13 Dicembre 1990 Barbariga di Vigonza (PD). Cristina Pavesi, ventidue anni, morì sul colpo a causa dell’esplosione del tritolo posto sui binari del Venezia-Milano dalla mafia del Brenta che stava effettuando una rapina al vagone blindato delle poste.

Foto da cosavostra.it

Cristina Pavesi era una giovane studentessa di 22 anni di Conegliano che il 13 dicembre 1990, mentre tornava a casa in treno da Padova, perse la vita a causa della deflagrazione di una bomba lanciata dagli uomini della banda di Felice Maniero contro un treno portavalori che transitava parallelamente a quello in cui viaggiava Cristina. Il treno infatti era stato bloccato per compiere una rapina al vagone postale. I passamontagna calati sui volti dei criminali diedero il via alla sparatoria con gli uomini della Polfer. Si decise allora di usare il tritolo, piazzato sui binari, per spezzare in due il convoglio e impadronirsi dei valori del vagone blindato. In quel momento, quello della deflagrazione, del boato e dello spostamento d’aria, passava l’altro treno, quello di Cristina Pavesi, quello che non sarebbe mai giunto a destinazione. La studentessa morì sul colpo. Inutili i soccorsi.
(Fonte: vivi.libera.it )

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 14 dicembre 1990
I banditi usano il tritolo
Sangue sul treno Bologna-Venezia
do Michele Sartori
Sanguinoso assalto al treno ieri sera. Un gruppo di una decina di banditi ha bloccato nei pressi di Padova l’espresso Venezia-Milano. Hanno fatto saltare con una carica di tritolo la porta del vagone postale. Proprio mentre passava in direzione opposta il diretto Bologna-Venezia. L’esplosione ha investito una carrozza di seconda classe. Una studentessa è morta, un’altra è moribonda. Tredici i feriti, per lo più studenti e militari.

PADOVA.  «Stavo parlando con una collega, all’improvviso ho sentilo uno scoppio, seguito da una fiammata gialla.  Sono volate schegge dappertutto, pareva che la testa mi esplodesse. La ragazza seduta davanti a me aveva il viso coperto di sangue. Mi sono alzata per aiutarla, respirava appena, stava morendo. Quando sono arrivati i soccorsi hanno tentato di rianimarla. Non respirava più». Silvia Nardelli. impiegala di 23 anni, racconta ancora sotto choc la terribile morte di Cristina Pavesi, studentessa universitaria ventiduenne residente a Legnare nel Padovano, originaria di Conegliano.
Cristina è la prima vittima di un sanguinoso assalto al treno nei pressi di Padova. Un’altra studentessa è moribonda. E ci sono ancora tredici feriti, tutti giovani, studenti, militari di leva che viaggiavano sul diretto Bologna-Venezia.

Ma il treno assaltato è un altro, in direzione opposta, l’espresso che parte alle 17,35 da Venezia per raggiungere Milano. Il convoglio è stato preso di mira da una banda spietata, che mirava ad alcuni sacchi con valori custoditi nel vagone postale. L’assalto è avvenuto in aperta campagna, poco prima di Padova, all’altezza di Barbariga di Vigonza. Erano le 18.15. Due viaggiatori, uno sui trentacinque anni, l’altro più anziano, saliti a Mestre nella carrozza che precede il postale, hanno improvvisamente tirato le maniglie dell’allarme.  Mentre il treno frenava bruscamente, arrestandosi sopra il ponte sul canale Tergola.  I due hanno sfoderato pistola e mitraglietta. «Indietro, andate indietro!», hanno ordinato agli impauritissimi compagni di viaggio. E li hanno fatti trascolare nella carrozza accanto. Poi sono saltati sui binari, mentre dai cespugli che attorniano in quel punto la linea ferroviaria sbucavano altri 7-8 complici, armati e mascherati.

Tutti assieme hanno circondato il vagone postale, dentro il quale erano due impiegati e due poliziotti di scorta. «È una rapina!  Aprite la porta sennò facciamo saltare tutto II treno», ha gridato uno, impugnando un megafono.  La saracinesca non si è alzata. Allora i banditi vi hanno collocato una carica esplosiva, probabilmente tritolo, che l’ha divelta.  Gli impiegati si sono nascosti tra i sacchi della posta. I due poliziotti sono usciti sparando, ma ad uno si è inceppata quasi subito la mitraglietta. Il conflitto è durato alcuni minuti, violentissimo. I banditi disponevano anche di fucili a pompa, che hanno lasciato sulle assi del vagone buchi di 40 centimetri di diametro.  Non riuscendo ad avvicinarsi al vagone, un paio di rapinatori lo ha aggirato, ed hanno collocato una seconda carica esplosiva sulla parete esterna opposta.

Proprio in quel momento arrivava, sull’altro binario, il Bologna-Venezia, partito dieci minuti prima da Padova. Il macchinista lo ha fermato a fianco del convoglio assaltato proprio mentre esplodeva il secondo pacco di tritolo. Una carrozza è stata investita in pieno. I banditi, colti di sorpresa, sono subito scappati, senza essere riusciti a prendere il bottino.  A piedi hanno raggiunto alcune auto, tra cui un Alfa 75, parcheggiate in una stradina vicina. Nessuno di loro pare sia rimasto ferito. Illesi anche i poliziotti. Sul Bologna- Venezia, intanto, esplodevano panico e dolore, grida e lamenti dei feriti, mentre arrivavano i primi soccorsi dalle poche case coloniche vicine. Il bilancio finale è pesante. Oltre alla vittima c’è un’altra studentessa in fin di vita nel reparto di rianimazione a Padova. È Sara Perletti, 20 anni, di Mestre. I feriti hanno prognosi da due settimane a 30 giorni.

A Padova sono ricoverati Giuliano Cattain,  25 anni, di  Treviso; Domenico Zuppa,  21  anni,  di  Conversano  (Bari};  Silvia Visentin, 25 anni, di Mestre: Leonardo  Tornaiulo,  19 anni,  di  San  Giovanni  Rotondo (Foggia);  Ennio Schiavon, 25 anni, di  Mogliano Veneto (Treviso); Domenico  Gambuto,  19 anni, di Manfredonia; Licia Gazzola, 27 anni, di Treviso; Silvia Nardelli, 23 anni, di Marghera; Federica Omizzolo,  19 anni, di Maserata  (Treviso); Sergio Fantoni,  26  anni,  di  Mestre. Nell’ospedale di Dolo sono ricoverati Roberto  Chiesari, 21 anni, di Roveredo in Piano, e Daniela Valvo, ventunenne di Scorzé.

 

 

 

Fonte: archiviolastampa.it 
Articolo del 14 dicembre 1990
Assalto al treno col bazooka: ragazza uccisa  
di Giuliano Marchesini
Finisce nel sangue la rapina al «postale» Venezia-Milano  
A Padova l’attacco di nove banditi mascherati, i proiettili colpiscono un altro convoglio: 12 feriti

PADOVA. In nove hanno assaltato il vagone postale di un treno, hanno sparato con un bazooka, squarciato la vettura con cariche d’esplosivo, crivellato le lamiere con colpi di fucile. Una ragazza morta, dodici persone ferite. I banditi sono fuggiti per la campagna, con oltre duecento milioni. E nella notte è cominciata la caccia per tutto il Triveneto. Sul sedile di uno scompartimento di un altro treno, che stava transitando e che è stato investito dall’esplosione, è rimasta uccisa Cristina Pavesi, 22 anni, studentessa di Conegliano. Sara Perfetti, una ragazza di 20 anni, è in gravi condizioni; Massimo Zuppa, di Bari, forse perderà un occhio. Gli altri feriti sono Ennio Schiavon, di Treviso, Silvia Visentin, di Mestre, Licia Gazzola, di Treviso, Giulia Nardelli, di Dolo, Sergio Fantoni di Mestre, Leonardo Tommaiolo e Domenico Gambuto, due militari di Manfredonia.

Cinque minuti infernali, lungo la linea ferroviaria Venezia-Milano. Il diretto per Milano numero 2628, partito alle 17,35 dalla stazione della città lagunare, è già nei pressi di Padova: parecchia gente a bordo, ci sono studenti e lavoratori. Il convoglio dovrebbe entrare alle 18,15 nella stazione di Padova. A Barbariga di Vigonza, a qualche chilometro di distanza dallo scalo, il treno rallenta. A questo punto entra in azione il commando carico di armi ed esplosivo. L’obiettivo è il vagone postale, che trasporta un carico di valore, ma segreto: nemmeno gli addetti ai lavori lo conoscono. Ma forse i banditi che si accingono a dare l’assalto ne sanno di più. Mentre il treno rallenta, due uomini a bordo si alzano di scatto dai sedili, si calano i cappucci sui volti. Dentro lo scompartimento e nel corridoio, i viaggiatori sono terrorizzati, qualcuno grida. Uno dei banditi afferra la maniglia del freno di emergenza e tira. Poi urla: «Tutti i civili restino giù, questa è una rapina».

Il treno infila stridendo un tunnel secondario: là ci sono, appostati, sette complici dei rapinatori. Hanno piazzato un’arma, fanno partire un proiettile penetrante contro il vagone postale. I due impiegati che viaggiano sulla vettura si salvano con un balzo, sopra il mucchio di sacchi. Il commando imperversa, come se fosse impegnato in un intervento militare. Uno degli uomini a bordo fa saltare le cariche esplosive. Il vagone è squarciato, mentre i sette banditi a terra cominciano a sparare, con i fucili a pompa: una grandinata contro le lamiere. Questo inferno nel momento in cui incrocia il diretto numero 2882 proveniente da Bologna e atteso a Mestre alle 18,42: su questo convoglio, molta più gente che sul primo. Tanti pendolari.

Mentre sfila accanto al treno preso d’assalto dai rapinatori, è investito dallo scoppio delle cariche al plastico: Cristina Pavesi è travolta dall’esplosione, la gente si riversa nei corridoi in preda al panico. Qualcuno cerca di aiutare la ragazza, ma invano. Quando tutto si ferma, ci sono il fumo, le grida, i feriti che ricevono i primi soccorsi. I banditi sono già piuttosto lontani, fuggiti per la campagna, con le armi ed un bottino che non supera i duecento milioni. A tarda serata emerge un’altra verità: i banditi avrebbero assaltato il vagone sbagliato. Nel loro mirino, infatti, ci sarebbe stato un altro treno, con una carrozza blindata, che a giorni alterni trasporta valori della Banca d’Italia e preziosi per gli orafi vicentini.

 

 

 

Fonte:archivio.unita.news
Articolo del 14 dicembre 1991
Figlia uccisa: padre muore un anno dopo

CONEGLIANO (Treviso). È stato stroncato da un infarto, un anno dopo la morte della figlia, il padre di Cristina Pavesi, uccisa nell’assalto ad un vagone postale compiuto nei pressi di Padova da una banda di rapinatori, che per far saltare la fiancata della carrozza avevano fatto esplodere due ordigni. Luigi Pavesi, 50 anni, di Conegliano (Treviso), avrebbe dovuto partecipare oggi ad una cerimonia commemorativa, nel primo anniversario della morte della figlia Cristina, di 22 anni.  Nella stessa chiesa dove si sarebbe dovuta svolgere la funzione religiosa, si celebrano invece nel pomeriggio i funerali del padre. Pavesi, che lascia un altro figlio di 13 anni ed era titolare di una fabbrica di materiale elettrico, si è sentito male mercoledì mattina mentre si trovava in azienda ed è morto alcune ore dopo.

L’assalto al vagone postale del treno Venezia-Milano era avvenuto la sera del 13 dicembre 1990.  Un bandito a bordo del convoglio lo aveva fatto fermare tirando il freno d’emergenza e i suoi complici avevano piazzato sulla fiancata della carrozza due cariche esplosive. La seconda deflagrazione aveva investito un vagone di un altro treno,  il Bologna-Venezia  e  aveva  provocato  la  morie  di  Cristina Pavesi e  il ferimento di altre  14 persone.

 

 

 

Articolo del 12 Dicembre 2015 da cosavostra.it
Cristina Pavesi. Vittima di una mafia dimenticata troppo in fretta

Correva l’anno 1990. Era il 13 dicembre. Correva anche il treno su cui viaggiava Cristina Pavesi, ragazza di Conegliano, ventidue anni, studentessa universitaria. Tornava a casa quel giorno dopo aver concordato la tesi con il suo relatore. Poi un rumore assordante, come un lungo eco, e l’odore del bruciato misto al fumo, acre e intenso. Sono come bagliori. L’esplosione che coinvolge il diretto Bologna-Venezia mette fine alla vita di Cristina.

Cosa stava succedendo quella sera, intorno alle 18.30, lo sapevano bene i passeggeri di un altro treno, partito da Venezia direzione Milano e fermato nella campagna padovana, a Barbariga di Vigonza. Lì in quel punto i treni iniziano a rallentare, a meno di dieci chilometri dalla città del Santo. E lì agirono come un commando d’assalto i mafiosi agli ordini di Felice Maniero, capo della Mafia del Brenta, l’organizzazione criminale nata lungo la Riviera. Il treno infatti era stato bloccato per compiere una rapina al vagone postale. I passamontagna calati sui volti dei criminali diedero il via alla sparatoria con gli uomini della polfer. Ma il tesoro era a portata di mano – almeno così pensarono i mafiosi. Si decise allora di usare il tritolo, piazzato sui binari, per spezzare in due il convoglio e impadronirsi dei valori del vagone blindato.

In quel momento, quello della deflagrazione, del boato e dello spostamento d’aria, passava l’altro treno, quello di Cristina, quello che non sarebbe mai giunto a destinazione. L’esplosione ferì anche altre persone. Ma la studentessa morì sul colpo. Inutili i soccorsi. Si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato. Una morte senza un perché. In quel momento, quello dell’omicidio, del sangue e delle grida, i mafiosi riuscirono comunque a impossessarsi del bottino e a scomparire nella campagna veneta. Mentre i treni rimanevano carcasse sventrate nell’oscurità tardo-autunnale.

Quello che seguì fu la negazione del dramma. “Un omicidio mai contestato a Maniero e di conseguenza a nessuno della sua banda. Con quella accusa e un’eventuale condanna, infatti, potrebbe saltare tutto il calcolo delle pene che gli ha permesso di diventare un collaboratore di giustizia e tornare libero”, scrive Ugo Dinello nel libro “Mafia a Nord Est”. Ipotizzando quello che si mormora, di un accordo con la magistratura per salvare il suo “tesoro”, il denaro frutto di rapine come quella che costò la vita a Cristina. Perché Maniero, che certa stampa ha soprannominato “Faccia d’angelo”, come se fosse una sorta di anti-eroe, come se fosse non un mafioso ma qualcuno destinato all'”intoccabilità”, non ha mai pagato.

“È uno scandalo che nessuno di noi sia stato imputato per l’assassinio di Cristina Pavesi. Ci hanno contestato la rapina e io non sono mai stato condannato per quell’assassinio. Lo hanno fatto per aiutare Giulio Maniero [cugino di Felice]. Continuo ad avere un grande rimorso per la morte di quella ragazza” disse vent’anni dopo Paolo Pattarello, uno degli uomini che agì quella sera del 13 dicembre.

Correva l’anno 1990 quando in Veneto c’era una mafia che si faceva fatica a chiamare con quel nome. Poi cadde nell’oblio la mafia veneta. Anche al suo capo toccò la fortunata sorte. E Cristina è oggi una vittima senza giustizia. Nessun colpevole l’ha uccisa. Come se non fosse vittima della mafia.

 

 

 

 

Foto da tribunatreviso.gelocal.it

Articolo dell’11 dicembre 2015 da tribunatreviso.gelocal.it
Felice Maniero invitato alla messa per Cristina, uccisa nell’assalto al treno
di Alessandro Abbadir

La sfida al boss della mafia del Brenta: «Preghi per la studentessa rimasta senza giustizia e dimostri il suo pentimento»

CONEGLIANO. «Felice Maniero venga alla messa di suffragio per Cristina Pavesi. La celebrerà qui a Campolongo (nel Veneziano) domenica alle 9.30 padre Maurizio Patriciello, il parroco anti camorra di Caivano, nella “terra dei fuochi”. Ecco, quello sarebbe un vero pentimento. Non solamente un calcolo legato a sconti di pena. Poi per noi l’ex boss potrà andarsene per la sua strada. Nessuno lo andrà a cercare». A dirlo è Oriana Boldrin, presidente dell’associazione “Mondo di carta” che ha organizzato un momento di commemorazione per la giovane studentessa universitaria di Congeliano, uccisa esattamente 25 anni fa nell’assalto al treno a colpi di bazooka da parte della banda diretta dall’ex boss della mafia del Brenta.

«Era il 13 dicembre del 1990», ricorda Oriana Boldrin, «quando Felice guidò l’assalto al vagone blindato del treno espresso 2628 Venezia-Milano. Quando i poliziotti risposero al fuoco, la banda decise di far esplodere una carica di tritolo per scardinare le porte blindate. La fecero esplodere incuranti del fatto che stava passando un altro treno, il Bologna-Venezia. La mano di Maniero e dei suoi uccise sul colpo Cristina Pavesi. Ora dopo 25 anni e questa giovane vita spezzata chiediamo all’ex boss mafioso di tornare al suo paese d’origine per dire che è veramente pentito. Si riconcilierebbe sia con la sua famiglia sia con la comunità di Campolongo, che per tanti anni ha lottato per scrollarsi di dosso la nomea di paese mafioso.

Per salvare i più giovani in questi anni abbiamo organizzato decine di appuntamenti legati alla cultura della legalità». Su questo versante il Comune di Campolongo ha intitolato una borsa di studio a Cristina Pavesi e un premio letterario insignito lo scorso anno della medaglia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Proprio a Mattarella in questi giorni l’ex boss Felice Maniero si è rivolto chiedendo che intervenisse perché fosse rispettata la sua privacy da parte della trasmissione Rai Report diretta da Milena Gabanelli. In questi anni Campolongo ha cambiato volto radicalmente intanto e gli ex beni della mafia del Brenta sono stati confiscati dallo Stato e ceduti al Comune.

L’ex villa del boss in via Fermi è diventata sede dell’associazione Affari Puliti, un incubatore di aziende che fanno della legalità e della trasparenza negli affari la loro bandiera. L’ex villa del suo braccio destro, Fausto Donà, è diventata una casa alloggio per disagi psichici, mentre gli ex immobili di Giulano Ferrato sono stati messi a disposizione dal Comune per le emergenze abitative. «Come associazione Affari Puliti», spiega il direttore Paolo Bordin, «vogliamo che la villa dell’ex boss diventi il punto di rilancio di imprese giovanili innovative». Intanto sempre in tema di legalità domani alle 21 in sala consigliare del municipio, padre Maurizio Patriciello tratterà del problema dei veleni riversati dalle mafie nel suolo e nell’acqua. Parlerà delle morti di bambini ed adulti a causa dell’inquinamento.

E Conegliano non ha mai dimenticato la sua Cristina.

 

 

Fonte:  corrieredelveneto.corriere.it
Articolo del 15 novembre 2018
Treviso, la zia della ragazza uccisa da Maniero: «Non gli credo, mia nipote punita dalla ragion di Stato»
di Carlo Cecino
Michela Pavesi, dopo l’intervista di Saviano a Faccia d’Angelo: «Cristina era un angelo, prima della sua morte ebbi tre sogni premonitori. Non ha avuto giustizia»

CONEGLIANO (TREVISO) É tornato a parlare Felice Maniero, ex capo della Mala del Brenta. Si è raccontato in un’intervista rilasciata a Roberto Saviano per l’emittente televisiva «Nove». Ha ripercorso i vari passi delle sue azioni criminali e si è soffermato anche sulla morte di Cristina Pavesi, avvenuta il 13 dicembre 1990. Cristina, allora 22enne di Conegliano, perse la vita per una tragica fatalità. Quel giorno si trovava nel treno sbagliato: stava tornando a Conegliano a bordo del treno Bologna-Venezia. In direzione opposta viaggiava un convoglio postale del treno Venezia-Milano. Giunto all’altezza di Vigonza, il vagone venne preso d’assalto dal clan del Brenta, convinto di rapinare al suo interno un bottino di 6 miliardi di lire. Per scardinare il convoglio però, Maniero e i suoi piazzarono una carica di tritolo, ma non si resero conto che durante l’esplosione, passò sul binario opposto proprio il treno Bologna-Venezia in cui era seduta Cristina. Lo spostamento d’aria, dovuto alla carica esplosiva, non lasciò scampo alla giovane ragazza che morì sul colpo.

Il pentimento

Ebbene a proposito di quella morte — e di quella sola — Maniero si è detto pentito: «È l’unico atto di cui mi pento veramente — ha dichiarato l’ex boss della Mala a Saviano — e chiedo umilmente scusa alla famiglia e alla zia di Cristina». Già, la famiglia. A proposito abbiamo raggiunto nella sua casa di Treviso Michela Pavesi, zia di Cristina. E visibilmente toccata dalle affermazioni di «Faccia d’angelo», la signora ci ha risposto così: «Non mi convince proprio – ci ha detto, riferita a Maniero -, sia nel modo in cui ha ricordato il fatto, sia soprattutto perché in tutto questo tempo non ha mai dato un segno reale di pentimento. Non mi hai mai chiesto di incontrarmi dal vivo e porgermi le dovute scuse, come ha fatto invece Paolo Pattarello, ex appartenente al clan del Brenta e coinvolto nella rapina al convoglio».

Pavesi fatica a ripensare a quel triste giorno di 28 anni fa: «Cristina era una ragazza speciale, facevamo molte cose insieme ed era come una figlia. Sono convinta che sarebbe diventata una bellissima persona». Per la morte della ragazza, i giudici dichiararono che l’atto non fu premeditato. Una risoluzione che ancora oggi fa male alla zia di Cristina : «È davvero assurda questa cosa. Per ragioni di Stato a Maniero, ora collaboratore di giustizia, sono state condonate diverse cose brutte che ha fatto. E nel frattempo Cristina continua a rimanere una vittima senza giustizia».

 

 

 

Fonte: mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 24 aprile 2019
La mia nipotina Cristina
di Michela Pavesi

Parlare di Cristina non è semplice, ogni volta si aprono voragini nel cuore.
Questa mia nipotina meravigliosa nasce a Treviso il 4 Settembre del 1968, è figlia di mio fratello maggiore: è la prima nipote. Rivedo ancora l’orgoglio di mia mamma, mio papà e di mio fratello Enrico (11 anni ancora da compiere). Per noi è una gioia immensa, mia nonna è orgogliosissima di essere diventata bisnonna: una bambina! una bambina di Luigi, il suo nipote prediletto! Non c’è niente di più bello! Luigi, alla sera, viene a casa nostra e festeggia abbondantemente con l’aleatico che aveva conservato per questa occasione.
È felicità!
Cristina è, sicuramente come tutti i bambini, ma per me è speciale. Ha pochi mesi, mia cognata la porta a casa mia, siamo io e mia nonna. Lascia la carrozzina in giardino, c’è il sole e la bambina dorme. Io scendo per andarla a vedere, mi avvicino pian pianino e Cristina è là con i suoi grandi occhi pervinca spalancati.
Ecco è questa l’immagine che ho sempre dentro di me.
Cristina è così: occhi aperti al mondo.
Quando mio fratello, per lavoro, si trasferisce da Treviso a Conegliano, per noi, pur capendo che è una buona decisione, non è semplice: possiamo vedere meno Cristina.
Intanto passano gli anni e quella sua personalità decisa si fa sempre più evidente.
Ama lo studio, si interessa di arte, adora il teatro, ha sempre una gran fretta. È come se corresse sempre. In effetti è così. In inverno, con la gran sciarpa attorno al collo, pedala veloce per raggiungere i suoi amici. Non sente il freddo: corre.
Termina il liceo classico e si iscrive a lettere a Venezia. È brillante.
Verso la fine di Novembre del 1990, pochi giorni prima di morire, mi chiama:
“Zia vengo da te, perché voglio parlarti.”
Sono le grandi confidenze di una ragazza di 22 anni. Parliamo anche dell’Università e del suo progetto di tesi. Aveva già deciso che avrebbe continuato a studiare: sarebbe andata a Bologna al DAMS: voleva qualcosa che la preparasse al mondo dell’arte e dello spettacolo.
Era il suo sogno.
Un sogno che si interrompe alle 18,30 a Barbariga di Vigonza il 13 Dicembre del 1990.
Cristina muore a causa di quell’esplosione che squarcia il vagone postale del treno Venezia-Milano, il treno che era sul binario accanto.
Cristina non è ferita, ha alcune piccole escoriazioni sulle dita.
È bella con i suoi pantaloni neri e la camicetta bianca, i lunghi capelli biondi le incorniciano il viso.
I suoi occhi sono chiusi. Per sempre.
Il 13 Dicembre del 1991 accanto alla bara di Cristina mettiamo quella del suo papà: non ha resistito al dolore.
La mia vita cambia.
Ho davanti due possibilità: chiudermi nell’odio, nella rabbia e nell’incomprensione per un destino tanto tragico o cercare di far qualcosa perché Cristina non continui ad essere una vittima senza giustizia.
Non è semplice.
Il mio è un lungo cammino: ci sono tante cose da capire e tante cose da accettare.
Dentro di me è difficile calmare quella che io sento come una grande ingiustizia: a Maniero e a chi era con lui in quella rapina hanno dato tre mesi di carcere.
Tre mesi per la morte di Cristina, tre mesi.
E se i giudici avessero dato di più cosa sarebbe cambiato? Sarebbe stato come un cerotto in una ferita profondissima.
Quando ti accadono certe cose devi andare oltre, altrimenti ti perdi.
Cosa faccio per superare e per continuare a vivere e far vivere Cristina?
Scrivo.
Parlo di legalità, che é il primo passo verso la giustizia, ai ragazzi.
Sostengo “Il tappeto di Iqbal” una cooperativa che lavora a Barra, un quartiere di Napoli.
Lascio che il mio cuore sia in pace e che non nutra sentimenti di odio per nessuno, Lavoro e lavorerò sempre perché Cristina non sia dimenticata, vittima di una mafia autoctona, che è stata sconfitta, ma che è stata subito rimpiazzata da altre mafie.
Non mi posso fermare.

 

 

 

Fonte:  cosavostra.it
Articolo del 8 dicembre 2019
Cristina Pavesi. Vittima di una mafia dimenticata troppo in fretta
di Francesco Trotta

Correva il treno su cui viaggiava Cristina Pavesi, ragazza di Treviso, ventidue anni, studentessa universitaria. Correva l’anno 1990, era il 13 dicembre di tanti anni fa.

Tornava a casa quel giorno dopo aver concordato la tesi con il suo relatore. Poi un rumore assordante, come un lungo eco, e l’odore del bruciato misto al fumo, acre e intenso. Sono come bagliori. L’esplosione che coinvolge il diretto Bologna-Venezia mette fine alla vita di Cristina.

Cosa stava succedendo quella sera, intorno alle 18.30, lo sapevano bene i passeggeri di un altro treno, partito da Venezia direzione Milano e fermato nella campagna padovana, a Barbariga di Vigonza.

Lì, in quel punto, i treni iniziano a rallentare, a meno di dieci chilometri dalla città del Santo. E lì agirono come un commando d’assalto i mafiosi agli ordini di Felice Maniero, capo della Mafia del Brenta, l’organizzazione criminale nata lungo la Riviera. Il treno infatti era stato bloccato per compiere una rapina al vagone postale.

I passamontagna calati sui volti dei criminali diedero il via alla sparatoria con gli uomini della polfer. Ma il tesoro era a portata di mano – almeno così pensarono i mafiosi. Si decise allora di usare il tritolo, piazzato sui binari, per spezzare in due il convoglio e impadronirsi dei valori del vagone blindato.

In quel momento, quello della deflagrazione, del boato e dello spostamento d’aria, passava l’altro treno, quello di Cristina Pavesi, quello che non sarebbe mai giunto a destinazione. L’esplosione ferì anche altre persone.

Ma la studentessa morì sul colpo. Inutili i soccorsi. Si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato. Una morte senza un perché. In quel momento, quello dell’omicidio, del sangue e delle grida, i mafiosi riuscirono comunque a impossessarsi del bottino e a scomparire nella campagna veneta. Mentre i treni rimanevano carcasse sventrate nell’oscurità tardo-autunnale.

Quello che seguì fu la negazione del dramma. “Un omicidio mai contestato a Maniero e di conseguenza a nessuno della sua banda. Con quella accusa e un’eventuale condanna, infatti, potrebbe saltare tutto il calcolo delle pene che gli ha permesso di diventare un collaboratore di giustizia e tornare libero“, scrive Ugo Dinello nel libro “Mafia a Nord Est”.

Ipotizzando quello che si mormora, di un accordo con la magistratura per salvare il suo “tesoro”, il denaro frutto di rapine come quella che costò la vita a Cristina Pavesi. Perché Maniero, che certa stampa ha soprannominato “Faccia d’angelo”, come se fosse una sorta di anti-eroe, come se fosse non un mafioso ma qualcuno destinato all’”intoccabilità”, non ha mai pagato.

“È uno scandalo che nessuno di noi sia stato imputato per l’assassinio di Cristina Pavesi. Ci hanno contestato la rapina e io non sono mai stato condannato per quell’assassinio. Lo hanno fatto per aiutare Giulio Maniero [cugino di Felice]. Continuo ad avere un grande rimorso per la morte di quella ragazza” disse vent’anni dopo Paolo Pattarello, uno degli uomini che agì quella sera del 13 dicembre.

Correva l’anno 1990 quando in Veneto c’era una mafia che si faceva fatica a chiamare con quel nome.

Poi cadde nell’oblio la mafia veneta. Anche al suo capo toccò la fortunata sorte. E Cristina Pavesi è ancora oggi una vittima senza giustizia. Il papà di Cristina è morto esattamente un’anno dopo l’omicidio della figlia. Nessuno della Mafia del Brenta l’ha uccisa. Come se non fosse vittima di mafia.

 

 

 

Leggere anche:

 qdpnews.it
Articolo del 2 febbraio 2020
Treviso, intervista a Michela Pavesi: “Mia nipote Cristina vittima senza giustizia della mafia di Felice Maniero”

 

vivi.libera.it
Cristina Pavesi
Cristina era piena di voglia di vivere e di fare. Aveva sempre tanti impegni e tante passioni, soprattutto il teatro. Una tesi da scrivere e il sogno di trasferirsi a Bologna. Questa era Cristina, con i suoi sogni e i suoi progetti proprio lì, davanti a lei. Poi un’esplosione.

 

 

 

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