva AccasFilm
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Foto da Wikipedia

Agente Scelto Domenico Russo
nota tratta da: articolionline.net

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L’Agente Scelto Domenico Russo nasce a S. Maria Capua Vetere (CE) il 27/12/1950. Quella sera Domenico seguiva con l’auto di servizio, un’Alfetta non blindata, come scorta alla A-112 del Generale e della sua compagna, che vennero trucidati in maniera vile da un commando della Mafia a colpi di Kalashinkov, in quella circostanza, l’auto con a bordo l’autista e l’Agente Russo, venne affiancata da una motocicletta guidata da Pino Greco detto “Scarpuzzedda”, che uccise l’autista e ferì in maniera gravissima il Russo, il quale morì dopo 13 giorni di agonia all’ospedale di Palermo. Domenico lasciava la moglie ed un figlio piccolo.
L’Agente Russo per il suo atto di eroismo venne insignito della Medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: “Di scorta automontata per il servizio di sicurezza ad eminente personalítà, assolveva al proprio compito con sprezzo del pericolo e profonda abnegazione. Proditoriamente fatto segno a numerosi colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata da parte di alcuni appartenenti a cosche mafiose, tentava di reagire al fuoco degli aggressori nell’estremo eroico tentativo di fronteggiare i criminali, immolando così la vita nell’adempimento del dovere. Palermo, 3 settembre 1982.”
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Palermo, Venerdì 3 settembre 1982, ore 21 il nuovo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sta andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro, di scorta li segue un’Alfetta guidata dall’agente Domenico Russo. Giunti in Via Isidoro Carini sopraggiungono due motociclette e un’auto che affiancandosi all’A112 del generale aprono il fuoco a colpi di kalashnikov uccidendoli sul colpo.

Sul luogo dell’eccidio, un anonimo cittadino lascia un cartello affisso al muro. Poche parole che in breve fanno il giro del mondo: “Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”.

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: “Dum Romae consulitur… Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata – tuona dal pulpito – E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra”. E al termine della messa, volano insulti e monetine all’indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze.

Andreotti che era stato Presidente del Consiglio negli anni del terrorismo dal ’76 al ’79, periodo di massima operatività del Generale, non andò al funerale. Quando il giornalista Gianpaolo Pansa durante un Festival dell’Amicizia gli chiese perché lui non fosse andato ai funerali del prefetto di Palermo, il leader democristiano rispose così: “Preferisco andare ai battesimi”.

Il prefetto dei cento giorni; Dalla Chiesa a Palermo
Dalla Chiesa arriva a Palermo il 30 aprile, con procedura d’urgenza e anzitempo, poche ore dopo l’uccisione del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico assassinato tra il ’79 e l’82 dopo Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), democristiano, presidente della Regione siciliana, e Michele Reina (9 marzo 1979), segretario della Dc palermitana. Dalla Chiesa è l’uomo a cui lo Stato si era rivolto per sconfiggere la nuova emergenza del paese: la mafia. In Sicilia è una vera e propria strage: 10 morti nell’80, 50 nell’81, quasi 20 nei primi mesi dell’82. Dalla Chiesa resterà per tutti il “prefetto dei cento giorni”.

La nomina era stata decisa il 2 aprile 1982 da un comitato interministeriale costituito dal presidente del Consiglio Spadolini e dai ministri Rognoni, Formica, Di Giesi e Altissimo.

Il 10 agosto, in un’intervista a Giorgio Bocca, Dalla Chiesa denuncia il suo isolamento e la mancata attribuzione dei poteri: “Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”, dichiara al giornalista milanese.

Roma un poco si muove: l’articolo 416 bis del Codice Penale
Il 19 settembre 1982 la successiva reazione di sdegno da parte dell’opinione pubblica, portò lo Stato nel giro di pochi giorni ad approvare  l’art. 416 bis del Codice Penale, che riconosceva la fattispecie dell’associazione mafiosa accanto all’associazione a delinquere. Questa era stata l’ultima proposta, firmata da Pio La Torre insieme al democristiano Virginio Rognoni, riguardava il riconoscimento del delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso.

La legge 646 del 13 settembre 1982 (conosciuta anche come legge la legge Rognoni-La Torre) , oltre a istituire l’articolo 416-bis del codice penale prevede anche il sequestro e la confisca dei patrimoni illeciti provenienti da estorsioni, usura, riciclaggio, droga, prostituzione, e introduce norme per il controllo sugli appalti pubblici e l’obbligo della certificazione antimafia.

L’Associazione a delinquere di tipo mafioso è ora una una fattispecie di reato prevista dal Codice Penale italiano, all’art. 416 bis, e quindi all’interno del V Titolo della Seconda Parte del codice stesso, ossia nella parte disciplinante i Delitti contro l’ordine pubblico.

Fino al 1982 per i delitti di mafia si faceva ricorso all’art. 416 (associazione a delinquere), ma tale fattispecie era ben presto risultata inefficace di fronte alla vastità e alle dimensioni del fenomeno mafia. Tra le finalità perseguite dai soggetti uniti dal vincolo associativo ve ne erano anche di lecite, e ciò costituì il più grande limite all’applicazione dell’art. 416.

