10 dicembre 1988 Vigevano (PV). Ritrovato il cadavere di Gianfranco Trezzi, imprenditore, vittima di sequestro.

Gianfranco Trezzi gestiva una piccola azienda specializzata in tubi e materiali siderurgici nel milanese. La mattina del 19 settembre 1988, come ogni giorno, l’imprenditore era uscito alle 7 del mattino per andare nei suoi uffici di Vimodrone. Furono i suoi operai a dare l’allarme, perché a mezzogiorno non era ancora arrivato sul posto di lavoro. Subito fu ritrovata l’auto e ci si rese conto della drammaticità della situazione, soprattutto perché l’azienda versava in cattive acque finanziarie. Il 10 dicembre venne ritrovato il cadavere di Trezzi nel giardino della villa vicino Vigevano dove era stato tenuto prigioniero e ucciso subito dopo la richiesta di riscatto. Fu ritrovato in un sacco della spazzatura, il corpo decomposto in oltre 70 pezzi.

Fonte: vivi.libera.it

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 20 settembre 1988
È il titolare di una piccola impresa che ha sede a Vimodrone
Esce di casa ma non arriva in azienda forse rapito un industriale a Milano
La sua auto è stata ritrovata con le portiere aperte – Nessuna telefonata alla, famiglia.

Un imprenditore milanese è scomparso da ieri mattina: si teme un sequestro. E sarebbe il primo dopo sei anni nel capoluogo lombardo.

Gianfranco Trezzi, 57 anni, è titolare dell’omonima ditta che si occupa di commercializzare tubi usati. Non è una grossa azienda: vi è impegnata la famiglia Trezzi al completo, più una decina di impiegati. Il fatturato si aggira sui 7-8 miliardi l’anno. Trezzi è un uomo metodico: tutte le mattine, verso le 7, lascia la sua casa di via Amalfi 23, alla periferia di Milano, per recarsi in ditta, a Vimodrone, in via dell’Industria.

Ieri mattina Gianfranco Trezzi in azienda non è arrivato: è partito da casa come al solito, ma durante il tragitto di lui si sono perse le tracce. E’ stata ritrovata invece la sua auto, una Golf bianca: aveva le portiere ancora aperte, le chiavi nel cruscotto. Nessun segno però che facesse pensare a una colluttazione.

A dare l’allarme sono stati gli impiegati della ditta. Abituati a trovare già il titolare quando cominciava il lavoro, si sono stupiti di non vederlo arrivare. Poteva essere un ritardo, anche se Trezzi è un uomo molto abitudinario. Poi, con il passare del tempo, hanno cominciato a preoccuparsi e hanno così telefonato a casa per avere notizie.

I famigliari, che l’avevano visto uscire come al solito, si sono spaventati. Prima hanno contattato telefonicamente la polizia per sapere se c’erano notizie del proprio congiunto. Vista la risposta negativa, a mezzogiorno sono andati in questura per denunciare ufficialmente la scomparsa di Gianfranco Trezzi.

Proprio mentre i familiari erano in questura, veniva ritrovata l’auto. A fare la scoperta sono stati alcuni impiegati della ditta che avevano deciso di percorrere a ritroso la strada abituale di Trezzi, nel caso potesse avere avuto un malore o un incidente. L’auto era appunto aperta e le chiavi ancora nel cruscotto. Secondo il primo esame compiuto dagli agenti non ci sarebbero segni di colluttazione.

Il presunto sequestro non è però avvenuto in una zona isolata: la vettura era infatti parcheggiata a fianco dell’«Innocenti» e all’ora presumibile dell’aggressione (intorno alle 7,30), vicino alla fabbrica c’è parecchio movimento.

La polizia e il magistrato che conduce le indagini, il sostituto procuratore Salvatore Cappelleri, vanno comunque molto cauti e invitano la stampa a non enfatizzare il caso. Troppo presto — dicono — per concludere che si tratta effettivamente di un sequestro. Smentiscono anche la voce, circolata nel pomeriggio, secondo cui ai famigliari era già arrivata una telefonata con la richiesta di un riscatto.

