STORIA DI UNA FAMIGLIA CONTRO UN’ALTRA di Mino Guerrini

STORIA DI UNA FAMIGLIA CONTRO UN’ALTRA
Montecchi e Capuleti al confronto scherzavano. Da quando 13 anni fa scoppiò una lite fra i Facchineri e i Raso-Albanese, una ridente cittadina calabra è diventata teatro di feroci vendette. L’ultimo morto, di pochi giorni or sono, è il 42°.

 

Articolo di Mino Guerrini
foto di Sergio Del Grande

Fonte:
Rivista settimanale Epoca
Ed. Arnoldo Mondadori
N. 1752 del 4 maggio 1984

Ringraziamo per la ricerca:
Il Sig. Leonardo della Xedizioni

 

Sul principio di questa primavera il ragazzo si ritrovò all’agguato dietro un cespuglio di canne. Aveva fra le mani un fucile automatico calibro 12, caricato con cartucce ripiene ognuna di nove pallettoni, tutti pesanti come i proiettili di una pistola 7,65. Più in alto stava il cugino, il tiratore, con una rivoltella; e a dieci passi, invisibile, un altro parente, con una doppietta armata di proiettili ad elica, buoni per trafiggere un cinghiale, Il ragazzo non aveva mai ucciso prima, e non sentiva una speciale voglia di cominciare. Ma una faida è una faida, come un uomo è un uomo. E quella era la faida di Cittanova. Si mosse insieme agli altri.

«I cadaveri delle loro vittime», racconta il capitano Cosimo Fazio, siciliano, comandante i carabinieri di Taurianova, «li abbiamo trovati la mattina dopo, all’alba del 30 marzo scorso, Domenico Facchineri, 27 anni, e Angelo Addario, 51 anni, stavano lavorando i campi e pascolando un po’ le pecore in contrada San Mauro, fra Cittanova e l’altopiano dello Zomaro, quando sono stati sorpresi e costretti dai killer a risalire con loro la fiumara per più di due chilometri, fino a una casupola diroccata, rifugio occasionale di cacciatori. Lì sono stati fatti inginocchiare e poi sparati alla nuca. Il Facchineri con la pistola e l’Addario con la lupara. Sono caduti in avanti, sulla faccia, ma non avevano più faccia, c’era solo la voragine aperta dall’uscita dei proiettili. Subito dopo gli assassini hanno rivoltato i loro corpi, mettendoli pancia in su, e col coltello li hanno sventrati, praticando un taglio longitudinale dall’inguine alla gola. Nel simbolismo della ‘ndrangheta, questo significa che i due avevano tradito».

Prosegue il capitano Fazio: «Se, come sembra, questi delitti rientrano nella faida di Cittanova alora non c’è dubbio che gli assassini appartengano al clan dei Facchineri, qui nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, non si va ai ricevimenti di nozze per caso o soltanto perché si è invitati. No, ha il significato di una scelta di campo. E così abbiamo avuto questi altri due cadaveri, che sono il quarantesimo e il quarantunesimo della faida di Cittanova, una strage che dura ormai da tredici anni».

Passano sei giorni ed ecco il quarantaduesimo omicidio. Francesco Ligato, 49 anni, caposquadra del Consorzio di Bonifica di Rosarno sta lavorando con gli altri operai, in località Cappellano, ad una quindicina di chilometri da Cittanova. Quando il killer arriva è solo, a viso scoperto, cammina spedito, imbraccia il solito fucile da caccia automatico. Senza neppure fermarsi spara il primo colpo e colpisce alla schiena il caposquadra che cade a faccia in giù. Gli altri cinque operai scappano terrorizzati. Il killer si avvicina all’uomo abbattuto, appoggia le canne sovrapposte dell’arma alla sua nuca, preme due volte il grilletto. Si allontana svelto ma senza correre. Giustizia mafiosa è stata fatta: il Ligato era l’amico più intimo dell’Addario, l’ucciso di pochi giorni prima. I cinque operai raccontano di non aver visto nulla e vengono arrestati. Ma non parleranno: i 42 morti e 28 feriti gli consigliano il silenzio.

«La famiglia, la famiglia», dice Giuseppe Tuccio, procuratore capo del Tribunale di Palmi cui compete la circoscrizione di Cittanova, «la famiglia è la prima regola di vita delle aggregazioni delinquenziali calabresi. Intesa una volta addirittura come branco, poi come clan, è una forma di associazione belluina che riconosce solo la legge della giungla. Più numerosa è la famiglia, più il suo potere e il suo prepotere sono solidi. Per cui: figli a oltranza, perché, come dice un’antica espressione calabrese “la famigghia è ricchizza e ‘sango”. L’assetto familiare è sempre a piramide, con un dominio patriarcale assoluto. E’ il capofamiglia, che può anche non essere il più anziano, a decidere i contatti col mondo politico ed economico, a livello imprenditoriale, ed anche chi ucciderà chi. Se lui stabilisce che saranno, poniamo, Luigi, Vincenzo ed Andrea ad ammazzare questo o quel membro del clan nemico, la sua scelta non viene mai messa in discussione. E quando manda il proprio fratello, i propri figli a formare il “commando” dei killer, lo fa perché questo è funzionale alla scalata della famiglia verso i gradini più alti del prestigio mafioso».

La faida di Cittanova comincia il 19 marzo 1971. Quel giorno Antonio Albanese, da poco tornato al paese dopo 6 anni di carcere, entra in un bar e vede che ad un tavolo è in corso una partita di passatella. Domanda: «posso giocare anch’io?». Le facce che si voltano a guardarlo son quelle dei Facchineri, una famiglia della ‘ndrangheta emergente, quella che invece degli scarponi da montagna indossa le scarpe lucide e tratta con i funzionati della Cassa del Mezzogiorno.

«No, non puoi giocare» è la risposta. Antonio serra le mascelle: «E perché». Un lungo silenzio precede la sentenza: «Perché sei un infame». Antonio capisce: lui, sette anni prima, aveva ucciso un agricoltore, Domenico Gerace, di 63 anni, e, arrestato, era evaso due volte prima di rivelare il nome del mandante, il boss Ligata. Ma capisce anche che i Facchineri si credono diventati così forti da poter sfidare le antiche famiglie della ‘ndrangheta di Cittanova, come la sua. E quindi lo stanno provocando proprio per cercare l’incidente, per scatenare la guerra. Se indietreggia, a questo punto, è la resa. Lui non sa che la parola ‘ndrangheta viene da «andranthos», che in greco significa «uomo valoroso». Ma si ricorda bene che «’ndrina», il nome della cosca calabrese, deriva da un aggettivo che vuol dire: colui che non si piega, che non si inginocchia. Decide dunque di accettare la sfida. E trenta secondi più tardi è a terra, ridotto una fontana di sangue dai quattro colpi che Luigi Facchineri, 24 anni, gli ha sparato alla schiena.

Meno di un’ora dopo, quando entra in azione l’artiglieria dei familiari dell’ucciso, un fratello dell’assassino, Michele, viene preso a fucilate. Ferito di striscio, riesce a scappare. Nella notte stessa si delineano gli schieramenti: da una parte stanno gli Albanese, con i Raso, i Mamone e i Gullace, come dire la Camera dei Lord della mafia cittanovese. Dall’altra i Facchineri, con i loro parenti Guerrisi, Marvaso e Galasso, e gli altri «desperados» della nuova ‘ndrangheta. Sono loro a passare all’attacco: uccidono, col classico colpo alla nuca, il contadino Angelo Pronesti, nipote degli Albanese. Ammazzano un altro parente dei nemici, Celestino Guallase, di 63 anni, ingozzandolo di terriccio. Feriscono con una raffica di lupara Francesco Albanese, fratello del primo ucciso. E alla fine del primo anno di guerra, inseguono e attaccano con i mitra da una Fiat 600 con a bordo «Massaru» Raffaele, 58 anni, il mitico patriarca degli Albanese, e Antonio, 65 anni, capoclan della famiglia Raso. Massacrati tutti e due, e con loro l’uomo al volante, Giuseppe Raso, di 29 anni.

Arriviamo al 31 marzo 1975, una data da ricordare. Per 4 anni sono volati alti i razzi del fuoco incrociato delle battaglie di Cittanova. I morti sono 9, i feriti 6, dodici i latitanti, fuggiti sull’Aspromonte. Ma, un momento: cos’è questo imprendibile Aspromonte, dove, insieme ai latitanti coinvolti nella faida di Cittanova, c’è anche chi si nasconde da 25 anni, dove si custodiscono i sequestrati, dove la gente in divisa raramente mette piede? Una bellezza potente come quella di un immaginato Paradiso Terrestre, una natura più impetuosa e abbacinante di Tahiti, di Postumia, della Capri perduta di Axel Munthe, quando i rapaci volavano bassi e la cernia filava a fior d’acqua. Un paesaggio più selvaggio del fiordo più nordico, questo è l’Aspromonte, il «topos», il luogo per eccellenza.

Lassù si è nscosto per 4 anni anche Rocco Belfiore, presunto killer della ‘ndrangheta, per altri 9 anni in galera in diverse riprese, uno dei pochissimi che è riuscito ad evadere perfino dall’Asinara. Oggi è libero, minacciato soltanto da un appello proposto dal giudice Tuccio contro la sentenza che lo assolve dal reato di associazione a delinquere. Rocco Belfiore non è un pentito e neanche un dissociato. È soltanto qualcuno che ha deciso di smettere, di sposarsi, di scrivere e di dipingere. Ha già pubblicato un libro, «L’inferno dei vivi», e un altro lo sta finendo «Gioia Tauro come New York». Così conclude una sua poesia: «Non ho coraggio per pregare/ il mio animo non sa perdonare/sono nato killer/ a finirmi sarà un killer».

 

[…]

 

Dunque, 31 marzo 1975, una data da ricordare. «Non vogliamo morire come topo in trappola» gridano i 228 detenuti del carcere San Pietro di Reggio Calabria, temendo un’altra scossa di terremoto dopo quella di ieri. E gli agenti di custodia, cinque in tutto, lasciano aperte le porte delle celle. Alle 2 di notte il killer entra nella cella numero 26 e appoggia la bocca della pistola calibro 0 sul corpo di Giuseppe Raso, addormentato: 5 proiettili piantati nella schiena, uno nella testa, un altro nel braccio destro e l’ultimo nel piede sinistro. Pasqualino Zito, 28 anni, imputato di sequestro, è l’altro occupante della cella: dirà di non essersi accorto di nulla. Dormiva e ha continuato a dormire. Gli fanno notare che le esplosioni sono state, in un ambiente di due metri per due, più sonore del rombo di una Ferrari formula Uno. Risponde: «Ma davvero?»

La reazione della famiglia dell’ucciso è la più violenta della storia delle tre mafie, la siciliana, la calabrese, la napoletana. Due settimane dopo, domenica 13 aprile, è Pasqua. A Roma Paolo VI riceve 13 coppie di sposi, nel Vietnam infuria la battaglia per Saigon, al Cairo Sadat afferma che Gheddafi è posseduto dal demonio. Nelle strade di Cittanova irrompe un furgoncino che porta 5 uomini con giubbotti militari e passamontagna calato, armati di mitra e di lupara. Il primo a finire in pezzi è Giuseppe Facchineri, 36 anni, davanti alla porta di casa sua. La moglie, Carmela Guerrisi, 24 anni, al settimo mese di gravidanza, viene colpita alla coscia da un proiettile che le spezza il femore. Il nipotino, Vincenzo, di 6 anni, se la cava con qualche pallettone nelle spalle.

Il commando riparte, esce dalla città, raggiunge un canalone che porta al torrente Serra e blocca il furgone accanto a due bambini che stanno riconducendo alla stalla un branco di porci. Racconta il contadino Pasquale de Marte, 63 anni, detto Zorro per la sua abilità col cavallo per le montagne: «Ho visto uno dei killer saltare giù dal furgone e sparare un colpo di fucile contro Domenico Facchineri, di 12 anni. Ma ha sbagliato la mira, lo ha solo ferito al fianco destro, e il ragazzino si è affrettato ad alzare le mani e a pregare di aver salva la vita. In pochi secondi un altro killer si è fatto avanti ed ha aperto il fuoco con un mitra abbattendolo. Il fratellino, Michele, di 9 anni, si era intanto nascosto dentro un cumulo di sabbia, ma è stato raggiunto dall’uomo del mitra e da un terzo killer che gli ha appoggiato la lupara alla nuca ed ha fatto partire un colpo. Per qualche attimo il bambino è rimasto in piedi con la testa completamente sfracellata. Poi è piombato giù».

Per la prima volta in Calabria sono stati massacrati dei bambini. Perché E può esistere un perché? Esiste. Un vecchissimo boss mafioso, col volto ridotto ad un reticolato di rughe e gli occhi a fessure in cui brilla qualcosa di simile a due punte di trapano, spiega: «Così come Giuseppe Raso è stato ucciso nel sonno, in una cella inerme e incapace di difendersi, così dovevano anche morire dei nemici inermi e indifesi. I bambini, certo».

A questo punto l’Aspromonte, il «topos», si popola di latitanti. I Raso Albanese formano lì addirittura una banda armata, ma vi bivaccano anche molti del clan Facchineri. E sono loro, gli uomini della montagna, a scendere nella piana per i raid omicidi. Nessuno li vede, nessuno li sente, nessuno può riconoscerli: sono più invisibili dell’Uomo Invisibile.