La vicenda giudiziaria
La prima sentenza per il delitto Dalla Chiesa fu emessa nel 1989 dai giudici del maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino, che condannarono all’ergastolo come mandanti i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Nitto Santapaola, Bernardo Brusca, Michele Greco e Nene’ Geraci. Il verdetto, basato sul cosiddetto ‘teorema Buscetta, vale a dire la responsabilità della Commissione (la struttura direttiva di cui facevano parte i capimafia più importanti) in tutti gli omicidi di alto livello, fu poi annullato in appello. Ma la Cassazione ordinò nel ’92 un nuovo processo che si concluse con la conferma di tutte le condanne di primo grado, ad eccezione di quella riguardante il capomafia catanese Nitto Santapaola, assolto.

Nel marzo del 2003 la corte d’ assise di Palermo, presieduta da Claudio Dall’Acqua, ha condannato all’ ergastolo Giuseppe Lucchese, boss di Brancaccio, e Raffale Ganci, capomafia del quartiere Noce per l’eccidio di Via Carini. I giudici si erano pronunciati nel 1995 sui capimafia accusati di essere gli esecutori materiali del delitto: Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, entrambi condannati al carcere a vita. Delle circostanze attenuanti previste per chi collabora con la giustizia hanno beneficiato Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci i pentiti grazie ai quali si è fatta luce sulla dinamica dell’agguato. Entrambi dovranno scontare 14 anni di reclusione.

Dalla ricostruzione della dinamica dell’attentato, resa possibile anche grazie alle rivelazioni degli ex boss, è emerso che l’ A 112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparò dando le spalle al parabrezza. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l’ eventuale reazione dell’ agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco “Scarpuzzedda” che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A 112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l’auto dei killer a sterzare bruscamente a destra. L’ attrito tra le due macchine sarebbe provato da un profondo solco sulla fiancata dell’ automobile di dalla Chiesa. La ricostruzione conferma che Greco giunse sul luogo del delitto quando i suoi complici avevano già fatto fuoco sul prefetto. Il particolare era stato raccontato agli investigatori dai pentiti Ganci e Anzelmo, secondo i quali Pino Greco avrebbe protestato per non essere riuscito a sparare per primo. “Me li avete fatti trovare morti”, avrebbe detto il killer.

“Un delitto maturato in un clima di ‘solitudine”, come disse il Pm Nico Gozzo nella sua requisitoria del 2002 : ”Carlo Alberto Dalla Chiesa – ha detto – fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’ espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo ‘abbandono’: ”Cosa Nostra – ha osservato il Pm – ritenne di poterlo colpire impunemente perchè impersonava soltanto sé stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l’ autorità dello Stato”.

Chi era Carlo Alberto Dalla Chiesa?
Carlo Alberto Dalla Chiesa nasce a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre 1920. Subito dopo la guerra sposa Dora Fabbo (morta per un improvviso infarto nel 1978) da cui avrà tre figli: Nando, sociologo e saggista, senatore dell’Ulivo, Rita, conduttrice televisiva e Simona. In seconde nozze sposa (il 10 luglio 1982*) la giovane Emanuela Setti Carraro. E’ Figlio di un generale dei carabinieri e con un fratello, Romano, anche nell’Arma.

L’8 settembre del ’43, è comandante della tenenza di San Benedetto del Tronto e non esita a passare con la Resistenza. Proprio dai partigiani apprende le tecniche di guerriglia di cui si servirà trentanni più tardi contro il terrorismo. Finita la guerra col grado di capitano,nel ’49 arriva in Sicilia, a Corleone. La mafia si sta organizzando e il movimento separatista è ancora forte. Il capitano Dalla Chiesa indaga su numerosi omicidi tra cui, quello del sindacalista socialista Placido Rizzotto.

In un rapporto del dicembre ’49, dalla Chiesa indica in Luciano Liggio il responsabile di quell’omicidio, lo denuncia alla magistratura di Palermo insieme a Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, poi assolti il 30 dicembre 1952  per insufficienza di prove. Sembra che la figura del capitano Bellodi del romanzo di Leonardo Sciascia Il giorno della civetta (1961), sia stata ispirata proprio dal giovane Dalla Chiesa in servizio in Sicilia. Poco dopo viene trasferito, prima a Firenze, poi a Como e infine a Milano. Dal ’63, col grado di tenente colonnello è a Roma a comandare la brigata e, dopo cinque mesi, all’ufficio addestramento della legione carabinieri di leva di Torino.

La lotta al terrorismo
Il nome del generale Dalla Chiesa è legato soprattutto ai Nuclei Speciali dell’Antiterrorismo. Nel 1974 a Genova viene rapito il giudice Sossi,  le gambizzazioni e i ferimenti sono all’ordine del giorno, l’Italia sprofonda nell’incubo del terrorismo. L’idea di un Nucleo Speciale Antiterrorismo viene a Dalla Chiesa, un gruppo selezionato di uomini con una certa esperienza maturata nel settore esclusivamente dedicati al terrorismo, ma è osteggiata dagli alti vertici dell’Arma, piace invece all’allora ministro dell’Interno Paolo Taviani che caldeggia la proposta e la impone ai vertici dell’Arma. Il 22 maggio 1974 con l’appoggio della politica nascono formalmente i Nuclei speciali Antiterrorismo coordinati dal generale Dalla Chiesa con sede a Torino.

L’otto settembre ’74 gli uomini di Dalla Chiesa mettono a segno un colpo sensazionale: l’ arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini a Pinerolo, fondatori e capi storici delle Brigate Rosse. Il successo dell’operazione si deve sopratutto a un infiltrato Silvano Girotto detto “Frate Mitra”.

Il primo trionfo di Dalla Chiesa si trasforma comunque in una polemica. Perchè non ha aspettato a far scattare quell’operazione , avrebbe potuto aspettare e catturare tutto il vertice delle Br compreso quel Mario Moretti che quattro anni dopo avrebbe organizzato il rapimento e il delitto di Aldo Moro? Fatto sta che il Nucleo antiterrorismo viene smantellato e Dalla Chiesa trasferito nel 1976.

Ci vorrà la recrudescenza delle Br e la tragica fine del sequestro di Aldo Moro, perché il generale ritorni ad occuparsi di terrorismo. Nell’agosto del ’78 ottiene l’incarico di coordinare la lotta al terrorismo, e mette in piedi un gruppo ristretto di investigatori, una cinquantina, che nel volgere di un paio d’anni mettono in ginocchio la lotta armata. In questo contesto avviene un episodio mai chiarito: dopo la scoperta del covo brigatista di via Monte Nevoso, a Milano, Dalla Chiesa avrebbe sottratto il memoriale di Moro e lo avrebbe passato all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, all’insaputa dei suoi superiori, per “depurare” il documento delle sue parti “scomode”.

Il 19 febbraio 1980, viene arrestato Patrizio Peci a Torino, nei pressi di Piazza Vittorio, in compagnia di Rocco Micaletto; trascorre i primi dieci giorni di prigionia in assoluto isolamento e sembra intenzionato a rispettare la prassi brigatista del più assoluto riserbo su tutto ciò che riguarda l’Organizzazione, il suo organigramma, la sua struttura interna. Il primo contatto tra Peci e un diretto emissario di Dalla Chiesa si svolge nel carcere di Cuneo a due settimane dall’arresto; segue il primo incontro a quattr’occhi con Dalla Chiesa al quale Peci manifesta per la prima volta l’intenzione di collaborare.

In seguito per ritorsione verrà ucciso il fratello Roberto Peci. Il corpo verrà ritrovato nei pressi di una discarica di rifiuti in via Fosso dello Statuario, alla periferia di Roma. È il 3 agosto 1981 e da 54 giorni Roberto è prigioniero delle Brigate rosse – Fronte carceri, ala dissidente del Partito armato che di lì a poco – sotto la guida di Giovanni Senzani – avrebbe dato vita alle Brigate rosse – Partito della guerriglia.

Il super pentito rivela al Generale l’indirizzo di alcuni covi dove sono custodite armi: un modo per verificare l’affidabilità del neo-pentito. Tra questi primi indirizzi, però, ce n’è anche uno che non è un semplice deposito d’armi quanto un vero e proprio covo utilizzato poche settimane prima per la riunione della Direzione strategica delle Brigate rosse. L’indirizzo dell’appartamento è via Fracchia, a Genova, dove gli uomini dell’antiterrorismo irrompono la notte del 28 marzo 1980. Segue un cruento scontro a fuoco in cui restarono uccisi quattro brigatisti rossi: Anna Maria Ludman, Riccardo Dura, Lorenzo Betassa e Pietro Panciarelli. . Il maresciallo dei Carabinieri Rinaldo Benà colpito al volto rimase gravemente ferito e perse un occhio.

L’ombra della P2
Un’altra questione chiarita solo parzialmente, è la sua richiesta di adesione alla P2 di Licio Gelli. Nel 1976 dopo lo smantellamento dei Nuclei Antiterrorismo, la carriera del generale sembrava arrivata a un punto morto, il generale Picchiotti, in pensione e gia vicecomandante generale dell’Arma tra il 1974-1975, gli consiglia di iscriversi alla loggia massonica P2. Dalla Chiesa dopo qualche perplessità firma il modulo di richiesta d’iscrizione adesione, ma non formalizzerà mai la sua adesione.

Il 17 marzo del 1981 la Guardia di Finanza scopre nella villa di Licio Gelli  a Castiglion Fibocchi (Arezzo), una lista di 953 nomi d’iscritti alla loggia massonica P2. Per settimane il paese attende di conoscere i nomi che sono su quella lista, la stampa fa insistentemente anche il nome di Dalla Chiesa. Fatto sta che alla pubblicazione della lista, resa nota dalla presidenza del Consiglio il 21 maggio 1981, il nome del generale non compare. Il figlio Nando ha sempre smentito categoricamente l’appartenenza del padre alla P2 o a qualsiasi altro organismo della massoneria.

* data corretta (da 11 a 10 Luglio 1982) su indicazione di una ns. lettrice

 

 

 

 

Articolo del 4 Settembre 2011 da io-reporter.blogspot.com
Il primato irrinunciabile della legalità nel ricordo del Generale Dalla Chiesa
di Benedetto Randazzo

Il Generale dalla Chiesa ha attraversato la vita dell’Italia in tutti i suoi momenti importanti e drammatici. Figlio di un carabiniere, vice comandante generale dell’Arma, passa nei carabinieri come ufficiale di complemento allo scoppio della seconda guerra mondiale, dopo essersi arruolato in fanteria.

L’8 settembre del ’43, è comandante della tenenza di San Benedetto del Tronto e non esita a passare con la Resistenza, operando in clandestinità nelle Marche, dove organizzò i gruppi per fronteggiare i tedeschi. Finita la guerra, nel ‘49 col grado di capitano, arriva in Sicilia, a Corleone. La mafia si sta organizzando e il movimento separatista è ancora forte.

Da capitano Dalla Chiesa si trova ad indagare su settantaquattro omicidi e la scomparsa (poi rivelatasi omicidio) del sindacalista Placido Rizzotto, scoprendone il cadavere che era stato abilmente occultato e giungendo ad indagare ed incriminare l’allora emergente boss della mafia Luciano Liggio. In un rapporto del dicembre ’49, dalla Chiesa indica proprio lui come responsabile di quell’omicidio. Ma poco dopo viene trasferito, prima a Firenze, poi a Como e infine a Milano.

