30 Luglio 1986 Salerno. Ucciso Antonio Sabia, 26 anni, agricoltore, in un agguato ad un boss della camorra.

Antonio Sabia, agricoltore di Salerno, fu ucciso il 30 Luglio 1986 in un agguato contro Vincenzo Marandino nella guerra di camorra tra gli uomini della Nco di Raffaele Cutolo e i membri della Nuova Famiglia.

Fonte: centroimpastato.it

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 14 Luglio 1987
SALERNO, 6 ORDINI DI CATTURA PER UNA FAIDA CAMORRISTICA

SALERNO Sei ordini di cattura sono stati spiccati dalla Procura della Repubblica di Salerno per l’ agguato in cui persero la vita Vincenzo Marandino, boss legato alla Nco di Raffaele Cutolo, e l’agricoltore Antonio Sabia. Sono stati arrestati Giovanni Maiale, 34 anni; Luigi De Martino, 33 anni; Umberto Adinolfi, 33 anni; Raffaele Cosenza, 44 anni; Nicola Narbone, 57 anni, Carmine Notargiacomo, 35 anni. L’ agguato avvenne il 30 luglio 1986 e viene inquadrato nella lotta in atto tra i clan camorristici.

 

 

 

Fonte: cronachesalerno.it
Articolo del 22 giugno 2017
Umberto Adinolfi, confessa l’omicidio del figlio del boss Marrandino
di Pina Ferro
Confessa l’omicidio di Vincenzo Marrandino e Antonio Sabia, dopo trenta anni.

Ieri mattina, al giudice per le udienze preliminari Sergio De Luca, Umberto Adinolfi, meglio conosciuto come “‘a Scamarda” ha ricostuito i momenti che hanno preceduto la morte del figlio del boss Marrandino, vicino al clan Maiale e cassiere della Nco di Raffaele Cutolo e del suo autista. Vincenzo Marrandina, 29 anni e Antonio Sabia, 26 anni, furono trucidati il 30 luglio del 1986.  Nel corso del racconto Umberto Adinolfi ha anche ribadito l’estraneità ai fatti di suo zio Vincenzo Cosenza, già assolto a suo tempo nei vari gradi di giudizio. Ieri mattina, Umberto Adinolfi, difeso da Vincenzo Senatore del foro di Nocera, è ricomparso dinanzi al Gup su disposizione dei giudici della Cassazione. Gli autori dell’omicidio, individuati in Umberto Adinolfi e Salvatore Mercurio avevano già affrontato il processo nei vari gradi di giudizio. Mentre per Mercurio la condanna è divenuta già a suo tempo definitiva, per Adinolfi le cose sono tornate al punto di partenza.

Umberto Adinolfi fu arrestato in Spagna e successivamente estradato e processato in Italia per i vari reati a lui ascritti. Adinolfi è stato anche già condannato, all’ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore Salvatore Vaccaro.
I giudici della cassazione chiamati ad esprimersi sull’omicido del figlio del boss Marrandino e del suo autista Sabia confermano l’ergastolo per Mercurio ma rinviano gli atti alla fase preliminare per quanto concerne Adinolfi in  quanto riscontrano un difetto di forma. In pratica le autorità italiane avrebbero dalla Spagna l’estradizione di Adinolfi solo per reati concernenti il traffico di droga e non per l’omicidio. Per tale motivo per i giudici della Suprema Corte il processo deve ripartire dall’inizio.
Con grande lucidità, Umberto Adinolfi, ieri mattina, ha raccontato che all’epoca lui stava trascorrendo un periodo a casa dello zio nella cittadina dei templi. Quel giorno Salvatore Mercurio si recò a Capaccio, ufficialmente per far visita all’amico Adinolfi che aveva conosciuto tempo addietro in Perù.
Adinolfi ha ribadito di non essere assolutamente a conoscenza di quelli che erano i piani omicidi di Mercurio al punto che quando questi gli chiede di accompagnarlo a fare una commissione non esita ad accettare e, a prendere addirittura la sua automobile, una Fiat 112. Giunti più o meno all’altezza di Ponte Barizzo  i due si fermano: Mercurio dotato di binocolo comincia a scrutare i movimenti di Antonio Sabia. In realtà l’obiettivo era il figlio del boss Marrandino. Mercurio voleva vendicarsi per degli affronti subiti da Vincenzo Marrandino nel carcere di Poggioreale. Sabia era la strada che lo avrebbe portato al suo obiettivo: Vincenzo Marrandino si muoveva sempre in compagnia di Sabia che gli faceva da autista, quindi individuato l’autista ed i suoi spostamenti era facile mettere a segno la vendetta. Infatti poco dopo all’orizzonte compare Vincenzo Marrandino.
Mercurio e Adinolfi mettono in atto l’agguato. Mercurio spara diversi colpi in direzione dell’auto dove si trovano Sabia e Marrandino. Ad un tratto la pistola si inceppa, allora esorta Adinolfi a sparare visto che lui a Capaccio era conosciuto. Adinolfi spara. Sabia non muore subito e riesce, nonostante ferito ad allontamarsi e cercare riparo tra i campi ma Mercurio torna in auto prende un’altra pistola e lo uccide. L’unica colpa di Sabia era quella di essere l’autista di Marrandino.
Oltre ad Umberto Adinolfi, al suo legale, dinanzi al gupo ieri mattina erano presenti anche gli avvocatio Massimo e Giovanni Falci che rappresentano la moglie di Sabia, rimasta vedova a soli 23 anni ed il figlio all’epoca di appena tre anni. I familiari di Sabia si sono costituiti parte civile nel procedimento. Umberto Adinolfi al termine del suo racconto, ha chiesto, attraverso il legale di fiducia di essere processato con il rito abbreviato che dovrebbe essere celebrato nel prossimo mese di settembre.

 

Fonte: anteprima24.it 
Articolo del 21 settembre 2017
Capaccio, ergastolo a Adinolfi per il duplice omicidio Marrandino-Sabia

Salerno – Per l’omicidio di Vincenzo Marrandino e di Antonio Sabia è stato condannato con il rito abbreviato all’ergastolo Umberto Adinolfi, meglio conosciuto come “‘a Scamarda”. La sentenza è stata emessa ieri dal giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno Sergio De Luca il quale ha anche disposto per l’imputato, difeso da Vincenzo Senatore del foro di Nocera, l’interdizione dai pubblici uffici e la decadenza della potestà genitoriale. Inoltre, a parte il risarcimento dei danni da definirsi in sede civile e le spese processuali, il Gip De Luca ha anche disposto una provvisionale di 50mila euro a favore di ciascuna delle parti civili. Vincenzo Marrandino, 29 anni e Antonio Sabia, 26 anni, furono trucidati il 30 luglio del 1986 a Capaccio.

A costituirsi parte civile nel procedimento giudiziario sono stati Maria Grazia De Benedictis, moglie di Sabia e il figlio di questi, Carmine Sabia (all’epoca dei fatti aveva appena tre anni) attraverso gli avvocati Massimo e Giovanni Falci. Nello scorso giugno Umberto Adinolfi era già comparso dinanzi al Gup De Luca. In quell’occasione l’imputato, dopo trenta anni, aveva ricostruito i momenti che avevano preceduto la morte del figlio del boss Giovanni Marrandino, oggi 80enne e da sempre vicino al clan Maiale e cassiere della Nco di Raffaele Cutolo, e del suo autista. Nel corso del racconto reso al Gup De Luca, Umberto Adinolfi, in più occasioni scagionò lo zio Vincenzo Cosenza, già assolto a suo tempo nei vari gradi di giudizio.  Adinolfi ha affrontato per la seconda volta il primo grado di giudizio. Gli autori dell’omicidio, individuati in Umberto Adinolfi e Salvatore Mercurio avevano già affrontato il processo in tutti e tre i gradi. Ma, mentre per Mercurio la condanna è divenuta definitiva, per Adinolfi le cose sono ritornate al punto di partenza. Umberto Adinolfi fu arrestato in Spagna nel 2005 e successivamente estradato in Italia dove è stato processato per i vari reati a lui ascritti. Tra le varie condanne vi è anche un ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore Salvatore Vaccaro.

I giudici della Cassazione chiamati ad esprimersi sull’omicido del figlio del boss Marrandino e del suo autista Sabia confermano l’ergastolo per Mercurio ma rinviano gli atti alla fase preliminare per quanto concerne Adinolfi in quanto riscontrano un difetto di forma. In pratica, a suo tempo, le autorità italiane avrebbero chiesto alla Spagna l’estradizione di Adinolfi solo per reati concernenti il traffico di droga e non per l’omicidio. Per tale motivo per i giudici della Suprema Corte il processo doveva ripartire dall’inizio. Nell’udienza dello scorso mese di giugno Adinolfi raccontò che nell’estate del 1986 si trovava a Capaccio in quanto stava trascorrendo un periodo a casa dello zio Vincenzo. Il giorno dell’omicidio Salvatore Mercurio si sarebbe recato a Capaccio, per far visita all’amico Adinolfi che aveva conosciuto tempo addietro in Perù. Questo ciò che credeva Adinolfi, il quale ribadì di non essere a conoscenza dei piani omicidi di Mercurio. E quando Mercurio chiese ad Adinolfi di accompagnarlo a fare una commissione, Adinolfi non esitò ad accettare e a mettersi alla guida della sua Fiat 112. Giunti all’altezza di Ponte Barizzo, sempre secondo il racconto di Adinolfi, i due si fermano: Mercurio con il binocolo cominciò a scrutare i movimenti di Antonio Sabia. In realtà l’obiettivo era il figlio del boss Marrandino. Mercurio voleva vendicarsi per degli affronti subiti da Vincenzo Marrandino nel carcere di Poggioreale. Sabia era la strada che lo avrebbe portato al suo obiettivo: Vincenzo Marrandino si muoveva sempre in compagnia di Sabia che gli faceva da autista, quindi, individuato l’autista ed i suoi spostamenti era facile mettere a segno la vendetta. Infatti poco dopo all’orizzonte comparve Vincenzo Marrandino.

Mercurio e Adinolfi misero in atto l’agguato. Mercurio sparò diversi colpi in direzione dell’auto con a bordo Sabia e Marrandino. Ad un tratto la pistola si inceppò, allora esortò Adinolfi a sparare. Adinolfi sparò. Sabia non morì subito e riuscì, nonostante ferito ad allontanarsi e a cercare riparo tra i campi ma Mercurio tornò in auto, prese un’altra pistola e lo uccise. L’unica colpa di Sabia fu di essere l’autista di Marrandino.

 

 

 

 

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