I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie

GIUSEPPE TODARO

 

Articolo del 6 Febbraio 2010 da ilgiornaledicinisi.it

Giuseppe Todaro: “Ho avuto la forza di denunciare”

Giuseppe Todaro ha avuto la forza di ribellarsi alla mafia, quella vera, quella crudele, che ti sfianca e che ti fa perdere ogni speranza. Imprenditore palermitano, parla a SkyTg24 e si racconta, dopo dieci lunghi anni di soprusi subiti, si è ribellato ai propri estortori denunciandoli, costituendosi anche parte civile nel processo denominato “Addio Pizzo”, come l’associazione che unitamente a Libero Futuro lo hanno sostenuto in tutto il suo percorso, oggi ha rilasciato una lunga intervista dalla quale estrapoliamo i passi più imporanti.

“Questo è un momento storico – dice Todaro – Basterebbero delle denunce di massa per liberarsi dal pizzo a Palermo perché è uniti che si vince la paura e oggi non siamo più soli.  La svolta nel 2008 quando ho incontrato le persone di Addiopizzo, l’associazione antiracket che sostiene le denunce dei commercianti facendo da tramite con le istituzioni”

Il percorso da seguire viene così tracciato. E’ la svolta. Arriva la denuncia, quindi l’arresto degli estorsori. E’ questa in sintesi la storia di Giuseppe Todaro, coraggioso imprenditore che vive sotto scorta e racconta il suo percorso, i suoi dubbi, le sue scelte. Una testimonianza della “rivoluzione culturale” in atto contro la mafia a Palermo e dintorni.

Quando ha inizio la sua storia? “Tutto comincia nel ‘95 con l’avvio di un’azienda nella zona industriale di Cinisi: l’attività parte regolarmente ma dopo un paio d’anni mi chiede un incontro Gaspare Di Maggio. Il nome diceva tutto, un pedegree di primo livello. Che fosse pericoloso me n’ero accorto da solo. Di Maggio mi dice di mettermi apposto immediatamente perché l’azienda era ormai avviata e c’era da pagare. Preso da mille angosce mi informo con amici, colleghi, imprenditori”.Tutti mi rispondono allo stesso modo: -Così è ora e così sarà per sempre-. Fu così che iniziai a pagare il pizzo”.

I suoi rapporti con gli estorsori si limitavano a Cinisi? Avevo due situazioni totalmente separate per quanto collegate. Una a Cinisi con i Di Maggio, con loro mi vedevo una volta l’anno, venivano a Natale e io pagavo. Nel ’98 comprai anche un altro stabilimento a Carini, apparentemente una situazione tranquilla. Dopo un po’ di tempo venne a trovarmi uno che si occupava delle manutenzioni per lo stabilimento dicendomi che queste venivano regolarmente fatturate”.

Un pizzo con una parvenza di “legalità”? “Mi dicevano: -Noi ti garantiamo in modo che te la puoi scaricare-, mi volevano in qualche modo alleggerire la posizione. Il vero problema non era pagare il pizzo, che nel mio caso era intorno ai 2000 euro, cifra importante ma comunque non distruttiva per l’azienda. Il problema era l’invadenza della mafia in qualsiasi attività della mia azienda: dalle costruzioni all’impianto elettrico, agli scavi. Qualunque cosa facessi dovevo farla solo con determinati soggetti che mi venivano indicati”.

Quindi il pizzo era diventato una sorta di controllo indiretto sull’azienda? “Il nodo è proprio questo: il pizzo è un biglietto da visita. La mafia aggancia così l’azienda, vi entra dentro e la utilizza a 360 gradi. E’ vero che l’azienda è tua ma se non puoi avere l’elettricista che vuoi, le opere edili che vuoi, alla fine ne perdi il completo controllo. Loro ti impongono addirittura il personale, anche se nel mio caso sono sempre riuscito a evitarlo per via della manodopera specializzata di cui avevo bisogno”.

Come mai a un certo punto lei decide di denunciare? “A fine 2008 – continua Todaro- mi avvicino all’associazione antiracket Addiopizzo. Succede così che parlo finalmente in modo compiuto con qualcuno di questi problemi. Non ero più solo. Da lì comincio a collaborare e quindi a non pagare più. Dopo un periodo travagliato fatto di pressioni affinché pagassi e di intercettazioni da parte della polizia, i miei estorsori vengono tutti arrestati”.

Cosa l’ha spinta a collaborare? “In primis mi ha spinto il fatto di non essere più solo. Quando uno è solo non ha speranza, la solitudine ti porta a non sapere che fare. Io questo l’ho vissuto e il risultato è stato che mi sono venuti a minacciare ogni giorno e se non fosse scattato l’arresto probabilmente avrei subito dei danni allo stabilimento. Loro mi dicevano: -Noi bombe non ne mettiamo qua non abbiamo queste usanze, noi ti facciamo chiudere l’attività, ti tagliamo fuori con i clienti”.