Un trasferimento strano: che, soltanto anni dopo, si scoprirà essere stato ordinato dal generale Giovanni De Lorenzo, che stava organizzando il “Piano Solo”, un tentativo di colpo di Stato per impedire la formazione del primo governo di centrosinistra.

L’assassinio: Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo il 3 settembre 1982. E’ un venerdì, quando i sicari affiancano l’A 112 dove viaggia insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro. Viene ucciso pure l’agente di scorta Domenico Russo che viaggia su un ‘Alfetta’.

Nel 2002 la corte d’Assise condannò all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i pentiti di mafia, rei confessi, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. I mandanti della cupola: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Benrardo Brusca, e Nenè Geraci invece erano già stati condannati nel maxi processo passato in giudicato nel ’92.

A quasi trent’anni dal delitto restano tuttavia ancora molti misteri. Ad iniziare dalle ore successive all’eccidio quando la cassaforte del prefetto viene violata e sparisce la chiave che misteriosamente apparirà qualche giorno dopo. Chi rovistò fra le carte del generale? E cosa c’era nella cassaforte? Forse il memoriale Moro trovato in via Montenevoso a Milano? E ancora: chi quella notte entrò prima dei magistrati nelle stanze della residenza del prefetto a Villa Pajno? Domande rimaste senza una risposta quasi trent’anni dopo.

Sulla vicenda, ancora oggi, restano le ombre, anche se i mandanti e alcuni esecutori sono stati individuati, processati e condannati all’ergastolo; sicuramente, come disse una volta l’attuale procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, “per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti”.

La loro ricerca non ha fatto alcun passo avanti e l’unica verità giudiziaria è compendiata nelle sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola, dove gli stessi giudici di Palermo sottolineano: “Si può senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Un uomo solo: nell’ultima intervista Carlo Alberto Dalla Chiesa disse a Giorgio Bocca: “Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”. Il pubblico ministero Nico Gozzo nella sua requisitoria parlò di “un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo abbandono: “Cosa nostra ritenne di poterlo colpire impunemente perché impersonava soltanto se stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l’autorità”.

Dopo 29 anni per il Generale sembra che non rimanga altro spazio che quello per le commemorazioni di rito: Palermo ha ricordato “il Prefetto dei 100 giorni” con una messa e la deposizione di una corona il 29esimo anniversario della strage di mafia. Il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, ha deposto la corona di fiori sotto la lapide che, in via Isidoro Carini, ricorda la strage. Presenti il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il Prefetto, il Questore, l’Arcivescovo, il Sindaco, magistrati e vertici delle Forze di Polizia…..

Datemi pure “dell’idealista” ma (parafrasando Guccini): “ il Generale a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correr via una macchina a vapore, e che ci giunga un giorno ancora la notizia di una “locomotiva” come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia, l’illegalità, le collusioni le impunità le protezioni, le complicità gli interessi… e dove non è arrivata la locomotiva della giustizia arrivi quella della memoria e sia più forte della polvere e della complicità del tempo

 

 

 

Articolo del 31 Agosto 2015 da  antimafiaduemila.com
Dalla Chiesa, il Generale ucciso dallo Stato
Le lapidi non dicono tutto
di Saverio Lodato

Carlo Alberto dalla Chiesa? Chi era costui? Perché venne assassinato? Cosa rappresentò davvero il suo sacrificio? Ne valse la pena? Chi glielo fece fare? Gli italiani fecero tesoro del suo insegnamento? Le lapidi invecchiano. E più di tanto non possono dire.
Le lapidi, per loro natura, sono avare di parole e di atmosfere, laconiche, quasi dispettose in quell’indicare appena un nome e qualche data.
Il tempo scorre.
La Sicilia e l’Italia sono assai lontane da quelle di allora.
E qualche giorno fa, Rita, una dei tre figli di Dalla Chiesa, ha lamentato su Facebook che la lapide in ricordo del sacrificio di suo padre si trovava in stato di abbandono. Il sindaco della città, Leoluca Orlando, l’ha fatta subito sistemare e ripulire, restituendo così decoro a un luogo di passaggio obbligato nel centro di Palermo che però, è questo il punto, non è mai diventato effettivo luogo di raccoglimento e di memoria.
A Palermo, di Carlo Alberto dalla Chiesa resta un pallidissimo ricordo.

I giovani non conoscono la sua storia, non sanno che con quella strage in via Carini si raggiunse per la prima volta il vertice di un’escalation di violenze criminali che negli anni a venire avrebbe avuto innumerevoli repliche; credono, in buona sostanza, che il vero inizio della lotta alla mafia sia da collocare dieci anni più tardi, con i sacrifici di Falcone e Borsellino e le relative stragi. Altrimenti non si capirebbe perché gli anniversari dell’agguato che il 3 settembre 1982 costò la vita al “carabiniere” Dalla Chiesa e alla sua giovane moglie, la crocerossina Emanuela Setti Carraro, si rincorrano mesti, poco partecipati, poco appetibili per la grancassa dei media che ormai, 33 anni dopo, ha altro cui pensare.
Eppure c’è qualcosa di particolarmente sinistro che accomuna la strage di via Carini e quella di Capaci, ed è il fatto che in entrambi i casi venne aperto il fuoco anche contro le mogli di un carabiniere e di un magistrato, in dispregio del vecchio adagio mafioso che imponeva di non coinvolgere donne e bambini nei regolamenti di conti: il binomio Dalla Chiesa – Setti Carraro anticipò infatti di dieci anni esatti il binomio Falcone – Morvillo (binomio, questo, che resterà, a dispetto della separazione cimiteriale dei poveri resti di entrambi, per decisione dettata dal desiderio irrefrenabile di “occhio di mondo” di Maria, una delle sorelle di Falcone).
Sebbene, dopo quegli eventi, una valanga di cadaveri, altrettanto “illustri”, eccellentissimi, piegò la Sicilia, quella modalità d’esecuzione non si ripeté mai più.
Si trattò di un caso? Del capriccio delle coincidenze della storia? Dalla Chiesa non poteva essere ucciso da solo? Falcone non poteva essere ucciso da solo?
Decenni di inchieste, e di opinioni, ci hanno spiegato che no, non potevano essere uccisi da soli, perché il monito doveva apparire gigantesco, assumere valenza quasi biblica, affinché i vivi non raccogliessero mai più l’esempio di Dalla Chiesa e di Falcone. Ci è sempre sembrata una tesi parente stretta dell’affermazione che dice : “cosa fatta capo ha”. In altre parole, non ci aiuta a capire chi fu il mandante. E perché la “regola” fu infranta?
Perché – è la domanda che resta – questo trattamento fu riservato solo a loro? E’ una domanda che forse può tornarci utile oggi, a poche ore dal giorno dell’anniversario.
Andiamo ai fatti. Dalla Chiesa, da vivo, nei suoi “cento giorni” di missione in terra di Sicilia, non fu mai amato dai palermitani. Fu irriso, vilipeso, ostacolato. Non godeva di buona stampa. Venne percepito, lui piemontese, lui alto graduato dell’ Arma, lui castigamatti delle brigate rosse, lui che aveva indagato sulla esecuzione di Aldo Moro, lui che parlava ad alta voce nella città di atavici silenzi, lui che “andava sull’uomo”, come si direbbe calcisticamente, rendendo la vita difficoltosa ai rappresentanti dei potentati economici, affaristici, politici e istituzionali siciliani, fu percepito, dicevamo, come un corpo estraneo. Simpatie zero, o poco più, perfino da parte della società civile.
Perché? Basterà ricordare che, in quel momento, le fila del potere democristiano erano in mano a un signore elegantemente vestito di nero che rispondeva al nome di Giulio Andreotti. E che la sua corrente, quei bravi ragazzi altrimenti detti gli “andreottiani di Sicilia”, aveva a Palermo la sua casa madre, la sede centrale della ditta.
E che l’economia siciliana, invece, era rappresentata dai cugini Nino e Ignazio Salvo, dal potentato dei Cassina, dai quattro “cavalieri catanesi” del lavoro, i Costanzo, i Rendo, i Finocchiaro, i Graci, mentre, su tutti, incombeva l’ombra nera di Vito Ciancimino, allora nel fiore dei suoi anni delinquenziali.
A tutti costoro, nessuno escluso, sin dal primo giorno del suo insediamento, Dalla Chiesa dichiarò una guerra aperta e senza esclusione di colpi. Nei fatti, ancor prima che a parole. E non dimentichiamo, a completamento del quadro, il famigerato “clan dei corleonesi”, vecchia conoscenza del generale che, proprio in quel di Corleone, decenni prima aveva mosso i suoi primi passi investigativi.
A peggiorare le cose, poi, ci stava tutto quanto era già accaduto “prima” del suo arrivo.
Erano stati assassinati il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della regione siciliana, Pier Santi Mattarella, il capitano della compagnia dei carabinieri di Monreale, Emanuele Basile, il procuratore capo di Palermo, Gaetano Costa, il primario di chirurgia vascolare dell’“Ospedale Civico” di Palermo, Sebastiano Bosio, l’imprenditore Pietro Pisa, il segretario del PCI siciliano, Pio La Torre.
Dalla Chiesa, insomma, si ritrovò paracadutato, anche per sua nobilissima richiesta, nel cratere di un vulcano in piena attività.
Infine, un’ altra cosa che va ricordata, ma di incommensurabile portata se si vuol capire cosa accadde 33 anni fa, è che a Roma Dalla Chiesa venne insignito del titolo di “prefetto”, ma i poteri effettivi di prefetto chiamato a fronteggiare la mafia nella tana del lupo, non gli vennero mai concessi. E nonostante lui stesso li rivendicasse platealmente.
C’è un altro, chiamiamolo così, dettaglio: Dalla Chiesa non ebbe alcuna remora a far sapere all’uomo in nero, Giulio Andreotti, che avrebbe dato filo da torcere proprio alla sua corrente siciliana in quanto fortemente sospettata di collusione con le cosche mafiose. Il tutto, nero su bianco, in una lettera a Giovanni Spadolini, presidente del consiglio in quel momento. La misura fu presto colma.
Me ne parlò apertamente ai primi di agosto del 1982, un mese prima della sua morte.
Lo incontrai, per un’intervista che pubblicai sul quotidiano “L’Unità” in ricordo del procuratore Gaetano Costa che lui aveva conosciuto, a Villa Whitaker , nella sede della Prefettura di Palermo. In quello scorcio di anno, giusto per ricordare, le vittime di mafia a Palermo erano già ottantadue.
Dalla Chiesa era solo. Parlava come una persona consapevole ormai della propria solitudine. Non aveva attorno, pur essendo il prefetto di una Palermo in guerra, alcun segretario, alcun collaboratore, neanche un passacarte.
Chi incarnava, in quel momento, lo Stato?
Lui, in tutta la sua solitudine? In tutta la sua determinazione, la sua tenacia, la sua lucidità di analisi e di giudizio che lo spinse addirittura a prevedere, in quell’intervista, che stava per manifestarsi il pentitismo fra le fila dei mafiosi? O la pletora di tutti quelli che volevano la sua fine e che quel giorno scelsero di restare nell’ombra? Che ne studiavano silenziosamente le mosse, per riferire diligentemente e in tempo reale agli interlocutori di quei “poteri romani” che facevano il doppio gioco?
Dalla Chiesa – è questo che vogliamo dire – si sentiva di essere lo Stato, di rappresentarlo, di servirlo. In questo, proprio come Falcone. E ne aveva ben donde, visto il suo smagliante curriculum di uomo al servizio della legge. Ma c’era il piccolo particolare che lo Stato, quello autentico, quello che lo aveva spedito in Sicilia a tamburo battente, quando la temperatura criminale si era eccessivamente surriscaldata, in cuor suo lo voleva morto.
In questo, proprio come Falcone e Borsellino.
Non fu un caso che mentre le forze dell’ordine si precipitarono fra ululati di sirene e lampeggianti nel luogo dell’eccidio, in via Carini, dove oltre a Dalla Chiesa ed Emanuela morì il fedele autista, l’agente Domenico Russo, ombre furtive entrarono in Prefettura, violarono la cassaforte del generale, fecero sparire per sempre i documenti più scottanti che lui stesso aveva raccolto durante i suoi “cento giorni” a Palermo. E che raccoglievano nomi, cognomi e indirizzi della Sicilia criminale di allora.
Storia questa, sia detto per inciso, che si sarebbe ripetuta con i diari di Falcone e l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Sul luogo dell’agguato, poi, comparve la scritta: “qui è morta la speranza dei siciliani onesti”. Parole preveggenti di quanto sarebbe accaduto in epoca successiva.
Ora forse, 33 anni dopo, sarebbe giunto il momento di dire che Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato dalla tenaglia congiunta dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato che avevano tutto l’interesse, a Roma come a Palermo, di vederlo morto.
Troppo a lungo, infatti, è durata la stucchevole bagatella che ha fatto da colonna sonora in questi decenni di un Carlo Alberto dalla Chiesa “ucciso dalla mafia”.
La mafia, certo, fece la sua parte. Ma quella strage rappresentò molto di più.
Fu il tentativo disperato di ristabilire un ordine delle cose che vedeva tutti i potenti a braccetto, e che per ciò non poteva contemplare figure esemplari, schegge impazzite, personalità istituzionali “fuori rotta” e che entravano inevitabilmente in rotta di collisione con le istituzioni romane.
Il regista collettivo della strage di Via Carini incluse nel copione anche l’eliminazione di Emanuela Setti Carraro per far capire che non sarebbero stati tollerati altri ammutinamenti. Ecco perché non venne più rispettato il vecchio adagio mafioso. Erano diventati altri i comprimari.
Dieci anni dopo la storia si ripropose?
Il regista collettivo di Capaci e via D’Amelio fu costretto a ripetersi.
Con l’uccisione di Francesca Morvillo e l’ecatombe di via D’Amelio.
E’ giusto e legittimo tirare a lucido le lapidi.
Ma forse non dovrebbe bastare alla nostra coscienza di oggi. Sarebbe molto meglio, per esempio, cercare di capire perché allo Stato di oggi, 33 anni dopo via Carini, o 23 anni dopo Capaci e Via D’Amelio, dia un fastidio così profondo il processo che si celebra a Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia.
E sarebbe bene che chi queste cose le conosce, avendo avuto la disgrazia umana di doverle attraversare, spendesse qualche parola di sostegno per tutti quei magistrati palermitani che stanno in prima fila in profondo isolamento proprio perché ormai hanno capito tutto quello che c’era da capire. E che, in maniera sacrosanta, vorrebbero poter provare in dibattimento.
Soprattutto per evitare che altre lapidi, con il trascorrere del tempo, abbiano poi bisogno di un frettoloso restauro.

saverio.lodato@virgilio.it

 

 

 

Articolo del 1 Settembre 2015 da  alqamah.it
Una cena a casa di un preside e la morte del prefetto Dalla Chiesa
Di Rino Giacalone
La testimonianza di Giacoma Filippello nel processo per il delitto di Mauro Rostagno ha aperto nuovi scenari sull’omicidio del 3 settembre 1982 dell’ex generale dei carabinieri. “I mafiosi trapanesi volevano quella morte”

Tre settembre 1982, Palermo via Carini. La mafia quella sera ammazzò il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie, Emanuele Setti Carraro. Stavano percorrendo quella strada a bordo della loro utilitaria, la guidava la donna. Con loro colpirono a morte anche l’agente Domenico Russo che seguiva la vettura con l’auto blu della prefettura. Prefetto per 100 giorni a Palermo dove era arrivato nel maggio del 1982 all’indomani di un altro efferato omicidio mafioso, quello del segretario regionale del Pci Pio La Torre. Ma quei giorni erano stati fatidici per il suo destino. La mafia si era ritrovato dinanzi uno dei suoi avversari più pericolosi perchè intelligente, capace di mettere a fuoco gli affari che interessavano Cosa nostra. E a quell’epoca la mafia cambiava pelle, dagli affari indiretti a quelli gestiti dalle sue imprese. La mafia che in quegli anni stava diventando qualcos’altro, quello che è oggi, ossia una organizzazione criminale che ha saputo bene parlare con la politica, che in questi mesi ha messo in luce anche un’altra sua abilità, quella di fare antimafia. L’ordine non si può dimenticare lo impartì Bernardo Provenzano dalla latitanza quando disse che le imprese mafiose dovevano associarsi ai movimenti antiracket. I vertici di Cosa nostra sono stati condannati all’ergastolo per il delitto del generale Dalla Chiesa, di sua moglie Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo. Le indagini puntavano anche sui mandanti esterni, ma si sono arenate. Entità esterne ci sono state, viene difficile immaginare a quel commando armato con armi da guerra che commesso il triplice delitto si sia potuto dirigere nella sede della prefettura di Palermo, entrare nell’appartamento usato dal prefetto Dalla Chiesa, aprire la sua cassaforte svuotandola di ciò che conteneva. E’ un altro dei delitti dai “pezzi mancanti” (dal titolo di un libro del bravo Salvo Palazzolo), come in tanti eccellenti omicidi mafiosi poi ci si ritrova con cose che sono scomparse, e dalla cassaforte di Dalla Chiesa sono scomparse le carte sulle quali per poche settimane si era concentrato il lavoro del prefetto, mandato a Palermo per combattere la mafia ma senza ottenere quei poteri speciali che al Governo che lo mandò a Palermo inutilmente Carlo alberto Dalla Chiesa giornalmente chiedeva. Per la strage di via Isidoro Carini sono stati condannati all’ergastolo Totò Riina. Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Nenè Geraci, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, solo questi ultimi due a 14 anni, tutti gli altri, mandanti ed esecutori all’ergastolo. La sentenza scrive: “Si può, senz’altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”. Insomma ci sono altri scenari. E durante il processo per il delitto del giornalista e sociologo Mauro Rostagno d’improvviso sono comparsi elementi che viene da ricondurre a quegli scenari rispetto ai quali le indagini non sono riuscite a fare i giusti approfondimenti. Giacoma Filippello è stata per anni la compagna di un boss mafioso di Campobello di Mazara, Natale L’Ala. Ammazzato dopo avere subito diversi agguati. Il nome di L’Ala era tra quelli che compariva agli atti dell’indagine sulla massoneria deviata Iside 2 scoperta tre anni dopo il delitto Dalla Chiesa, si celava dietro il paravento di un circolo culturale che aveva sede nel centro storico di Trapani. La Filippello sentita nel processo ad un certo punto dovendo fare l’elenco dei mafiosi frequentati dal marito, si è ricordata di un castellammarese, l’odotecnico Mariano Asaro, anche lui assieme ad altri mafiosi tra gli iscritti nella loggia Iside 2, alla quale aderivano quelli che oggi verrebbero chiamati “colletti bianchi”. La Filippello si è così ricordata di una cena a casa di un preside di Castellammare del Golfo. “Io ed il mio compagno stavamo lì ed aspettavamo che si preparava la cena, esattamente, a casa di… di una signora. Dunque, il marito faceva il preside mi pare che faceva in una scuola, se non ricordo male. E stavamo lì a parlare del più e del meno, diciamo. Eravamo tutti… ed ho visto che lui si è andato a sedere sul bracciolo del… del divano e parlava con mio marito, parlavano del generale Dalla Chiesa… Lo dovevano ammazzare, signor Presidente. Detto crudo, mi dispiace proprio, che gliela dovevano fare pagare, insomma. Ecco. A lui ed a lei“. Insomma c’è la mafia trapanese dietro il delitto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la mafia che già nel 1983 era diventata ciò che la Cosa nostra di Riina non era riuscita ancora a diventare. La mafia che parlava con la politica, la massoneria, la mafia che era diventata impresa. La mafia alleata con Cosa nostra catanese e gli atti posti in essere da Dalla Chiesa avevano proprio preso di mira la Cosa nostra catanese, fino a quel momento collocata solo subalterna a quella palermitana, ma il prefetto Dalla Chiesa aveva compreso che le cose non stavano proprio in quel modo. Insomma mentre si dice che la mafia è sconfitta ancora una volta si scoprono che ci sono pagine che vanno scritte per intero e sino a quando questo non avverrà sarà difficile parlare di sconfitte. Come per Dalla Chiesa ci sono ancora delitti e stragi che attendono verità e giustizia, e senza verità e giustizia parlare di sconfitte è cosa alquanto sbagliata perchè dinanzi ad indagini che si fermano ci sono sempre mammasantissima con o senza coppole e lupare che mandano a ringraziare.

 

 

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it
Articolo del 4 aprile 2017
“Dalla Chiesa, il mandante fu il deputato Cosentino”
di di Gianni Barbacetto e Stefania Limiti
Palermo 1982 – Il procuratore generale Roberto Scarpinato racconta all’Antimafia le accuse al piduista andreottiano per l’omicidio del prefetto

Parla lentamente, il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, davanti ai parlamentari della Commissione antimafia. È stato chiamato in audizione, come altri “esperti”, per raccontare i rapporti tra mafia e massoneria. Una storia lunga e complessa di due poteri che si sono, di volta in volta, fronteggiati, confrontati, alleati. E intrecciati con il potere politico. A un certo punto della sua audizione, parlando dell’omicidio del prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, il procuratore generale scandisce le parole: “L’ordine di eliminare Dalla Chiesa arrivò a Palermo da Roma. Dal deputato Francesco Cosentino”. Democristiano, andreottiano, massone, Cosentino era un potente parlamentare della Dc, segretario generale della Camera, fedelissimo di Giulio Andreotti e personaggio di rilievo della loggia massonica P2 di Licio Gelli.

