“Tita, Angelina e le altre Condannate a morte per un amore sbagliato” di Francesca Barra

Tita, Angelina e le altre Condannate a morte per un amore sbagliato
di Francesca Barra
La ‘ndrangheta non perdona chi tradisce la «famiglia».
Dal caso Costantino a quello Pesce, trent’anni di omicidi.
E spesso la verità viene a galla solo dopo molti anni.

Donne giovani, madri, calabresi e con la voglia di collaborare, di liberare sé stesse e la vita dei figli dalla morsa della ‘ndrangheta. Donne che si innamorano dell’uomo sbagliato e che per questo firmano la loro condanna a morte. Uccise dall’acido o vittime di lupara bianca. Alcune sono sparite nel nulla e la cronaca le ha dimenticate, forse rendendo un favore a chi le ha messe a tacere per sempre. Ma poi le bocche si aprono e la verità, pian piano, aiuta a ricostruire casi irrisolti.

Sono passati diciotto anni, da quando una donna di 25 anni, madre di quattro figli, Angela Costantino, sparì nel nulla. Le indagini della squadra mobile di Reggio Calabria hanno accertato che si trattò di omicidio e non di un suicidio, come molti indizi sparsi avevano voluto lasciar intendere. L’ordine di farla sparire sarebbe partito dalla stessa famiglia del marito per vendicarlo.

Era sposata con Pietro Lo Giudice pregiudicato e figlio del boss dell’omonima cosca, Giuseppe. Era scomparsa il 16 marzo del 1994. Aveva intrapreso una relazione extraconiugale con un uomo conosciuto in parrocchia. E la ‘ndrangheta si sa, non è indulgente con chi tradisce la famiglia. L’ultima informazione su di lei era che stava raggiungendo suo marito detenuto in carcere a Palmi per fargli visita. Ma di lei non fu trovato nulla, se non l’auto, una Fiat Panda.

La ricostruzione è avvenuta grazie a tre pentiti, fra cui Maurizio Lo Giudice. La donna fu strangolata e Il suo cadavere fu poi occultato. Sono ritenuti responsabili in concorso fra loro, dell’omicidio della donna, Vincenzo Lo Giudice, il cognato Bruno Stilo e il nipote Fortunato Pennestrì.

Il caso riporta alla mente una vicenda omologa. Annunziata Pesce sparì nel 1981. Era sposata con Antonio Zangari e figlia di Salvatore Pesce, fratello del boss Peppe. Dopo trent’anni parla di lei, la pentita Giuseppina Pesce, sua parente. Annunziata non meritava indulgenze perché aveva minato l’onore della famiglia due volte: aveva tradito suo marito e si era innamorata di un giovane carabiniere, in servizio alla stazione di Rosarno con il quale era scappata. I due vennero ritrovati sul lungomare di Scilla e mentre il carabiniere verrà trasferito in un’altra città, della donna non si saprà più nulla.

Con sentenza del Tribunale di Palmi del 16 novembre del 1999 venne dichiarata la morte presunta. A decidere di ucciderla nell’aprile del 1981, secondo la testimonianza di Giuseppina, sarebbe stato il boss Giuseppe Pesce e l’esecuzione sarebbe avvenuta sotto gli occhi di suo fratello: Antonio Pesce.

Si poteva evitare che passassero trent’anni senza sapere la verità? A nessuno importava davvero di Annunziata? Una donna dimenticata. Errori che non devono ripetersi.

Ed ecco perché si deve parlare di un altro caso. Santa Buccafusca, detta Tita, è morta ingerendo acido muriatico. Moglie di Pantaleone Mancuso, più grande di tredici anni, boss di Nicotera, detto Luni Scarpuni. Si sarebbe tolta la vita ingerendo acido muriatico il 16 aprile del 2011, in casa, in via Murat 1. Aveva deciso di collaborare e il 14marzo 2011 si era presentata con suo figlio di pochi mesi, nella caserma dei carabinieri di Nicotera. L’avevano spostata negli uffici della Dda di Catanzaro. Alcuni dei suoi familiari, nel frattempo, si erano rivolti alla caserma del loro paese con una documentazione medica per dimostrare l’instabilità psichica di Tita e dunque la sua inattendibilità nel caso avesse deciso di «raccontare». Qualcosa o qualcuno è riuscito a indurla a tornare sui suoi passi, dopo pochi giorni. Perché decise di interrompere la sua collaborazione. Non solo. Per qualche strana ragione, ancora ignota agli inquirenti, si è suicidata ed è morta all’ospedale di Reggio Calabria dopo due giorni, il 18 aprile del 2011.

Le indagini per scongiurare che qualcuno possa averla indotta al suicidio, come nel caso di Maria Concetta Cacciola avvenuto qualche mese dopo, sono ancora aperte. Per evitare che parlasse ancora.

Ciò che è urgente che si stabilisca, oltre ad accertare eventuali responsabilità, è che non restino storie isolate. Che si costruisca una rete di informazione, di sostegno, di assistenza psicologica anche, e non solo legale. Affinché nessuna donna pensi di non avere altra via di uscita dalle mafie, dal dolore, se non la morte.

E affinché si faccia luce su Barbara Corvi, cognata di Angela Costantino. Aveva 35 anni quando si persero le sue tracce. Era sposata con Roberto Lo Giudice, altro fratello di Pietro. La sparizione della donna è avvenuta il 27 ottobre 2009 ad Amelia in provincia di Terni. Anche se non c’è alcuna prova che sia stata uccisa e magari è scappata, impaurita da qualcosa. Magari avrebbe bisogno di sapere che se tornasse sarebbe al sicuro. O magari avrebbe bisogno che qualche altra bocca si aprisse e che mettesse fine a questa mattanza di donne.

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 18 aprile 2012