I Testimoni di Giustizia. Storia di chi ha testimoniato contro le mafie

AUGUSTO DI MEO

Articolo del 1 Febbraio 2013 da dallapartedellevittime.blogspot.it

Un testimone dimenticato

di Raffaele Sardo

La sua testimonianza è stata determinante per far arrestare e condannare l’assassino di don Giuseppe Diana, ma non è stato mai riconosciuto come “testimone di giustizia”.  Augusto di Meo, il fotografo amico del sacerdote di Casal di Principe che la mattina del 19 marzo 1994 vide in faccia il killer che sparò cinque colpi di pistola per ammazzare don Diana, ha citato in giudizio il Ministero dell’Interno per ottenere un riconoscimento che a diciannove anni da quei fatti, non è mai arrivato.

Fu grazie al suo coraggio se gli inquirenti cominciarono da subito la caccia a colui che aveva osato profanare una chiesa con l’uccisione di un prete. Appena dopo il delitto, Di Meo riconobbe in fotografia la persona che aveva sparato quella mattina: “Si è lui, è Giuseppe Quadrano – disse deciso il fotografo ai carabinieri che lo interrogavano – è entrato in chiesa e prima di sparare ha chiesto: “Chi è don Peppe?”. Quadrano era uno dei killer del cartello De Falco-Caterino, in guerra contro il gruppo camorristico degli Schiavone-Bidognetti. Di Meo lo riconobbe anche in Televisione, per la seconda volta, quando lo vide scendere da un aereo che lo riaccompagnava in Italia dopo una breve latitanza in Spagna. Aveva poi confermato la sua versione nel dibattimento processuale fornendo anche molti particolari del killer, contribuendo così a scagionare Vincenzo Verde, accusato dalla stesso Quadrano di essere l’autore materiale dell’omicidio. “La testimonianza di Augusto Di Meo – dice l’avvocato Alessandro Marrese, che ha curato il ricorso contro il Ministero dell’Interno – è stata riconosciuta come fondamentale dalla corte di Cassazione nella sentenza emessa il 4 marzo del 2004. Grazie a lui la versione fornita dal collaboratore di giustizia, Giuseppe Quadrano, non è stata ritenuta credibile. Quadrano si era prima dichiarato completamente estraneo all’omicidio. In una seconda fase aveva dichiarato di aver partecipato all’organizzazione dell’omicidio, ma sostenendo che l’autore materiale dell’uccisione di don Diana fosse Vincenzo Verde. E, inoltre, che alla base del delitto vi fosse il mancato funerale in chiesa di un parente dello stesso Quadrano e il fatto che Don Diana avesse custodito armi per conto del clan De Falco, e consegnate tre anni prima al clan Schiavone”. Tutto falso. Don Diana fu ucciso perché – è la motivazione della Cassazione – “Quella morte appariva come un gesto simbolico e dirompente che avrebbe dovuto accendere la guerra di mafia tra il clan dei casalesi e quello facente capo a De Falco. Una morte simbolica che contemporaneamente costituiva una vendetta personale di Quadrano e un obiettivo per l’intero gruppo facente capo a De Falco, un’affermazione di potere nel territorio di pertinenza degli Schiavone”.

“Dopo quella testimonianza, Di Meo – continua l’avvocato Marrese – temendo probabili ritorsioni, fu costretto a chiudere la sua attività di fotografo a Villa di Briano per l’impossibilità di continuare una vita serena. Così si recò in Umbria, insieme con la moglie e i due figli piccoli, dove tentò di trasferire la propria attività di fotografo professionale, ma senza successo. Negli anni passati in Umbria, intanto, ha dovuto attingere a tutti i suoi risparmi per mantenere se stesso e la sua famiglia, maturando anche diversi debiti, perché lo Stato non gli ha mai fornito alcuna protezione, nè lo ha mai aiutato dal punto di vista economico”. Eppure Augusto Di Meo, oggi 52enne, che è ritornato da quindici anni a vivere facendo il fotografo nei suoi luoghi di origine, continua a raccontare di quella mattina a centinaia di ragazzi che ogni anno passano nelle “terre di don Diana”, per i campi di lavoro promossi da Libera. Il 30 novembre del 2012 gli è stato assegnato il “premio Nazionale don Giuseppe Diana”, insieme al procuratore della Dda, Federico Cafiero De Raho e al padre comboniano, Giuseppe Zanotelli. “In tanti sanno chi è Augusto il fotografo, a partire dai magistrati che seguirono i caso, i vertici dei carabinieri della provincia di Caserta – afferma ancora l’avvocato Marrese – ma lo Stato sembra ignorarlo. Ho scritto una prima lettera alla Commissione Centrale che definisce e applica le misure di protezione presso il Ministero dell’Interno, il 6 febbraio del 2012. Ho sollecitato una risposta tre mesi dopo, ma niente. E così il 16 gennaio scorso ho presentato un atto di citazione al tribunale di Napoli contro il Ministero dell’Interno per giudizio che comincerà il prossimo 13 maggio. Di Meo e la sua famiglia non possono essere abbandonati così”.