Cos’altro ha influito sulla sua scelta? “L’ho fatto principalmente per i miei figli, avevo imbarazzo nei loro confronti. Come fa un padre, dopo avere educato al rispetto delle regole, al senso civico a dire poi al proprio figlio:-Sappi che c’è lo zio Pino e tu ogni mese gli devi dare una busta con 3 mila euro”.

Perché non tutti riescono a uscire dal tunnel del pizzo? “Le persone non denunciano per paura. Poi c’è un problema generazionale: uscirne per le vecchie generazioni non è facile. Io non ho un genitore capostipite nell’azienda, ho creato tutto io e decido. I figli della mia età che lavorano con i loro padri vorrebbero chiudere la partita ma non riescono a farlo per via dei genitori che purtroppo con questo fenomeno ci sono nati. Col cambio generazionale la cosa si evolverà, conto molto su questo. Lei pensa che oggi ci siano più opportunità per i commercianti di alzare la testa? Assolutamente sì, questo è un momento storico in cui basterebbero fare denunce di massa. Basterebbe che in ogni strada si mettessero d’accordo in 5”.

“Quando sei solo -racconta con voce rotta dall’emozione- fai delle stupidaggini di proporzioni bibliche, non sai come andare, non sai se fidarti, non sai con chi parlarne. Oggi si sta finalmente costruendo una rete ed è questa la forza di associazioni come Addiopizzo e Libero Futuro che indicano la strada e l’iter da percorrere. Una rete partita dal basso ed è questa la rivoluzione che oggi fa la differenza”.

Ha un messaggio da lanciare a quei commercianti che vorrebbero denunciare? “E’ il momento giusto: parlatene con qualcuno vicino a qualche associazione, non vi scoraggiate e non fate da soli, tanta gente oggi non sta pagando ma sta facendo da sé, parlare con associazioni come Addiopizzo e Libero Futuro non vuol dire denunciare, ma vuol dire capire. Le istituzioni e le associazioni antiracket sono la risposta vincente”.

 

 

Festival della Legalità 2010

 

 

Pages: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43

One Comment

  • Valera Casano

    Mi chiamo Valeria Casano, ho denunciato mafia e camorra. Data in pasto alla mafia di Marsala dopo il Ministero a Roma.
    Ho denunciato mafia e camorra, una commistione tra il Bar Juparana di Marsala e Facile ristrutturare di Roma.
    Sto lottando per ricevere quella protezione che mi spetta di diritto, ma il silenzio delle Istituzioni è un qualcosa di inammissibile in uno Stato di diritto.
    Grazie alle mie denunce procure e forze dell’ ordine trasmettono i reati di associazione mafiosa, minacce di stampo mafioso, persecuzione politico mafiosa al Ministero dell’ Interno. Reati e crimini di mafia, per un interesse a costruire a Marsala nello stabilimento Bini, uno stabilimento emiliano romagnolo fatto fallire e poi riacquistato ad un’ asta fallimentare al tribunale di Napoli. Aste giudiziarie pilotate, progetti di edilizia criminale: non possono costruire nell’ area dello stabilimento Bini a Marsala, in quanto gli appartamenti preesitenti hanno vista mare, da qui la necessitá di assoggettare i residenti alla mafia. Se ne sviluppa una commistione su Roma, la quale porge il finaco alla mafia di Marsala, Facile ristrutturare, la camorra nel particolare, si aggiunge al progetto Bini a Marsala, per poi espandersi sul territorio. La stessa Facile ristrutturare è stata denunciata, oltre che per minacce e reati di mafia, alla Corte dei Conti e alla Procura di Roma, per capitali portati all’ estero e bancarotta fraudolenta. Pedinata, seguita, minacciata costantemente di morte da mafia e camorra. Costretta a lasciare piú volte l’ appartamento di famiglia, li ho nell’ immobile e nel locale adiacente, minacce di morte dai balconi, davanti casa e davanti al garage dal Bar Juparana di Marsala e i suoi associati. Costretta a spostarmi, a vivere in albergo, in auto, davanti la procura per proteggermi. Le Procure di Roma e Marsala aprono procedimenti, e mentre aprono procedimenti, non viene attivata la protezione e lo spostamento in localitá sicura, restando bersaglio di crimini e reati.
    È gravissimo che lo Stato permetta questo, il trascorrere del tempo per chi denuncia è di vitale importanza. Pedinata, accerchiata, devo allontanarmi ripetutamente dall’ appartamento a Marsala, minacce di morte dai balconi, davanti il portone ed il garage, sabotaggi dell’ auto, tentativi di omicidio. Seguita e pedinata. Per chi denuncia, il tempo e la tempestivitá sono essenziali. Lo Stato non puó lasciare il denunciante solo, e sotto il bersaglio della mafia. Quando l’ attivazione della scorta è un mio diritto e un dovere dello Stato.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *