ANNO 1985, GRANDE FUGA DA PALERMO di Franco Recanatesi

ANNO 1985, GRANDE FUGA DA PALERMO
di Franco Recanatesi

Strage di Via Croce Rossa Foto da  ecorav.it

Articolo del 6 ottobre 1985

Fonte:  ricerca.repubblica.it

PALERMO – Vogliono andarsene tutti: poliziotti, magistrati, giornalisti. Chiunque sia costretto ad affettare quotidianamente la violenza della città. Stanno crollando le illusioni, stanno franando le resistenze. Pare quasi di sentire i passi stanchi e pesanti della ritirata. Il cronista abituato a tastare il polso di Palermo, trova oggi pulsazioni molto deboli, occhio spento, scarsa reattività. Un malato sull’ orlo della rassegnazione. La tentazione di dire che la mafia ha vinto è molto forte, arginata soltanto da una spontanea ribellione della coscienza e dalla consapevolezza che la speranza non può essere uccisa a colpi di kalashnikov. Le forze dell’ ordine battono strade metropolitane e di campagna senza sapere bene quel che vanno cercando e in che cosa possono imbattersi. Dai tettucci aperti della autoblindo spuntano le facce bianche e rosa di giovanissimi figli padovani, bergamaschi, trentini che scrutano gente e luoghi sconosciuti e il mitra non lo abbassano mai. Li ho visto fermare i motorini degli studenti con i libri a tracolla alla fine di via Stabile, in pieno centro. Li ho visti controllare i documenti a un venditore ambulante di gelati lungo un sentiero sterrato del quartiere Giardini.

Sono loro la “nuova polizia”, i 700 inviati a “presidiare il territorio” dopo gli omicidi di agosto. Man mano che arrivavano, a gruppi, hanno seguito un corso alla caserma Pietro Lungaro, perchè la guerra alla mafia non è una guerra come le altre. Scuola pratica e teorica. Sono stati addestrati a sparare ad un bersaglio mobile, a gettarsi dall’ auto in corsa, a mimetizzarsi nella campagna. E’ stato spiegato loro com’ è fatto Ciaculli, che cosa sono le cosche, come avvengono gli accertamenti patrimoniali. Nozioni, necessariamente, molto superficiali. Come studiare la mafia sul Bignami. Il 21 settembre, sul piazzale della caserma, c’ è stata persino una cerimonia per festeggiare la chiusura del corso, presenti il questore Montesano, il procuratore capo Payno, il cardinale Pappalardo e anche il vicedirettore del Giornale di Sicilia che si è dilungato sul tema “giornalismo come prodotto, cultura della verità e cultura del sospetto”. I poliziotti, ordinatamente schierati, si sono scambiati sguardi interrogativi. Il loro sindacato ha legittimamente protestato: ma che c’ entrava, in quella sede, un giornalista? E quale argomento poteva fregare di meno a quei giovanotti già così frastornati? I nuovi difensori di Palermo, oggi, sono loro. Quelli vecchi sono riusciti ad andarsene quasi tutti. Spaventati per i colleghi che continuavano a morire. Stanchi di dover fare la guerra con le fionde. Senza più una guida perchè gli avevano ammazzato i comandanti e quelli sopravvissuti erano stati rimossi dall’ incarico.

Sono arrivati altri comandanti, sei nuovi dirigenti “di cui è meglio che non si sappia il nome”, un numero imprecisato di valenti investigatori. “Esperti”, mi dicono. Di mafia? “No, ma lo diventeranno”. Il nuovo esercito appare disorientato. Per molti dei 700 non è stato trovato un compito preciso. Alcuni sono stati mandati in provincia non si sa bene a che fare. Fuggono anche i giornalisti, che a Palermo e nella lotta alla mafia esercitano un ruolo non certo trascurabile. La mafia è potere occulto che passa attraverso la società e le istituzioni, che tende a cucire bocche e a soffocare le verità: a nessuno può sfuggire l’ importanza del controllo, del filtro intelligente delle notizie, della denuncia. Ma Palermo è come un acido che riesce a corrodere anche le migliori intenzioni. Dall’ Ora, quotidiano d’ assalto, fucina di cronisti giovani e senza peli sulla penna, c’ è un vero e proprio esodo. In tre, nelle ultime due settimane, hanno fatto le valige per stabilirsi a Siracusa o a Messina. Altri due stanno per emigrare al Nord. C’ è chi medita la resa anche al più moderato Giornale di Sicilia, dov’ è accaduto un fatto di risonanza nazionale, il licenziamento di Francesco La Licata. Questi viene considerato un punto di riferimento da tutti i cronisti di nera della città, un modello di giornalista giudiziario. Informato, attento, onesto, preciso. Non sto qui a ripetervi la sua storia che molti conosceranno già. Succintamente, è stato allontanato dal giornale per avere pubblicato su un altro giornale un pezzo sulla mafia che gli era stato rifiutato.

Di nuovo c’ è che Ardizzone, il direttore-editore, è stato costretto a spedirgli l’ altro giorno una lettera di riassunzione, dove però gli si fa intendere che se vuole potrà scrivere di sport, di moda, di culinaria, di tutto tranne che di mafia. La Licata se ne andrà, è chiaro. Quattro o cinque suoi colleghi non aspettano che l’occasione propizia per fare altrettanto. Ma perchè anche i giornalisti scappano da Palermo? Un po’ – il caso riguarda quelli del Giornale di Sicilia – perchè non condividono la linea troppo prudente dell’ azienda. Un po’ – questo riguarda tutti – perchè vittime naturali di un “processo di normalizzazione”. Attenzione al termine “normalizzazione”: ricorrerà spesso anche nel capitolo successivo, quello più drammatico, che attiene ai magistrati. Risulterà il motivo dominante, l’ elemento emergente di questa indagine attraverso la città di Palermo. Mai, a Palermo, i giornalisti hanno avuto vita facile: adesso, però, le difficoltà e i condizionamenti sono diventati tali e tanti da schiacciare anche la più alta professionalità. Uno di loro mi dice: “Siamo arrivati al punto da cancellare gli aggettivi o da usare aggettivi diversi per un pezzo pubblicato dal nostro quotidiano locale o da un giornale continentale.

Seconda difficoltà: i rapporti. Al bar puoi incontare un boss mafioso che ti dice: dottore, posso offrirle un aperitivo? Se rifiuti sei nei guai, se accetti devi essere così abile da fargli capire che poi non potrà mai chiederti un favore. Rischioso anche l’ incontro casuale con una persona che non conosci. Questo riguarda non solo il giornalista, ma qualsiasi onesto cittadino. Ogni volta sei costretto a chiederti: chi sarà? Non esiste, qui a Palermo, il “sicuramente onesto”. Per un niente ti cade addosso un sospetto. Chiunque può diventare un organico alla mafia senza volerlo nè saperlo”. Terza difficoltà: l’ esercizio della propria professione. Il giornalista palermitano si è creato una fama di gamba svelta e orecchie lunghe. E’ abituato a trottare, dalla questura al tribunale, dalla Prefettura alla stazione dei Carabinieri. Sempre portando, come si dice, l’ osso a casa, cioè la notizia in redazione.

“Oggi ai comandi delle forze dell’ ordine trovi tutte facce nuove, molto distaccate, che ti danno del lei e ti offrono solo versioni ufficiali concordate con le superiori autorità. Un atteggiamento comprensibile: è gente catapultata da pochi giorni a Palermo, spaesata, sospettosa, guardinga. Ma il risultato è il ritorno alle veline, la soppressione del dialogo e del ragionamento”. Non c’ è più nessuno che li aiuti a capire. Anche perchè non c’ è più nessuno in grado di capire. Le memorie storiche degli uffici investigativi sono sotto terra oppure lontane dalla Sicilia. Restano i magistrati, quelli di loro che fin qui hanno fatto da baluardo contro la mafia. Ma fino a quando? Per la prima volta raccolgo anche a Palazzo di giustizia sinistri scricchiolii di cedimento. Borsellino ha presentato regolare richiesta per essere trasferito alla pretura di Marsala. Geraci aspetta da Roma la nomina a consigliere del Csm. Di Lello ha chiesto una nuova pretura o tribunale. Ayala si sta guardando intorno. Persino Falcone – che tempo fa rifiutò una carica al Csm – parrebbe ora tentato dalla prospettiva di stabilirsi a Vienna con un ruolo importante nell’ organismo antidroga dell’ Onu.

Non ce n’è uno, fra i giudici del pool che combatte la mafia, deciso a restare. Parlano della loro “caduta di tensione” (proprio ciò che avevano sempre rimproverato agli organi dello Stato) con la tristezza e la rabbia di chi abbia contratto una malattia. O meglio, di chi abbia subìto un contagio. Niente nomi, niente personalismi come ormai da mesi si sono imposti, ma un accorato sfogo collettivo. “La nostra crisi è cominciata con l’uccisione di Ninni Cassarà. Stavamo attraversando un momento positivo, irripetibile sull’onda del blitz dei 366 caduto giusto un anno fa: ci eravamo dedicati all’ istruzione e poi all’ordinanza del maxi-processo con grande entusiasmo, la violenza della mafia sembrava non certo domata ma almeno sopita. Poi, quel terribile agosto: gli omicidi di Montana, di Cassarà e di Antiochia. Quell’ oscura morte di Marino in questura…”. “L’uccisione di Cassarà ci ha riportato indietro di anni. Il modo in cui è stata eseguita, la maniera in cui è stata organizzata ci hanno brutalmente sbattuto in faccia una realtà: abbiamo ottenuto ben poco, la struttura militare della mafia non è stata neanche scalfita”. “Siamo anche esseri umani, non soltanto macchine della giustizia.

Cassarà, per molti di noi, era un amico carissimo. Si andava a cena insieme, si lavorava insieme, si parlava delle rispettive famiglie. Queste sono cose che contano, che feriscono, che lasciano cicatrici profonde”. “Dopo, che cosa è successo? Niente, come al solito. Tanta attenzione, tante promesse, faremo qua, faremo là. Nulla di significativo si è visto, pare che davanti ad ogni buona intenzione sorga una diga insormontabile. Parlano di burocrazia, di mancanza di fondi, di tempi necessari. Sarà… A noi rimane la sensazione di fare una guerra privata”.

“Prendiamo la questione dei latitanti. Quei pochi che sono finiti in galera sono stati presi per caso. Come Bagarella, come Sinagra, incappati nei posti di blocco. Tutti i capi, tutti i killer più pericolosi continuano a godere della libertà. Mica all’ estero, e neanche in altre regioni d’ Italia: sono qui in Sicilia, sono a Palermo. Lo sanno tutti, però nessuno va a prenderli. Ma perchè? Come mai? Montana ci stava riuscendo con l’ aiuto di cinque o sei agenti e mezzi da guerra pacioccona. Per questo è morto. Ma vi pare che a caccia dei Greco, dei Riina, dei Santopaola si può andare con un esercito di latta?”. “Due anni fa Montana scoprì un pranzo di matrimonio. Al banchetto sedevano quasi tutti i grandi latitanti. Chiamò la questura per chiedere rinforzi. Non fece in tempo a riagganciare la cornetta che tutti quei boss si erano già dileguati”. “Io mi chiedo una cosa: perchè le forze dell’ ordine di tutta Italia furono mobilitate, con successo, per prendere i terroristi? Perchè sul mostro di Firenze è stata messa una taglia di mezzo miliardo? A Palermo di mostri non ce ne sono? Palermo non vale uno sforzo compatto del paese?”.

“Stiamo assistendo ad un grande piano di normalizzazione. Sì, normalizzazione. Su tutti i fronti. A livello politico: tutto ciò che è stato fatto dopo la carneficina di agosto è stato l’invio di nuovi carabinieri e poliziotti sprovveduti quando sappiamo bene che il problema sta a monte, nello sviluppo economico, nell’occupazione, cioè nel togliere l’acqua ai pesci. Normalizzazione tra le forze dell’ordine: a dirigere questura e carabinieri c’è gente a digiuno dei problemi di mafia, alla quale serviranno cinque o sei anni per capire qualcosa. Normalizzazione della stampa, che per una serie di motivi indotti ha anch’essa allentato l’esercizio di pungolo”.

“Perchè voglio andarmene? Perchè ho la nausea. Perchè io e i miei colleghi che da due anni ci stiamo massacrando per arrivare a questo storico maxi-processo, non solo veniamo ignorati, ma addirittura attaccati. Prima un’ offensiva contro i processi con troppi imputati, poi quella contro i pentiti. Crociate arroganti e violente, puntate su Napoli, ma chiaramente indirizzate anche a Palermo”. “Il rischio? La paura? Certo, sono elementi presenti. Aumentati dopo l’ omicidio di Cassarà. Pensammo persino di ritirarci in un luogo segreto per continuare a scrivere l’ ordinanza. Ma come si poteva?, qui a palazzo di giustizia abbiamo gli archivi, le segreterie, i fascicoli, tutto. Solo Falcone, il più esposto, se n’ è andato, a lavorare chissà dove ormai da un mese. Le protezioni si sono intensificate, questo è naturale. Un giorno la casa di uno di noi è stata circondata da un battaglione di polizia in assetto di guerra, elmetti e mitra in pugno: è meglio che portiamo via la sua famiglia, ha detto l’ ufficiale. Così viviamo, tra ufficio e macchine blindate. E la gente che sbuffa e sbraita quando solchiamo il traffico a sirene spiegate. Ma tutto questo l’ abbiamo messo in conto da tempo. Nessuno di noi vuole andarsene perchè teme di essere ammazzato”. “Che cosa ci tiene legati a queste sedie? Il processo. Abbiamo quasi concluso l’ ordinanza, la più voluminosa, oltre 5000 pagine, ma forse anche la più precisa e dettagliata della storia giudiziaria. Al processo non rinunceremo mai. E dovrà farsi qui, a Palermo, nel regno della mafia. Molti hanno dato la vita per raggiungere questo traguardo. State sicuri che nessuno di noi diserterà prima di averlo raggiunto”.