I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie
PINA AQUILINI
Articolo del 17 Gennaio 2012 da ilfattoquotidiano.it
Testimoni di giustizia: un fallimento dello Stato
di Sonia Alfano
C’è ancora qualcuno convinto che la mafia al Nord non esista, nonostante il Parlamento europeo abbia preso atto, dopo una serie di mie interrogazioni parlamentari alla Commissione europea e una risoluzione sulle mafie nell’Ue, del fatto che le cosche si sono addirittura infiltrate in tutti i 27 Stati membri.
Eppure, già nel novembre del 1991, una donna che i giornali hanno ribattezzato “la merciaia”, denuncia il racket delle estorsioni. Il suo nome è Pina Aquilini, ed è stata la prima, e una delle poche (forse l’unica), commerciante toscana di Campi Bisenzio che abbia deciso di affrontare in tribunale la mafia. Grazie alle sue testimonianze finisce in carcere Marcello Cavataio, nato a Montalcino (e non a Corleone) ma, a detta della DDA di Firenze, appartenente “all’ambiente mafioso” e facente parte di “un gruppo familiare che per lunghi anni si è reso responsabile di gravissimi fatti delittuosi (omicidi, estorsioni, reati in materia di stupefacenti ed altro […])”.
Così Pina Aquilini fa il suo dovere di cittadina e commerciante onesta, fa arrestare i membri della banda del Cavataio e, come da tradizione, finisce sul lastrico. Il Fondo Antiracket non la aiuta e nel novembre del 1993 viene avvicinata dagli uomini del Cavataio e picchiata affinchè ritratti. Ma la signora Aquilini non demorde, denuncia anche i suoi aggressori. Per 8 anni lo Stato non le riconosce alcun risarcimento: soltanto nel 2000 le viene concesso il contributo previsto per le vittime del racket.
Finalmente Pina Aquilini vede una luce in fondo al tunnel. Paga i debiti e riparte, dopo anni di miseria e sofferenze, con la sua attività. Ma la serenità dura poco, perchè nei primi giorni del 2002 la mafia bussa di nuovo alla sua porta, e fa rumore: Giuseppe Santaguida, imparentato con uno ‘ndranghetista, le chiede di “versare” 4 milioni (di lire) al mese, e per convincerla a non farne parola con nessuno le mette le mani addosso. La “merciaia” denuncia, ancora, e si costituisce parte civile nel processo a carico di Santaguida.
Oggi Pina Aquilini vive lontano dalla sua merceria e dalla sua Campi Bisenzio. E’ dovuta scappare in un paesino di montagna, perchè i boss sono ancora in paese. Lei, come mi scrive in una lettera, la mattina si alza alle cinque per andare a fare le pulizie per cinque euro l’ora, lavora soltanto due ore al giorno e ha un marito disoccupato. Ciò significa che con dieci euro al giorno deve mandare avanti una famiglia. Non chiede nulla, la “merciaia”, ma rivendica il suo diritto ad avere restituita la propria dignità, troppe volte calpestata da uno Stato assente, indifferente, ingrato. Le storie dei testimoni di giustizia, patrimonio morale e civile inestimabile del nostro Paese, purtroppo non sono incoraggianti: basti pensare che la maggior parte di loro ha in sospeso qualche contenzioso con la Commissione Centrale Protezione del Ministero dell’Interno.
Buona parte delle istituzioni, comunque, continua a suggerire a commercianti e imprenditori vessati di denunciare, salvo poi abbandonarli al loro crudele destino. E’ indispensabile che il sistema di gestione dei testimoni di giustizia e delle vittime del racket venga rivisitato a dovere, poiché a queste condizioni gli imprenditori e i commercianti taglieggiati che vorrebbero esporsi hanno, giustamente, paura delle conseguenze. Per questo quello che mi auguro è che il legislatore, l’attuale governo (o più probabilmente quello che verrà) e in particolare il Ministro dell’Interno, vogliano impegnarsi affinché funzioni meglio il sistema di cautele (che non vanno confuse con quelle riservate ai collaboratori) e che ai testimoni di giustizia vengano concretamente garantiti, oltre alla sicurezza personale, anche aiuti materiali, economici, psicologici e sociali. Senza eccezioni e puntualmente. Spesso ai testimoni di giustizia costretti a cambiare identità e a trasferirsi in incognito, per esempio, non viene assicurata un’assistenza adeguata rispetto al trauma che stanno subendo, mentre ad altri accade di ricevere cartelle esattoriali da urlo benché queste dovessero essere bloccate da sospensioni prefettizie. Tutto questo non deve più accadere.
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One Comment
Valera Casano
Mi chiamo Valeria Casano, ho denunciato mafia e camorra. Data in pasto alla mafia di Marsala dopo il Ministero a Roma.
Ho denunciato mafia e camorra, una commistione tra il Bar Juparana di Marsala e Facile ristrutturare di Roma.
Sto lottando per ricevere quella protezione che mi spetta di diritto, ma il silenzio delle Istituzioni è un qualcosa di inammissibile in uno Stato di diritto.
Grazie alle mie denunce procure e forze dell’ ordine trasmettono i reati di associazione mafiosa, minacce di stampo mafioso, persecuzione politico mafiosa al Ministero dell’ Interno. Reati e crimini di mafia, per un interesse a costruire a Marsala nello stabilimento Bini, uno stabilimento emiliano romagnolo fatto fallire e poi riacquistato ad un’ asta fallimentare al tribunale di Napoli. Aste giudiziarie pilotate, progetti di edilizia criminale: non possono costruire nell’ area dello stabilimento Bini a Marsala, in quanto gli appartamenti preesitenti hanno vista mare, da qui la necessitá di assoggettare i residenti alla mafia. Se ne sviluppa una commistione su Roma, la quale porge il finaco alla mafia di Marsala, Facile ristrutturare, la camorra nel particolare, si aggiunge al progetto Bini a Marsala, per poi espandersi sul territorio. La stessa Facile ristrutturare è stata denunciata, oltre che per minacce e reati di mafia, alla Corte dei Conti e alla Procura di Roma, per capitali portati all’ estero e bancarotta fraudolenta. Pedinata, seguita, minacciata costantemente di morte da mafia e camorra. Costretta a lasciare piú volte l’ appartamento di famiglia, li ho nell’ immobile e nel locale adiacente, minacce di morte dai balconi, davanti casa e davanti al garage dal Bar Juparana di Marsala e i suoi associati. Costretta a spostarmi, a vivere in albergo, in auto, davanti la procura per proteggermi. Le Procure di Roma e Marsala aprono procedimenti, e mentre aprono procedimenti, non viene attivata la protezione e lo spostamento in localitá sicura, restando bersaglio di crimini e reati.
È gravissimo che lo Stato permetta questo, il trascorrere del tempo per chi denuncia è di vitale importanza. Pedinata, accerchiata, devo allontanarmi ripetutamente dall’ appartamento a Marsala, minacce di morte dai balconi, davanti il portone ed il garage, sabotaggi dell’ auto, tentativi di omicidio. Seguita e pedinata. Per chi denuncia, il tempo e la tempestivitá sono essenziali. Lo Stato non puó lasciare il denunciante solo, e sotto il bersaglio della mafia. Quando l’ attivazione della scorta è un mio diritto e un dovere dello Stato.