Articolo del 28 agosto 2013 da napoli.repubblica.it

Il testimone di giustizia che lo Stato non riconosce

di Raffaele Sardo

Augusto Di Meo, 52 anni, fece condannare i killer di don Peppe Diana. Oggi fa causa al ministero dell’Interno: non è mai entrato in un programma di protezione nè potrà usufruire dei benefici di legge

“Il decreto che assume i testimoni di giustizia nella Pubblica amministrazione? Una buona norma, ma per me sfuma anche questa possibilità di aiuto, perché lo Stato non mi ha mai riconosciuto come testimone di giustizia”. Augusto Di Meo, il fotografo di Casal di Principe che fece condannare il killer di don Giuseppe Diana, è amareggiato e deluso, perché nonostante la sua testimonianza sia stata determinante ai fini del processo e delle condanne comminate, non è stato mai riconosciuto come “testimone di giustizia”.

Ora, con l’approvazione del decreto da parte del governo di norme che prevedono l’assunzione per “chiamata diretta nominativa” e che dovrebbe riguardare circa 80 persone in tutt’Italia, Di Meo rischia di perdere un altro treno che potrebbe contribuire a rendere meno difficoltosa la sua attuale condizione lavorativa e familiare, penalizzata dai problemi derivanti della crisi economica.

Di Meo ha  citato in giudizio il ministero dell’Interno per ottenere un riconoscimento che a 19 anni da quei fatti, non è mai arrivato.  Fu grazie al suo coraggio se gli inquirenti cominciarono da subito la caccia a colui che aveva osato profanare una chiesa con l’uccisione di un prete.

Appena dopo il delitto, Di Meo riconobbe in fotografia la persona che aveva sparato quella mattina: “Si è lui, è Giuseppe Quadrano  –  disse deciso il fotografo ai carabinieri che lo interrogavano –  è entrato in chiesa e prima di sparare ha
chiesto: “Chi è don Peppe?”. Quadrano era uno dei killer del cartello De Falco-Caterino, in guerra contro il gruppo camorristico degli Schiavone-Bidognetti.

Dopo quella testimonianza Augusto Di Meo,  temendo probabili ritorsioni, fu costretto a chiudere  la sua attività di fotografo a Villa di Briano. Si recò in Umbria, insieme con la moglie e i due figli piccoli, dove tentò di trasferire la propria attività, ma senza successo.

“Negli anni passati in Umbria  –  racconta Di Meo –  ho dovuto attingere a tutti i miei risparmi per poter continuare a svolgere la mia attività anche dopo il trasferimento e  mantenere la mia famiglia. Nel frattempo ho maturato anche diversi debiti, perché lo Stato non mi ha mai fornito alcuna protezione, nè mi ha mai aiutato dal punto di vista economico”.

Di Meo, oggi 52enne,  è ritornato  da quindici anni a vivere facendo il fotografo nei suoi luoghi di origine. La moglie Silvana, 55 anni,  insegna nelle scuole materne del Comune di Roma. Tutte le mattine parte da Villa di Briano da casa poco prima delle 5  e torna poco prima delle 20, con un tutti i disagi che si possono immaginare.

I figli, Antonio  (laureato in Ingegneria) è disoccupato. La ragazza, Livia Rosa,  è laureata in Scienze della formazione ed è anche lei disoccupata. Per di più, Di Meo si trova anche a fronteggiare un forte un debito con Equitalia dovuto proprio al fatto di non aver avuto la possibilità di far fronte a tutte le scadenze economiche perché per anni non ha potuto svolgere pienamente la propria attività.

Augusto, intanto, continua a raccontare di quella mattina del 19 marzo del 1994 a centinaia di ragazzi che ogni anno passano nelle “terre di don Diana”, per i campi di lavoro promossi da Libera. Per questa sua attività , il 30 novembre del 2012 gli è stato assegnato il “Premio nazionale don Giuseppe Diana”, insieme al procuratore della DDA, Federico Cafiero De Raho e al padre comboniano Giuseppe Zanotelli.

In tanti sanno chi è Augusto il fotografo, a partire dai magistrati che seguirono i caso, i vertici dei carabinieri della provincia di Caserta –  ma lo Stato sembra ignorarlo.

Il suo legale, l’avvocato Alessandro Marrese, ha scritto una prima lettera  alla Commissione centrale che definisce e applica le misure di protezione presso il Ministero dell’Interno,  il 6 febbraio del 2012. Ho sollecitato una risposta  tre mesi dopo, ma niente. E così il 16 gennaio 2013 ha presentato un atto di citazione al tribunale di Napoli contro il ministero dell’Interno per un giudizio che è cominciato il 13 maggio, perché Di Meo e la sua famiglia non possono essere abbandonati così.

“Il ministero dell’Interno si è opposto con motivazioni che se conosciute pubblicamente  –  spiega l’avvocato Marrese –  sicuramente non invoglierebbero altre persone a testimoniare contro la criminalità organizzata”. La prossima udienza del giudizio contro il Ministero dell’Interno è stata fissata per il mese di dicembre 2013.

“Non mi fermo  –  dice Augusto con un volto che diventa rosso dalla rabbia  –  aspetto giustizia. Ho ancora fiducia nello Stato anche perché so che don Diana da lassù non mi abbandonerà”.

 

Video Youtube

Augusto di Meo racconta quella mattina del 19 marzo 1994

Pubblicato in data 30/nov/2012
[www.notiziemigranti.com – Servizio di Michele Docimo]
Intervento del testimone di giustizia, Augusto di Meo, vincitore del Premio nazionale “don Diana” 2012.

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One Comment

  • Valera Casano

    Mi chiamo Valeria Casano, ho denunciato mafia e camorra. Data in pasto alla mafia di Marsala dopo il Ministero a Roma.
    Ho denunciato mafia e camorra, una commistione tra il Bar Juparana di Marsala e Facile ristrutturare di Roma.
    Sto lottando per ricevere quella protezione che mi spetta di diritto, ma il silenzio delle Istituzioni è un qualcosa di inammissibile in uno Stato di diritto.
    Grazie alle mie denunce procure e forze dell’ ordine trasmettono i reati di associazione mafiosa, minacce di stampo mafioso, persecuzione politico mafiosa al Ministero dell’ Interno. Reati e crimini di mafia, per un interesse a costruire a Marsala nello stabilimento Bini, uno stabilimento emiliano romagnolo fatto fallire e poi riacquistato ad un’ asta fallimentare al tribunale di Napoli. Aste giudiziarie pilotate, progetti di edilizia criminale: non possono costruire nell’ area dello stabilimento Bini a Marsala, in quanto gli appartamenti preesitenti hanno vista mare, da qui la necessitá di assoggettare i residenti alla mafia. Se ne sviluppa una commistione su Roma, la quale porge il finaco alla mafia di Marsala, Facile ristrutturare, la camorra nel particolare, si aggiunge al progetto Bini a Marsala, per poi espandersi sul territorio. La stessa Facile ristrutturare è stata denunciata, oltre che per minacce e reati di mafia, alla Corte dei Conti e alla Procura di Roma, per capitali portati all’ estero e bancarotta fraudolenta. Pedinata, seguita, minacciata costantemente di morte da mafia e camorra. Costretta a lasciare piú volte l’ appartamento di famiglia, li ho nell’ immobile e nel locale adiacente, minacce di morte dai balconi, davanti casa e davanti al garage dal Bar Juparana di Marsala e i suoi associati. Costretta a spostarmi, a vivere in albergo, in auto, davanti la procura per proteggermi. Le Procure di Roma e Marsala aprono procedimenti, e mentre aprono procedimenti, non viene attivata la protezione e lo spostamento in localitá sicura, restando bersaglio di crimini e reati.
    È gravissimo che lo Stato permetta questo, il trascorrere del tempo per chi denuncia è di vitale importanza. Pedinata, accerchiata, devo allontanarmi ripetutamente dall’ appartamento a Marsala, minacce di morte dai balconi, davanti il portone ed il garage, sabotaggi dell’ auto, tentativi di omicidio. Seguita e pedinata. Per chi denuncia, il tempo e la tempestivitá sono essenziali. Lo Stato non puó lasciare il denunciante solo, e sotto il bersaglio della mafia. Quando l’ attivazione della scorta è un mio diritto e un dovere dello Stato.

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