5 Novembre 1945 Caccamo (PA). Giorgio Comparetto era un contadino. Fu ucciso mentre era sulla mula insieme al suo figlioletto di 5 anni.

Giorgio Comparetto, 30 anni.

Era un contadino. Fu ucciso a Caccamo il 5 novembre del 1945 mentre era sulla mula insieme al suo figlioletto di 5 anni.

Per il suo omicidio, grazie alla collaborazione di un testimone, finì sul banco degli imputati Salvatore La Corte, poi condannato all’ergastolo nel 1969. Insieme a suo fratello, dichiarò di avere ammazzato Giorgio Comparetto dopo averlo sorpreso a rubare del frumento. In realtà quelli erano gli anni delle lotte per la terra e la mafia aveva da tempo deciso di fermare i contadini. È in questo contesto dunque che va inserito l’omicidio di Giorgio Comparetto.

Fonte liberanet.org

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it
Articolo del 16 gennaio 2003
Il comunista il mafioso e il contadino assassinato
di Salvo Palazzolo

Nessuno più si ricordava del comunista di Caccamo che si era messo in testa di salire sulla corriera occupata dai mafiosi. «Era tempo di elezioni – ha raccontato qualche settimana fa il pentito Nino Giuffrè ai procuratori di Palermo – sull’autobus c’era posto solo per chi avrebbe votato Democrazia cristiana. Dalla contrada di San Giovanni Li Greci gli elettori venivano portati al seggio e poi di nuovo in campagna. Ora, quel comunista ha cominciato a fare un po’ di casino, ma non è salito. Dopo qualche tempo è stato ucciso. è una storia vecchia – ha aggiunto l’ex padrino – non la conosco bene, non so se ero nato o ero bambino. Questo so. Uno però prese l’ergastolo, e a me risulta che non c’ entrava niente».

Il comunista se lo ricordano ancora alcuni anziani del paese. Si chiamava Antonino Faso, ma morì nel suo letto. Però dopo il litigio, davvero la storia di Caccamo prese una strada inaspettata. Il comunista decise che era venuto il momento di raccontare tutto su quell’uomo che gli aveva impedito di salire sulla corriera, Salvatore La Corte, grande elettore della Democrazia cristiana e ritenuto uomo del capomafia Giuseppe Panzeca, già allora uno dei padrini più influenti della cupola siciliana. Era da qualche tempo che il comunista ci pensava, sollecitato anche dagli amici della Camera del lavoro, decisi a rialzare la testa contro i boss. Faso si presentò ai carabinieri e raccontò di aver visto in faccia i sicari del contadino Giorgio Comparetto, ucciso il 5 novembre del ’45: fece i nomi di Salvatore La Corte e di suo fratello Giuseppe.

Il primo finì all’ergastolo.
La storia del testimone Antonino Faso e del delitto di Giorgio Comparetto arrivò presto in un processo. Era già la fine degli anni Sessanta. Sul banco degli imputati, Salvatore La Corte (il fratello era già morto), accusato di aver sparato al contadino dopo averlo sorpreso a rubare un po’ di frumento. Questa la versione ufficiale. Ma erano gli anni delle lotte per la terra, e la parola d’ordine della mafia di don Peppino Panzeca era una sola: i contadini devono essere fermati. Così anche Comparetto fu fermato, mentre era sulla mula col figlioletto di cinque anni.

«Attendevo la corriera che arrivava da Palermo per prendere mio zio – raccontò molti anni dopo il testimone – sentì dei colpi, vidi scendere dalla montagna i fratelli La Corte».

La storia del comunista e del contadino assassinato l’abbiamo ricostruita grazie a due testimoni, l’avvocato Salvo Riela, che fu legale di parte civile della famiglia Comparetto e il giornalista Aurelio Bruno, che si occupò del caso.

In primo grado – era il gennaio del ’69 – la corte d’ assise condannò l’imputato a 24 anni di carcere, ma dichiarò prescritto il reato. Al processo d’Appello si arrivò che era il ’71. Gli avvocati dell’imputato erano Nino Mormino (già il padre Salvatore si era occupato del caso) e Aldo Casalinuovo: chiesero che il dibattimento fosse trasferito, per legittima suspicione. Ma i giudici respinsero, e condannarono all’ergastolo, decisione poi confermata in Cassazione.

Salvatore La Corte restò a lungo in cella, morì alla vigilia della sua scarcerazione. «Fu un processo che suscitò grande scalpore – così ricorda Salvo Riela, parte civile insieme all’avvocato Nino Sorgi – non capitava spesso che il muro dell’omertà fosse infranto in maniera così coraggiosa, e che i familiari delle vittime si costituissero parte civile. Un ruolo importante l’aveva svolto la Camera del lavoro di Caccamo».

«Erano anni di grande fermento – dice Aurelio Bruno – l’istituzione della prima commissione antimafia aveva ridato coraggio: alcuni importanti esponenti del partito comunista erano tornati a indagare sui delitti irrisolti di tanti compagni assassinati negli anni precedenti per il loro impegno contro tutti i soprusi. Il memoriale di Giuseppe Piraino, segretario della Camera del lavoro, segnò la svolta per il caso Comparetto». «Ma a Caccamo – ha raccontato Giuffrè – i comunisti, e tutti coloro che non condividevano le scelte politiche della mafia, continuavano a fare fastidio. Venivano considerate delle mele marce che dovevano essere eliminate. L’ ultima fu Mico Geraci».

 

 

Caccamo, la tomba di Giorgio Comparetto, 30 anni, assassinato dalla mafia il 5 novembre 1945 – Fonte: cittanuove-corleone.net

Fonte:  cittanuove-corleone.net
Articolo del 8 agosto 2017
La Cgil Palermo: “Alla vera storia della Sicilia ha contribuito a pieno titolo il movimento dei lavoratori, grazie a lotte, sacrifici e il tanto sangue versato”

Cgil, Ricordati Raia e Intili, dirigenti sindacali assassinati dalla mafia. Nel calendario della memoria della Cgil si aggiungono altri nomi di sindacalisti uccisi, rimasti per anni nell’oblio. “Stiamo ricostruendo le storie”.

Palermo 8 agosto 2017 – La Cgil anche quest’anno ha ricordato, assieme ai familiari, i dirigenti sindacali assassinati dalla mafia Andrea Raia, a Casteldaccia, ucciso 73 anni fa, e Filippo Intili, a Caccamo, ucciso il 7 agosto del 1952. “E vogliamo continuare a sfogliare questo calendario della memoria ogni anno, perché per troppo tempo i sindacalisti uccisi sono stati dimenticati – dichiara Dino Paternostro, responsabile per la Legalità della Cgil Palermo – Abbiamo chiesto scusa anche noi per i lunghi decenni di silenzio e adesso, che con molta chiarezza abbiamo intrapreso questa strada della memoria, dei diritti e dei valori, indispensabili per la costruzione di un futuro migliore, non ci vogliamo fermare”.

La Cgil Palermo intende organizzare una iniziativa unica per ricordare tutti i caduti del movimento sindacale, coinvolgendo i giovani, gli studiosi, le le istituzioni. “Riteniamo – ha aggiunto Dino Paternostro – che nella costruzione della democrazia e della libertà in Sicilia questi nostri caduti siano stati una componente fondamentale, alla quale non viene riconosciuto il giusto posto nei libri di storia. Questo offende la memoria dei nostri dirigenti sindacali, assassinati dalla mafia perché chiedevano libertà, democrazia e lavoro. Nel racconto della vera storia della Sicilia ha contribuito a pieno titolo il movimento dei lavoratori e sindacale, grazie a lotte, sacrifici e tanto sangue versato”.

La Cgil sta cercando di fare luce anche su altri caduti la cui storia è stata dimenticata, ricordati finora solo col nome e cognome, spesso sbagliati, o con la data spesso inesatta di nascita e di morte. A ottobre, ad esempio, saranno ricordati per la prima volta i tre fratelli Santangelo, assassinati tra Misilmeri e Belmonte Mezzagno per dare un segnale ai contadini del feudo. “Quest’anno siamo riusciti a metterci in contatto con una nipote – aggiunge Paternostro – È fondamentale per noi il rapporto con le famiglie, che hanno sempre portato avanti il ricordo e vissuto in forma privata il loro dolore. Il nostro lavoro vuole essere un contributo per riscrivere in maniera più corretta la storia della Sicilia e dare il posto che spetta a ognuno dei sindacalisti assassinati”.

A Caccamo la Cgil oltre a ricordare Filippo Intili, assieme ai familiari e alle istituzioni, ha reso omaggio per la prima volta, recandosi in visita alla tomba, a Giorgio Comparetto, un altro contadino dirigente della Cgil, assassinato all’età di appena 30 anni dalla mafia di Caccamo, il 5 novembre 1945, mentre stava tornando a casa a cavallo insieme al figlioletto di 5 anni. La Cgil è impegnata a ricostruire la vicenda. Gli assassini di Comparetto, impegnato a capo delle lotte dei braccianti, per l’applicazione dei decreti Gullo, furono scoperti, e poi processati e condannati, grazie alla testimonianza di Antonino Faso, un testimone comunista e della Cgil, che fece i nomi di Salvatore Lo Corte e del fratello Giuseppe. Il primo finì all’ergastolo.

Commovente, infine, la lettura del messaggio inviato da Filippo Campisi, nipote di Filippo Intili: ”Non sono presente oggi 7 agosto 2017 ma Filippo Intili ormai fa parte della storia di Caccamo e questo mi rende orgoglioso. Questa semplice commemorazione la dobbiamo a Filippo, la dobbiamo a lui e a tanti altri che hanno pagato con la vita l’opposizione allo strapotere di quel gigante che si chiama mafia”.

 

 

 

 

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *