Lucca Sicula (AG). Il 21 aprile 1992 fu ucciso l’imprenditore Paolo Borsellino e il 17 Dicembre suo padre Giuseppe Borsellino che stava collaborando per l’arresto degli assassini del figlio.

Il 21 aprile del 1992 Paolo Borsellino, imprenditore di Lucca Sicula (AG), venne ucciso dai killer di Cosa nostra che non erano riusciti a piegarlo alle proprie richieste. Il padre, Giuseppe, si presentò davanti ai magistrati e fece nomi e cognomi dei mandanti e degli assassini di suo figlio, facendo così anche in modo che gli inquirenti potessero ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica nell’area lucchese in quel periodo; ma il coraggio di Giuseppe non venne ripagato dallo Stato che non era lì a difenderlo il 17 dicembre del 1992, quando venne assassinato. Meno di otto mesi dopo la scomparsa del figlio.

 

 

 

 

 

Foto dal  Blog di Benny Calasanzio nipote di Giuseppe e Paolo Borsellino

Fonte 19luglio1992.com
Giuseppe Borsellino: orgoglio dell’Italia del riscatto
di Serena Verrecchia

Di famiglia siciliana, nacque a Lucca Sicula il 15 febbraio 1938. Fu costretto dal mondo e dalle situazioni a maturare in fretta e iniziò a lavorare giovanissimo, mettendo su famiglia a soli 18 anni. Aveva tre figli, Antonella, Pasquale e colui che condivise il suo destino, Paolo, insieme al quale gestì, nell’ultima parte della sua vita, una piccola impresa di calcestruzzo. Paolo e Giuseppe erano uomini coraggiosi, uomini d’onore veri, lavoratori che credevano nel significato profondo del sacrificio che si compie ogni mattina quando ci si sveglia presto per andare ad aprire le saracinesche della propria impresa, costruita non con la bacchetta magica, ma col sudore e con lo sforzo. Loro non guadagnavano intimidendo le persone e rifiutandosi di fare qualsiasi sorta di sacrificio. È questa la profonda differenza che intercorre tra uomini e i cosiddetti uomini d’onore: da una parte Paolo e Giuseppe, che ricavavano i propri soldi da un lavoro più che onesto, lavorando ogni giorno, difendendo la propria Libertà e i propri inviolabili e sacro santi diritti; dall’altra parte l’angheria, l’ingiustizia, l’imposizione, la forza bruta della mafia che conquista consensi e soldi con il ricatto, con le minacce, con le richieste di pizzo.

Il 21 aprile del 1992 Paolo Borsellino venne ucciso dai killer di Cosa nostra che non erano riusciti a piegarlo alle proprie richieste. Nonostante la nemesi della mafia e la rappresaglia nei confronti di tutti coloro che non piegavano la testa davanti alle angherie della criminalità, Giuseppe non si arrese; al contrario, era più determinato di prima e altresì più convinto che la battaglia che stava portando avanti non solo rappresentasse l’embrione del riscatto della società civile alle richieste di pizzo della mafia, ma poneva le basi nella profonda convinzione che la Giustizia debba trionfare sempre su tutto, affinché “il fresco profumo di libertà” possa inebriare la voglia di legalità di un intero popolo che non riesce a ribellarsi alla soperchieria della criminalità. Giuseppe Borsellino si presentò davanti ai magistrati e fece nomi e cognomi dei mandanti e degli assassini di suo figlio. Per questa impavida spavalderia e per il coraggio con il quale stava portando avanti i suoi ideali, Giuseppe Borsellino fu ucciso, il 17 dicembre del 1992, meno di otto mesi dopo la scomparsa del figlio.

Quando sentii parlare per la prima volta di quest’uomo, lo collegai immediatamente al giudice Paolo Borsellino, convinta che fosse un suo parente; mi dissero invece che non era accomunato da alcun legame di parentela con il giudice simbolo dell’antimafia. Presi atto della cosa, eppure non riuscivo a distaccare queste due figure: quando sentivo parlare dell’imprenditore di Lucca Sicula pensavo subito a Paolo Borsellino e viceversa. Poi ho capito che Giuseppe e Paolo non sono affatto due persone diverse, ma hanno davvero tanto in comune. Non riuscivo a rompere il legame che c’è tra loro semplicemente per il fatto che il vincolo di cui parliamo andava ben al di là dei vincoli di parentela. Esso accomunava le storie di due grandi eroi del nostro tempo, due storie che ci consentono ancora di poter dire “Io resto perché sono Italiano. Io resto perché Paolo e Giuseppe Borsellino erano Italiani e hanno combattuto e sono morti non per il ricatto, ma per il riscatto di questo Paese”.

 

 

 

I Borsellino a “Il Rosso e il Nero” nel 1993

 

 

Documentario su due omicidi: Giuseppe e Paolo Borsellino

 

 

 

Articolo da L’Unità del 4 Marzo 1994
La mafia spara due volte. Solitaria lotta d’una famiglia
di Ruggero Farkas

Giuseppe Borsellino voleva sapere chi aveva ucciso suo figlio, Paolo. Voleva sapere perchè magistrati e investigatori nonostante il suo aiuto non si sbrigavano. Li aveva avvisati: sono un cadavere ambulante. Non gli hanno dato la scorta. Il 17 dicembre 1992 nella piazza di Lucca Sicula lo hanno ammazzato con 37 colpi di mitraglietta. I figli Pasquale e Antonella non si sono rassegnati e denunciano: lo hanno abbandonato.

Lucca Sicula. Chissà quale sorta di meccanismo è scattato nelle mente di quel padre distrutto dal dolore, messo in un angolo dalla solitudine, sbattuto d’improvviso al tappeto di fronte ai piedi ciondolanti del figlio che venivano fuori dal finestrino della Panda posteggiata con fredda ferocia davanti alla casa dove una giovane donna con i suoi due bimbi aspettava il rioentro del marito. Chissà perchè in quel paese tra le terre dimenticate di Trapani e Agrigento, che non sembra Italia e non è neanche segnato nella cartina geografica un padre decide di cambiare la propria vita, di non rassegnarsi, di non dimenticare inghiottendo l’amaro, di non confinare il ricordo del figlio, che era anche amico e compagno di lavoro, dentro un’immagine incorniciata d’argento e poggiata sul tavolino del salone di casa. Ma è andata così. Giuseppe Borsellino a 54 anni, dopo una vita passata a tentar fortuna, con la cartedda di frutta sulle spalle, imbiancando i muri, vendendo salumi, emigrando in Germania, e poi rientrando per guidare il camion e gestire un minuscolo bar, non si è dato pace e non è stato fermo nel triangolo di temi di terra di nessuno tra Burgio, Villafranca e Lucca, per scoprire chi aveva ucciso Paolo, trentaduenne quel maledetto 21 aprle 1992.

Cominciano i guai
I guai cominciano alla fine degli anni Ottanta quando da Campogalliano Modena arriva l’impianto per la produzione di calcestruzzo.Paolo Borsellino è giovane, intraprendente. È fiducioso nelle sue possibilità. Con il fratello Pasquale, che studiava psicologia a Padova, d’accordo col padre, acquista a rate il piccolo impianto di seconda mano. Lo trasportano loro. Lo sistemano loro in quella montagnola all’uscita del paese che domina Burgio. Non ha fortuna l’impresa. Questo già è strano. Lucca Sicula è una fabbrica di miliardi. Hanno costruito uno stadio illuminato e non c’è la squadra di calcio; hanno realizzato una villa comunale tutta di cemento che d’estate s’infuoca; hanno asfaltato strade che hanno un inizio ma non una fine; hanno costruito un centro diurno per anziani che non ospita neanche un vecchietto; il parcheggio per centinaia di automobili, sempre vuoto, lo hanno fatto fuori dal paese.
Sarebbe facile supporre che il lavoro nell’edilizia è tanto ed è per tutti. Non è cosi. Le imprese che ottengono gli appalti sono tre e sempre le stesse. La «Lucca Calcestruzzi» dei Borsellino è tagliata fuori, neanche un piccolo subappato.
Nel 1991 la società è nei guai. Troppi debiti. Arrivano le offerte per rilevare l’impianto. La mafia vuole acquistare per un pugno di soldi l’impresa. Si fa avanti Stefano Radosta, boss di Villafranca poi assassinato, e oltre centocinquanta milioni per conto di «alcuni amici di Lucca». Paolo Borsellino rifiuta. Non può più farlo qualche tempo dopo, quando la situazione è insostenibile e l’offerta arriva da alcuni imprenditori di Burgio che entrano in società al cinquanta per cento.
Poi arrivano gli avvertiment: alberi da frutto segati, camion incendiati, richiesta di soldi per «gli amici carcerati» proprio come avvenne con Libero Grassi. È questione di giorni il 21 aprile il giovane imprenditore viene assassinato, sicuramente non lì di fronte casa sua, a bordo della Panda, dove il padre, Giuseppe lo trova poco prima della mezzanotte.
Ai suoi funerali c’è tutto il paese. Tutti fanno le condoglianze alla famiglia. Forse tra loro ci sono anche i mandanti del delitto.

La vittima sacrificale
Giuseppe Borsellino va dai carabinieri. Va dai magistrati non ha paura. Vuole sapere la verità. Racconta tutto: i litigi con i soci, la possibilità che Paolo sia stato punito per aver in pratica ceduto l’azienda a persone che non sono di Lucca, che sia stata la vittima sacrificale di uno scontro tra cosche. Chiede aiuto. Sa di essere nel mirino. Vuole la scorta, dice di essere un cadavere ambulante. Veste di nero, si è fatto crescere la barba. In paese si isola o lo isolano. Il prefetto di Agrigento, Pietro Massocco, non firma l’autorizzazione per la scorta.
Ordina che ogni tanto l’auto dei carabinieri in paese passi davanti la porta di casa Borsellino.
Ma quell’uomo non si piega. Va in caserma, fa domande ai magistrati. Uno di loro gli dice che la scorta non gliela possono dare se non firma la dichiarazione affermando di essere un pentito. «Pentirmi? E di che?» esclama arrabbiato. Lo vogliono far diventare come Buscetta, ma lui non ha nulla a che fare con quella gente, vuole solo che vada a finire in prigione chi gli ha strappato un pezzo di cuore uccidendo il suo ragazzo.
Non ce la fa Giuseppe Borsellino. Esce dal tabaccaio alle 16,30 del 17 dicembre 1992. È in corso Vittorio, che è come una piazza, subito dopo il filare di cinque palme e prima del bar che una volta era suo. Entra nella sua vecchia auto. Fa marcia indietro ma si ferma: gentilmente vuol fare passare una moto. Gli si affiancano i due ragazzi con i caschi integrali, ma non lo ringraziano. Lo massacrano con una mitraglietta che sputa fuori una grandinata di proiettili. È la fine del sogno di giustizia.

Aspettando giustizia
Pasquale Borsellino, il figlio, oggi psicologo in un ospedale veneto, ritiene che quest’omicidio abbia altri colpevoli oltre ai killer e ai mandanti: «Mio padre poteva salvarsi se accanto a noi, deboli, ci fosse stato qualcuno. Consideravo e considero, e gliel’ho detto, un magistrato in parte responsabile di quello che è accaduto. Perché non hanno dato la scorta a mio padre? Ricordo che una volta ci portarono in gran segreto in una caserma dei carabinieri, a Marsala, per interrogarci. Una bella messinscena. Il giorno dopo i giornali locali avevano la notizia della nostra collaborazione. Non si capisce se chi indossa la divisa sta con i buoni o con i cattivi. Sono pessimista per il futuro. Il problema è culturale non giudiziario».
L’anno scorso hanno arrestato i quattro soci dell’impresa di calcestruzzi per l’omicidio di Giuseppe. Il tribunale della libertà li ha scarcerati perché non ci sono prove. Pasquale e la sorella Antonella, con la loro madre, aspettano ancora le lettere della presidenza della Regione e del ministero dell’interno che dichiarino i loro cari  «vittime di mafia». E soprattutto le aspetta Enza Puccio, vedova a 26 anni con due bimbi di sette e tre anni, che a Lucca, da quando è morto il suo Paolo, non mette il naso fuori casa. Ma lo Stato ancora una volta perde tempo.

 

 

 

Articolo del 16 Luglio 2011 da grandangoloagrigento.it
Mafia a Lucca Sicula: ‘Riaprite le indagini sul delitto di Paolo Borsellino’

«Si riaprano le indagini sul delitto di mio fratello Paolo Borsellino dopo l’arresto a Lucca Sicula di Giuseppe Maurello. Spero che gli inquirenti riescano a far parlare l’uomo che era con mio fratello prima di essere ucciso, è lui che con molta probabilità sa cosa sia veramente successo  quel 21 aprile del 1992». A lanciare l’appello, un giorno dopo l’operazione “Maginot” che ha fatto luce sui fiancheggiatori della latitanza del boss Giuseppe Falsone stanato dalla polizia l’anno scorso a Marsiglia, è Antonella Borsellino, sorella dell’imprenditore Paolo e figlia di Giuseppe. Borsellino, padre e figlio, imprenditori di Lucca Sicula, entrambi uccisi nel 1992, a qualche mese di distanza l’uno dall’altro: uno il 21 aprile, l’altro il 17 dicembre.

Per il delitto del padre è stato condannato Emanuele Radosta, giovane rampollo della mafia della montagna. Per l’esecuzione del figlio non si è mai celebrato un processo. Indagini archiviate a carico di ignoti. Ma la famiglia non ha mai smesso di chiedere giustizia. Ieri, con l’arresto di Giuseppe Maurello per mafia e pizzo, «per noi – dice Antonella Borsellino – è stata una giornata triste perché si è riaperta la ferita sugli omicidi di mio fratello e di mio padre, ma è stata anche una giornata felice per l’arresto di Maurello.

La nostra famiglia – aggiunge senza peli sulla lingua – è sempre stata convinta che sia stato lui, suo fraterno amico, a consegnare mio fratello nelle mani dei suoi killer. Lo abbiamo sempre considerato un traditore. Maurello fu poi anche sospettato (poi assolto, così come Mario Davilla e Calogero Sala, ndr) del delitto di mio padre, che tra l’altro aveva precedentemente minacciato con una pistola dopo che aveva cominciato a collaborare con gli investigatori alle indagini sull’assassinio di mio fratello, consentendo di ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica a Lucca Sicula e dintorni».

«Spero che gli inquirenti, magistrati e forze di polizia, adesso riescano a fare chiarezza sull’omicidio di mio fratello. Maurello – sostiene la Borsellino – sa cosa è successo quel giorno. Speriamo che su questa vicenda anche i pentiti della mafia agrigentina che conoscono i fatti di queste zone della montagna possano dare il loro contributo. Noi chiediamo solamente giustizia, viviamo per la giustizia, dopo la perdita di mio padre e di mio fratello l’amore per la verità e la giustizia è l’unica cosa che ci resta. Ieri anche mia madre, che è anziana – conclude la donna – si è messa a piangere dopo aver saputo dell’arresto di Maurello, è stata una giornata che ha riacceso la speranza di poter fare luce sull’omicidio di mio fratello».

 

 

Articolo del 17 Maggio 2013 da libera.it
Verità e giustizia per la famiglia Borsellino

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, di Lucca Sicula, piccolo centro collinare di poco più di duemila anime, è la storia di tante vittime di mafia. Sono gli anni ’80, Giuseppe è un uomo di cinquant’anni, cresciuto a pane e lavoro in una famiglia modesta, Paolo, il figlio poco più che vent’enne segue le orme del padre. I due si occupano di movimento terra e a metà degli anni 80, decidono di acquistare un piccolo impianto usato di calcestruzzo. Da quel momento entrano nel mirino di Cosa nostra. Minacce, richieste di soldi, atti intimidatori. I Borsellino non cedono agli appetiti mafiosi. A distanza di otto mesi vengono ammazzati in due agguati. Lo scorso 21 aprile 2013  sono trascorsi 21 anni dal primo barbaro omicidio di Paolo. Entrambi vengono riconosciute  vittime innocenti della mafia. Nel 2001 la Prefettura di Agrigento ha revocato il riconoscimento di vittima innocente della mafia a Paolo Borsellino in seguito alla dichiarazione di un collaboratore di giustizia le cui parole  vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05. Oggi il ricordo di Paolo e Giuseppe Borsellino è affidato al nipote, Benny Calasanzio che sta lottando per mantenere viva la loro memoria e ridare dignità al loro sacrificio. Come Libera  chiediamo che si faccia piena luce sulla vicenda e che si scriva la verità per un giusto e doveroso riconoscimento ai familiari delle vittime. Abbiamo bisogno che i semi di giustizia continuino a crescere ogni giorno nel nostro paese .E  che non venga mai dimenticato che è l’impegno quotidiano di tutti il modo migliore per ricordare chi, spesso nella completa solitudine, ha scelto di dire “no” alla mafie.

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, di Lucca Sicula, piccolo centro collinare di poco più di duemila anime, è la storia di tante vittime di mafia. Sono gli anni ’80, Giuseppe è un uomo di cinquant’anni, cresciuto a pane e lavoro in una famiglia modesta, Paolo, il figlio poco più che vent’enne segue le orme del padre. I due si occupano di movimento terra e a metà degli anni 80, decidono di acquistare un piccolo impianto usato di calcestruzzo. Da quel momento entrano nel mirino di Cosa nostra. Minacce, richieste di soldi, atti intimidatori. I Borsellino non cedono agli appetiti mafiosi. A distanza di otto mesi vengono ammazzati in due agguati. Lo scorso 21 aprile 2013  sono trascorsi 21 anni dal primo barbaro omicidio di Paolo. Entrambi vengono riconosciute  vittime innocenti della mafia. Nel 2001 la Prefettura di Agrigento ha revocato il riconoscimento di vittima innocente della mafia a Paolo Borsellino in seguito alla dichiarazione di un collaboratore di giustizia le cui parole  vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05. Oggi il ricordo di Paolo e Giuseppe Borsellino è affidato al nipote, Benny Calasanzio che sta lottando per mantenere viva la loro memoria e ridare dignità al loro sacrificio. Come Libera  chiediamo che si faccia piena luce sulla vicenda e che si scriva la verità per un giusto e doveroso riconoscimento ai familiari delle vittime. Abbiamo bisogno che i semi di giustizia continuino a crescere ogni giorno nel nostro paese .E  che non venga mai dimenticato che è l’impegno quotidiano di tutti il modo migliore per ricordare chi, spesso nella completa solitudine, ha scelto di dire “no” alla mafie.