 

 

 

Giangranco Trezzi – Articolo L’Unità del 31 ottobre 1988

 

 

Fonte: archiviolastampa.it
Articolo del 2 novembre 1988
Pavia, i retroscena del sequestro Trezzi svelati da un pentito
La ‘ndrangheta non lo ha «comprato» per questo il rapito è stato subito ucciso
I banditi, incassato il riscatto, avrebbero voluto «vendere» l’ostaggio

Un piccolo industriale amico della vittima, un imprenditore edile sull’orlo del fallimento, un autotrasportatore, alcuni malavitosi di «basso livello», un «capo» ritenuto personaggio di spicco della malavita organizzata, disposto a uccidere la vittima e i suoi stessi complici. E’ questo il ritratto della banda che ha rapito — e ucciso — l’industriale milanese Gianfranco Trezzi. Dei componenti la banda quattro sono già in carcere e due sono ricercati.

Per primo era stato arrestato Bruno Mario D’alessandri, 40 anni, un malavitoso di piccolo calibro. E’ lui il «pentito» che ha fatto il nome dei complici e ha indicato il luogo dove sarebbe sepolto Trezzi. Dopo D’alessandri è finito in carcere Pasquale Bergamaschi, 49 anni, titolare di una piccola azienda di impianti idraulici, la Crim. Amico e vicino di casa di Trezzi, sarebbe stato il «basista» della banda, colui che ha saputo indicare orari ed abitudini dell’industriale.

Infine sono stati arrestati Antonio Sbordone, 42 anni, e Michele Sidoti, 32 anni. Quest’ultimo è l’autotrasportatore: sorpreso a casa del fratello di Sbordone a Torvaianica (presso Roma), avrebbe avuto il compito di portare Trezzi in Calabria. Il piano originario della banda prevedeva infatti di incassare il riscatto (cinque miliardi) dalla famiglia dell’industriale e quindi di «rivendere» l’ostaggio alla ‘ndrangheta calabrese. Il «pentito» non ha saputo spiegare perché invece Trezzi è stato ucciso subito dopo il rapimento.

Probabilmente la «vendita» non è andata in porto e in questo caso il piano prevedeva un’unica alternativa: l’eliminazione dell’ostaggio. Chi ha deciso tutto è stato Giuseppe Sanzone, 39 anni, detto Pino. Evaso dal carcere di Favignana, è considerato un elemento di spicco della malavita, con una lunga «esperienza» nella banda di Michele Argento. Attivamente ricercato, è considerato il «cervello» del rapimento. Un capo senza scrupoli che oltre a Trezzi ha fatto uccidere due complici: Valerio Affaitato e Rodolfo Valentino, anche lui evaso da Favignana. Avevano avuto il torto di chiedere una fetta più consistente del riscatto.

D’Alessandri ha raccontato agli inquirenti che il cadavere di Valentino è stato gettato nel laghetto di Ardesie in Valcamonica. Sanzone voleva far sparire anche il corpo di Affaitato ma i carabinieri, intercettando l’auto degli assassini, hanno fatto saltare il piano. Il delitto è stato scoperto subito e, dalla targa dell’auto, le indagini sono risalite a D’Alessandri. L’uomo è apparso subito spaventato: ha spiegato che aveva paura di essere ucciso, come gli altri due complici e ha quindi preferito «raccontare tutto».

Alle sue parole mancano però ancora i riscontri: oggi inizieranno le ricerche del cadavere di Valentino. E mentre i subacquei scandaglieranno il laghetto, le ruspe continueranno a scavare nel parco della «Tana del Lupo», la villa presso Vigevano di proprietà di Renato Danny, 35 anni. Anche Danny è ricercato: proprietario di un’azienda edile a San Donato milanese aveva pensato di risolvere la crisi economica della sua ditta «prestando» alla banda la sua tenuta.