«Testimoni? Non ci sono mai testimoni», afferma il giudice Tuccio. «I testimoni sono tutti morti», dice secco il maresciallo Andrea Mantineo, l’uomo che, assieme al maresciallo Camuti, sta facendo rivivere i tempi di «Su Peppì», il leggendario maresciallo dei carabinieri che terrorizzò i mafiosi sugli anni 30. «Non ci sono testimoni come non ci sono pentiti», spiega lo scrittore giornalista Luigi Malafarina, conosciuto come «Il mafiologo». E aggiunge: «Nel ’55 Serafino Castagna provò a pentirsi e vuotò il sacco. Si prese tre ergastoli e 1173 anni di prigione. Da allora la bocca dei calabresi è, se possibile, ancora più cucita». «Diciamo che c’è sfiducia nella giustizia», afferma Alberto Bruzzese, di Cittanova, avvocato difensore dei Facchineri, «ma quanto ai testimoni, non diciamo sciocchezze: ce ne sono, ce ne sono a bizzeffe». E precisa: «A discarico, naturalmente. Soltanto a discarico».

Nella sola provincia di Reggio le patenti d’auto ritirate a presunti mafiosi sono già 5 mila. Un esercito. Nelle scuole elementari una metà dei bambini minaccia l’altra metà: «Dammi cento lire se no ti dò un calcio». Ogni professionista in odor di milioni ha ricevuto almeno una volta questa lettera: «Pregiatissimo dottore, è noto che la vostra preparazione e la vostra intelligenza vi hanno portato ad un altissimo livello e che siete invidiato da tutti. Noi, sull’Aspromonte, per poter sfamare i nostri bambini siamo costretti a disturbare determinate persone e costringere altre che non intendono capire il nostro bisogno, Perciò non fate finta di non capire. Sapete bene a cosa andate incontro. Sappiamo trovarvi nella vostra abitazione e sequestrare voi o qualcuno dei vostri figli. Vi faremo saltare in aria la vostra casa e la vostra auto. Siamo disposti a tutto se…». E seguono le istruzioni sulla somma, da 10 a 100 milioni, su come e sul dove versarla. Un dove che sta sempre dalle parti del «topòs», l’Aspromonte.

I Facchineri, che al principio della faida erano una famiglia forte di 115 membri, compresi i generi e le nuore, sono oggi ridotti a un pugno di persone, con solo tre maschi: due in prigione e il terso latitante. Le mille vacche dei Raso-Albanese vivono brade nella piana e pascolano dovunque, nelle proprietà private, nei terreni coltivati. Le chiamano le vacche sacre, perché sono più intoccabili di quelle indiane. Nessuno osa cacciarle, anzi, se qualcuno ne incontra una che sta per partorire, lascia perdere quello che sta facendo e si ferma per aiutarla. Il mattino dopo troverà un regalo davanti alla sua porta, ma per lui è più importante l’aver potuto rendere un favore agli amici potenti.

Alberto Cavalieri, un grande poeta, morto 17 anni fa, e oggi morente perfino nel ricordo della generazione che ha letto il «Bertoldo», il primo «Candido» e la «Domenica del Corriere» d’una volta, così raccontava il paese dove era nato: «Mi piace Cittanova, il mio paese/ che ormai vedo soltanto in cartolina/ una serena e mire cittadina/ alla buona, così, senza pretese. / Fra distese di vigne, d’oliveti/ e d’orti dai balzamici profumi/ essa produce vino olio ed agrumi/ avvocati filosofi e poeti».

Oggi Cittanova è una città in disarmo, sulla soglia di diventare il fantasma di sé stessa, un villaggio disabitato come succedeva nel Wild West. Da 24 mila abitanti, in pochi anni è passata a 13 mila. Via l’Ufficio del Registro, via quello delle Imposte, via perfino il Commissariato, niente superstrada, non c’è più nulla, neanche il Sindaco, neanche l’amministrazione comunale, ma solo un commissario prefettizio. Il sindaco non lo vuole fare più nessuno: troppo pericoloso. L’ultimo, il dottor Carmelo Abenavoli, aveva sostenuto l’alibi di un Gullace e di un Bruzi accusati di aver ucciso un paio di Facchineri e riconosciuti dal terzo Facchineri ferito nell’agguato. Il sindaco era stato arrestato assieme ad altri 13 testimoni. Certamente diceva la verità, ma è anche vero che a Cittanova se qualcuno ti dice «Fammi l’alibi», tu non hai scelta. Lo sosterrai fino all’incriminazione, fino al carcere, fino alla morte: Tua naturalmente.