Nel labirinto delle mafie a cura di Attilio Bolzoni ed Enrico Bellavia

28 Luglio 2017
I piccioli dei Graviano e il partito di Marcello

Il cratere di Capaci ingoia le residue speranze che Giulio Andreotti coltiva di salire al Quirinale. Gli hanno ucciso Salvo Lima, il suo uomo più fidato, il colonnello che ha sempre garantito la rielezione del capo muovendo le truppe siciliane in raccordo con quelle laziali. Ora tentano di addossare al personaggio politico italiano pubblicamente più compromesso la responsabilità politica della strage.
Perché lui è la continuità e qualcosa invece si è spezzato. Nessuno sa a quel tempo che è una forsennata rincorsa verso il baratro che inghiotte il sistema e che spazza via carriere e ambizioni, notabili e intoccabili. Un nuovo ordine sta nascendo dal cratere di Capaci. E il primo a capirlo è proprio lui. I vecchi patti non contano più, non esiste più la politica che dà le carte al tavolo del compromesso.
Il mazziere ora è la mafia: uccide e ricatta come ha sempre fatto, ma adesso pretende di indirizzare il corso delle cose. Totò Riina nel suo delirio immagina di indirizzare la politica italiana. Sa che in un mondo debole, fiaccato dalla paura e dalla mollezza della sudditanza, lui può incidere. A stragi compiute, nel 1992, il lento lavorio che lo ha portato fin lì lo porta a stringere altri patti, a puntare su altri tavoli. Il nuovo che avanza sarà la sua frontiera.
Nelle nebbie del tritolo si staglia all’orizzonte un’avventura politica incipiente: quella di Silvio Berlusconi. Lui e i suoi hanno sempre spostato in avanti le lancette dell’orologio: Forza Italia nasce nel 1994. Ma quella è la data del debutto. Quando è nata l’idea? Quando i manager di Publitalia, con in testa Marcello Dell’Utri, hanno immaginato che l’azienda dovesse farsi partito?
Più indizi dicono che l’embrione del progetto compare già a metà del 1992 e sul finire di quell’anno molto è già stato fatto.
Cosa sta accadendo? Perché è necessario saltare il fosso e scendere in politica? Silvio Berlusconi avverte le scosse di Tangentopoli. La prima inchiesta Mani Pulite è aperta sul finire del 1991 e con l’arresto di Mario Chiesa, nel febbraio del 1992, inizia lo smottamento del sistema che porterà al tracollo della Democrazia Cristianac e del Partito Socialista di Bettino Craxi. Con la fine di quel mondo scricchiola l’impero della tv commerciale, nata abusiva e ratificata in sanatoria dai governi succedutisi nel tempo con munifici decreti fino alla legge di riordino che fotografa una realtà consolidata.
All’avventura del Cavaliere i boss hanno guardato con accondiscendenza. Tanto più che con il pretesto di pagare il pizzo per le antenne sono arrivate vagonate di soldi. Ma molti di più ne sono partiti alla volta di Milano. Nei forzieri di Fininvest c’è anche traccia di rimesse degli amici siciliani di Marcello Dell’Utri. Riciclaggio? Nulla di certo, di provato giudiziariamente. Ma da trent’anni l’opaco exploit del signore della tv è accompagnato dal sospetto che a gonfiare la cassa fosse il denaro dei signori di Palermo: 20 miliardi di vecchie lire. Anche e soprattutto di quei Graviano, i fratelli stragisti, che dal carcere hanno mandato più di un obliquo messaggio girando sempre intorno al cuore del problema: i piccioli. (13 continua)

 

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