Nella villa, Trezzi era stato portato subito dopo il sequestro: qui era stato fotografato e quindi obbligato a scrivere lettere ai suoi familiari. Qui — secondo il racconto di D’alessandri — è stato ucciso e sepolto. Ma le ricerche del cadavere sono state ancora infruttuose. Dopo giorni di inutili scavi i carabinieri ieri hanno utilizzato uno «schermografo», un apparecchio in grado di fare radiografie al terreno. Lo schermografo ha indicato cinque punti del parco dove è sepolto qualcosa e adesso le ruspe scavano li.

 

 

Fonte: archiviolastampa.it 
Articolo del 13 dicembre 1988
Vigevano, il giallo continua  
Nel caso Trezzi un altro morto  
Ora si cerca il corpo di un bandito ucciso

MILANO – Né altri «pentiti», né sofisticate apparecchiature tecnologiche: solo «indagini condotte con pazienza e testardaggine». Così i carabinieri spiegano come, dopo un mese e mezzo di ricerche, sono riusciti a recuperare i resti di Gianfranco Trezzi, rapito e ucciso nella tenuta “Tana del Lupo”, vicino a Vigevano.

Che i resti siano quelli dell’industriale è dato per certo anche se un riconoscimento forse non sarà mai possibile, neppure attraverso gli esami necroscopici. Infatti in quel sacchetto di plastica, del tipo usato per la spazzatura, c’erano soltanto ossa in avanzato stato di decomposizione. I rapitori avevano fatto di tutto perché il cadavere non venisse mai ritrovato. Era stato fatto a pezzi, buttato nell’acido, e quel che rimaneva chiuso in un sacchetto e sepolto tra le fitte radici di un grande albero.

Sicuri che quel fagotto nascosto in una vasta tenuta sulle rive del Ticino non sarebbe mai stato scoperto, i componenti della banda hanno continuato a chiedere soldi alla famiglia quando Trezzi era già stato ucciso. Anzi, a quanto sembra, l’omicidio era già previsto nei piani iniziali perché l’industriale avrebbe potuto riconoscere qualcuno dei suoi rapitori.

Nella banda c’era infatti Pasquale Bergamaschi, titolare di una ditta di impianti idraulici; un uomo che Trezzi conosceva bene e che aveva anche aiutato, fornendogli materiale a credito. E c’era Antonio Sbordone, titolare di un negozio di articoli sportivi, grande amico del Bergamaschi. Tutti e due si vedevano con Trezzi al bar dove l’industriale si fermava ogni mattina alle 7, prima di andare in azienda.

Questo almeno secondo il racconto di Bruno Mano d’Alessandri, il pentito della banda. Un racconto che gli inquirenti hanno sempre considerato veritiero, visto che in base alle sue dichiarazioni hanno spiccato gli ordini di cattura. Le ricerche erano cominciate alla fine di ottobre. D’Alessandri era stato fermato pochi giorni prima nell’ambito delle indagini su un altro delitto, quello di Valerio Affaitato, malavitoso di “mezza tacca”. Era stato ucciso dal capo della banda, Pino Sanzone (ancora latitante) dopo una lite per la spartizione del riscatto; D’Alessandri aveva paura di fare la stessa fine e raccontò tutto: i nomi dei complici, l’omicidio di un altro rapitore (i carabinieri continuano a cercarne il corpo in un laghetto), il fatto che Trezzi era stato portato subito dopo il sequestro alla “Tana del Lupo” di proprietà di Renato Danne anche lui latitante, ucciso e sepolto.

Per i primi giorni le ricerche si sono svolte in grande stile, utilizzando anche uno «schermografo» che individua masse «estranee» nel terreno. Restava da scavare nella parte più periferica della tenuta: c’era un grosso albero, è stato abbattuto. Proprio lì sotto, il ritrovamento.

 

 

 

Fonte: milanofree.it 
Gianfranco Trezzi: vittima di un rapimento
di Paola Montonati.

Da un quartiere della periferia di Milano a una villa nel cuore del Pavese, la drammatica vicenda del sequestro di Gianfranco Trezzi rappresenta uno dei tanti lati oscuri degli anni Ottanta.

Il 19 settembre 1988 Gianfranco Trezzi, piccolo imprenditore milanese che gestiva un’azienda specializzata in tubi e materiali siderurgici, uscì verso le sette del mattino dalla sua villa presso il naviglio Martesana per recarsi al lavoro nel suo ufficio a Vimodrone.

Ma a mezzogiorno i dipendenti della fabbrica si accorsero che l’uomo non era ancora arrivato nel suo ufficio e, presi del panico, contattarono la moglie Mercedes e i figli Massimo, Paolo e Cristina, che lavoravano nell’azienda da anni.

Nel frattempo alcuni impiegati, dopo lunghe ricerche, avevano trovato l’auto di Trezzi presso il numero 4 di via Rubattino, con le chiavi nel cruscotto e i finestrini alzati.

Ormai non c’erano più dubbi sul fatto che l’imprenditore fosse stato rapito, ma i motivi del rapimento restavano ignoti alla polizia di Milano, dato che l’azienda era in una difficile situazione economica e quindi ogni richiesta di riscatto era da escluderci.

Ma pochi giorni dopo arrivò alla famiglia Trezzi una lettera, cui era allegata una foto di Gianfranco con in mano il giornale del 22 settembre, dove si chiedeva per la liberazione dell’uomo cinque miliardi di lire.

Alla notizia, la famiglia affidò a un legale l’incarico di mediatore con i rapitori e si chiuse in un rigoroso silenzio stampa.

Ma il 26 ottobre ci fu un colpo di scena; presso l’Idroscalo venne trovato il cadavere di Valerio Affiaiato, morto dopo essere stato percosso più volte con una mazza.

L’uomo era già nel mirino degli inquirenti in quanto era stato visto nei dintorni della casa di Trezzi pochi giorni prima del rapimento.

Dopo il delitto fu facile per la polizia risalire al nome di Bruno Mario D’Alessandri, un insospettabile orefice, che non solo confessò la sua partecipazione al delitto, ma anche di essere stato uno dei capi della banda incaricata del sequestro Trezzi.

In un lungo interrogatorio l’uomo confessò che l’imprenditore milanese era stato tenuto prigioniero presso la villa della Tana del Lupo, vicino a Cassolnovo, in provincia di Vigevano, ma che era stato ucciso subito dopo la richiesta di riscatto.

E, infatti, il 10 dicembre venne trovato nel giardino della villa, grazie alle indicazioni fornite da D’Alessandri, il cadavere di Trezzi, tagliato in una settantina di pezzi e chiuso in un sacco della spazzatura.

trezzi 2Nel frattempo la polizia continuò a cercare Giuseppe Sanzone, capo della banda, e Renato Danne, un piccolo imprenditore milanese, indagato come complice in quanto proprietario della villa.

Solo il 30 dicembre, dopo una lunga e difficile trattativa, i due furono arrestati presso un appartamento di viale Suzzani, dove convivevano con due ragazze da alcune settimane.

Nel 1990 cominciò il processo alla banda, che sarebbe terminato con le condanne di Danne, Sanzone e Antonio Sbordone, che era stato il responsabile materiale del delitto Trezzi, all’ergastolo, mentre il basista della banda Pasquale Bergamaschi fu condannato a trent’anni, D’Alessandri a diciotto e Mario Sidoti, che aveva fornito le armi per il rapimento, venne assolto per non aver commesso il fatto, ma dovette scontare per porto d’armi due anni e un mese di prigione.