 

 

Articolo del 21 Aprile 2016 da alqamah.it
Giuseppe e Paolo uccisi anche da morti
Di Rino Giacalone
Il dramma di altri Borsellino. Lo Stato non li riconosce vittime della mafia, l’infinita battaglia dei loro familiari

Lucca Sicula, 1992. Nel giro di pochi mesi tra aprile e dicembre vengono uccisi due piccoli imprenditori, padre e figlio. Ad aprile, 24 anni ricorrono proprio oggi, viene ammazzato Paolo, aveva 32 anni. Il successivo 17 dicembre viene ucciso il padre, Giuseppe, aveva 54 anni. Si occupavano di cemento, calcestruzzo, ancora non erano chiari gli scenari che oggi sono perfettamente limpidi e cioè quelli che indagini giudiziarie, processi, condanne, hanno svelato. Le mani di Cosa nostra su questo mercato, sulle imprese, sulle forniture. Giuseppe e Paolo Borsellino sono morti per avere difeso la loro impresa che la mafia voleva fagocitare. Probabilmente si sono mossi senza nemmeno avere contezza di chi “faceva loro la corte”, probabilmente pensavano anche a concorrenze sleali, gelosie di altri imprenditori, forse non hanno avuto mai modo di vedere in quei loro avversari, determinati e micidiali mafiosi. Oppure forse avevano capito bene con chi avevano a che fare e per questo avevano deciso di resistere, tanto che quando a Giuseppe ammazzarono il figlio, senza nemmeno attender i funerali si presentò dagli investigatori a raccontare tutto quello che a loro era accaduto, minacce e pressioni. Paolo Borsellino, solo omonimo del magistrato ucciso in quello stesso tragico anno, si era messo come obiettivo la crescita di una impresa sana, Giuseppe il padre lo seguiva e concordava, quando gli ammazzarono il figlio ruppe una regola ferrea, l’omertà. Lo ammazzarono platealmente in piazza, perché la mafia uccide e manda segnali, chi parla muore! L’introduzione di questo nostro pezzo è ricco di forse, perché le indagini giudiziarie via via hanno perduto la partita di arrivare alla verità anche per colpa di un collaboratore troppo in ritardo riconosciuto bugiardo. Da questo punto in poi non usiamo più il forse perché parlando con le persone, non solo con i familiari, abbiamo ben chiaro chi erano Paolo e Giuseppe Borsellino, persone oneste, vittime innocenti della mafia ma prive del dovuto riconoscimento. I familiari oggi non demordono e non sono soli. Non lo fanno per il risarcimento ma per evitare che ogni anno che trascorre Paolo e Giuseppe non vengano nuovamente uccisi. Paolo e Giuseppe erano due piccoli imprenditori che avevano creduto, da persone oneste, assolutamente fuori dalle logiche e dagli intrighi degli ambienti mafiosi, di potere esercitare a Lucca Sicula un’attività in proprio nel settore del calcestruzzo.

Un’attività economica che avevano intrapreso con sacrifici, acquistando a cambiali le macchine per l’operatività dell’impianto, ma anche con l’entusiasmo di chi crede nella propria intelligenza e nelle proprie capacità di grande lavoratore, desiderosi soltanto di costruire un avvenire di maggiore solidità economica per la propria famiglia. Padre e figlio non potevano sapere che il calcestruzzo, come sarebbe emerso negli anni successivi a seguito delle importanti operazioni antimafia che hanno colpito la potente mafia agrigentina, costituiva già allora per cosa nostra un grande affare da gestire direttamente o per il tramite di fidati imprenditori compiacenti che operavano in regime di assoluto monopolio. Alcune di queste imprese nel tempo si sono scoperte essere nelle mani di potenti emissari ai quali oggi senza dubbio si attribuisce la “dipendenza” dal boss latitante Matteo Messina Denaro. Paolo Borsellino è certo, fu ucciso perché si era rifiutato di vendere le quote sociali dell’azienda “Lucca Sicula Calcestruzzi S.r.l”., erano i mafiosi che volevano comprarla. La stessa sera del delitto Giuseppe, il padre, si presentò ai carabinieri , ripudiando la logica della vendetta privata, semmai ne avesse avuto possibilità, cosa da escludere, e confidava nella forza dello Stato di diritto per avere egli stesso per sé e la sua famiglia giustizia per la barbara ed ingiusta uccisione del figlio. Paolo Borsellino è morto per avere deciso di non vendere l’azienda, Giuseppe Borsellino per avere chiesto giustizia allo Stato. L’impresa dei Borsellino era sulla collinetta di Burgio che domina la valle, in quegli anni numerosi sono le opere pubbliche in corso, e come accade in questo pezzo di terra siciliana, tra Agrigento e Trapani, è la mafia a voler comandare, se gli appalti non li prende direttamente, vuole imporre le forniture ed i concorrenti fuori dal “cartello” mafioso indubbiamente danno fastidio. Sembra di leggere altre storie, altre vicende, come quella della trapanese Calcestruzzi Ericina che doveva fallire perché gestita dallo Stato, essendo stata confiscata al boss Virga, e concorrente di imprese che facevano parte di quello che oggi si potrebbe chiamare “quartierino” del malaffare mafioso. A Lucca Sicula gli appalti erano miliardari, l’impresa dei Borsellino era sempre tagliata fuori. I Borsellino sono indebitati quando nel 1991 arriva l’offerta di Stefano Radosta, boss poi ammazzato, accettano che nella loro società entrino nuovi soci, ma la pressione continua non la sostengono, ai primi segni di ribellione Paolo viene ucciso. Le indagini in quegli anni non erano raffinate per quello che concerneva le infiltrazioni della mafia nel mondo degli appalti, forse il fatto di quella società apertasi ad altri soci ha suscitato dubbi negli inquirenti ma comunque il riconoscimento come vittime della mafia arrivò poi d’improvviso la revoca. Un pentito Salvatore Inga raccontò che i Borsellino non erano così estranei a Cosa nostra. Di corso il riconoscimento fu revocato, ma m,mentre al ministero si scrivevano le carte sulla revoca del riconoscimento nelle aule dei Tribunali Inga veniva sbugiardato, anche perché gli inquirenti hanno cominciato a capire molto di più sul generale sistema “impresa-mafia”, ma il danno era stato già fatto, ed oggi mettere rimedio pare sia cosa difficilissima. Ma non può essere impossibile. I familiari hanno diritto ad ottenere il riconoscimento non basta che in tanti ogni giorno si impegnano a parlare della limpidezza di queste due persone, morte ammazzate, vittime innocenti della mafia, Paolo e Giuseppe Borsellino.

Pasquale e Antonella, figli di Giuseppe, fratello e sorella di Paolo attendono giustizia, “l’attendiamo da quando assieme a mio padre chiedevamo di essere protetti mentre si indagava sulla morte di Paolo”. Paolo e Giuseppe ammazzati ogni giorno perché chi conosce la verità sulle loro morti, gira ancora per il paese. Ci sono stati anche arresti, ma poi sono arrivate le scarcerazioni. Giustizia è attesa dalla vedova di Paolo, Enza, e dai figli che quando il loro genitore fu ucciso avevano sette e tre anni. Per la morte di Giuseppe c’è una sentenza definitiva di condanna per un responsabile, indagine archiviata per la morte di Paolo. Un ricordo che è ricco di tanta ingiustizia, ma non molliamo nella fiducia perché pensiamo che c’è ancora tempo per indagare e per sanare questa ferita che ancora sanguina, ne siamo convinti a morire ammazzati sono state due persone che facevano parte della Sicilia più bella. Raccontando storie come questa vengono sempre in mente le parole di Caponnetto uscito dalla casa di Paolo Borsellino dopo la strage di via D’Amelio, “è finito tutto”, e invece no non è così, non può e non deve essere così, e lo diciamo in faccia ai mafiosi di oggi che non sono meno violenti di quelli di 20 anni addietro, oggi c’è la mafia 2.0, non spara, calunnia e querela, una mafia che sa come delegittimare gli onesti, e come far trasferire gli integerrimi, magari è agevolata da chi permette la carriera a chi non lo merita, a giudici e pm che hanno frequentato clan e massonerie, ma non si demorde, tanti sono impegnati a vincere questa partita contro Cosa nostra. Vinceremo, anche per Paolo e Giuseppe Borsellino.

 

 

 

Foto da: cosavostra.it

Fonte:  cosavostra.it
Articolo del 16 aprile 2019
Paolo Borsellino. L’altro Paolo ucciso dalla mafia
di Valentina Nicole Savino

Un paesino di Agrigento, Lucca Sicula, un padre e un figlio. Altri due Borsellino brutalmente assassinati dalla mafia, sebbene raramente se ne rievochi la storia.

Paolo Borsellino, mentre suo fratello Pasquale si era trasferito a Padova e sua sorella Antonella si occupava di altro, aveva deciso di lavorare fianco a fianco con il padre. Un impianto acquistato per 39 milioni di lire rateizzate era il loro piccolo tesoro: dopo tanti sacrifici e svariati lavori come quello di camionista, i due desideravano far fiorire la propria impresa, forti della complicità che caratterizzava il loro rapporto e che li rendeva più amici che parenti.

Questa loro impresa è piccola, ma è in una posizione strategica. E le imprese di calcestruzzo fanno gola alla mafia. Come sarebbe poi emerso nel corso di importanti operazioni antimafia, che rileveranno come ne fosse gestito il commercio sia direttamente, sia per mezzo di imprenditori conniventi, operanti in regime di monopolio assoluto. E come ci ricorda la vicenda della Calcestruzzi Ericina, messa sotto scacco perché gestita dallo Stato a seguito della confisca al boss Virga.

Appalti miliardari che non finivano perciò mai nelle mani di Paolo e Giuseppe, ruotando sempre intorno alle poche ricche industrie gestite dalla malavita (una di Giuliana, e due di Agrigento).

Così ben presto iniziano i giochi di potere, le intimidazioni, le minacce. Racconta la sorella di Paolo, Antonella: “hanno bruciato un camion, hanno tagliato tutti gli alberi di pesche in un nostro terreno a Bivona, tutto denunciato da mio padre. Nel frattempo aumentavano le offerte per l’acquisto dell’impresa”.

Paolo non abbassa la testa e rifiuta le offerte che dissimulano le minacce, e spinge il padre a fare altrettanto, a non cedere alla protervia. La prima “offerta” è di 150 milioni di lire, a cui Paolo risponde senza esitare un secondo: “con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”.

Dopo qualche mese ne giunge una seconda: di nuovo 150 milioni ma per il 50% dell’impresa, da parte dell’imprenditore di Burgio Calogero Sala. I due tenacemente continuano a rifiutare, ma i debiti aumentano e così il loro timore di vedersi sgretolare tra le mani quella piccola fortezza costruita con tanta fatica e sudore, prende il sopravvento.

Senza neanche aver piena coscienza di quello che stava succedendo, si innesta l’infiltrazione mafiosa nella Lucca Sicula Calcestruzzi S. r. l., nei nomi dei soci Calogero Sala, Mario Davilla, Pietro Galifi, Paolo Polizzo.

Le loro mosse non si fanno attendere: ben presto iniziano a operare le proprie manovre e investimenti e a ricattare i due lavoratori, sperando di riuscire a tagliare del tutto fuori dall’azienda Paolo e Giuseppe. E in fretta. Ad attendere i malavitosi c’è difatti il progetto della canalizzazione di tre fiumi, preziosa occasione per entrare nei giri che “contavano”.

Appena si rendono conto che i due non si piegheranno mai, decidono di “agire” nella maniera più barbara e disumana, in perfetto stile mafioso. Freddano brutalmente Paolo. Il 21 aprile del 1992 il suo corpo di trentaduenne verrà ritrovato morto su una delle auto a disposizione degli operai; i piedi fuori dal finestrino e nessuna traccia di sangue sulla vettura.

Il 17 dicembre verrà ucciso anche il padre Giuseppe, di 54 anni, in piena piazza, per aver denunciato l’accaduto in caserma la sera stessa del funerale del figlio, continuando a urlare e denunciare pubblicamente il suo dolore per tutti i mesi successivi. «Raccontare la storia di mio padre e di mio fratello è importante, è un modo per ricordare due persone dimenticate da tutti e chiedere che venga fatta giustizia».

Echeggia forte la voce della sorella di Paolo, Antonella. Antonella ci racconta anche di come dopo gli omicidi del padre e del fratello, la sua famiglia sia stata abbandonata non soltanto dallo Stato, ma anche dagli amici e dai compaesani: «La paura è più forte del voler bene. Lo Stato non ci ha aiutati e ancora oggi mi sembra di portare avanti una lotta contro i “mulini a vento”. Io voglio solo la verità».

Oggi quella voce che ci racconta di Paolo e di Giuseppe Borsellino e di quella impresa di calcestruzzo che sorgeva sulla collinetta di Burgio, dominando con la vista tutta la valle, è per noi un monito imprescindibile.

Ci ricorda quanto sia importante non abbassare mai la guardia, quanto sia importante ravvivare il ricordo di ogni singola vittima di mafia e non arrendersi davanti alla violenza e alla protervia della criminalità organizzata, anche quando il nostro sembra soltanto un piccolo disperato tentativo sommerso dell’omertà generale.

Soprattutto quando sembra piccolo e disperato. Per essere la goccia diversa.

 

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 11 aprile 2020
Gli altri Borsellino e le ombre siciliane
a cura di Pasquale Borsellino e Anna Dalla Giustina

Il 21 aprile e il 17 dicembre 1992, gli imprenditori Paolo e Giuseppe Borsellino, vennero barbaramente uccisi dalla mafia. Il 1992, però, è l’anno delle stragi, quelle in cui muoiono il Dott. Giovanni Falcone e il Dott. Paolo Borsellino. È uno sventurato caso di omonimia che segna la morte dei due imprenditori, che, data anche la risonanza degli assassini dei due giudici, rende più complicata l’emergere della loro storia, come dice Antonella, sorella e figlia di Paolo e Giuseppe: “La verità è che nel 1992 morirono per mano mafiosa tre Borsellino”.

Anime cadute a causa dell’omertà, dell’ingiustizia, della corruzione, della mafia. La storia di due onesti lavoratori, Giuseppe e Paolo Borsellino, e di un paesino costantemente coperto dal sole cocente, Lucca Sicula, in cui, nelle strade e nei vicoli, la vita scorreva tra sorrisi, saluti e risate.
Tutti conoscevano tutti, tutti erano amici di tutti. Apparentemente.
Ma la piccola cittadina era abitata da ombre, ombre particolari, che prendevano il caffè al bar, che salutavano con ossequi e “rispetto” e partecipavano alla vita sociale; ombre, circondate da un aura di cordialità, attiravano nelle proprie reti inestricabili chiunque si frapponesse tra loro e i “piccioli”; ombre che vedevano e osservavano tutto, che avevano il controllo di tutto, esercitando paura e terrore.

Giuseppe e Paolo Borsellino gestivano un impresa di calcestruzzi, un’ impresa onesta, così come molte altre. Erano padre e figlio. Vivevano come una normale famiglia in una regione in cui la mafia si interessava al cemento e gli appalti. E i due uomini si trovarono al centro dell’uragano del guadagno corrotto, stritolati dall’esigenza mafiosa dell’affermazione del potere.
Per l’acquisizione dell’impresa, si creò una spirale di violenza, da cui, con passione e coraggio, il padre e il figlio si tirarono fuori. Decisero di non farne parte.
Il loro “no” restò saldo nella tempesta, tacitamente creata intorno, dalla “mafia” che era sistema.

Da semplici richieste e offerte, a domande casuali per soldi ad “amici” in carcere, secondo una consuetudine che pochi conoscono se non stanno nel cerchio maligno di quell’aberrante meccanismo, si passò prima a minacce velate, poi, piano piano, a intimidazioni e veri e propri atti vandalici contro i loro beni: tagliarono gli alberi di pesche in un loro terreno a Bivona e bruciarono un camion della loro azienda.
“Mio fratello fu addirittura sollevato, perché aveva capito che aveva detto un “no” a certi personaggi…”, racconta oggi Pasquale Borsellino. La lotta portata avanti da Paolo continuò ferma e decisa. Un affronto inaccettabile per le ombre. “Nel frattempo la cosca aveva fatto un salto di qualità”, dice Pasquale.

L’imprenditore onesto fu spinto sull’orlo del baratro, attraverso la violenza, la paura e la vergogna . La mafia non tollera lo “spregio”. E così lo uccisero, uccisero il povero Paolo. Il corpo fu trovato dal padre, Giuseppe, dopo ore di ricerca, in un’auto, la sua Panda, vicino a dove abitava, ucciso con un colpo di fucile al cuore, probabilmente tradito e venduto da un amico d’infanzia. Lo riconobbe dalle gambe che uscivano dallo sportello della macchina, ma non ebbe la forza di avvicinarsi e chiamò aiuto.

Gli otto mesi successivi, fino al suo omicidio, furono distruttivi per Giuseppe, abbandonato da tutti, tranne che dalla sua famiglia. Passarono tra indizi, collegamenti, ricerche e paura. Giuseppe divenne il “pazzo” del paese, nessuno lo ascoltava, lo ignoravano persino i suoi vecchi amici d’infanzia. Vestito di nero, in poco tempo a soli cinquantaquattro anni gli erano diventati bianchi tutti i capelli e la barba, che cominciò a lasciar crescere, lunga come la scia di sangue che aveva visto scorrere dal corpo del figlio.
L’intera cittadina rifiutava di riconoscere pubblicamente l’omicidio per quello che era.
La famiglia di Pasquale era circondata dal terrore, dalla paura, dalle ombre che, con occhi di falco, esercitavano un silenzioso e implicito comando.

Le uniche persone a sfuggire erano proprio i membri della famiglia Borsellino. In particolar modo, il padre, sotto le vesti da lutto, la barba folta e l’aspetto distrutto, continuò a svolgere ricerche, a trovare collegamenti e a fare domande, nonostante fosse stato abbandonato dalle istituzioni che gli riconobbero solo il rilascio per un porto d’armi con cui acquistare, di tasca propria, una pistola. Racconta Pasquale: “La gente del paese si avvicinava, “consigliando” di lasciar perdere la morte del figlio”.

Giuseppe, in onore di Paolo, accettando il suo destino, continuò a sostenere, con dedizione, il “no”; continuò a supportare la lotta per cui Paolo aveva dato la vita, per cui era stato strappato alla sua esistenza. E per questo, per il rispetto dei suoi diritti, venne usato come dimostrazione del potere mafioso.

Il suo omicidio fu, infatti, chiaramente dimostrativo: un monito per tutto il paese.
Venne ucciso in piazza, alla luce del sole, come un animale da macello, senza alcuna esitazione, da due uomini in motocicletta che gli scaricarono addosso 37 colpi di kalashnikov.
Nessuno intervenne. Nessuno sapeva o volle fare finta che fosse così.

Ancora oggi, quando il 21 marzo si leggono i nomi delle molte, troppe vittime innocenti delle mafie, qualcuno cancella il secondo “Paolo Borsellino”, pensando si tratti di un doppione, dovuto a errore di battitura.
“La verità è che nel 1992 morirono per mano mafiosa tre Borsellino”.

 

 

 

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Articolo del 17 giugno 2020

Il Paolo Borsellino ucciso dalla mafia di cui nessuno vi ha parlato

 

 

vivi.libera.it
Paolo Borsellino – 21 aprile 1992 – Lucca Sicula (AG)
Non aveva solo in comune il nome con il magistrato del pool antimafia, ma anche il 1992. L’anno in cui entrambi furono uccisi dalla mafia, a soli tre mesi di distanza l’uno dall’altro. Un piccolo imprenditore dell’agrigentino che aveva cercato in ogni modo di mantenere “pulita” la sua impresa, di non scendere a patti con chi gestiva gli appalti.

 

 

 

 

 

 

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