Reagì Mauro Rostagno sorridendo – di Adriano Sofri

Reagì Mauro Rostagno sorridendo
di Adriano Sofri
Fonte sellerio.it

Sellerio Editore Palermo

Rostagno è stato assassinato nel settembre 1988 a Lenzi, in provincia di Trapani. Ci sono voluti dunque più di 25 anni per arrivare a una verità processuale, per fare i tanti accertamenti, rilievi, indagini che nei giorni dopo il delitto non si fecero, superare le ipotesi investigative che si sono susseguite dal giorno dell’assassinio – false congetture, depistaggi, ricostruzioni infondate – mentre si è tralasciata l’unica pista che andava seguita da subito e che pure molti indicarono: quella mafiosa.

«Mamma mia che situazione in questa provincia di Trapani!… Logge massoniche coperte, intreccio tra politica, affari, mafia, massoneria, tangenti, gente che si fa ricca della povertà altrui… Insomma, ci sarebbe da stare seri se non avessimo voglia, ogni tanto, anche di ridere…» (nella sua tv, aprile 1988). Mauro Rostagno fu ammazzato il 26 settembre del 1988. Era nato il 6 marzo 1942, era passato da tante vite, chissà quante ne avrebbe avute ancora. Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte, le vite che abbiamo in offerta. A Trapani c’è ancora qualche scritta slavata che dichiara che MAURO È VIVO! Serve ai vivi per consolarsi, ma i morti ne sono inceppati, è come se non li si lasci sentire pienamente morti, con quel punto esclamativo che inchioda il lembo del mantello al mondo di qua. I morti ammazzati per ragioni di giustizia o di dignità personale non vogliono essere vivi, ne hanno avuto abbastanza. Rivendicano di poter guardare le cose da un aldilà, e di venire di qua per qualche sopralluogo senza preavviso. Tanto più che ad appesantire loro le ali provvedono già i processi insabbiati o dirottati, che li tengono in una perenne attesa di convocazione, un purgatorio terrestre.
Mauro è stato tenuto in ostaggio per oltre venticinque anni in quella terra di nessuno, e finalmente se n’è svincolato. C’è voluto un processo durato tre anni, testimonianze e prove finalmente raccolte, il colpo di scena di un esame del DNA dal risultato imprevedibile, per dire quello che tutti sapevano: che non era stato un delitto fra amici, né un affare di corna o una vendetta di «drogati», ma un omicidio di mafia. Mauro aveva detto di aver scelto la Sicilia, e che qui avrebbe voluto vedere ingrigirsi la propria barba e nascere i propri nipotini. Io assisto alle udienze e sono tutto grigio, e anche l’assassino presunto di Mauro nella sua gabbia in tribunale è mezzo calvo e mezzo grigio, e invece a Mauro è restata una barba scura e il sorriso affettuoso e ironico di chi sa come potrebbe essere questa terra, se non ci si accanisse a rovinarla.   A. S.

 

 

Articolo del 14 Luglio 2014 da ricerca.repubblica.it
Il fantasma sorridente di Mauro Rostagno
di Enrico Deaglio

IL bel libro – deciderà il lettore se collocarlo nella categoria delle memorie, tra le cronache ottocentesche o le pièces teatrali – si apre con una visione. Chicca Roveri, la vedova di Mauro Rostagno, racconta al processo come vide la scena del delitto (è la prima volta; in un quarto di secolo, non era mai stata sentita). «Sono arrivata per prima, da sola. Ho capito che era già morto, mi sono seduta in braccio a lui, gli ho sfilato dal dito la fede che ci eravamo appena regalati. Ero sporca di sangue, gli ho parlato. Gli ho detto: adesso sei solo». Furono pochi minuti; sia Mauro che Chicca vestivano sempre di bianco, una regola della loro comunità.

Quindi, noi abbiamo — prima che arrivino i carabinieri, i lampeggianti, i fari della scientifica — il buio della notte e due corpi bianchi, come fantasmi, dentro una Fiat Duna dalle portiere aperte e i fari accesi in mezzo a una trazzera.

Era la sera del 26 settembre 1988, nelle campagne intorno a Trapani. Dopo un’ora le agenzie di stampa battevano la notizia urgente dell’uccisione di Mauro Rostagno, sociologo, icona del ‘68 e star di Lotta Continua, di cui si erano perse le tracce. A 47 anni, di ritorno dall’India, era andato a finire nella più lontana delle province italiane. Aveva fondato, con la moglie Chicca e il loro amico Francesco Cardella, la comunità “Saman” per il recupero dei tossicodipendenti, un’esperienza — unica a quei tempi — laica e libertaria. Ma Mauro era anche diventato il primo giornalista a Trapani a parlare di mafia, da una televisione locale, con coraggio e competenza. Scandiva nomi che non si dovevano pronunciare; mostrava facce che non si dovevano far vedere, incitava i cittadini a ribellarsi. Era bravo e pericoloso.

Chi aveva ucciso Mauro Rostagno? Era semplice, maledettamente semplice. Era stata la mafia. Ma la mafia a Trapani non esisteva, secondo i Carabinieri, il Procuratore, la Confindustria. E quindi, carabinieri e magistrati si adoperarono fin da subito a trovare “piste alternative”; la solita questione di corna, ben conosciuta in Sicilia; il passato di Rostagno (Lotta Continua era allora accusata dell’omicidio Calabresi, e lui stesso ricevette una mai spiegata comunicazione giudiziaria); la vendetta dei suoi ex compagni; vaghe piste di complotti internazionali, tutte tesi cui diedero fiato magistrati accondiscendenti (oh, quanti ce ne sono, in Sicilia!), loschi faccendieri e giornalisti senza arte, né parte.

Adriano Sofri ha scritto Reagì Mauro Rostagno sorridendo ( con la collaborazione di Rino Giacalone, editore Sellerio), all’indomani della sentenza che, dopo 26 anni (!), ha condannato esecutore materiale e mandante dell’omicidio. Oltre la denuncia, oltre l’indignazione per l’uso che il potere ha fatto della vittima, questo è un libro sull’amicizia, sul tempo, di cui nessuno si accontenterà di dire che è galantuomo, e una testimonianza dolente sulla non esistenza dell’unità d’Italia. Protagonista è l’interminabile Processo, lontano dal mondo come una fortezza Bastiani, a cui il mondo è indifferente, cominciato nel febbraio del 2011 e giunto a sentenza, dopo 70 udienze e una clamorosa perizia genetica, il 15 maggio scorso. La Corte d’Assise ha sentenziato che Rostagno venne ucciso da Vito Mazzara, campione di tiro a volo, killer preferito della mafia trapanese, su ordine del capomafia della città, Vincenzo Virga, imprenditore, uomo politico, re del cemento e consulente Fininvest. Ambedue sono detenuti e scontano già ergastoli per numerosi e precedenti delitti.

Adriano Sofri è stato molto amico di Rostagno («molto amico, ma non il suo migliore amico»). Quando Rostagno fu ucciso, era stato appena arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi. La procura di Milano non gli diede il permesso di partecipare ai funerali, avendo i carabinieri di Trapani sussurrato ai giudici di Milano che proprio Sofri fosse il mandante del delitto. Venti anni dopo, quando Sofri era appena uscito dal carcere, cominciava finalmente il processo agli uccisori di Rostagno. Finalmente, dopo due decenni di depistaggi, era la mafia ad essere sul banco degli imputati. Così il vecchio amico diventò cronista di quelle udienze, lettore di decine di faldoni, alla ricerca di una verità, ma anche delle orme di un uomo in un luogo, esercizio letterario tanto affascinante, quanto pacificatore. L’uomo vestito di bianco, quello che diceva ai telespettatori: «Sono diventato più trapanese di voi!», gli appare come un fantasma e gli pare di vederlo camminare e sparire dietro un angolo. C’è una scritta slavata su un muro. Il parroco della Cattedrale, che lo seppellì tra una folla piangente, gli ricorda che, sì, davvero «Mauro era un po’ come Gesù Cristo», i due sostituti procuratori, Gaetano Paci e Francesco Del Bene, a conclusione delle loro requisitorie diranno dello «splendore della sua figura umana e intellettuale» e «io aspetto ancora una televisione che venga qui a parlare di mafia come ne parlava Mauro Rostagno». Sfilano i carabinieri, che non ricordano niente, che non sanno niente. Perché non faceste indagini sulla mafia? Sono diventati vecchi, e francamente se ne fregano di quel lontano delitto. Racconta il capo della polizia di Trapani, Giuseppe Linares (la polizia disse subito che era stata la mafia), a dimostrazione della potenza di Cosa Nostra, che loro appresero solo per caso che il capo in città era diventato Virga; pensavano fosse un altro, che invece era morto da anni. Passano centinaia di testimoni e ascoltano attenti i giudici popolari, e poi li si vede andare in giro in bicicletta, in una città dove tutti dicono al forestiero che «qui la mafia non esiste, ma appena fuori, sì». Sfilano decine di “pentiti”, nomi noti e manovali in un’agghiacciante rosario indifferente di uccisioni, attentati, contrattempi e coincidenze — l’estesa, troppo estesa, banalità del male in Italia. Fino al colpo di scena che deciderà il tutto. Una perizia sul Dna, su un pezzo di fucile rimasto sul luogo dell’attentato; una mossa audace ordinata dal presidente della Corte, Angelo Pellino, da cui emergeranno le impronte genetiche non solo del killer, ma anche di un suo zio con cui si accompagnava. È stata la scienza, non la confessione o il pentimento, a inchiodare Cosa Nostra. E a nulla è valso che la difesa della mafia sia stata presa nientemeno che dal generale Luciano Garofano, sì, quello di Cogne, quello dei Ris di Parma.

Non c’è lieto fine nel libro di Sofri, colpito dalla figura enigmatica del killer e dalla lettera che questi gli scrive: «So che lei è contrario all’ergastolo».

Ne sarebbe stato colpito anche Rostagno, che se vivessimo in un paese dei sogni, sarebbe diventato il sindaco di Trapani liberata dalla mafia, invece di un sorridente fantasma che si aggira ancora intorno al suo mercato del pesce.

Indagando sul delitto spuntarono strane piste: una storia di corna o una vendetta di Lotta Continua

La sentenza è di pochi mesi fa, 26 anni dopo l’omicidio: ergastolo per l’esecutore e il mandante

 

 

 

Articolo del 24 Luglio 2014 da ilfoglio.it
Storia italiana, tragica, con sorriso
Sofri su Rostagno, 26 anni di malagiustizia con happy ending
di Franca Fossati

Credevo di sapere molto su Mauro Rostagno e sul processo concluso con la condanna dei suoi assassini mafiosi, però “Reagì Mauro Rostagno sorridendo”, di Adriano Sofri, appena uscito per Sellerio, appassiona come una storia nuova. Si parla di Mauro, certo, delle sue molte vite (“di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte”), e si parla delle donne che più lo hanno amato, sua moglie Chicca e sua figlia Maddalena. E del giorno della sua morte. E della terra di nessuno in cui è stato costretto il suo fantasma (non il suo spettro, ciò che fa qualche differenza) per tanti anni. Ma di molto altro, si parla.
Il processo, innanzitutto.

Abituati al bombardamento delle cronache giudiziarie che si intrecciano e si sostituiscono alla politica, pasciuti come siamo dalle condanne preventive su giornali e tv, il senso di quanto avviene davvero nelle aule di un tribunale s’era come smarrito. Sofri ce lo restituisce. Ti resta, dal suo volumetto, un risarcimento civile, un desiderio rinnovato di guardare la semplicità concreta del palcoscenico. “Quando la disgrazia fa irruzione, al suo seguito entrano sciami di investigatori, perquisitori, curiosi… e l’indiscrezione, che ha già coperto di oscenità tante prime pagine, celebra il suo trionfo nel processo”.  Se la ricostruzione è paziente, d’altronde, e competente il dovuto, e governata dalle regole del diritto (il libro rende omaggio ai giudici trapanesi che hanno preso in mano l’inchiesta abbandonata, o peggio, mai veramente iniziata 26 anni prima), allora emergono squarci di verità, volti, personaggi, storie. Non solo dei pentiti da cento (duecento) omicidi. Dei mafiosi per nascita e per destino, carcerati per gli orrendi delitti e presentati come inusitatamente capaci di improvvisi sprazzi di candore. Ma anche di carabinieri distratti, accecati dal pregiudizio o da (inconsapevoli?) complicità. E di magistrati incapaci e superficiali, così come di testimoni reticenti. Di un pezzo d’Italia, insomma, ma finalmente scrostata dall’intonaco pruriginoso del luogo comune. Imprevedibilmente, il libro di Sofri, autore sui generis dalla vita scandita e travolta a suo turno dai processi, celebra le virtù del processo penale: “Il peggior modo di fare giustizia, a parte tutti gli altri”.

Poi, la storia del processo si intreccia con quella della vittima. E quella della vittima, a sua volta, torna indietro per infilarsi nella vita di chi scrive, che di Rostagno era amico (non “il migliore”, e lui se ne rammarica un poco). Per chi li ha conosciuti allora, negli anni Settanta, e narcisismi a parte, due tipi più diversi di Sofri e Rostagno non si potevano trovare. Lucido e sferzante nelle parole, più efficaci ancora se affidate alla scrittura, il primo. E il secondo funambolico, intuitivo, trascinatore: “Le sue idee erano inservibili senza di lui, fantastiche in lui”. Mi sono spesso chiesta, io che delle primissime file di Lotta Continua non partecipavo, come fosse la relazione tra i due. C’era un certo timore verso Sofri, misto ad ammirazione. Mauro era altro. Dopo un’alba di volantini all’Autobianchi, consigliava di saltare la riunione, torna a casa, dài, sdraiati sul letto, ascoltati un disco dei Ten Years After. Ecco. Racconta, il libro, dell’amicizia tra Mauro e Adriano. Tra quel barbuto dirigente politico che “aveva un’aspirazione irresistibile a non essere il primo… aveva imparato che essere primo riduce drammaticamente la libertà”, e un “primo”  per definizione. Il quale, e le pagine ne sospirano, porta ancora oggi i pesi e le responsabilità di una classifica che, accidenti a lei, una volta stabilita non si cancella più.

Ergastolo, ha sanzionato il processo di Trapani.  Si può, però? Si può, cioè, gioire per l’ergastolo agli assassini del tuo amico? E rincuorarsene per il risarcimento simbolico che esso rappresenta verso i suoi cari? Eppure continuando, lo stesso, a rimanere nemici giurati dell’ergastolo? Dice di sì, Sofri, e racconta la sua pena. Racconta di essersi scambiato lettere con l’imputato Mazzara, di aver, proprio con lui, parlato dell’ergastolo. Arrivando a immaginare, “anche se non si dovrebbe spingersi all’invadenza di figurarsi che cosa farebbe un morto ammazzato al suo assassino”, la reazione impossibile del Mauro vivo. Avrebbe guardato  il suo assassino, sorridendo. Dove la contraddizione rimane limpida e l’affetto, ma nemmeno l’umanissima soddisfazione, ce la fanno a velarla.

Non solo cuore del processo di Trapani, quindi pugno capace di frantumare la difesa dei due imputati, la faccenda del Dna batte come uno dei cuori del libro. Faccenda non semplice da seguire. Tanto che, nel dibattimento, “fu una gara a chi si dichiarasse più pienamente e compiaciutamente ignorante di quella diavoleria, come se fosse stata inventata il giorno prima, e a tradimento”. Siamo pigri e siamo tutti un po’ conservatori. Basta saperlo e, soprattutto, vergognarsene quel tanto (laddove si deve), e soprattutto basta a noi, che siamo semplici mortali. Ma la giustizia no, la giustizia non può. Si adegui, perciò, la signora giustizia. Studi il professor Alec Jeffreys (pagina 83), o il caso di Buckland, o le statistiche in Irlanda, e affronti la fatica che compete a chi tiene tra le mani la libertà degli individui. Fatica, si chiama. Una conseguenza diretta della responsabilità. Ventre a terra, giudici e avvocati, scrive  dunque Sofri. Che abbia torto non pare. Infatti, soltanto 26 anni dopo, almeno a Trapani è andata.

 

 

 

Articolo del 29 agosto 2014 da ricerca.repubblica.it
Quel fantasma di Rostagno che passeggia sul lungomare
di Adriano Sofri

RIVENDICANO un Nunc dimit-te, il privilegio della loro nuova situazione, di poter guardare le cose da un aldilà, e di venire di qua per qualche sopralluogo senza preavviso, con una simpatica curiosità. Tanto più che ad appesantire loro le ali provvedono già le pratiche burocratiche: processi insabbiati, rinviati, o archiviati colpevolmente, che li tengono in una perenne attesa di convocazione, un iniquo purgatorio terrestre.

È successo così che Mauro sia stato tenuto in ostaggio per oltre vent’anni in quella terra di nessuno, e solo da poco se ne sia svincolato: non so esattamente quando, se all’apertura del processo per il suo omicidio, ventitré anni dopo, o ancora più tardi, forse solo quando il tribunale ha ascoltato sua figlia Maddalena già detta Kusum, e sua moglie Elisabetta sempre detta Chicca, le cui traversie erano poi state il vero ostacolo al suo cambio di identità. Doveva tenerle d’occhio, agli angoli di strada in cui fa buio. Da quel momento in poi, intascato il suo status di MORTO del tutto, Mauro, dissimulato dalle lettere minuscole e libero dal punto esclamativo, ha preso a gironzolare nella città di Trapani con la sua veste bianca di fantasma — lo stesso bianco che aveva scelto da vivo negli ultimi anni, lo stesso panama sul capo. È infatti a titolo di fantasmi che i morti frequentano ancora questo mondo della provvisorietà, quando vi abbiano lasciato, se non conti in sospeso, affetti troppo stringenti, e comunque una voglia di vedere come va a finire.

L’ho intravisto sempre più spesso, man mano che allungavo i miei soggiorni a Trapani per seguire il processo. Intravisto, soltanto, e non aspettatevi che riferisca di qualche conversazione avuta con lui: sarebbe un gran colpo, lo so, ma nel mio caso sarebbe solo un’impostura. Forse altri, vigileremo. Io me ne sentivo a un tratto affiancato, mi voltavo di scatto e già si dileguava, un’ombra svelta e tuttavia, mi sembrava, sorridente. Allora la prossima volta ero stato attento a non voltarmi di colpo, ma lentamente e senza averne l’aria, per prenderlo con la coda dell’occhio, come si cerca di fare al risveglio con certi sogni anche loro renitenti al ricordo: e niente lo stesso. Altre volte l’ho intravisto da lontano, di spalle, che mi camminava davanti, non è che ci siano tanti con quel modo di camminare e il vestito di lino bianco, pure d’inverno, e poi una volta si è anche girato e ho visto che sorrideva mentre si toglieva il panama, con una lentezza plateale. È scomparso alla prima rientranza del lungomare, ma ho fatto in tempo a vedere che aveva la barba nera. Un’altra bella differenza, fra noi e i morti ammazzati. Mauro aveva detto di aver scelto la Sicilia e Trapani, e che qui ormai avrebbe voluto vedere ingrigirsi la propria barba e magari nascere i propri nipotini. Io cammino sul lungomare e sono tutto grigio, e anche l’assassino presunto di Mauro nella sua gabbia in tribunale è mezzo calvo e mezzo grigio, e invece a Mauro è restata una barba scura da quarantaseienne in forma.

Ce ne sono altri, a Trapani, di fantasmi: che risulti a me, il fantasma Michele in via dei Corallari, e una suora in via Garibaldi. Il fantasma Michele era di un turco fatto schiavo e poi lasciato morire di fame dai padroni, e per tenerlo a bada, secondo lo scrittore Antonino Rallo, bisognava pronunciare lo scongiuro: ircu, arcu, or-cu, e ‘ ppi na fogghia, di zuccu tortu unn’appi né ircu né arcu né orcu. Una foglia di tralcio di vite storta, cioè: e chissà che cosa voleva dire, perché «più uno scongiuro è comprensibile, meno è potente». Ma sono fantasmi vendicativi, o dispettosi e capricciosi, e se ne stanno al chiuso, vecchie case, conventi smessi, torri murate. A Mauro piace l’aperto e l’aria di mare e il vento, che tratta il suo lino bianco come una vela; e lui è scanzonato e affettuoso. Non verrebbe a svegliarvi con un pizzicotto su un divano, né a tirarvi i capelli. A sorridervi, finalmente.

Fermi tutti: non temiate che abbia intenzione di compilare un volume spiritista. Ve l’ho detto, non ho nessuna notizia da comunicare, e del resto gli spiriti dello spiritismo dicono solo fesserie di nessun conto, e fanno scherzi da prete, vi infarinano la faccia, o scrivono Gradoli con una tazzina. È questa la differenza fra gli spettri e i fantasmi, e Carlo Marx non ne aveva tenuto abbastanza conto quando scrisse quell’esordio spiritista al Manifesto: «Uno spettro s’aggira… ». Gli spettri sono lugubri e comunque seriosi, certi fantasmi sorridono volentieri, e sanno essere seri, e non è vero che prediligano le notti. Gli piacciono molto i lungomari nelle ore di passaggio, nei crepuscoli, quando i passanti sono pescatori che vanno o rientrano, o disgraziati che corrono per fare fiato, e non si meravigliano di nessun incontro.

Trapani è la città ideale per gli amanti dei lungomari e dei fantasmi. Nella prima udienza del processo, alla brava avvocatessa che si costituisce parte civile per il comune di Trapani — o forse al trascrittore del verbale — succedeunlapsusnotevole:… secondo l’impianto accusatorio Rostagno è stato ucciso per mano della mafia e per le sue battaglie medianiche.

Il processo volgeva alla fine quando è morto anche Gabriel García Márquez. Lui aveva scritto Cent’anni di solitudine. Però Mauro era stato il fondatore di Macondo a Milano. (…)

Aveva detto di aver scelto la Sicilia e che qui ormai avrebbe voluto vedere ingrigirsi la propria barba e magari nascere i propri nipoti I morti ammazzati rivendicano il privilegio della loro nuova situazione, di poter guardare le cose da un aldilà

 

 

 

Articolo del 29 Agosto 2014 da Corriere della Sera
Sfida alla mafia e ai suoi complici nella Sicilia omertosa dei depistaggi
di Corrado Stajano

La lunga ricerca della verità sull’omicidio di Mauro Rostagno

Un bel libro, questo di Adriano Sofri, memoria accorata e insieme rigorosa di Mauro Rostagno, assassinato dalla mafia nella campagna di Trapani il 26 Settembre 1988. Reagì Mauro Rostagno sorridendo è il ritratto amaro e sofferente di una vittima coraggiosa in lotta contro l’Italia peggiore. Il titolo nasce dai moti del carattere del protagonista. Chissà, forse si comportò così anche quella sera di primo autunno quando sentì i colpi del fucile Breda calibro 12 e della pistola calibro 38 che lo colpivano a morte.
«Era passato da tante vite, chissà quante ne avrebbe avute ancora», scrive Sofri. «Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte, le vite che abbiamo in offerta. In una era stato il leader carismatico del ’68, come si dice ironico, geniale, seducente, spavaldo e musicale». E anche fraterno e pieno di tenerezza, un segno che non sembra tipico di quei tempi.
Chi era Rostagno per chi, forse, non ricorda? Sociologo nella Trento ribollente, leader di Lotta Continua e, dopo l’addio alla politica, con l’anima e il corpo nel sogno di Macondo, a Milano, vicino a San Marco – festa, musica, fumo, cibo, danza, la follia dell’irrazionale – e poi l’India di Poona e infine la comunità di Saman, nel Trapanese, per il recupero dei tossici e degli alcolisti dove mise in piedi la Rtc, la televisione della libertà che ruppe le incrostazioni del silenzio omertoso. Era la chiusura del cerchio, un ritorno alla politica. Mauro andava a vedere, giornalista della realtà, e da quella sua piccola tv parlava ossessivamente della mafia, della DC complice, della massoneria connivente. Denunziava, faceva senza paura i nomi dei capi e dei gregari, Mariano Agate, Matteo Messina Denaro, Tano Badalamenti, i corleonesi, Totò Riina, gli esattori Salvo, il marcio che gli girava intorno. Spiegava la mafia al colto e all’inclita, le sopraffazioni quotidiane, gli appalti pubblici taroccati, le estorsioni generalizzate, i delitti. Divenne famoso, in quell’angolo di Sicilia, dava fastidio, metteva a repentaglio gli affari delle cosche. Erano gli anni del maxiprocesso di Palermo, iniziato nel 1986, e allora deve esser stato sufficiente il cenno di qualcuno dei capi di Cosa Nostra per ordinare a un killer di toglier di mezzo quell’ingrombro anomalo che non stava zitto.
Pochi giorni dopo l’assassinio. il 29 novembre 1988 (la citazione è nel libro liberatorio di Maddalena Rostagno – figlia di Mauro – e Andrea Gentile, il Suono di una sola mano, pubblicato nel 2011 dal Saggiatore), un giornalista del «Giornale di Sicilia» chiese al procuratore della Repubblica di Trapani: «Rostagno è stato ucciso dalla mafia?». «Come si fa a dirlo?», rispose il magistrato, «bisognerebbe prima esser sicuri dell’esistenza di gruppi organizzati». «Traffico di droga?», domandò il giornalista. «Che io sappia, Trapani non è al centro del traffico di eroina (…) Posso dire che dal luglio 1987 al giugno scorso, in Procura non è arrivato alcuna rapporto di polizia giudiziaria per associazione mafiosa. E allora come si fa a dire che esiste la mafia a Trapani?» E in quella stessa intervista il procuratore, non pago, appose una ciliegina sulla torta: «Perché la gente dovrebbe ribellarsi alla mafia? La mafia qui ha portato soldi, lavoro e tranquillità». (E anche degrado, disfacimento sociale, povertà, sangue, morte, cancellazione delle istituzioni della Repubblica).
Ci son voluti 23 anni per arrivare, il 2 febbraio 2011, a un processo-verità: che cosa è successo mai o non è successo in questi decenni punteggiati di depistaggi, macchiati di bugie, di silenzi, di mistificazioni, di comportamenti grotteschi di uomini dello Stato, pavidi, complici, al servizio dei poteri criminali, che hanno reso la giustizia una burla? Adriano Sofri è andato a vedere, come era solito fare Mauro. Ha seguito per anni il processo e dal suo scritto è uscita con chiarezza l’immagine di una società devastata, un teatro grottesco di cui la nazione intera porta il peso, riscattata soltanto ora da uomini nuovi, giudici onesti che hanno fatto il loro dovere con scrupolo e serietà.
Se li è visti passare davanti, Sofri, negli anni vissuti nell’aula della Corte d’assise di Trapani dedicata a Giovanni Falcone, i protagonisti di tanti orribili eccidi, i burattinai della mafia, quelli visibili e i «pentiti» che dopo tanto tempo si son decisi a parlare del delitto Rostagno. Tra gli altri, nell’intrico delle parentele mafiose, Giovanni Brusca, l’uomo che premette il tasto del radiocomando della strage di Capaci, lo stesso che strangolò e poi disciolse nell’acido il ragazzino Giuseppe Di Matteo, figlio di un «pentito»; Angelo Siino, «il ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra, facondo, solito ad aver rapporti con uomini della Confindustria e con consiglieri regionali; Giuseppe Marchese, che non è in grado di ricordare quanti delitti ha commesso, e Antonio Patti che, invece, li ha nella mente, una quarantina.Sofri ascolta, annota, capisce l’importanza dei dettagli, delle contraddizioni, delle bugie, si rende conto, nel profondo, di cosa è la mafia, una terra impastata di sangue.
Gli imputati del processo-verità sono due. Il killer è Vito Mazzara, campione di tiro, già condananto a tre ergastoli, e Vincenzo Virga, anche lui condannato a più ergastoli, responsabile per il suo grado di capo della mafia trapanese. Si sa che la gerarchia, all’interno di Cosa nostra è ferrea, ma quella certezza gerarchica che migliaia di pagine giudiziarie hanno documentato sembra non bastare agli scrupolosi giudici di Trapani. Le indagini nei decenni sono state fatte con sciatteria, nel pregiudizio che la mafia non c’entrasse. Non è stata fatta né un’analisi balistica, né un’altra, allora impossibile, l’analisi del Dna. Nel silenzio quasi totale dell’informazione.
Tre anni dopo l’inizio del processo la Corte ordina proprio quest’indagine del Dna sul sottocanna del fucile lasciato a terra dopo che si ruppe e su altri frammenti di legno anche se sono stati maneggiati da più persone. E’ il deus ex machina romanzesco che emoziona Sofri, lo appassiona. La scienza vince sulla burocrazia della legge e sull’arcaicità dell’ambiente. Sono state senza alcun dubbio quelle mani ad uccidere. Il processo termina il 15 maggio 2014 con due ergastoli per la mafia assassina. C’è voluto quasi un quarto di secolo per far fallire il tentativo doloso di discolpare Cosa Nostra.
Adriano Sofri si sente vendicato anche lui. In tutti questi decenni non ha smesso di vedere – un fantasma affiorato da tanta sozzura – il suo amico Mauro, vestito di lino bianco, la barba nera, il panama sul capo.

 

 

 

 

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