È l’8 marzo 2017 quando Scarpinato fa risuonare di nuovo il suo nome davanti ai parlamentari della commissione. L’audizione era iniziata in seduta pubblica: “Sono stato informato”, aveva detto Scarpinato, “di progetti di attentati, nel tempo, nei confronti di magistrati di Palermo orditi da Matteo Messina Denaro per interessi che, da vari elementi, sembrano non essere circoscritti alla mafia, ma riconducibili a entità di carattere superiore”.

Dopo le prime battute, l’audizione era stata secretata. A porte chiuse, il magistrato siciliano, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, ha fatto una lunga ricostruzione storica dei rapporti tra mafia e massoneria, ricordando che già Stefano Bontate – capo di Cosa Nostra prima di Totò Riina, che lo fece ammazzare nel 1981 – era affiliato a una loggia segreta “che era un’articolazione in Sicilia della P2 di Licio Gelli”.

Il 3 settembre 1982 viene ucciso Dalla Chiesa: un omicidio politico, non solo mafioso. E qui Scarpinato ha rivelato ai commissari dell’antimafia che Gioacchino Pennino, medico, uomo di Cosa nostra e massone, diventato collaboratore di giustizia ha raccontato di aver saputo da altri massoni che “l’ordine di eliminare Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò a Palermo da Roma, dal deputato Francesco Cosentino”. Nessuno dei commissari lo ha interrotto, nessuno ha chiesto spiegazioni. Scarpinato ha proseguito il suo racconto, mettendo a fuoco i complessi rapporti con la massoneria dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dopo l’eliminazione di Bontate. Riferisce che un fedelissimo di Riina, Giuseppe Graviano – che è uno degli strateghi dell’uccisione di Giovanni Falcone e delle stragi del ’93 – partecipa a riunioni massoniche.

Le relazioni continuano fino a oggi, tanto che alcune fonti indicano come massone anche il superlatitante Matteo Messina Denaro: il boss che ha progettato attentati nei confronti di magistrati di Palermo “per interessi che sembrano non essere circoscritti alla mafia, ma riconducibili a entità di carattere superiore”.

Per l’omicidio di Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo, sono stati condannati all’ergastolo, come mandanti, i vertici di Cosa nostra dell’epoca: i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Nel 2002 è arrivata la condanna anche per gli esecutori: Vincenzo Galatolo, Antonino Madonia, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Nella sentenza si legge: “Si può senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

Ora abbiamo qualche indicazione in più sugli “specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni”, che hanno portato all’uccisione del generale, in “coesistenza” con quelli di Cosa Nostra. Sul ruolo di Cosentino, Scarpinato in Commissione antimafia non ha fornito altri dettagli. Morto nel 1985, è “figlio d’arte”: suo padre Ubaldo, anch’egli massone, fu segretario generale della Camera dei deputati dal 1944 fino alla sua morte, nel 1951. Il figlio Francesco ebbe la stessa carica dal 1962 al 1976, quando fu coinvolto nello scandalo Lockheed. Fu poi per breve tempo parlamentare europeo. Nel 1981 il suo nome fu ritrovato negli elenchi della P2, scoperti dai magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone negli uffici di Gelli a Castiglion Fibocchi.

Una ventina dei 962 nomi dell’elenco trovato in cassaforte erano segnati con un evidenziatore giallo: tra questi, quello di Francesco Cosentino, come quello di Licio Gelli, di Michele Sindona, di Roberto Calvi, di Silvio Berlusconi… Il nome Cosentino compare più volte anche sulle agende di un altro noto fratello della P2, il direttore di Op Mino Pecorelli, che segnava meticolosamente i suoi appuntamenti: “Costa-Berlusconi-Licio-Gregori-Cosentino” (5 settembre 1977): “Berlusconi-Cosentino” (16 ottobre 1977); “Cosentino-Berlusconi Montedison” (27 ottobre 1977). Nel 1979, il Maestro Venerabile della P2 Licio Gelli apre una trattativa con il petroliere Attilio Monti per comprare i suoi giornali, Il Resto del Carlino di Bologna e La Nazione di Firenze. A Monti dice che sta lavorando per Cosentino, che è lui il possibile acquirente. La trattativa non andrà in porto. Ma anni più tardi, il ruolo preminente di Cosentino nella P2 fu messo in rilievo dalla moglie del banchiere Roberto Calvi, Clara Canetti, che alla commissione P2 di Tina Anselmi il 6 dicembre 1982 dichiarò: “Gelli era solo il quarto… Il primo era Andreotti, il secondo era Francesco Cosentino, il terzo era Umberto Ortolani, il quarto era Gelli”.

Lo ripeterà il 2 febbraio 1989 a Michele Santoro nella trasmissione tv Samarcanda: “Mio marito mi aveva detto che sopra Gelli e Ortolani c’erano Andreotti e Cosentino”. Il secondo era tutt’uno con il primo. Nel suo diario personale, Dalla Chiesa racconta che il 5 aprile 1982, poco prima di andare a Palermo, ebbe un colloquio con Andreotti al quale disse che non avrebbe avuto riguardi per “la famiglia politica più inquinata del luogo”. Era quella andreottiana. Ora Scarpinato rivela: “L’ordine arrivò da Roma”. Dall’andreottiano Francesco Cosentino.

 

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